«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di María López Vigil.

EL SALVADOR / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di Roberto Valdés e Ramón Eugenio Rodríguez González.

GUATEMALA / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di Roberto Valdés e Ramón Eugenio Rodríguez González.

HONDURAS / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di Roberto Valdés e Ramón Eugenio Rodríguez González.

MÉXICO / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di Roberto Valdés e Ramón Eugenio Rodríguez González.

COSTA RICA / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di Roberto Valdés e Ramón Eugenio Rodríguez González.

PANAMÁ / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di Roberto Valdés e Ramón Eugenio Rodríguez González.

CENTROAMÉRICA / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di Roberto Valdés e Ramón Eugenio Rodríguez González.

CUBA / Notiziario

Di Marco Cantarelli, su note di María López Vigil.

NORD/SUD / Anno 2000 d. C.: sdebitarsi è giusto, sdebitarsi è ora

Perché condonare il debito estero dei paesi poveri del Sud del mondo? Perché cancellarlo a favore di governi corrotti che non offrono alcuna garanzia di impiegare bene le risorse che in tal modo si libererebbero? Perché il Nord del mondo, aldilà della retorica con cui accompagna le proprie proposte, dimostra così poca volontà politica di risolvere il   problema? Quanto costerebbe il condono? Come garantire un futuro senza nuovi debiti? A queste e altre domande, tentiamo di dare una risposta in questo articolo.

Di Oscar Ugarteche, economista peruviano. Documento presentato nella conferenza latinoamericana sulla Campagna Giubileo 2000.
Ha collaborato alla traduzione di Caterina Pizzigoni. Redazione di Marco Cantarelli.

NORD/SUD / Debito estero: alcune domande chiave

Molte e diverse strategie sono state prospettate nel tentativo di risolvere la crisi del debito, fin da quando tale problema è esploso negli anni ‘80. Da allora e periodicamente, i paesi debitori sono stati coinvolti in negoziazioni con le banche commerciali e con i creditori bilaterali e multilaterali. Nessuna di queste strategie è risultata adeguata per risolvere il problema del debito e, sebbene ci siano stati dei miglioramenti, il dramma continua, soprattutto in America Latina.

Ha collaborato alla traduzione Caterina Pizzigoni.
Redazione di Marco Cantarelli.

NORD/SUD / Debito estero: la soluzione dei ricchi

Circa 17 milioni di firme sono state raccolte in tutto il mondo per chiedere la cancellazione del debito estero dei paesi poveri, in vista della riunione annuale del Gruppo dei sette paesi più ricchi del mondo (G-7) svoltasi a Köln (Colonia), nella Repubblica Federale Tedesca. Il 19 giugno 1999, queste firme sono state consegnate ai capi di Stato di tali paesi. I quali, lo stesso giorno, hanno annunciato una soluzione per il debito dei paesi poveri: un condono del valore di 70 miliardi di dollari, che secondo il G-7 rappresenta il 90% dei debiti dei poveri. È una menzogna: si tratta, piuttosto, di un’operazione di maquillage di fronte all’angoscia di milioni di poveri del Sud e ad un’opinione pubblica internazionale molto sensibile, che esige la cancellazione del debito estero dei paesi poveri.


Di Eric Toussaint, economista belga, presidente del Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo (CADTM). Documento presentato nella conferenza latinoamericana sulla Campagna Giubileo 2000.

Ha collaborato alla traduzione Maddalena Messa. Redazione di Marco Cantarelli

HONDURAS / Lavoratrici nelle maquilas: profili di una nuova coscienza operaia e femminile

Cosè la maquila? Ne abbiamo scritto più volte, ma è bene ricordarlo: il termine deriva dall’arabo makíla (si pronuncia così anche in castigliano) e anticamente stava a indicare la quota di macinato che il contadino era solito riconoscere al proprietario del mulino per il suo servizio.Nell’attualità, con maquila si indica quella fabbrica in cui capitale straniero, in via diretta o, più spesso, tramite imprese locali subcontrattate, controlla l’intero ciclo produttivo, per il quale fornisce anche la materia prima di lavorazione, e la commercia- lizzazione finale del prodotto. Per attrarre le fabbriche maquiladoras, i governi  dei paesi del Sud del mondo sono soliti offrire fortissime agevolazioni fiscali e altri vantaggi. Di solito, le maquilas sorgono in zone franche, prossime a porti marittimi ed aeroporti, da cui il prodotto prende la rotta dei paesi del Nord. Una zona di forte insediamento di maquilas è anche la frontiera nord messicana, a seguito del trattato NAFTA (North American Free Trade Agreement), sul libero commercio fra USA, Canada e México.In America Centrale, le maquilas sono soprattutto tessili. Vi lavorano, in grande maggioranza, donne giovani e giovanissime, sottoposte a pesanti pressioni anche sul piano sessuale. In tali  fabbriche, la sindacalizzazione è, di fatto, vietata. Le condizioni lavorative sono perlopiù insalubri e il contesto generale è spesso repressivo. Un termine crescentemente usato in Italia - perché vi sono maquilas anche in Italia...- per indicare questo tipo di imprese è “laboratori contoterzisti”.Una delle caratteristiche di tale fenomeno produttivo, figlio della globalizzazione neoliberistica, è l’estrema volatilità del capitale investito in queste fabbriche. In altri termini: la bassa professionalizzazione richiesta, il  più o meno basso (a seconda dei casi) investimento in macchinari, la grande disponibilità di manodopera a buon mercato, la ipersensibilità rispetto ai vantaggi relativi offerti da altri governi, sono tutti fattori che fanno sì che queste fabbriche possano essere spostate facilmente da un paese all’altro, quando le condizioni produttive locali  non siano più ritenute convenienti da chi detiene il controllo della catena produttiva. Ciò resta vero. Tuttavia, con il passare degli anni, molte maquilas vanno via via perdendo il loro carattere di “provvisorietà”. Anche se qualche maquila ogni tanto abbandona il campo o si trasferisce, le maquilas continuano a creare migliaia di posti di lavoro l’anno e la produzione maquilera è ormai una variabile economica importante in tutti i paesi che ospitano queste fabbriche. Tanto che è difficile immaginare una loro improvvisa e definitiva uscita di scena. Ciò significa, in pratica, che una nuova generazione di lavoratrici, soprattutto, e lavoratori va forgiandosi in queste  imprese, alle prese con il maschilismo imperante nella fabbrica come nella società. E quando osserviamo, come in Honduras, che il salario operaio nelle maquilas diventa parametro di riferimento per le retribuzioni nelle campagne e fa innalzare persino quelle delle collaboratrici domestiche, beh, forse è bene cominciare a formulare qualche ipotesi di studio sulle trasformazioni che questo tipo di produzione sta inducendo nelle società globalizzate del Sud del mondo.  Di questo, parla l’articolo che qui presentiamo, redatto da Nelly del Cid, Carla Castro, Yadira Rodríguez, del gruppo di lavoro con le lavoratrici della maquila (e alcune di esse già operaie in queste fabbriche), creato all’interno del Gruppo di Riflessione, Ricerca e Comunicazione (ERIC) dei gesuiti in Honduras, pubblicato in envío n. 210, settembre 1999.

Hanno collaborato alla traduzione Viviana Frisone e Massimo Bellanda. Redazione italiana di Marco Cantarelli.

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