«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Il Canale e l'illusione dello sviluppo

Gli economisti nicaraguensi riflettono su ciò che significherebbe il Canale per il Nicaragua. In un'intervista a La Prensa, l'economista Julio Francisco Báez ha dichiarato: «Io sono scettico sulla capacità del Canale di tirarci fuori dalla povertà. Sto dalla parte di coloro che chiedono un chiarimento su questo progetto, che può sfociare in qualcosa di positivo così come in  un'avventura. Temo si tratti della seconda, perché l'iter fin qui seguito rivela un'improvvisazione allarmante. È in gioco una trasformazione del Paese, in termini ambientali, giuridici, economici, finanziari. Così com'è, sembra uno scherzo». Qui, la voce di un altro economista, Adolfo Acevedo, consulente di una serie di organizzazioni sociali riunite nel Coordinamento Civico.

Di Adolfo Acevedo. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

 
La chiave per lo sviluppo di un Paese sta in un processo permanente di cambiamento dinamico della struttura produttiva e di quella occupazionale. In questo processo, i fattori di produzione, compresa la  forza-lavoro, si vanno ricollocando verso attività di sempre maggiore produttività, più alto valore aggiunto, rendimenti crescenti di scala, capaci di generare catene produttive, sia dietro che davanti, e di elevato dinamismo della domanda.
Decenni senza fare alcuno sforzoL'associazione tra la struttura produttiva e la crescita economica comporta, com'è ovvio, profonde implicazioni per la politica economica. Nella misura in cui lo sviluppo di un Paese è strettamente legato a cambiamenti nelle strutture produttive, un compito essenziale della politica economica è assicurare la capacità dell'economia di realizzare una trasformazione produttiva dinamica.
Gli unici Paesi che, a partire dalla metà del XX secolo, sono riusciti a passare da Paesi in via di sviluppo a Paesi sviluppati, nel giro di pochi decenni, ce l'hanno fatta grazie ad uno sforzo deciso,  un sostenuto e persistente cambiamento strutturale, che si è stato mantenuto nel tempo, avanzando tenacemente da un grado di intensità tecnologica dell'apparato produttivo ad un altro superiore. Non c'è nulla che possa sostituire tale sforzo.
In Nicaragua, nemmeno si prende in considerazione la possibilità di prodursi in uno sforzo  sostenuto per lo sviluppo, a lungo termine come quello descritto. A quanto pare, si ritiene che non dia frutti in maniera sufficientemente rapida, anche se l'evidenza dimostra che non c'è nulla di più “veloce” che svilupparsi in soli 30 anni, come hanno fatto le cosiddette “tigri asiatiche”.
Mentre nel nostro Paese sono passati decenni senza che venisse realizzato alcuno sforzo deciso e sostenuto di cambiamento strutturale, si è continuato ad alimentare l'illusione che lo sviluppo arriverà grazie ad alcuni megaprogetti che, quasi da un giorno all'altro, per magia e da soli, convertiranno il Nicaragua da Paese arretrato e povero in uno sviluppato e prospero.
Il Canale: un'enclave privataSiamo obbligati a chiarire se un megaprogetto come il canale interoceanico sia in grado di contribuire al processo di sviluppo. È vero che la costruzione delle opere necessarie al canale interoceanico comporterebbe un auge temporaneo dell'attività economica, anche se da tale boom andrebbe escluso l'impatto delle macchine e di tutto il componente importato necessario per opere di tale portata, che potrebbe superare il 70% degli investimenti.
Per effetto diretto e moltiplicatore degli investimenti, in alcun modo tale boom temporaneo   produrrà i risultati che solo uno sforzo autosostenibile nel tempo può imprimere allo sviluppo di un Paese. Pertanto, tale boom inevitabilmente finirà una volta chiusi i cantieri.
Quando le costruzioni saranno finite, il Canale sarà ridotto ad una potente enclave privata, relativamente autosufficiente, in grado di soddisfare i dipendenti che vi lavorano, come nel caso della Zona del Canale di Panamá. Sarà una enclave separata a tutti gli effetti del resto del Paese, senza molti legami produttivi con il resto dell'economia. Inoltre, quando entrerà in funzione, trattandosi di un'impresa ad alta intensità di capitale, il Canale non richiederà di molta forza-lavoro per funzionare.
Cosa resteràVi è un altro problema. Se la fase di costruzione del Canale sarà accompagnata dagli effetti noti come “male olandese” (concetto economico che, sommariamente, sta ad indicare le conseguenze negative di un un aumento significativo delle entrate in divise straniere; esso trae fondamento da quanto occorso negli anni '60 in Olanda, quando, nel mare prospiciente le sue coste, vennero scoperti enormi giacimenti di gas naturale; il conseguente aumento di ingressi in divise provocò un apprezzamento del fiorino, la moneta olandese di allora, a scapito della competitività delle esportazioni non petrolifere del Paese; ndr); il che sarà inevitabile a causa del massiccio afflusso di capitale; ciò comporterà che le altre attività, quali l'agricoltura, l'agroindustria e l'industria, smetteranno di essere competitive a conseguenza della forte rivalutazione cambiaria che si produrrà. Tale massiccia rivalutazione cambiaria è diametralmente opposta a ciò che si richiede per promuovere un positivo processo di ristrutturazione produttiva. E va contro anche alla necessità del Nicaragua di sviluppare un suo nuovo ruolo nell'economia internazionale.
Per raggiungere la trasformazione di cui ha bisogno, il Nicaragua richiede un elevato tasso di cambio reale, relativamente stabile, che promuova la concentrazione di risorse in quei settori orientati all'esportazione e alla sostituzione di importazioni. Con un “male olandese” permanente, cioè un tasso di cambio reale che impedisca la competitività esterna della maggior parte delle attività economiche nazionali potenzialmente negoziabili, il processo di cambiamento strutturale dell'economia resterebbe bloccato. E, invece di un processo di continua diversificazione della struttura produttiva e occupazionale a favore di attività con sempre maggiore produttività, più alto valore aggiunto, a forte domanda interna ed esterna ad una elevata capacità di creare catene produttive fra i vari settori, avremmo una gigantesca enclave ad alta tecnologia, con assai limitata creazione di posti di lavoro, nel mezzo di un'economia arretrata e dipendente dalle briciole che lascerà il Canale.
Intrappolati in un circolo viziosoMa c'è di più. Finito il boom, sull'economia del Paese, al quale l'enclave del Canale privato non sarebbe integrato, potrebbe abbattersi una fase di acuta depressione e stagnazione. Come è successo in molte altre parti del mondo, nel tempo. Chi si ricorda, oggi, della città boliviana di Potosí, che nel XVI secolo, nel momento di suo massimo splendore, si dice avesse le strade lastricate di argento?
Nessun Paese si è sviluppato a partire da enclavi di alta tecnologia. Queste enclavi, proprio a causa della loro alta intensità di capitale, generano un numero molto limitato di posti di lavoro. E qualsiasi aumento della produttività di un numero così limitato di lavoratori è frenato dalla pressione verso la bassa produttività che l'enclave causa alla maggioranza della forza-lavoro, che continuerà ad essere impiegata in attività a bassa produttività.
Dati i loro scarsi legami con con il resto dell'economia, queste enclavi non hanno la capacità di trascinare dietro di sé e dinamicamente il resto dell'economia. E siccome nel resto dell'economia, la maggior parte dell'occupazione continuerà ad essere generata da attività a bassa produttività, l'economia nel suo complesso continuerà intrappolata nel circolo vizioso che soffoca il suo sviluppo.
Devono spiegare perchéIn queste condizioni, il Nicaragua nemmeno potrebbe avvalersi della rendita differenziale internazionale derivante dallo sfruttamento della nuovo collegamento interoceanico. Un canale certamente abbassa il costo del trasporto marittimo internazionale. Il possesso di una tale risorsa, che riduce i costi di trasporto al di sotto di quelli che avrebbe se non ci fosse il canale, può generare  un guadagno straordinario per il Paese che offre le condizioni naturali perché l'opera si realizzi. Chiunque abbia il monopolio, e come base dell'opera la geografia che permetta la realizzazione del canale, può appropriarsi di questo beneficio come provento. Il Paese che abbia in patrimonio tali condizioni naturali può capitalizzare questi benefici. Se la richiesta di un nuovo canale interoceanico è così sentita come si sostiene, il Paese che possieda la risorsa geografica per aprirlo ha la possibilità di contrattare la concessione per la sua costruzione, negoziando le migliori condizioni per il Paese con gli investitori che parteciperebbero alla sua realizzazione.
Ma quando si concede a  terzi, in fretta e senza gara, il diritto esclusivo di proprietà, il possesso, lo sfruttamento e l'usufrutto del Canale, si assegnano in anticipo condizioni estremamente onerose e, senza alcuna giustificazione, si rinuncia ad una partecipazione adeguata alla rendita derivante da tale risorsa naturale, che è patrimonio nazionale. Dovrebbe esserci una spiegazione molto convincente del perché il governo del Nicaragua abbia rinunciato così facilmente a sfruttare a suo massimo beneficio lo sfruttamento di un patrimonio che potrebbe rappresentare una fonte chiave di risorse per finanziare lo sforzo di sviluppo del Paese.
La rinuncia alla sovranitàNel contratto firmato dal governo del Nicaragua si riconosce al concessionario il diritto a tutti i benefici dell'operazione, esentandolo persino dal pagamento di qualsiasi imposta per un secolo. Il Nicaragua, dunque, non ricaverà alcun provento dal suo patrimonio in quanto l'accordo stabilisce  che esso sarà a totale appannaggio dei concessionari, sgravati da qualsiasi imposizione fiscale. In termini di ripartizione di benefici, a malapena l'accordo quadro firmato dal Nicaragua prevede che il concessionario “farà in modo che” (“procurará”, nella versione originale, ndr) venga consegnato all'Autorità del Canale l'1% delle azioni, all'anno; tuttavia, ciò non significa che abbia contratto l'obbligo di trasferire effettivamente tali azioni, al di là dello “sforzo” di farlo.
Del resto, non vi è alcuna garanzia che ciò accadrà. Perché, nel contratto sottoscritto, il concessionario non dà al Nicaragua alcuna garanzia di farsi carico degli eventuali danni e costi ambientali, sociali o di qualsiasi indole che possa causare al Paese. Né il concessionario si assume alcuna responsabilità economica, civile o penale, mentre ottiene dallo Stato nicaraguense tutte le garanzie possibili. Al punto che lo Stato rinuncia, persino, irrevocabilmente all'immunità sovrana davanti al concessionario.
Concedere diritti esclusivi e del tutto discrezionali a investitori privati sulle principali risorse idriche del Nicaragua per il loro sfruttamento, deviazione, riduzione, o tutto ciò che risultasse necessario per la realizzazione dell'opera, dovrebbe essere una delle principali preoccupazioni per quanto è successo. È chiaro che questa disposizione compromette seriamente le nostre future fonti di acqua potabile. E sappiamo già che, in futuro, l'acqua sarà una risorsa molto più scarsa e preziosa di qualsiasi infrastruttura canalera. La disponibilità di acqua è un diritto indissolubilmente legato alla vita, in ciò che è essa ha di più essenziale e fondamentale, perché senza acqua non c'è vita.
Fa pensare anche che, prima ancora di definire l'area geografica e la fascia di territorio interessati dalla concessione, e che siano realizzati studi di fattibilità e di impatto ambientale, siano stati concessi diritti esclusivi, a esercitarsi in totale discrezionalità del concessionario privato, non solo sui corpi di acqua, ma anche sul resto delle risorse naturali, sullo spazio aereo, terrestre e marittimo, su beni e proprietà pubbliche e private. È interessante notare come l'accordo sancisca la rinuncia da parte dello Stato nicaraguense persino del ruolo esclusivo delle forze armate nella difesa e protezione del territorio nazionale, come stabilito dalla Costituzione, cedendo tale ruolo a chi venga ritenuto funzionale dal concessionario, a sua esclusiva discrezione. Inoltre, lo Stato nicaraguense subordina qualsiasi riforma alla Costituzione a tutto ciò che il concessionario ritenga utile ai suoi  interessi.
Colpisce che, anche se non vi siano precedenti che dimostrino che la compagnia del concessionario abbia una fama ed una esperienza internazionale nella costruzione e gestione di opere simili, gli vengano comunque concessi diritti equivalenti alla sovranità esclusiva.
Perché preoccuparsiUn progetto di questa portata non può essere valutato unicamente dal punto di vista dei limitati interessi privati e dalle opportunità di ricchezza private che esso comporta. Un progetto di tali dimensioni e portata ha implicazioni enormi, presenti e future, che superano di gran lunga qualsiasi interesse privato. È bene, dunque, che tutti i cittadini si preoccupino molto seriamente per le implicazioni per la società nel suo insieme ha già oggi l'accordo sul canale. E più in particolare, ci dobbiamo preoccuparci delle implicazioni per il nostro futuro come Paese e come società.

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