«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Governo e opposizione alla prova del Canale interoceanico

Parte significativa dell’opposizione si unifica e organizza per fronteggiare meglio il partito al governo; il quale, non da meno, annuncia un riassetto delle proprie forze. Due iniziative politiche che invitano a riflettere sul bene del Nicaragua, Paese “dato in concessione”, qualche mese fa, a un imprenditore cinese.

Traduzione di Barbara Todaro. Redazione di Marco Cantarelli.

Martedì 20 Agosto, in un hotel di Managua, alla presenza di delegati provenienti da tutto il Paese, è  stato firmato l’atto costitutivo della nuova formazione politica Unità per la Repubblica (UNIR). Il documento sancisce l’accordo di dirigenti e rappresentanti di 14 realtà dell’opposizione politica e sociale al «governo dittatoriale di Ortega».
Il giorno dopo, mercoledì 21 Agosto, in un evento celebrato nell’auditorium dell’Università Nazionale di León (un centinaio di chilometri a Nord-Ovest della capitale, ndr), di fronte a funzionari giudiziari della regione d’Occidente, l’ex colonnello in pensione, Lenín Cerna, è stato presentato dal consigliere economico del presidente Daniel Ortega, Bayardo Arce, come nuovo «coordinatore del Potere Giudiziario».
Da Novembre 2008 a Giugno 2013
Il processo di unificazione dell’opposizione, che ha portato alla neonata Unità per la Repubblica, è durato svariati mesi ed è stato caratterizzato da alti e bassi causati da reciproci sospetti, conflitti dovuti a ansie di protagonismo, rivalità, accuse, scarsa lungimiranza…
Se, dal 2007 ad oggi, il progetto politico di Ortega si è andato consolidando, l’opposizione si è, invece, sempre più dispersa e frammentata. Del tutto effimero è stato il momento in cui si era unita per denunciare i brogli elettorali nelle elezioni municipali del 2008 – quando Ortega è sembrato deciso a seguire il consiglio del defunto Tomás Borge: «Io gli dicevo a Daniel Ortega: che dicano quello che vogliono, facciamo quello che dobbiamo fare, l’unica cosa che non possiamo permetterci è di perdere il potere» –.
Senza brogli elettorali nelle due elezioni municipali (2008 e 2012), in quelle presidenziali (2011) e in quelle regionali nella costa caraibica (2009), Ortega avrebbe perso il potere? Questa domanda, fondamentale per qualsivoglia analisi della situazione attuale del Nicaragua, trova una risposta ambigua se consideriamo la prolungata frammentazione e dispersione delle forze di opposizione. Nei quasi cinque anni seguiti a quella comprovata frode, l’opposizione ha vagato per vie contraddittorie e divagato con discorsi poco convincenti. A differenza dell’opposizione venezuelana al chavismo, riunita attorno alla candidatura presidenziale di Enrique Capriles, prima e dopo le elezioni, in Nicaragua lo sforzo unitario sviluppatosi intorno alla candidatura presidenziale di Fabio Gadea (2011) non è durato più di un mese da quelle elezioni. Da subito, è tornata l’entropia politica, dissipando in rivalità e ambizioni quell’energia che aveva unificato l’opposizione.
Il Canale: la goccia che ha fatto traboccare il vaso
Parimenti, possiamo stabilire una data che ha forzato, facilitato o contribuito al processo di unificazione dell’opposizione, segnandone l’inizio: Giugno 2013.
L’impatto politico – ed emotivo – suscitato dalla concessione data all’imprenditore cinese Wang Jing per la realizzazione del canale interoceanico, sembra la goccia che ha fatto traboccare il vaso della disgregazione e favorito l’attuale sforzo unitario. La concessione, infatti, è sancita da una legge che, senza gara e senza alcuna consultazione civica previa, consegna di fatto il Paese, il suo territorio, le sue acque, le sue risorse e, per la durata di un secolo, rinuncia persino alla sua Costituzione, alle sue leggi, alle sue riserve monetarie, in cambio di un “taglio” del territorio con la costruzione di un Grande Canale.
Il tempo, che scandisce meglio di chiunque altro le date in cui i fatti diventeranno eventi, dirà se questo “calendario” sia corretto o meno.
“Una coalizione politico-sociale”
Hanno firmato l’atto costitutivo dell’Unità per la Repubblica il gruppo parlamentare denominato la Bancada Democrática, che riunisce 22 deputati del Partito Liberale Indipendente (PLI) e 2 del Movimento Rinnovatore Sandinista (MRS); quindi, i due partiti citati, oltre al Partito Azione Civica e a due correnti nate dal Partito Liberale Costituzionalista (PLC), ovvero, la Corrente Liberale con Visione di Nazione e il Movimento Liberale Costituzionalista “Ramiro Sacasa”.
Essendo, secondo i suoi fondatori, una «coalizione politico-sociale», vi hanno aderito anche “movimenti sociali” quali: la Confederazione dei Maestri del ministero dell’Istruzione, il Gruppo Patriottico dei Militari in Pensione, il Movimento per il Nicaragua, il Movimento Autonomo delle Donne, la Gioventù Democratica Nicaraguense, il Gruppo di Riflessione e Partecipazione Civica, il Gruppo di Riflessione della Sinistra e l’Unione Civica per la Democrazia.
L’Unità è presentata dai suoi promotori come «un’alleanza di organizzazioni di sinistra, centro e destra». Considerando che in Nicaragua la tradizionale divisione è ancora valida e viste le origini sandiniste dei suoi rappresentanti, si possono collocare a sinistra gli otto “movimenti sociali” firmatari: gruppi, tuttavia, numericamente esigui, con una rappresentazione più mediatica che una reale rappresentanza di base. Tra i partiti politici, a sinistra troviamo MRS e PAC. La destra e il centro sono rappresentati dai liberali del PLI e dai due gruppi staccatisi dal PLC, composti da dirigenti e militanti di base, alcuni separatisi a metà del 2010 per sostenere la candidatura alla presidenza di Fabio Gadea, altri nell’Aprile 2012, in dissenso con la linea del PLC guidato da  Arnoldo Alemán.
Il PLC, ancora gestito da Alemán, è l’unica forza politica esclusa dall’Unità per la Repubblica; il che consente al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) di poter continuare a giocare questa “carta”, puntando ad accordi, cooptazioni e spartizioni di prebende tra i membri dell’opposizione, per mantenere quest’ultima frammentata e divisa.
È stato molto importante, sia dal punto di vista politico che simbolico, che alla firma dell’atto costitutivo dell’UNIR sedessero in prima fila, invitati in qualità di osservatori e garanti, Fabio Gadea ed Edmundo Jarquín, candidati alla presidenza dall’effimera unità raggiunta dall’opposizione nelle elezioni del 2011. Da allora, Gadea mantiene intatta la sua leadership sia a destra, che a sinistra e al centro.
Due forze in tensione
Osservando la neonata creatura – venuta alla luce, come sottolineano i suoi artefici, in un momento positivo perché lontana da scadenze elettorali –, e in attesa di vedere come cresce e si sviluppa, se matura e si riproduce, è chiaro che due sono le principali forze politiche, oggi alleate, in lotta al suo interno: il PLI, con l’ex candidato presidenziale Eduardo Montea¬legre da anni alla guida, e l’MRS che avanza, pur tra le difficoltà, promuovendo e mettendo in pratica una leadership collettiva.
All’interno della nuova creatura, due sono le tendenze contrapposte: la vocazione caudillista di Montealegre e del gruppo di suoi seguaci, e quella dell’MRS di guidare un progetto di unità nazionale. In altre parole, da una parte, si tende alla ricerca di una candidatura presidenziale, dall’altra, di un’ampia alleanza. Sono, dunque, due i modelli che si propongono per questo cammino di unità: un processo elettorale guidato da un caudillo, oppure diretto da una coalizione con una leadership più condivisa.
Dal punto di vista quantitativo, si tratta di due forze diseguali, con uno sbilanciamento a favore del PLI. L’ultima volta che l’MRS partecipò, presentandosi da solo, alle elezioni presidenziali (2006) ottenne il 6,3% dei voti, a livello nazionale. Allora non esisteva il PLI: quell’anno, infatti, alla testa del partito ALN (Alleanza Liberale Nicaraguense) Montealegre si piazzò al secondo posto, con il 28% dei voti. Nel 2008, l’MRS si vide cancellata la personalità giuridica e da allora ha partecipato al voto, alleandosi prima con il liberalismo guidato da Montealegre, nelle elezioni municipali del 2008, e quindi appoggiando la candidatura unitaria del liberale Fabio Gadea nelle elezioni presidenziali del 2011, quando la maggioranza dei seggi ottenuti andò a candidati liberali.
PLI: limiti e tensioni
Tuttavia, negli ultimi due anni, il contributo dei deputati del PLI nell’Assemblea Nazionale è stato piuttosto evanescente. Sono apparsi impotenti, paralizzati o rassegnati di fronte all’inarrestabile “rullo compressore” rappresentato dalla maggioranza parlamentare dell’FSLN, forte di 63 deputati, ottenuta grazie ai brogli nelle elezioni del 2011. Il dover fronteggiare i legislatori del partito di governo in condizioni numericamente così sfavorevoli ha limitato molto, fino ad oscurare del tutto il lavoro dell’opposizione.
Tuttavia, non sono state queste le uniche difficoltà. Sono sorte anche tensioni all’interno del PLI per il modo in cui Montealegre – suo coordinatore politico del partito – , più che coordinare il partito, lo controlla, sia dal punto di vista politico che finanziario, sempre tentato dal raggiungere un accordo con l’FSLN per ottenere quote di potere che consacrino la sua leadership.
Forse, la partecipazione del PLI alla nuova iniziativa unitaria fungerà da freno alle velleità politiche di Montealegre e rafforzerà le posizioni critiche che è andato suscitando all’interno sia del partito che del gruppo parlamentare. Costruita questa diga, l’MRS – privo di personalità giuridica a causa di una delle molte illegalità del Potere Elettorale, ma caratterizzato da una crescente personalità politica –, forse, conoscerà momenti migliori e raccoglierà i frutti del suo impegno: riorganizzandosi a livello locale e crescendo dal basso, invece che calando personalità dall’alto, con un progetto nazionale accettato e condiviso da tutti.
Firmati sette accordi
Il 20 Agosto scorso, alla firma dell’atto costitutivo dell’Unità per la Repubblica, dietro al tavolo della presidenza c’era una bandiera del Nicaragua ed un grande manifesto raffigurante il volto di Bolívar con la sua celebre frase pronunciata durante il Congresso di Angostura (1816): «Niente è più pericoloso del lasciare che uno stesso cittadino permanga al potere per lungo tempo. Il popolo si abitua a obbedirgli ed egli si abitua a comandarlo; da ciò ha origine l’usurpazione e la tirannia».
Il documento che contiene gli impegni per contrastare il «cittadino al potere» (cioè Daniel Ortega, ndr) è stato letto dall’ottuagenario e illustre maestro formatore di intere generazioni, Carlos Tünnermann.
Le organizzazioni politiche e sociali firmatarie hanno sottoscritto sette impegni:
  1. «Lottare per creare un’istituzionalità democratica e repubblicana, che sia fondata sulla dignità e su uno sviluppo sociale ed economico equo».
  2. «Combattere la dittatura e la corruzione orteguistas».
  3. «Ristabilire uno Stato di diritto con piena partecipazione della cittadinanza e pieno rispetto dei suoi diritti civili, politici, sociali e culturali».
  4. «Far prevalere il rispetto del diritto dei cittadini ad eleggere ed essere eletti in processi elettorali equi, limpidi e trasparenti».
  5. «Sradicare dalle nostre abitudini e comportamenti il caudillismo, il personalismo, l’egemonismo, il nepotismo, i patti e le prebende, vizi che hanno minato la credibilità nell’esercizio della politica e hanno seminato la discordia e il divisionismo».
  6. «Annullare e ripudiare l’accordo firmato da Daniel Ortega e Wang Jing, ed abrogare le leggi incostituzionali che lo hanno autorizzato, non appena cambino le circostanze politiche dittatoriali che hanno permesso di calpestare così vergognosamente la sovranità nazionale».
  7. «Appoggiare le giuste rivendicazioni sociali dei diversi settori del popolo nicaraguense, unendoci strettamente a queste lotte».
Tre decisioni
Per portare a termine questi impegni, che rappresentano il comune denominatore di questo eterogeneo gruppo, i firmatari hanno annunciato di aver preso «tre decisioni»:
  1. Lavorare «sulla base del consenso, della rappresentanza egualitaria e del rispetto dell’identità di ognuno degli aderenti, per sviluppare un ampio ventaglio di azioni coordinate di mobilitazione civile e di denuncia».
  2. «Promuovere un piano d’azione che veda protagonista la cittadinanza, con una chiara e continua comunicazione intergenerazionale, promovendo la partecipazione dei giovani e delle donne, e stimolando la nascita e il rafforzamento delle leadership locali».
  3. «Elaborare e proporre al più presto ai nicaraguensi un programma nazionale (Plan de Nación), di carattere programmatico e strategico a breve, medio e lungo termine, opportunamente concordato».

I sette impegni e le tre decisioni sono ambiziosi e presto metteranno alla prova la volontà di rimanere compatti e uniti. «Nell’immediato», come afferma l’atto costitutivo, la nuova formazione dovrà iniziare a mobilitarsi, avanzare proposte, formulare programmi…

L’efficacia dell’impegno civico
Oltre alla sfida di durare nel tempo, di crescere e guadagnarsi la fiducia della gente, la nuova coalizione deve affrontare un’altra sfida: rendere credibile la validità e l’efficacia della lotta civica, in contrapposizione alla lotta armata.
In questo momento, si tratta di una sfida fondamentale. Perché la frammentazione e la disgregazione dell’opposizione si sono manifestate anche attraverso la lotta armata che piccoli gruppi di opposizione hanno ripreso nelle montagne del Nord – teatro della guerra degli anni ‘80 –, dove combattono contro Esercito e Polizia, esprimendo così il proprio malcontento nei confronti dell’autoritarismo del governo.
Il campesinado, che vide nelle elezioni trasparenti del 1990 la via di uscita dalla guerra degli anni ‘80, oggi ha perso fiducia nel sistema elettorale. A deluderlo è anche la mancanza di opportunità che si vive nelle zone rurali, dove si assiste al ritorno della grande proprietà ed ad un’accelerata concentrazione di terre e di ricchezze, il che lo fa sentire messo da parte da una politica escludente. Varie sono le ragioni della “sollevazione” di questa gente ed altrettante le prove che dimostrano come questa sia una realtà con cui fare i conti. La testimonianza più autorevole in tal senso è quella dei vescovi delle zone interessate dal fenomeno, i quali insistono affinché il governo riconosca che dietro alle violenze ci sono motivazioni politiche e che non si tratta di gruppi delinquenziali, come invece affermano Esercito e Polizia. I vescovi chiedono al governo risposte che non siano la repressione, il controllo e le armi.
Dimostrare a questa popolazione contadina, tradizionalmente antisandinista, segnata dall’esperienza della guerra degli anni ‘80, che la via armata non rappresenta affatto una soluzione ai problemi del Paese significa dimostrarle che la via civica, anche se più lenta, è ugualmente efficace. Un compito fondamentale, per niente facile, per l’Unità per la Repubblica.
“Niente di ufficiale”
Il giorno successivo alla presentazione, a Managua, del nuovo sforzo unitario dell’opposizione, a León, in un evento cui erano stati convocati tutti i funzionari e impiegati del Potere Giudiziario di León e Chinandega, dai giudici fino agli addetti alle pulizie, Bayardo Arce (ieri, membro della Direzione Nazionale sandinista ed, oggi, imprenditore e consigliere economico di Ortega, ndr), presentava Lenín Cerna – il cui ultimo incarico è stato quello di segretario di organizzazione dell’FSLN – come nuovo «coordinatore politico» del Potere Giudiziario. Qualcosa di simile, è successo anche a Masaya (una trentina di chilometri a Sud-Ovest della capitale, ndr) anche se non è stato documentato dai media.
La notizia dell’evento di León è stata preceduta da una breve intervista dello stesso Cerna, il 14 Agosto, mentre assisteva nell’Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale, ndr) al conferimento della Medaglia d’Onore concessa a Miguel D’Escoto, sacerdote ed ex ministro degli Esteri del Nicaragua, «per i suoi meriti come umanista e il suo instancabile impegno per la pace nel mondo». Alla domanda di Ramón Potosme, giornalista de La Prensa, su quale fosse il suo nuovo incarico (che giustificasse la sua presenza alla cerimonia, ndr), Cerna ha risposto: «Sono consigliere del presidente, faccio parte della sua squadra di collaboratori... Non credo ci sia qualcuno con maggiore autorevolezza del sottoscritto per stare nell’FSLN…».
Non appena appresa la notizia, sono fioccate le critiche sull’illegalità di tale incarico, peraltro non previsto dalla legge sul Potere Giudiziario; e, mentre il governo manteneva il massimo riserbo, la Corte Suprema di Giustizia è stata l’unica a rilasciare, il 25 Agosto, una dichiarazione in cui smentiva la notizia, accusando il quotidiano La Prensa di aver messo in atto «una campagna diffamatoria». Secondo Alba Luz Ramos, presidente della Corte: «Ufficialmente non è così, deve essere qualcosa di personale; nessuno me l’ha comunicato».
Breve ripasso
Per cercare di comprendere alcuni dei significati di un così eclatante ritorno di Lenín Cerna sulla scena politica, sia che l’incarico gli sia stato affidato ufficialmente o che l’abbia assunto personalmente, sia che l’abbia ottenuto per via istituzionale o su proposta di qualche organizzazione di categoria – come ha lasciato intendere la magistrata della Corte Juana Mendez – è opportuno un breve ripasso di dati e fatti recenti.
Lenín Cerna è una figura “storica” dell’FSLN. Oggi, la distinzione tra storici – la “vecchia guardia” –  e giovani – che hanno aderito al partito in epoche più recenti e hanno scarsa memoria storica del Fronte Sandinista – è fondamentale per capire le trasformazioni dell’FSLN e, pure, una delle contraddizioni e lotte che oggi attraversano il partito di governo.
Durante la lotta antisomozista, Cerna ha condiviso l’esperienza del carcere con Daniel Ortega per lunghi anni. Negli anni della Rivoluzione ha fatto parte del Ministero degli Interni ed ha diretto la Sicurezza dello Stato (cioè, il servizio segreto interno, ndr). Dopo la sconfitta elettorale del 1990, ha ottenuto il grado di colonnello dell’Esercito e si è mantenuto attivo nell’istituzione militare come consigliere per la Difesa e la Sicurezza.
Nel Marzo 1999, con Arnoldo Alemán presidente e il patto Alemán-Ortega in vigore, l’Esercito annunciò il ritiro di circa 200 ufficiali, tra i quali Cerna. Non appena appreso che quest’ultimo non  faceva più parte dei ranghi militari, la Commissione Permanente per i Diritti Umani (CPDH) dichiarò che lo avrebbe accusato di centinaia di violazioni dei diritti umani, di cui possedeva documentazione nei propri archivi. Daniel Ortega reagì dichiarando che quelli della Commissione «giocavano col fuoco» e che lui stesso avrebbe risposto di qualsiasi istanza nei confronti di Cerna: «Ogni accusa nei suoi confronti, è anche contro di me», disse. Ad Aprile dello stesso anno, subito dopo essersi ritirato, Cerna annunciò il suo ritorno tra le fila dell’FSLN, «per aiutarlo a vincere le elezioni».
Nel 2000, l’FSLN vinse le elezioni comunali, eleggendo Herty Lewites a sindaco di Managua. Tuttavia, Ortega perse le elezioni presidenziali del 2001 contro Enrique Bolaños. Grazie ai comandos electorales diretti da Cerna, meglio organizzati e ben addestrati, nel 2004, l’FSLN portò all’elezione di Dionisio Marenco a sindaco di Managua; quindi, nel 2006, Ortega salì alla presidenza della Repubblica, sconfiggendo Eduardo Montealegre. Nel 2008, l’FSLN ottenne la vittoria a Managua, eleggendo Alexis Argüello (già pugile di fama mondiale, morto nel 2009, suicida secondo la versione ufficiale, ma in circostanze mai pienamente chiarite, ndr) e in altre centinaia di Comuni, in elezioni denunciate e documentate come fraudolente.
2007: il punto di inflessione
Non c’è dubbio che la capacità organizzativa di Cerna abbia contribuito al ritorno al governo di Ortega e dell’FSLN.
In dichiarazioni rilasciate alla rivista envío, nel Dicembre 2007, la comandante guerrillera e deputata dell’FSLN (fino al 2001), Mónica Baltodano, così descriveva la trasformazione avvenuta all’interno dell’FSLN a partire dal patto Ortega-Alemán (1999): «La struttura del Fronte Sandinista si è andata indebolendo sempre più. L’organizzazione si è ridotta drasticamente e, alla fine, il Fronte è diventato soltanto una struttura elettorale: forte di circa 30 mila fra rappresentanti di lista e scrutatori, persone che, tuttavia, nemmeno si dedicavano ad azioni di proselitismo. Tale struttura si è mantenuta in forma organizzata esclusivamente per difendere il voto durante le elezioni, subordinata al segretario di organizzazione, Lenín Cerna».
Nel Settembre 2008, poco prima si compissero i primi due anni di governo del presidente Ortega, Dionisio Marenco – ormai prossimo alla scadenza del suo mandato al Comune di Managua, confortato da un alto indice di popolarità –, intervistato da envío, individuava il «punto di inflessione» dell’FSLN nella creazione, nel 2007, dei Consigli del Potere Civico (CPC), descritti come parte di «una strategia per monopolizzare l’organizzazione del partito», diretta da Rosario Murillo, nominata dal neoeletto presidente Ortega (di cui è moglie, ndr), come Coordinatrice di Comunicazione e Cittadinanza, struttura alla quale Ortega stesso dichiarò di avere concesso il 50% del potere.
L’opinione di Marenco su tale “inflessione” era condivisa, allora come oggi, da molti “storici” della sua generazione. Con l’avvento di Murillo, dal 2007, l’FSLN ha iniziato ad presentarsi sotto nuove sigle: dapprima come CPC, poi come GPC (Gabinetes del Poder Ciudadano) e CLS (Comités de Liderazgo Sandinista), e, più di recente, come Gabinetes de la Familia, Salud y Vida, in una continua profusione di nuove strutture, nutrite di giovani di fresca militanza, a volte rafforzate dalla presenza di qualche vecchio segretario politico, ma tutti organizzati secondo una struttura verticale e centralizzata.
Ortega: il grande arbitro
Oltre alle tensioni generate tra questi due gruppi – i giovani e gli “storici” –, all’interno dell’FSLN si contendono il potere già dagli anni ‘80, da un lato, il cosiddetto “blocco degli imprenditori” – tutti “storici” – e il resto degli “storici”, che a loro volta si possono suddividere fra quanti provengono da strutture militari e quanti erano impegnati in organizzazioni sociali. Del “blocco degli imprenditori” faceva parte Lewites (morto nel 2006, ndr) e ad esso fanno ancora riferimento Marenco, Manuel Coronel Kautz – oggi alla testa della Commissione del Grande Canale – e Bayardo Arce, che lo guida da anni, sempre all’ombra di Humberto Ortega (fratello di Daniel, ndr).
Nel primo mandato del governo Ortega, Murillo ha provocato “il punto di inflessione”, appoggiandosi agli “storico-sociali”. Da sempre, in tutte le controversie tra questi gruppi, l’indispensabile arbitro è stato Daniel Ortega, il che gli conferisce un potere quasi totale.
Un terremoto interno
Dall’incarico di segretario di organizzazione dell’FSLN, nell’esercizio del quale aveva dimostrato tutta la sua efficienza, Cerna è stato rimosso nel Maggio 2011, in uno scenario pre-elettorale, in cui Ortega puntava ad essere illegalmente rieletto nel Novembre dello stesso anno.
Le destituzioni, i cambiamenti e le nomine che si sono susseguite sono state prodotte dal sisma interno causato dalla defenestrazione di Cerna. Si trattava di “ordini superiori” di Rosario Murillo.
Ad esempio, nel Gennaio 2012 – dopo la rielezione di Ortega – Estela Calderón, sorella di Manuel Calderón, un sottoposto di Cerna, destituito improvvisamente dal Comune di León, denunciava così l’accaduto: «Lei (cioè Rosario Murillo, ndr) è la causa principale della divisione interna del Fronte; si è via via circondata di candidati, funzionari e politici a lei fedeli». Le ha fatto eco il fratello Manuel Calderón: «È stata lei a dare l’ordine. Sono stato costretto a dimettermi perché non seguivo la linea politica che si stava profilando a suo favore. La compañera Rosario Murillo aspira alla Presidenza e sta lavorando per creare le condizioni a lei favorevoli».
Fine di un altro ciclo
Quali furono, dunque, le ragioni per destituire Cerna da un incarico così importante? Il giornalista William Grigsby, ascrivibile al gruppo degli “storico-sociali”, lo spiegava così, in quei giorni, nel programma televisivo Cuarto Poder: «Il ciclo di Lenín Cerna si è concluso. L’FSLN dispone già di due nuove strutture: la rete elettorale da lui creata ed un nuovo impianto politico. Lenín esce di scena perché l’FSLN non vuole più essere solo una macchina elettorale, ma un partito politico legato alla base».
Fu chiaro, allora, che la nuova struttura politica era costituita dai CPC, che non erano mai stati sotto il controllo di Cerna, e da qualche segretario politico già epurato e allontanato da Cerna.
Sono trascorsi due anni di una fase in cui Murillo appariva come vincitrice assoluta e con il pieno controllo del partito di governo. Con il ritorno sulla scena di Cerna sembra essersi chiuso quel ciclo per dar luogo ad un altro, con una nuova riarticolazione di forze nell’FSLN e con una redistribuzione maggiormente diversificata degli spazi istituzionali dello Stato, ma sempre con Daniel Ortega nel ruolo di arbitro supremo di tutte le forze che occupano tali spazi. Renderà ciò più acuta l’instabilità giuridica del Paese?
“Non ci deve essere alcun dubbio”
La più grave espressione dell’instabilità giuridica in cui versa il Nicaragua è rappresentata dalla concessione all’imprenditore cinese Wang Jing per la costruzione del canale interoceanico, firmata nel Giugno scorso dal presidente Ortega, che viola almeno 40 articoli della Costituzione. In sole due settimane di Settembre, la Corte Suprema di Giustizia ha ricevuto il numero record di 32 ricorsi per incostituzionalità presentati da 182 nicaraguensi, tra membri delle organizzazioni politiche, gruppi civici, di donne, giovani e singole personalità di tutto il Paese.
Anticipando la sentenza della Corte su questi ricorsi, il magistrato Rafael Solís ha dichiarato che saranno presi tutti in esame e saranno scartati quelli che non rispettano i requisiti e costituiscono una «pura manipolazione politica». Ed ha annunciato che si troverà «presto» una soluzione perché «di fronte ad un investimento così grande non ci deve essere alcun dubbio giuridico».
Tuttavia, dubbi di ogni tipo, giuridico, sociale, economico e in particolar modo ambientale, continuano ad esserci. E sono roventi. Il 13 Agosto, si è svolto presso l’Università Centroamericana (UCA) un secondo forum, promosso dalla Accademia delle Scienze del Nicaragua, per discutere del progetto di canale. Nel pomeriggio dello stesso giorno, i grandi imprenditori del Consiglio Superiore dell’Impresa Privata (COSEP) e la Camera di Commercio Americana (AMCHAM) hanno ascoltato il portavoce della compagnia di Wang Jing ed uno dei consulenti impegnati nella valutazione di impatto ambientale.
Scetticismo a livello internazionale
Il forum dell’UCA è stato inaugurato da Jorge Huete, presidente dell’Accademia e biologo molecolare, che ha sottolineato come l’evento rappresenti una sfida per «la piccola comunità scientifica» del Nicaragua, la quale aspira a influire nelle scelte di chi decide. In realtà, nel pranzo di lavoro, i rappresentanti dell’imprenditore cinese non sono stati all’altezza della sfida e non hanno fornito risposte soddisfacenti alle preoccupazioni esposte dall’élite imprenditoriale.
All’incontro, era presente lo scienziato nicaraguense Pedro José Álvarez, ingegnere ambientale e docente universitario negli Stati Uniti e in Cina, il quale ha parlato dello scetticismo che si percepisce al livello internazionale sul progetto, «pur essendo una vecchia idea». Ed ha insistito sul fatto che questo, come qualsiasi mega-progetto, deve rispondere alla «giustizia intergenerazionale», ovvero, essere «economicamente fattibile, socialmente desiderabile e sostenibile dal punto di vista ambientale». Le principali criticità del progetto, secondo Álvarez, riguardano gli aspetti ambientali. Tra esse, i danni che il canale causerebbe alle acque del lago Cocibolca: una fuoriuscita di petrolio nel lago, ad esempio, provocherebbe un disastro di proporzioni enormi, se si considera che le megapetroliere che lo attraverserebbero trasportano fino a due milioni di barili di greggio. Altro danno sarebbe causato dall’introduzione, attraverso il passaggio delle navi, di specie non autoctone che comprometterebbero la biodiversità locale.
Da parte sua, il giurista e ordinario di Diritto Alejandro Aguilar ha analizzato approfonditamente il processo che ha portato al contratto e alla concessione, sottolineando con sconcerto come sia stato battuto un record mondiale: in soli 42 giorni è stato elaborato un contratto per un progetto che “vincola” il Nicaragua per i prossimi cento anni. Aguilar ha, tra l’altro, letto vari paragrafi dell’accordo che risultano incomprensibili, scritti in tutta fretta e in inglese.
“Un inno al riciclaggio di denaro”
L’esperto di diritto tributario, Julio Francisco Báez, ha analizzato quella che ha definito «distruzione della logica delle finanze pubbliche» contenuta nella concessione, in quanto al concessionario non solo non viene richiesto il pagamento di alcuna imposta, ma si prevede che venga indennizzato in caso decida di fare ricorso contro lo Stato. Báez ha bollato come un «inno al riciclaggio di denaro» quegli articoli dell’accordo che stabiliscono che, né gli investimenti, né i beni e servizi che entrino nel Paese per la costruzione del Canale dovranno essere registrati in qualche istituzione nazionale, né dovranno pagare tasse, né occorrerà dichiarare la loro provenienza. «Non esiste al mondo una concessione come questa, in cui il concessionario non abbia alcuna responsabilità», ha concluso Báez, indignato.
Salvador Montenegro, ecologo e direttore del Centro di Ricerche sulle Risorse Idriche dell’Università Nazionale, ha sostenuto che, anche se il Nicaragua è un paese ricco di acqua, «non siamo stati capaci di trasformare l’acqua in sviluppo». In tal senso, ha proposto di utilizzare le acque del lago Cocibolca, non per farle attraversare da un canale, ma per vendere acqua a El Salvador e al Nord del Costa Rica, che sperimentano gravi scarsità del prezioso liquido. «Nessun affare sarebbe più proficuo per il Nicaragua», ha affermato, aggiungendo che secondo alcuni calcoli già fatti, tale progetto potrebbe portare nelle casse del Paese 3 milioni di dollari al giorno. Ai primi di Agosto, Montenegro ha scritto a Wang Jing che, anziché costruire il canale, «ci sono opzioni migliori per sfruttare» il lago Cocibolca.
“Senza imbrogli e senza brutalità”
Il pranzo di lavoro promosso dall’élite imprenditoriale aveva come esca il titolo: L’opportunità del Grande Canale di Nicaragua. L’inizio e le sfide da superare. Prima di dare la parola al portavoce di Wang Jing, il boliviano Ronald McLean Abaroa, e al consulente nicaraguense ed ecologo Alberto Vega, della società ERM, incaricata di svolgere gli studi sull’impatto ambientale, il presidente della AMCHAM, Diego Vargas, ha preso posizione con un discorso che intendeva dare il senso dell’evento. Pur riconoscendo che il progetto di canale ha suscitato «entusiasmo» nella grande impresa privata, ha ricordato i due aspetti più inquietanti dell’accordo: l’esproprio di terre per la realizzazione del megaprogetto e la consegna nelle mani del concessionario delle riserve internazionali della Banca Centrale, in caso di reclami o problemi che si possono presentare. Ed ha aggiunto: «Un’ultima cosa, ma non meno importante. Ascoltatemi bene: se volete che il settore privato nazionale ed internazionale accompagni questa grande idea, noi siamo disponibili. Siamo pronti. Senza esitazione. Questo sì: senza imbrogli, brutalità, carte truccate, favoritismi, vizi che in passato hanno impedito che il Canale di Nicaragua divenisse realtà... Bisogna vedere le cose in una giusta dimensione. Trasparente. Chiara. Questo ci meritiamo e questo è il minimo che come cittadini, prima ancora che imprenditori, pretendiamo dagli attori di questo progetto: trasparenza. Per questo siamo qui, per questo siamo venuti».
Tuttavia, né il portavoce, né il consulente di Wang Jing sono riusciti a fugare le preoccupazioni degli imprenditori. Nessuna nuova informazione è stata fornita sul progetto: né sul possibile percorso, né sui costi del progetto o degli studi preliminari, né sulle date e scadenze previste, tantomeno su come si procederà per gli espropri di terra…
«Ci sono molte cose che vorremmo dirvi, ma nemmeno noi abbiamo queste informazioni, siamo in procinto di scoprire la verità», ha affermato il portavoce, che si è dedicato a esaltare il prestigio delle imprese contrattate da Wang Jing. Dal canto suo, Vega ha, invece, declinato qualsiasi commento sugli studi di impatto ambientale, adducendo un obbligo di riservatezza al riguardo, impostogli dal contratto.
Le tasche senza fondo di Wang Jing
In questo panorama incerto sia a livello civico che imprenditoriale, si continuano a stipulare contratti e consulenze; spese milionarie che, secondo McLean, vengono sostenute dalle tasche di Wang Jing, disposto a spendere 900 milioni di dollari del suo patrimonio personale per gli studi preliminari del progetto; sul quale si leggono commenti così retorici come il seguente, apparso sul sito ufficiale della società HKND, di cui lui è l’unico dirigente: «Le caratteristiche essenziali della natura umana, come la saggezza, il coraggio, la perseveranza e la tolleranza convergono durante la crescita dell’umanità e lo sviluppo della società, creando sempre più opportunità nel mondo. Anche se non mancano le sfide connesse a questo progetto, andremo avanti con piena fiducia». E ancora: «Nel corso della storia, ogni inizio di una nuova epoca e ogni raggiungimento di un importante traguardo rappresentano la vittoria per aver superato quelle sfide che ci spingono ad andare avanti senza sosta. Uniamoci per rispondere all’eterno appello dell’umanità che ci invita a superare noi stessi. Assumiamoci la responsabilità di guidare il futuro e servire il mondo, e avanziamo verso il successo di questo progetto e verso un mondo migliore. Cambieremo il mondo; realizzare questo sogno porterà più felicità, più libertà e più gioia nel mondo».
SOS per il Cocibolca
Questo mese, la compagnia di Wang Jing, HKND, ha reso noto di aver contrattato due nuove società, la belga SBE, specializzata in chiuse e canali idraulici, e l’australiana MEC Mining, che si occupa di fornire «soluzioni tecniche» a progetti minerari a cielo aperto e che farà da consulente «nella progettazione dello scavo del Canale e nella gestione dei rifiuti».
Riguardo agli scavi, lo scienziato Pedro José Alvarez ha avvertito sulla possibilità che, essendo il lago Cocibolca poco profondo e dovendo scavare una fossa di 80 kilometri di lunghezza e mezzo chilometro di larghezza per consentire il passaggio di navi di enorme stazza, si debba ricorrere alla dinamite per aprire un varco nel fondo del lago, dal momento che esso è composto da rocce basaltiche.
Quanto ai rifiuti che lo scavo provocherà in un lago incline per sua natura alla sedimentazione, Montenegro è stato tassativo: «Costerà loro di più il dragaggio continuo del Cocibolca, per ripulirlo dai sedimenti, che costruire il Canale».
La fretta di Wang Jing
A metà Agosto, personale della compagnia britannica ERM, incaricata dello studio ambientale, ha ispezionato per tre giorni, sorvolando la zona su elicotteri dell’Esercito e, pure, per via lacustre e terrestre, diverse zone del Paese per valutare le possibili rotte del Canale.
A fine Agosto, Laureano Ortega Murillo (figlio della coppia presidenziale, ndr) ha presentato all’opinione pubblica 52 esperti cinesi, arrivati in Nicaragua guidati dal gruppo Mo Xiaoling, della compagnia China Railway Construction Corporation, per realizzare gli studi di fattibilità. Mo Xiaoling ha annunciato l’imminente arrivo di un altro gruppo di cinesi «esperti in perforazioni».
La fretta che anima gli investitori è stata sottolineata dal portavoce McLean, in dichiarazioni a La Prensa: «Gli imprenditori e i sognatori vogliono che lo studio sia completato… ieri e che la costruzione inizi domani. Abbiamo l’ordine di accelerare al massimo perché Wang Jing vuole che questo progetto sia concluso rapidamente».
Nel Luglio scorso, Wang Jing ha annunciato che la costruzione del Canale inizierà nel Dicembre 2014. Finora, sembra essere l’unico a conoscere questa data.
Tempi di crisi morale
Quando i fautori dell’iniziativa unitaria dell’opposizione si impegnano a non cadere nei «vizi che hanno minato la credibilità dell’esercizio della politica» e denunciano molti di quei vizi, stanno parlando di una crisi morale. Nel riassetto di forze interno al partito di governo si possono intravedere i riflessi di una crisi morale nella quale si agitano quegli stessi vizi. Nei ricorsi per incostituzionalità presentati da decine di nicaraguensi circa la scandalosa concessione canalera, compaiono continui riferimenti ad una crisi morale che traspare dagli immorali contenuti giuridici dell’accordo Ortega-Wang.
Il quadro nazionale è di grande incertezza. Per l’opposizione, spinta ad unirsi per l’impatto politico ed emotivo della concessione per il Canale, la sfida è enorme. Il futuro di questo progetto è incerto. Anche la sfida di cui il partito di governo si fa carico nel riorganizzare le sue forze è grande e anch’esso si muove in un contesto di incertezze.
La crisi morale richiede risposte morali, guidate dalla morale del bene comune. Un verso della Divina Commedia di Dante Alighieri ha risuonato nel forum della UCA: «I luoghi più oscuri dell’inferno sono riservati a coloro che mantengono la propria neutralità in tempi di crisi morale». Se è tempo di crisi morale non può essere tempo di neutralità. Non ce lo possiamo permettere.

NICARAGUA / Governo e opposizione a prova di Canale

Parte significativa dell’opposizione si unifica e organizza per fronteggiare meglio il partito al governo; il quale, non da meno, annuncia un riassetto delle proprie forze. Due iniziative politiche che invitano a riflettere sul bene del Nicaragua, Paese “dato in concessione”, qualche mese fa, a un imprenditore cinese.

Traduzione di Barbara Todaro. Redazione di Marco Cantarelli.

Martedì 20 Agosto, in un hotel di Managua, alla presenza di delegati provenienti da tutto il Paese, è stato firmato l’atto costitutivo della nuova formazione politica Unità per la Repubblica (UNIR). Il documento sancisce l’accordo di dirigenti e rappresentanti di 14 realtà dell’opposizione politica e sociale al «governo dittatoriale di Ortega».

Il giorno dopo, mercoledì 21 Agosto, in un evento celebrato nell’auditorium dell’Università Nazionale di León (un centinaio di chilometri a Nord-Ovest della capitale, ndr), di fronte a funzionari giudiziari della regione d’Occidente, l’ex colonnello in pensione, Lenín Cerna, è stato presentato dal consigliere economico del presidente Daniel Ortega, Bayardo Arce, come nuovo «coordinatore del Potere Giudiziario».

Da Novembre 2008 a Giugno 2013

Il processo di unificazione dell’opposizione, che ha portato alla neonata Unità per la Repubblica, è durato svariati mesi ed è stato caratterizzato da alti e bassi causati da reciproci sospetti, conflitti dovuti a ansie di protagonismo, rivalità, accuse, scarsa lungimiranza…

Se, dal 2007 ad oggi, il progetto politico di Ortega si è andato consolidando, l’opposizione si è, invece, sempre più dispersa e frammentata. Del tutto effimero è stato il momento in cui si era unita per denunciare i brogli elettorali nelle elezioni municipali del 2008 – quando Ortega è sembrato deciso a seguire il consiglio del defunto Tomás Borge: «Io gli dicevo a Daniel Ortega: che dicano quello che vogliono, facciamo quello che dobbiamo fare, l’unica cosa che non possiamo permetterci è di perdere il potere» –.

Senza brogli elettorali nelle due elezioni municipali (2008 e 2012), in quelle presidenziali (2011) e in quelle regionali nella costa caraibica (2009), Ortega avrebbe perso il potere? Questa domanda, fondamentale per qualsivoglia analisi della situazione attuale del Nicaragua, trova una risposta ambigua se consideriamo la prolungata frammentazione e dispersione delle forze di opposizione. Nei quasi cinque anni seguiti a quella comprovata frode, l’opposizione ha vagato per vie contraddittorie e divagato con discorsi poco convincenti. A differenza dell’opposizione venezuelana al chavismo, riunita attorno alla candidatura presidenziale di Enrique Capriles, prima e dopo le elezioni, in Nicaragua lo sforzo unitario sviluppatosi intorno alla candidatura presidenziale di Fabio Gadea (2011) non è durato più di un mese da quelle elezioni. Da subito, è tornata l’entropia politica, dissipando in rivalità e ambizioni quell’energia che aveva unificato l’opposizione.

Il Canale: la goccia che ha fatto traboccare il vaso

Parimenti, possiamo stabilire una data che ha forzato, facilitato o contribuito al processo di unificazione dell’opposizione, segnandone l’inizio: Giugno 2013.

L’impatto politico – ed emotivo – suscitato dalla concessione data all’imprenditore cinese Wang Jing per la realizzazione del canale interoceanico, sembra la goccia che ha fatto traboccare il vaso della disgregazione e favorito l’attuale sforzo unitario. La concessione, infatti, è sancita da una legge che, senza gara e senza alcuna consultazione civica previa, consegna di fatto il Paese, il suo territorio, le sue acque, le sue risorse e, per la durata di un secolo, rinuncia persino alla sua Costituzione, alle sue leggi, alle sue riserve monetarie, in cambio di un “taglio” del territorio con la costruzione di un Grande Canale.

Il tempo, che scandisce meglio di chiunque altro le date in cui i fatti diventeranno eventi, dirà se questo “calendario” sia corretto o meno.

“Una coalizione politico-sociale”

Hanno firmato l’atto costitutivo dell’Unità per la Repubblica il gruppo parlamentare denominato la Bancada Democrática, che riunisce 22 deputati del Partito Liberale Indipendente (PLI) e 2 del Movimento Rinnovatore Sandinista (MRS); quindi, i due partiti citati, oltre al Partito Azione Civica e a due correnti nate dal Partito Liberale Costituzionalista (PLC), ovvero, la Corrente Liberale con Visione di Nazione e il Movimento Liberale Costituzionalista “Ramiro Sacasa”.

Essendo, secondo i suoi fondatori, una «coalizione politico-sociale», vi hanno aderito anche “movimenti sociali” quali: la Confederazione dei Maestri del ministero dell’Istruzione, il Gruppo Patriottico dei Militari in Pensione, il Movimento per il Nicaragua, il Movimento Autonomo delle Donne, la Gioventù Democratica Nicaraguense, il Gruppo di Riflessione e Partecipazione Civica, il Gruppo di Riflessione della Sinistra e l’Unione Civica per la Democrazia.

L’Unità è presentata dai suoi promotori come «un’alleanza di organizzazioni di sinistra, centro e destra». Considerando che in Nicaragua la tradizionale divisione è ancora valida e viste le origini sandiniste dei suoi rappresentanti, si possono collocare a sinistra gli otto “movimenti sociali” firmatari: gruppi, tuttavia, numericamente esigui, con una rappresentazione più mediatica che una reale rappresentanza di base. Tra i partiti politici, a sinistra troviamo MRS e PAC. La destra e il centro sono rappresentati dai liberali del PLI e dai due gruppi staccatisi dal PLC, composti da dirigenti e militanti di base, alcuni separatisi a metà del 2010 per sostenere la candidatura alla presidenza di Fabio Gadea, altri nell’Aprile 2012, in dissenso con la linea del PLC guidato da Arnoldo Alemán.

Il PLC, ancora gestito da Alemán, è l’unica forza politica esclusa dall’Unità per la Repubblica; il che consente al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) di poter continuare a giocare questa “carta”, puntando ad accordi, cooptazioni e spartizioni di prebende tra i membri dell’opposizione, per mantenere quest’ultima frammentata e divisa.

È stato molto importante, sia dal punto di vista politico che simbolico, che alla firma dell’atto costitutivo dell’UNIR sedessero in prima fila, invitati in qualità di osservatori e garanti, Fabio Gadea ed Edmundo Jarquín, candidati alla presidenza dall’effimera unità raggiunta dall’opposizione nelle elezioni del 2011. Da allora, Gadea mantiene intatta la sua leadership sia a destra, che a sinistra e al centro.

Due forze in tensione

Osservando la neonata creatura – venuta alla luce, come sottolineano i suoi artefici, in un momento positivo perché lontana da scadenze elettorali –, e in attesa di vedere come cresce e si sviluppa, se matura e si riproduce, è chiaro che due sono le principali forze politiche, oggi alleate, in lotta al suo interno: il PLI, con l’ex candidato presidenziale Eduardo Montea­legre da anni alla guida, e l’MRS che avanza, pur tra le difficoltà, promuovendo e mettendo in pratica una leadership collettiva.

All’interno della nuova creatura, due sono le tendenze contrapposte: la vocazione caudillista di Montealegre e del gruppo di suoi seguaci, e quella dell’MRS di guidare un progetto di unità nazionale. In altre parole, da una parte, si tende alla ricerca di una candidatura presidenziale, dall’altra, di un’ampia alleanza. Sono, dunque, due i modelli che si propongono per questo cammino di unità: un processo elettorale guidato da un caudillo, oppure diretto da una coalizione con una leadership più condivisa.

Dal punto di vista quantitativo, si tratta di due forze diseguali, con uno sbilanciamento a favore del PLI. L’ultima volta che l’MRS partecipò, presentandosi da solo, alle elezioni presidenziali (2006) ottenne il 6,3% dei voti, a livello nazionale. Allora non esisteva il PLI: quell’anno, infatti, alla testa del partito ALN (Alleanza Liberale Nicaraguense) Montealegre si piazzò al secondo posto, con il 28% dei voti. Nel 2008, l’MRS si vide cancellata la personalità giuridica e da allora ha partecipato al voto, alleandosi prima con il liberalismo guidato da Montealegre, nelle elezioni municipali del 2008, e quindi appoggiando la candidatura unitaria del liberale Fabio Gadea nelle elezioni presidenziali del 2011, quando la maggioranza dei seggi ottenuti andò a candidati liberali.

PLI: limiti e tensioni

Tuttavia, negli ultimi due anni, il contributo dei deputati del PLI nell’Assemblea Nazionale è stato piuttosto evanescente. Sono apparsi impotenti, paralizzati o rassegnati di fronte all’inarrestabile “rullo compressore” rappresentato dalla maggioranza parlamentare dell’FSLN, forte di 63 deputati, ottenuta grazie ai brogli nelle elezioni del 2011. Il dover fronteggiare i legislatori del partito di governo in condizioni numericamente così sfavorevoli ha limitato molto, fino ad oscurare del tutto il lavoro dell’opposizione.

Tuttavia, non sono state queste le uniche difficoltà. Sono sorte anche tensioni all’interno del PLI per il modo in cui Montealegre – suo coordinatore politico del partito – , più che coordinare il partito, lo controlla, sia dal punto di vista politico che finanziario, sempre tentato dal raggiungere un accordo con l’FSLN per ottenere quote di potere che consacrino la sua leadership.

Forse, la partecipazione del PLI alla nuova iniziativa unitaria fungerà da freno alle velleità politiche di Montealegre e rafforzerà le posizioni critiche che è andato suscitando all’interno sia del partito che del gruppo parlamentare. Costruita questa diga, l’MRS – privo di personalità giuridica a causa di una delle molte illegalità del Potere Elettorale, ma caratterizzato da una crescente personalità politica –, forse, conoscerà momenti migliori e raccoglierà i frutti del suo impegno: riorganizzandosi a livello locale e crescendo dal basso, invece che calando personalità dall’alto, con un progetto nazionale accettato e condiviso da tutti.

Firmati sette accordi

Il 20 Agosto scorso, alla firma dell’atto costitutivo dell’Unità per la Repubblica, dietro al tavolo della presidenza c’era una bandiera del Nicaragua ed un grande manifesto raffigurante il volto di Bolívar con la sua celebre frase pronunciata durante il Congresso di Angostura (1816): «Niente è più pericoloso del lasciare che uno stesso cittadino permanga al potere per lungo tempo. Il popolo si abitua a obbedirgli ed egli si abitua a comandarlo; da ciò ha origine l’usurpazione e la tirannia».

Il documento che contiene gli impegni per contrastare il «cittadino al potere» (cioè Daniel Ortega, ndr) è stato letto dall’ottuagenario e illustre maestro formatore di intere generazioni, Carlos Tünnermann.

Le organizzazioni politiche e sociali firmatarie hanno sottoscritto sette impegni:

1)      «Lottare per creare un’istituzionalità democratica e repubblicana, che sia fondata sulla dignità e su uno sviluppo sociale ed economico equo».

2)      «Combattere la dittatura e la corruzione orteguistas».

3)      «Ristabilire uno Stato di diritto con piena partecipazione della cittadinanza e pieno rispetto dei suoi diritti civili, politici, sociali e culturali».

4)      «Far prevalere il rispetto del diritto dei cittadini ad eleggere ed essere eletti in processi elettorali equi, limpidi e trasparenti».

5)      «Sradicare dalle nostre abitudini e comportamenti il caudillismo, il personalismo, l’egemonismo, il nepotismo, i patti e le prebende, vizi che hanno minato la credibilità nell’esercizio della politica e hanno seminato la discordia e il divisionismo».

6)      «Annullare e ripudiare l’accordo firmato da Daniel Ortega e Wang Jing, ed abrogare le leggi incostituzionali che lo hanno autorizzato, non appena cambino le circostanze politiche dittatoriali che hanno permesso di calpestare così vergognosamente la sovranità nazionale».

7)      «Appoggiare le giuste rivendicazioni sociali dei diversi settori del popolo nicaraguense, unendoci strettamente a queste lotte».

Tre decisioni

Per portare a termine questi impegni, che rappresentano il comune denominatore di questo eterogeneo gruppo, i firmatari hanno annunciato di aver preso «tre decisioni»:

1)      Lavorare «sulla base del consenso, della rappresentanza egualitaria e del rispetto dell’identità di ognuno degli aderenti, per sviluppare un ampio ventaglio di azioni coordinate di mobilitazione civile e di denuncia».

2)      «Promuovere un piano d’azione che veda protagonista la cittadinanza, con una chiara e continua comunicazione intergenerazionale, promovendo la partecipazione dei giovani e delle donne, e stimolando la nascita e il rafforzamento delle leadership locali».

3)      «Elaborare e proporre al più presto ai nicaraguensi un programma nazionale (Plan de Nación), di carattere programmatico e strategico a breve, medio e lungo termine, opportunamente concordato».

I sette impegni e le tre decisioni sono ambiziosi e presto metteranno alla prova la volontà di rimanere compatti e uniti. «Nell’immediato», come afferma l’atto costitutivo, la nuova formazione dovrà iniziare a mobilitarsi, avanzare proposte, formulare programmi…

L’efficacia dell’impegno civico

Oltre alla sfida di durare nel tempo, di crescere e guadagnarsi la fiducia della gente, la nuova coalizione deve affrontare un’altra sfida: rendere credibile la validità e l’efficacia della lotta civica, in contrapposizione alla lotta armata.

In questo momento, si tratta di una sfida fondamentale. Perché la frammentazione e la disgregazione dell’opposizione si sono manifestate anche attraverso la lotta armata che piccoli gruppi di opposizione hanno ripreso nelle montagne del Nord – teatro della guerra degli anni ‘80 –, dove combattono contro Esercito e Polizia, esprimendo così il proprio malcontento nei confronti dell’autoritarismo del governo.

Il campesinado, che vide nelle elezioni trasparenti del 1990 la via di uscita dalla guerra degli anni ‘80, oggi ha perso fiducia nel sistema elettorale. A deluderlo è anche la mancanza di opportunità che si vive nelle zone rurali, dove si assiste al ritorno della grande proprietà ed ad un’accelerata concentrazione di terre e di ricchezze, il che lo fa sentire messo da parte da una politica escludente. Varie sono le ragioni della “sollevazione” di questa gente ed altrettante le prove che dimostrano come questa sia una realtà con cui fare i conti. La testimonianza più autorevole in tal senso è quella dei vescovi delle zone interessate dal fenomeno, i quali insistono affinché il governo riconosca che dietro alle violenze ci sono motivazioni politiche e che non si tratta di gruppi delinquenziali, come invece affermano Esercito e Polizia. I vescovi chiedono al governo risposte che non siano la repressione, il controllo e le armi.

Dimostrare a questa popolazione contadina, tradizionalmente antisandinista, segnata dall’esperienza della guerra degli anni ‘80, che la via armata non rappresenta affatto una soluzione ai problemi del Paese significa dimostrarle che la via civica, anche se più lenta, è ugualmente efficace. Un compito fondamentale, per niente facile, per l’Unità per la Repubblica.

“Niente di ufficiale”

Il giorno successivo alla presentazione, a Managua, del nuovo sforzo unitario dell’opposizione, a León, in un evento cui erano stati convocati tutti i funzionari e impiegati del Potere Giudiziario di León e Chinandega, dai giudici fino agli addetti alle pulizie, Bayardo Arce, (ieri, membro della Direzione Nazionale sandinista ed, oggi, imprenditore e consigliere economico di Ortega, ndr), presentava Lenín Cerna – il cui ultimo incarico è stato quello di segretario di organizzazione dell’FSLN – come nuovo «coordinatore politico» del Potere Giudiziario. Qualcosa di simile, è successo anche a Masaya (una trentina di chilometri a Sud-Ovest della capitale, ndr) anche se non è stato documentato dai media.

La notizia dell’evento di León è stata preceduta da una breve intervista dello stesso Cerna, il 14 Agosto, mentre assisteva nell’Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale, ndr) al conferimento della Medaglia d’Onore concessa a Miguel D’Escoto, sacerdote ed ex ministro degli Esteri del Nicaragua, «per i suoi meriti come umanista e il suo instancabile impegno per la pace nel mondo». Alla domanda di Ramón Potosme, giornalista de La Prensa, su quale fosse il suo nuovo incarico (che giustificasse la sua presenza alla cerimonia, ndr), Cerna ha risposto: «Sono consigliere del presidente, faccio parte della sua squadra di collaboratori... Non credo ci sia qualcuno con maggiore autorevolezza del sottoscritto per stare nell’FSLN…».

Non appena appresa la notizia, sono fioccate le critiche sull’illegalità di tale incarico, peraltro non previsto dalla legge sul Potere Giudiziario; e, mentre il governo manteneva il massimo riserbo, la Corte Suprema di Giustizia è stata l’unica a rilasciare, il 25 Agosto, una dichiarazione in cui smentiva la notizia, accusando il quotidiano La Prensa di aver messo in atto «una campagna diffamatoria». Secondo Alba Luz Ramos, presidente della Corte: «Ufficialmente non è così, deve essere qualcosa di personale; nessuno me l’ha comunicato».

Breve ripasso

Per cercare di comprendere alcuni dei significati di un così eclatante ritorno di Lenín Cerna sulla scena politica, sia che l’incarico gli sia stato affidato ufficialmente o che l’abbia assunto personalmente, sia che l’abbia ottenuto per via istituzionale o su proposta di qualche organizzazione di categoria – come ha lasciato intendere la magistrata della Corte Juana Mendez – è opportuno un breve ripasso di dati e fatti recenti.

Lenín Cerna è una figura “storica” dell’FSLN​​. Oggi, la distinzione tra storici – la “vecchia guardia” –  e giovani – che hanno aderito al partito in epoche più recenti e hanno scarsa memoria storica del Fronte Sandinista – è fondamentale per capire le trasformazioni dell’FSLN e, pure, una delle contraddizioni e lotte che oggi attraversano il partito di governo.

Durante la lotta antisomozista, Cerna ha condiviso l’esperienza del carcere con Daniel Ortega per lunghi anni. Negli anni della Rivoluzione ha fatto parte del Ministero degli Interni ed ha diretto la Sicurezza dello Stato (cioè, il servizio segreto interno, ndr). Dopo la sconfitta elettorale del 1990, ha ottenuto il grado di colonnello dell’Esercito e si è mantenuto attivo nell’istituzione militare come consigliere per la Difesa e la Sicurezza.

Nel Marzo 1999, con Arnoldo Alemán presidente e il patto Alemán-Ortega in vigore, l’Esercito annunciò il ritiro di circa 200 ufficiali, tra i quali Cerna. Non appena appreso che quest’ultimo non  faceva più parte dei ranghi militari, la Commissione Permanente per i Diritti Umani (CPDH) dichiarò che lo avrebbe accusato di centinaia di violazioni dei diritti umani, di cui possedeva documentazione nei propri archivi. Daniel Ortega reagì dichiarando che quelli della Commissione «giocavano col fuoco» e che lui stesso avrebbe risposto di qualsiasi istanza nei confronti di Cerna: «Ogni accusa nei suoi confronti, è anche contro di me», disse. Ad Aprile dello stesso anno, subito dopo essersi ritirato, Cerna annunciò il suo ritorno tra le fila dell’FSLN, «per aiutarlo a vincere le elezioni».

Nel 2000, l’FSLN vinse le elezioni comunali, eleggendo Herty Lewites a sindaco di Managua. Tuttavia, Ortega perse le elezioni presidenziali del 2001 contro Enrique Bolaños. Grazie ai comandos electorales diretti da Cerna, meglio organizzati e ben addestrati, nel 2004, l’FSLN portò all’elezione di Dionisio Marenco a sindaco di Managua; quindi, nel 2006, Ortega salì alla presidenza della Repubblica, sconfiggendo Eduardo Montealegre. Nel 2008, l’FSLN ottenne la vittoria a Managua, eleggendo Alexis Argüello (già pugile di fama mondiale, morto nel 2009, suicida secondo la versione ufficiale, ma in circostanze mai pienamente chiarite, ndr) e in altre centinaia di Comuni, in elezioni denunciate e documentate come fraudolente.

2007: il punto di inflessione

Non c’è dubbio che la capacità organizzativa di Cerna abbia contribuito al ritorno al governo di Ortega e dell’FSLN.

In dichiarazioni rilasciate alla rivista envío, nel Dicembre 2007, la comandante guerrillera e deputata dell’FSLN (fino al 2001), Mónica Baltodano, così descriveva la trasformazione avvenuta all’interno dell’FSLN a partire dal patto Ortega-Alemán (1999): «La struttura del Fronte Sandinista si è andata indebolendo sempre più. L’organizzazione si è ridotta drasticamente e, alla fine, il Fronte è diventato soltanto una struttura elettorale: forte di circa 30 mila fra rappresentanti di lista e scrutatori, persone che, tuttavia, nemmeno si dedicavano ad azioni di proselitismo. Tale struttura si è mantenuta in forma organizzata esclusivamente per difendere il voto durante le elezioni, subordinata al segretario di organizzazione, Lenín Cerna».

Nel Settembre 2008, poco prima si compissero i primi due anni di governo del presidente Ortega, Dionisio Ma­renco – ormai prossimo alla scadenza del suo mandato al Comune di Managua, confortato da un alto indice di popolarità –, intervistato da envío, individuava il «punto di inflessione» dell’FSLN nella creazione, nel 2007, dei Consigli del Potere Civico (CPC), descritti come parte di «una strategia per monopolizzare l’organizzazione del partito», diretta da Rosario Murillo, nominata dal neoeletto presidente Ortega (di cui è moglie, ndr), come Coordinatrice di Comunicazione e Cittadinanza, struttura alla quale Ortega stesso dichiarò di avere concesso il 50% del potere.

L’opinione di Marenco su tale “inflessione” era condivisa, allora come oggi, da molti “storici” della sua generazione. Con l’avvento di Murillo, dal 2007, l’FSLN ha iniziato ad presentarsi sotto nuove sigle: dapprima come CPC, poi come GPC (Gabinetes del Poder Ciudadano) e CLS (Comités de Liderazgo Sandi­nista), e, più di recente, come Gabinetes de la Familia, Salud y Vida, in una continua profusione di nuove strutture, nutrite di giovani di fresca militanza, a volte rafforzate dalla presenza di qualche vecchio segretario politico, ma tutti organizzati secondo una struttura verticale e centralizzata.

Ortega: il grande arbitro


Oltre alle tensioni generate tra questi due gruppi i giovani e glistorici” –, all’interno dell’FSLN si contendono il potere già dagli anni ‘80, da un lato, il cosiddetto “blocco degli imprenditori” – tutti “storici” – e il resto degli “storici”, che a loro volta si possono suddividere fra quanti provengono da strutture militari e quanti erano impegnati in organizzazioni sociali. Del “blocco degli imprenditori” faceva parte Lewites (morto nel 2006, ndr) e ad esso fanno ancora riferimento Marenco, Manuel Coronel Kautz – oggi alla testa della Commissione del Grande Canale e Bayardo Arce, che lo guida da anni, sempre all’ombra di Humberto Ortega (fratello di Daniel, ndr).

Nel primo mandato del governo Ortega, Murillo ha provocato “il punto di inflessione”, appoggiandosi agli “storico-sociali”. Da sempre, in tutte le controversie tra questi gruppi, l’indispensabile arbitro è stato Daniel Ortega, il che gli conferisce un potere quasi totale.

Un terremoto interno


Dall’incarico di segretario di organizzazione dell’FSLN, nell’esercizio del quale aveva dimostrato tutta la sua efficienza, Cerna è stato rimosso nel Maggio 2011, in uno scenario pre-elettorale, in cui Ortega puntava ad essere illegalmente rieletto nel Novembre dello stesso anno.

Le destituzioni, i cambiamenti e le nomine che si sono susseguite sono state prodotte dal sisma interno causato dalla defenestrazione di Cerna. Si trattava di “ordini superiori” di Rosario Murillo.
Ad esempio, nel Gennaio 2012 – dopo la rielezione di Ortega Estela Calderón, sorella di Manuel Calderón, un sottoposto di Cerna, destituito improvvisamente dal Comune di León, denunciava così l’accaduto: «Lei (cioè Rosario Murillo, ndr) è la causa principale della divisione interna del Fronte; si è via via circondata di candidati, funzionari e politici a lei fedeli». Le ha fatto eco il fratello Manuel Calderón: «È stata lei a dare l’ordine. Sono stato costretto a dimettermi perché non seguivo la linea politica che si stava profilando a suo favore. La compañera Rosario Murillo aspira alla Presidenza e sta lavorando per creare le condizioni a lei favorevoli».

Fine di un altro ciclo

Quali furono, dunque, le ragioni per destituire Cerna da un incarico così importante? Il giornalista William Grigsby, ascrivibile al gruppo degli “storico-sociali”, lo spiegava così, in quei giorni, nel programma televisivo Cuarto Poder: «Il ciclo di Lenín Cerna si è concluso. L’FSLN dispone già di due nuove strutture: la rete elettorale da lui creata ed un nuovo impianto politico. Lenín esce di scena perché l’FSLN non vuole più essere solo una macchina elettorale, ma un partito politico legato alla base».

Fu chiaro, allora, che la nuova struttura politica era costituita dai CPC, che non erano mai stati sotto il controllo di Cerna, e da qualche segretario politico già epurato e allontanato da Cerna.

Sono trascorsi due anni di una fase in cui Murillo appariva come vincitrice assoluta e con il pieno controllo del partito di governo. Con il ritorno sulla scena di Cerna sembra essersi chiuso quel ciclo per dar luogo ad un altro, con una nuova riarticolazione di forze nell’FSLN e con una redistribuzione maggiormente diversificata degli spazi istituzionali dello Stato, ma sempre con Daniel Ortega nel ruolo di arbitro supremo di tutte le forze che occupano tali spazi. Renderà ciò più acuta l’instabilità giuridica del Paese?

“Non ci deve essere alcun dubbio”

La più grave espressione dell’instabilità giuridica in cui versa il Nicaragua è rappresentata dalla concessione all’imprenditore cinese Wang Jing per la costruzione del canale interoceanico, firmata nel Giugno scorso dal presidente Ortega, che viola almeno 40 articoli della Costituzione. In sole due settimane di Settembre, la Corte Suprema di Giustizia ha ricevuto il numero record di 32 ricorsi per incostituzionalità presentati da 182 nicaraguensi, tra membri delle organizzazioni politiche, gruppi civici, di donne, giovani e singole personalità di tutto il Paese.

Anticipando la sentenza della Corte su questi ricorsi, il magistrato Rafael Solís ha dichiarato che saranno presi tutti in esame e saranno scartati quelli che non rispettano i requisiti e costituiscono una «pura manipolazione politica». Ed ha annunciato che si troverà «presto» una soluzione perché «di fronte ad un investimento così grande non ci deve essere alcun dubbio giuridico».

Tuttavia, dubbi di ogni tipo, giuridico, sociale, economico e in particolar modo ambientale, continuano ad esserci. E sono roventi. Il 13 Agosto, si è svolto presso l’Università Centroamericana (UCA) un secondo forum, promosso dalla Accademia delle Scienze del Nicaragua, per discutere del progetto di canale. Nel pomeriggio dello stesso giorno, i grandi imprenditori del Consiglio Superiore dell’Impresa Privata (COSEP) e la Camera di Commercio Americana (AMCHAM) hanno ascoltato il portavoce della compagnia di Wang Jing ed uno dei consulenti impegnati nella valutazione di impatto ambientale.

Scetticismo a livello internazionale

Il forum dell’UCA è stato inaugurato da Jorge Huete, presidente dell’Accademia e biologo molecolare, che ha sottolineato come l’evento rappresenti una sfida per «la piccola comunità scientifica» del Nicaragua, la quale aspira a influire nelle scelte di chi decide. In realtà, nel pranzo di lavoro, i rappresentanti dell’imprenditore cinese non sono stati all’altezza della sfida e non hanno fornito risposte soddisfacenti alle preoccupazioni esposte dall’élite imprenditoriale.

All’incontro, era presente lo scienziato nicaraguense Pedro José Álvarez, ingegnere ambientale e docente universitario negli Stati Uniti e in Cina, il quale ha parlato dello scetticismo che si percepisce al livello internazionale sul progetto, «pur essendo una vecchia idea». Ed ha insistito sul fatto che questo, come qualsiasi mega-progetto, deve rispondere alla «giustizia intergenerazionale», ovvero, essere «economicamente fattibile, socialmente desiderabile e sostenibile dal punto di vista ambientale». Le principali criticità del progetto, secondo Álvarez, riguardano gli aspetti ambientali. Tra esse, i danni che il canale causerebbe alle acque del lago Cocibolca: una fuoriuscita di petrolio nel lago, ad esempio, provocherebbe un disastro di proporzioni enormi, se si considera che le megapetroliere che lo attraverserebbero trasportano fino a due milioni di barili di greggio. Altro danno sarebbe causato dall’introduzione, attraverso il passaggio delle navi, di specie non autoctone che comprometterebbero la biodiversità locale.

Da parte sua, il giurista e ordinario di Diritto Alejandro Aguilar ha analizzato approfonditamente il processo che ha portato al contratto e alla concessione, sottolineando con sconcerto come sia stato battuto un record mondiale: in soli 42 giorni è stato elaborato un contratto per un progetto che “vincola” il Nicaragua per i prossimi cento anni. Aguilar ha, tra l’altro, letto vari paragrafi dell’accordo che risultano incomprensibili, scritti in tutta fretta e in inglese.

“Un inno al riciclaggio di denaro”

L’esperto di diritto tributario, Julio Francisco Báez, ha analizzato quella che ha definito «distruzione della logica delle finanze pubbliche» contenuta nella concessione, in quanto al concessionario non solo non viene richiesto il pagamento di alcuna imposta, ma si prevede che venga indennizzato in caso decida di fare ricorso contro lo Stato. Báez ha bollato come un «inno al riciclaggio di denaro» quegli articoli dell’accordo che stabiliscono che, né gli investimenti, né i beni e servizi che entrino nel Paese per la costruzione del Canale dovranno essere registrati in qualche istituzione nazionale, né dovranno pagare tasse, né occorrerà dichiarare la loro provenienza. «Non esiste al mondo una concessione come questa, in cui il concessionario non abbia alcuna responsabilità», ha concluso Báez, indignato.

Salvador Montenegro, ecologo e direttore del Centro di Ricerche sulle Risorse Idriche dell’Università Nazionale, ha sostenuto che, anche se il Nicaragua è un paese ricco di acqua, «non siamo stati capaci di trasformare l’acqua in sviluppo». In tal senso, ha proposto di utilizzare le acque del lago Cocibolca, non per farle attraversare da un canale, ma per vendere acqua a El Salvador e al Nord del Costa Rica, che sperimentano gravi scarsità del prezioso liquido. «Nessun affare sarebbe più proficuo per il Nicaragua», ha affermato, aggiungendo che secondo alcuni calcoli già fatti, tale progetto potrebbe portare nelle casse del Paese 3 milioni di dollari al giorno. Ai primi di Agosto, Montenegro ha scritto a Wang Jing che, anziché costruire il canale, «ci sono opzioni migliori per sfruttare» il lago Cocibolca.

“Senza imbrogli e senza brutalità”


Il pranzo di lavoro promosso dall’élite imprenditoriale aveva come esca il titolo: L’opportunità del Grande Canale di Nicaragua. L’inizio e le sfide da superare. Prima di dare la parola al portavoce di Wang Jing, il boliviano Ronald McLean Abaroa, e al consulente nicaraguense ed ecologo Alberto Vega, della società ERM, incaricata di svolgere gli studi sull’impatto ambientale, il presidente della AMCHAM, Diego Vargas, ha preso posizione con un discorso che intendeva dare il senso dell’evento. Pur riconoscendo che il progetto di canale ha suscitato «entusiasmo» nella grande impresa privata, ha ricordato i due aspetti più inquietanti dell’accordo: l’esproprio di terre per la realizzazione del megaprogetto e la consegna nelle mani del concessionario delle riserve internazionali della Banca Centrale, in caso di reclami o problemi che si possono presentare. Ed ha aggiunto: «Un’ultima cosa, ma non meno importante. Ascoltatemi bene: se volete che il settore privato nazionale ed internazionale accompagni questa grande idea, noi siamo disponibili. Siamo pronti. Senza esitazione. Questo sì: senza imbrogli, brutalità, carte truccate, favoritismi, vizi che in passato hanno impedito che il Canale di Nicaragua divenisse realtà... Bisogna vedere le cose in una giusta dimensione. Trasparente. Chiara. Questo ci meritiamo e questo è il minimo che come cittadini, prima ancora che imprenditori, pretendiamo dagli attori di questo progetto: trasparenza. Per questo siamo qui, per questo siamo venuti».

Tuttavia, né il portavoce, né il consulente di Wang Jing sono riusciti a fugare le preoccupazioni degli imprenditori. Nessuna nuova informazione è stata fornita sul progetto: né sul possibile percorso, né sui costi del progetto o degli studi preliminari, né sulle date e scadenze previste, tantomeno su come si procederà per gli espropri di terra…

«Ci sono molte cose che vorremmo dirvi, ma nemmeno noi abbiamo queste informazioni, siamo in procinto di scoprire la verità», ha affermato il portavoce, che si è dedicato a esaltare il prestigio delle imprese contrattate da Wang Jing. Dal canto suo, Vega ha, invece, declinato qualsiasi commento sugli studi di impatto ambientale, adducendo un obbligo di riservatezza al riguardo, impostogli dal contratto.

Le tasche senza fondo di Wang Jing


In questo panorama incerto sia a livello civico che imprenditoriale, si continuano a stipulare contratti e consulenze; spese milionarie che, secondo McLean, vengono sostenute dalle tasche di Wang Jing, disposto a spendere 900 milioni di dollari del suo patrimonio personale per gli studi preliminari del progetto; sul quale si leggono commenti così retorici come il seguente, apparso sul sito ufficiale della società HKND, di cui lui è l’unico dirigente: «Le caratteristiche essenziali della natura umana, come la saggezza, il coraggio, la perseveranza e la tolleranza convergono durante la crescita dell’umanità e lo sviluppo della società, creando sempre più opportunità nel mondo. Anche se non mancano le sfide connesse a questo progetto, andremo avanti con piena fiducia
». E ancora: «Nel corso della storia, ogni inizio di una nuova epoca e ogni raggiungimento di un importante traguardo rappresentano la vittoria per aver superato quelle sfide che ci spingono ad andare avanti senza sosta. Uniamoci per rispondere all’eterno appello dell’umanità che ci invita a superare noi stessi. Assumiamoci la responsabilità di guidare il futuro e servire il mondo, e avanziamo verso il successo di questo progetto e verso un mondo migliore. Cambieremo il mondo; realizzare questo sogno porterà più felicità, più libertà e più gioia nel mondo».


SOS per il Cocibolca


Questo mese, la compagnia di Wang Jing, HKND, ha reso noto di aver contrattato due nuove società, la belga SBE, specializzata in chiuse e canali idraulici, e l’australiana MEC Mining, che si occupa di fornire «soluzioni tecniche» a progetti minerari a cielo aperto e che farà da consulente «nella progettazione dello scavo del Canale e nella gestione dei rifiuti».

Riguardo agli scavi, lo scienziato Pedro José Alvarez ha avvertito sulla possibilità che, essendo il lago Cocibolca poco profondo e dovendo scavare una fossa di 80 kilometri di lunghezza e mezzo chilometro di larghezza per consentire il passaggio di navi di enorme stazza, si debba ricorrere alla dinamite per aprire un varco nel fondo del lago, dal momento che esso è composto da rocce basaltiche.
Quanto ai rifiuti che lo scavo provocherà in un lago incline per sua natura alla sedimentazione, Montenegro è stato tassativo: «Costerà loro di più il dragaggio continuo del Cocibolca, per ripulirlo dai sedimenti, che costruire il Canale».


La fretta di Wang Jing

A metà Agosto, personale della compagnia britannica ERM, incaricata dello studio ambientale, ha ispezionato per tre giorni, sorvolando la zona su elicotteri dell’Esercito e, pure, per via lacustre e terrestre, diverse zone del Paese per valutare le possibili rotte del Canale.

A fine Agosto, Laureano Ortega Murillo (figlio della coppia presidenziale, ndr) ha presentato all’opinione pubblica 52 esperti cinesi, arrivati ​​in Nicaragua guidati dal gruppo Mo Xiaoling, della compagnia China Railway Construction Corporation, per realizzare gli studi di fattibilità. Mo Xiaoling ha annunciato l’imminente arrivo di un altro gruppo di cinesi «esperti in perforazioni».
La fretta che anima gli investitori è stata sottolineata dal portavoce McLean, in dichiarazioni a La Prensa: «gli imprenditori e i sognatori vogliono che lo studio sia completato… ieri e che la costruzione inizi domani. Abbiamo l’ordine di accelerare al massimo perché Wang Jing vuole che questo progetto sia concluso rapidamente».

Nel Luglio scorso, Wang Jing ha annunciato che la costruzione del Canale inizierà nel Dicembre 2014. Finora, sembra essere l’unico a conoscere questa data.


Tempi di crisi morale

Quando i fautori dell’iniziativa unitaria dell’opposizione si impegnano a non cadere nei «vizi che hanno minato la credibilità dell’esercizio della politica» e denunciano molti di quei vizi, stanno parlando di una crisi morale. Nel riassetto di forze interno al partito di governo si possono intravedere i riflessi di una crisi morale nella quale si agitano quegli stessi vizi. Nei ricorsi per incostituzionalità presentati da decine di nicaraguensi circa la scandalosa concessione canalera, compaiono continui riferimenti ad una crisi morale che traspare dagli immorali contenuti giuridici dell’accordo Ortega-Wang.

Il quadro nazionale è di grande incertezza. Per l’opposizione, spinta ad unirsi per l’impatto politico ed emotivo della concessione per il Canale, la sfida è enorme. Il futuro di questo progetto è incerto. Anche la sfida di cui il partito di governo si fa carico nel riorganizzare le sue forze è grande e anch’esso si muove in un contesto di incertezze.

La crisi morale richiede risposte morali, guidate dalla morale del bene comune. Un verso della Divina Commedia di Dante Alighieri ha risuonato nel forum della UCA: «I luoghi più oscuri dell’inferno sono riservati a coloro che mantengono la propria neutralità in tempi di crisi morale». Se è tempo di crisi morale non può essere tempo di neutralità. Non ce lo possiamo permettere.

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