«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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Donne a CUBA / Tracce per un profilo, voci per una storia

C'è chi ritiene che la trasformazione più profonda operata dalla rivoluzione cubana nei suoi primi anni sia quella realizzata dalle donne e con le donne. Nondimeno, c'è chi pensa che il compito più arduo ancora in sospeso per la rivoluzione cubana riguardi proprio la donna. Forse, è già tempo di bilanci e verifiche. Proponiamo alcune tracce e voci che possono aiutare a capire a che punto sia la liberazione della donna oggi a Cuba, a raccontare la storia passata e quella che si sta facendo.

Di María López Vigil. Hanno collaborato alla traduzione Maddalena Messa e Margherita Sermonti. Redazione di Marco Cantarelli.
1. Come eravamo
A Cuba esiste una lunga tradizione di lotta delle donne per l'uguaglianza di diritti rispetto agli uomini. Quasi sempre, tali lotte sono state legate a cause "maggiori", patriottiche o politiche, che cercavano di dar forma ad una nazione "con tutti e per il bene di tutti", come la sognò José Martí.
RadiciOttobre 1868: iniziano le guerre di indipendenza. E comincia con il gesto di alcuni latifondisti bianchi che liberano i propri schiavi per combattere uniti, bianchi e neri, gli spagnoli. Poco dopo, il 14 aprile 1869, Ana Betancourt de Agramonte chiede alla Camera dei Rappresentanti della Repubblica in Armi che quando Cuba sarà indipendente, in essa le donne abbiano i diritti che non hanno e che meritano. Dopo aver liberato gli schiavi, dichiara, "ora bisogna liberare le donne". Così, la necessità di entrambe le liberazioni, quella dei neri e quella delle donne di tutti i colori, sono già presenti al momento della nascita della nazione cubana.
Il razzismo, malattia ereditata dal sistema coloniale schiavista, è seminato nell'humus più profondo della nazionalità cubana. Anche il maschilismo, malattia ancora più vecchia e resistente che ha accompagnato la civiltà umana, viene dal profondo della cultura cubana. "La rivoluzione ha affrontato entrambi questi mali   dice Juana, una sociologa  , ma mentre contro il razzismo non avrebbe potuto fare più di quel che ha fatto, contro il maschilismo sì avrebbe potuto fare di più, ed invece è arrivata solo ad un certo punto, assai in alto invero, ma poi non è andata avanti". Le crisi abbassano le difese di fronte alle malattie: nella attuale crisi cubana affiorano nuove espressioni di un maschilismo mai sradicato, e pure riaffiora certo razzismo, nascosto tra le pieghe della cultura.
MarchioI primi 40 anni di indipendenza videro le continue lotte delle donne cubane per trasformare le leggi che regolavano i propri diritti e quelli dei bambini, il matrimonio e il divorzio, per cambiare le leggi che punivano l'adulterio in forma ineguale o che non esigevano il pagamento degli alimenti in caso di separazione, o ancora che classificavano i figli in legittimi ed illegittimi... Cuba fu il primo paese latinoamericano a celebrare un congresso nazionale femminile, nel 1923. La Costituzione prerivoluzionaria del 1940 consacrò gli sforzi delle donne in un pugno di diritti, che comprendevano il diritto ad eleggere e ad essere elette a incarichi pubblici.
Anche se con molte lacune, la Costituzione del '40 era molto progressista per il suo tempo. Ci costò tanta fatica che quando fu promulgata ci colse come esaurite dallo sforzo. E allora smobilitammo le nostre forze. Molte si integrarono nei partiti tradizionali, che allora crearono proprie "sezioni femminili", ma più che altro per mettere le donne a... servire il caffè! Chi torna ad unificarci nuovamente con un ideale di lotta, con un obiettivo nazionale, è il Fronte Civico di Donne Martiane, nel 1952", racconta una delle protagoniste di quel movimento. Le "martiane" si sciolsero nel gennaio 1959, pochi giorni dopo la vittoria rivoluzionaria. "Missione compiuta", dissero e consegna  rono le loro bandiere. Fu un "tremendo errore", riconoscono oggi alcune di esse, osservando quel che venne dopo. Perché, spiegano, la maggioranza degli incarichi direttivi della Federazione di Donne Cubane (FMC), creata nel 1960 dalla rivoluzione, "furono assegnati non alle donne martiane, né alle audaci ragazze della Sezione Femminile del Movimento "26 Luglio", ma ad esponenti del Partito Socialista Popolare, il PSP, il partito comunista cubano preesistente alla rivoluzione. Erano donne molto capaci, esperte in teoria marxista, ma con un'idea della liberazione della donna basata sui libri e sulla pratica dei paesi del socialismo reale". Le donne del PSP imprimeranno il proprio peculiare stile alla FMC, fin dall'inizio. Tuttavia, siccome le donne cubane dovevano liberarsi di tanti lacci e lacciuoli, quel "marchio" fu poca cosa in quei primi anni rivoluzionari e solo il tempo lo ha reso più visibile.
PatriaMentre migliaia di donne si commuovevano ascoltando le appassionanti e interminabili radionovelas   che ebbero a Cuba la propria culla  , altre donne, di La Habana principalmente, dedicavano tutto il loro tempo alla lotta urbana clandestina contro la dittatura di Fulgencio Batista (1952  58). Secondo un sondaggio condotto su un campione di 675 casi, il profilo dominante di quelle donne era: bianche, sotto i 30 anni, nubili, con livello di studi secondari o superiori, di classe media, figlie di famiglie lavoratrici ma con una coscienza sociale e politica maggiore delle loro madri. Queste donne rischiarono tutto, consapevoli dei cambiamenti che Cuba, e loro a Cuba, necessitavano. Nei fatti, ebbero un ruolo determinante nel trionfo rivoluzionario.
Le donne che lottavano contro la dittatura di Batista   come trenta anni prima altre che combatterono la dittatura di Gerardo Machado   non inalberavano bandiere femministe, né presentavano specifiche richieste di genere. Nel citato sondaggio, il 77% dichiarava di ignorare persino l'esistenza a Cuba di organizzazioni femminili negli anni '50. Le quali, ovviamente, c'erano: fra queste, le donne martiane. Il 94% affermava, inoltre, di lottare "per tutto il popolo cubano", dal momento che lottare "per la democrazia, la libertà, il rispetto dei diritti umani e la dignità di tutti" valeva la pena. Ma poteva costare anche il carcere, a volte la vita. "Sempre Cuba è stata davanti a tutto e in quegli anni ci è mancata lucidità per legare le nostre esigenze di donne alle esigenze della patria", riflette oggi una di quelle lottatrici.
José MartíJosé Martí è, senza dubbio, il padre della nazione cubana. Martí è citato dagli uni e dagli altri, favore e contro idee divergenti. Fu femminista Martí? Nel 1889, negli Stati Uniti, osservando l'educazione che si impartiva alle ragazze in quella fine secolo, scrisse: "Bisogna preparare la donna perché non debba uscire a vendere baci se vuole comprare il pane e possa nel mare burrascoso remare da sola, ma non bisogna dedurre che la donna si debba allevare come un uomo, e fare di una colomba un grillo, dal momento che i popoli necessitano dei due sessi, come la famiglia, e un popolo senza anima di donna o con cantiniere come spose, vivrebbe come una orda di mercenari o come un quartiere cinese... E la soluzione sta   dicono dei collegi di Smith, di Wellesley, di Wells   nell'educare la donna in modo che possa vivere di sé con onore, se le tocca la disgrazia della solitudine, ma con abitudini e lezioni che convengono alla bellezza e alla delicatezza del suo sesso... Per essere sposa bisogna educarla soprattutto... Sposata nella mente come nel sesso, e capace di capire e premiare gli obiettivi e i sacrifici della fatica dello sposo, e di sedersi di notte al suo lato, a pensare insieme, ad asciugargli il sudore dalla fronte, a badare alla casa".
Fu, dunque, antifemminista Martí? Risponde la storiografa cubana Sonnia Moro: "Non bisogna cercare in Martí il femminismo, né una prospettiva di genere. Quando Martí arrivò negli Stati Uniti si dedicò a osservare la "mascolinità" delle donne americane, perché per lui la donna era la camagüeyana Carmen Zayas Bazán, la creola che lui aveva lasciato a casa. E là negli Stati Uniti si trovò davanti a donne che camminavano per la strada con una valigia e vestite in giacca... Quella donna da ufficio contrastava con l'immagine di quella donna languida che lui amava. Ma, c'è stato in Martí qualcosa di più di questo spavento. Lui voleva una donna molto capace. Per questo, quando scrive lettere alla sua figlia prediletta María Mantilla, dice: "E la mia piccola figlia, pensa alla verità del mondo, al sapere, all'amore   al sapere per poter volere  , all'amare con volontà, al volere con affetto? (Qui, Martí gioca con la parola querer che in italiano vuol dire "volere" ma anche "amare", ndr). Pensa al lavoro, libero e virtuoso, perché la desiderino gli uomini buoni, perché la rispettino i cattivi, e per non dover vendere la libertà del suo cuore e la sua bellezza per il mangiare o per il vestire?" Quindi, non diciamo ciò che Martí non poteva dire, né usiamo Martí per restare indietro".
SottosviluppoAl momento del trionfo rivoluzionario, soltanto il 12 15% della popolazione economicamente attiva di Cuba era composto da donne. Esse lavoravano in gran parte come maestre, infermiere e criadas, come allora si chiamavano le collaboratrici domestiche. Le donne professioniste erano un'eccezione. La prostituzione era notevolmente diffusa. Nel 1959, in un paese di 6 milioni di persone, c'erano fra 90 e 100 mila prostitute, il 95% delle quali di origine contadina.

2. “La rivoluzione ci ha cambiato la vita”
A partire dal primo gennaio 1959, da Capo San Antonio fino alla punta di Maisí, Cuba cominciò a cambiare. Nella vita di cubani e cubane si mise in moto un’accelerata trasformazione. Non fu solo la caduta di una dittatura, tantomeno un cambio di governo, o il riflesso latinoamericano della Guerra Fredda, e neppure la scommessa geostrategica di una delle potenze per distruggere l’altra. Fu la costruzione di tutto un mondo, di un altro mondo, in cui le donne al pari degli uomini furono protagoniste.
Porte apertePerché la vita delle donne potesse cambiare era innanzitutto necessario che esse studiassero, lavorassero, avessero possibilità e opportunità. I “circoli infantili” dove accudire i figli e le figlie delle donne che, per la prima volta aprivano la porta di casa per uscire e andare a studiare e a lavorare, furono le prime fondamenta dell’edificio della trasformazione. Gli asili sorsero ovunque nell’isola, ancor prima che fosse fondata la Federazione delle Donne Cubane. E quando nel 1960 nacque la FMC, il primo incarico che lo stesso Fidel Castro le affidò fu la promozione e diffusione di questi nuovi kinder - come si sarebbero chiamati -, ormai alla portata di tutti.
Migliaia di ragazze partirono dalle città per alfabetizzare nelle campagne. In seguito, migliaia di contadine già alfabetizzate partirono dalle campagne per studiare nelle città, scoprendo che il mondo era più ampio del loro villaggio. Il 59% dei 100 mila alfabetizzatori era costituito da donne ed anche il 55% del milione di persone alfabetizzate nel 1960-61 era composto da donne.
Alla campagna di alfabetizzazione seguirono corsi di qualificazione in politecnici ed università per le donne più emarginate: contadine, massaie, domestiche e prostitute. Poco a poco, donne che assomigliavano sempre meno ad Elena fecero la loro comparsa in tutti gli ambienti; poco a poco, uomini che assomigliavano sempre meno a Sergio si accorsero di quel cambiamento. Tutti, uomini e donne iniziarono a cambiare.
NumeriUna rivoluzione nella rivoluzione”: così Fidel Castro ha definito l’emancipazione femminile iniziata a Cuba a partire dal 1959. Tutti gli indicatori mostrano che questa rivoluzione è riuscita. Dopo vent’anni, nel 1980, la vita delle donne cubane era cambiata radicalmente: esse erano presenti in massa nella società e nel mondo del lavoro, istruite e in grado di decidere quanti figli avere.
Durante i primi vent’anni di rivoluzione, fra il 1960 e 1980, la forza lavoro femminile è più che raddoppiata mentre la natalità è scesa di oltre la metà. Dopo un incremento demografico registratosi fra il 1961 ed il 1964, dagli anni ‘70 è iniziato il calo.
Immagine della donna cubana prerivoluzionaria è Elena, protagonista dello straordinario film Memorias del subdesarrollo (Memorie del sottosviluppo), di Tomás Gutiérrez Alea. Sergio, l’altro protagonista, descrive Elena sottolineando in lei i caratteri più profondi di un’altra “malattia” che affliggeva Cuba: «Elena ha dimostrato di essere totalmente incoerente. È pura confusione, non mette in rapporto le cose. È uno dei segnali del sottosviluppo: l’incapacità di mettere in relazione le cose, per accumulare esperienza. È difficile che si produca qui a Cuba una donna lavorata dai sentimenti e dalla cultura. L’ambiente è molto blando. Tutto il talento cubano si spende nell’adattarsi al momento. La gente non è coerente e ha sempre bisogno di qualcuno che pensi per lei».
Nel 1981, circa il 60% delle donne fra 20 e 40 anni, abitanti nelle città, lavoravano fuori casa. In campagna questo indicatore era ancora maggiore in termini relativi.
Fra il 1970 e il 1981, la percentuale di donne urbane in età fertile con un livello medio di istruzione è raddoppiato, passando dal 30 al 61%. Nelle aree rurali si è triplicato, superando il 30%.
Tali progressi sono continuati negli anni seguenti. Oggi nel mondo, oltre quattrocento milioni di donne sono analfabete, ma nessuna di queste è cubana; oltre cento milioni di bambine nel mondo non frequentano le scuole elementari, ma nessuna di esse è cubana.
Grandi e rapidi cambiamenti sulla strada, molti di meno in casa. Le donne sono diventate molto più responsabili nello spazio pubblico che non gli uomini in quello privato. A metà anni ‘70, preoccupato per la scarsità di donne elette o nominate per incarichi nelle strutture del Potere Popolare, il Partito Comunista di Cuba (PCC) condusse un sondaggio da cui emergeva la differenza fra il tempo dedicato ai lavori domestici da uomini e donne. Il film Retrato de Teresa (Ritratto di Teresa) prese spunto da una di quelle inchieste. La doppia giornata delle donne cominciava quindi a delinearsi, acuita dalla loro integrazione vertiginosa nel sociale, nonché dalle scarse agevolazioni a favore delle donne per ridurre i lavori domestici. La doppia giornata in quegli anni si presentava già come un problema: da affrontare o da accettare con rassegnazione. Quando la madre di Teresa sente sua figlia lamentarsi perché il marito non l’aiuta, le dice con fatalismo: «Dicano quel che dicano, la donna sarà sempre donna e l’uomo sarà sempre uomo. Così Dio volle! Neppure Fidel può cambiarlo!»
FMCNel 1960, nacque la Federazione delle Donne Cubane (FMC) con lo scopo di riunire tutte le cubane al di sopra dei 14 anni di età e di promuoverne lo sviluppo personale - studi, formazione, orientamento, salute, etc. -, nonché la loro partecipazione agli impegni della rivoluzione: lavori volontari, milizie, missioni internazionaliste... Non sono in pochi a ritenere che, fra tutte le organizzazioni rivoluzionarie, la FMC sia stata quella che ottenne i risultati più sorprendenti nei primi anni della rivoluzione. Due fra gli altri: sradicare praticamente la prostituzione, dando alle donne che svolgevano questo lavoro opportunità di studio e di lavoro; inoltre, alfabetizzare tutte le contadine, smantellando con audacia il maschilismo ancestrale della cultura rurale.
Negli anni ‘60 e ‘70 gli interessi della maggioranza del popolo cubano coincidevano con le proposte della rivoluzione. Erano due strade convergenti. Il femminile si scioglieva nel sociale. La FMC rappresentava appieno gli interessi delle donne cubane, forniva loro risposte adeguate alle loro domande e assegnava loro incarichi che le facevano crescere. Con il tempo, divenute grandi quelle donne, altre furono le loro domande e il colore dei loro sogni divenne più vario. Dalla metà degli anni ‘80 le strade iniziarono a delinearsi più distintamente e, pur senza essere completamente divergenti, ormai non coincidevano del tutto. Nel 1991, in quella grande inchiesta di opinione pubblica che furono gli incontri preparatori del IV Congresso del Partito Comunista di Cuba, una percentuale significativa di cubane propose che la FMC venisse sciolta perché ormai non serviva loro «a niente» o «quasi a niente». La FMC sopravvisse, ma senza cambiare molto. Oggi riunisce il 97% delle donne, più di tre milioni di cubane che, malgrado divergenze o prese di distanza, continuano a versare puntualmente la loro quota mensile di 25 centesimi di peso.
Tripla giornataIl tema della doppia giornata della donna che lavora fuori casa e che prima di uscire deve lavare, stirare, cucinare, pulire ed occuparsi dei bambini, emerge con forza da qualsiasi analisi sulla situazione delle donne. La giornata pagata e quella non pagata, né considerata, gravano su milioni di donne in tutto il mondo ed anche sulle cubane, malgrado tanti anni di rivoluzione. Un’inchiesta del 1988 rivelò come nell’81% dei nuclei familiari di un municipio urbano di La Habana, nell’82% di quelli di un quartiere periferico di Cienfuegos e in quasi il 96% di quelli di una zona rurale dell’oriente dell’isola, le donne continuassero a realizzare tutti i lavori domestici da sole.
Già dagli anni ‘60, l’aspetto più caratteristico di Cuba non è stata la doppia, ma la tripla giornata: quella domestica, quella lavorativa e quella comunitaria che gli importanti, significativi e molteplici impegni rivoluzionari richiedevano. Senza abbandonare alcuna delle proprie responsabilità, le donne ne assunsero altre. Oltre a quanto facevano sul lavoro e a casa, tutte, in un modo o nell’altro si videro coinvolte nella vita della comunità: collaboratrici di centri educativi, promotrici di circoli di anziani, attiviste in circoli giovanili, assistenti sociali o culturali, promotrici sanitarie, esecutrici entusiaste dei molteplici compiti tracciati dai Comitati di Difesa della Rivoluzione.
FamigliaGli anni ‘70 furono all’insegna dell’istituzionalizzazione della rivoluzione. In quegli anni, si cercò di dare “ordine” alle profonde trasformazioni degli anni precedenti. Nel 1975, fu approvato il Codice della Famiglia. Questo stabilisce che le relazioni familiari devono basarsi sull’amore, sul rispetto e l’aiuto reciproco e sulla condivisione delle responsabilità. Esso presenta come norma un certo tipo di famiglia: la famiglia nucleare, con padre, madre e figli.
Tutti gli studi sulla famiglia a Cuba, realizzati un po’ in ritardo e per troppo tempo in modo semplicistico, hanno cercato di presentare la famiglia nucleare come riferimento e persino come ideale. È curioso, perché, a causa dell’elevato numero di divorzi e per la scarsità di alloggi, le famiglie nucleari non hanno avuto molto successo nella Cuba rivoluzionaria. Questa è solo una delle critiche oggi rivolte al Codice: «Una legislazione che ha attribuito molta importanza alla famiglia, senza tuttavia affrontare i problemi reali, che si muovevano al di fuori di questa intenzione legale», commenta una ricercatrice cubana. Secondo altre critiche, la legge ha dedicato più spazio alla regolamentazione del divorzio che a quella della famiglia.
C’è, poi, chi critica questo Codice per aver identificato i diritti della donna con quelli della madre, così come la legislazione sul lavoro di quegli anni, nonostante tale identificazione rappresentasse un passo avanti rispetto al periodo prerivoluzionario. Verso la fine degli anni ‘70, tuttavia, alcune ricerche sulla famiglia giunsero alla conclusione che la famiglia era “in crisi”. Tali studi, inizialmente molto statistici e demografici, si sono intensificati ora che è tutta Cuba ad essere in crisi. Per alcuni, lo studio della famiglia richiede di addentrarsi nel tema della razza e tale questione è ancora aperta. In definitiva, «il Codice della Famiglia avrebbe potuto essere migliore, tuttavia, credo che esso sia stato d’aiuto nella presa di coscienza degli uomini e delle donne, contro un maschilismo di prima grandezza. Non era una legge che obbligava qualcuno a lavare i piatti in casa, ma ha abituato molti uomini all’idea di dover lavare i piatti.... e molte donne all’idea che il lavarli è cosa anche da uomini!», commenta una femminista cubana.
DivorzioCuba è oggi uno dei paesi al mondo con più alta percentuale di divorzi, indice che aumenta di anno in anno: dallo 0,6% dei matrimoni celebrati nel 1961 si è passati al 5,2% nel 1994. Negli anni ‘90, la media è salita però a 23,5 divorzi su 100 matrimoni. I  matrimoni affrettati e in età molto precoce, frutto della ampia libertà sessuale, nonché la scarsità di alloggi che complica la vita di coppia fin dal primo giorno, incidono su tali percentuali. In media, le ragazze cubane si sposano per la prima volta a 18,4 anni; in America Latina sono le più giovani.
Nel divorziare gli uomini cubani sono obbligati per legge a passare mensilmente gli alimenti alla ex moglie. Oltre ad essere molto bassi, gli alimenti non sempre vengono corrisposti. Negli anni ‘80, la FMC condusse una ricerca sull’argomento, scoprendo che oltre duecentomila uomini non davano un centesimo alle loro ex mogli e che il numero degli irresponsabili era probabilmente maggiore, se non fosse che molte donne non li denunciavano, poiché lavorando erano in grado di  mantenersi e non volevano avere debiti di riconoscenza nei confronti degli ex mariti.
Stili di vitaUn terzo dei nuclei familiari nel mondo sono guidati da donne sole, ragazze madri, vedove, donne separate o divorziate. A Cuba, la percentuale è ancora più alta: fra il 33 ed il 40% secondo dati ufficiali e non.
A differenza di quanto avviene nei paesi latinoamericani, dietro a questa realtà non vi sono solo l’irresponsabilità maschile, la povertà o l’instabilità lavorativa. A Cuba, ciò si spiega, soprattutto, con l’indipendenza economica e con l’istruzione raggiunte dalle donne, dall’aumento della loro speranza di vita e dalle agevolazioni esistenti per ottenere il divorzio. Si capisce anche perché le donne, più colte, privilegino le relazioni basate sull’amore. Con la rivoluzione, le unioni consensuali o per mutuo accordo, pienamente riconosciute dalla legge, sono aumentate di molto. Nel 1987, a fronte di ogni cinque donne di età compresa fra 15 e 49 anni, regolarmente sposate, altre quattro avevano scelto la convivenza.
EducazioneA fine anni ‘70, fu promulgato il Codice dell’Infanzia e della Gioventù, che riconosce il ruolo e l’autorità della famiglia nella formazione fisica, morale e spirituale dei giovani, senza mancare di sottolineare le responsabilità dello Stato per quanto riguarda l’istruzione.
La rivoluzione ha provocato una disgregazione delle famiglie cubane. Le ha disperse. L’esilio di  massa ha separato migliaia di famiglie e le ha tenute separate fino ad oggi. Le missioni internazionaliste, anch’esse di massa, hanno creato profonde fratture. Gli spostamenti per motivi di studio e tanti altri “compiti della rivoluzione” hanno fatto della famiglia una realtà molto diversa rispetto a quella degli altri paesi latinoamericani. A proposito delle responsabilità della famiglia nell’educazione dei figli, lo psicologo cubano Manuel Calviño commenta: «L’adulto cubano è stato chiamato ad un protagonismo sociale di tale portata che cospirava contro qualsiasi possibilità di concentrarsi nella sfera familiare: padri separati dai propri figli per lunghi periodi per far fronte ad impegni inevitabili, madri che lavorano, partecipano a riunioni e si dedicano a lavori agricoli in campagna, non costituiscono il prototipo tradizionale» di famiglia; e aggiunge un aspetto fondamentale per comprendere la logica della famiglia cubana forgiatasi nel processo rivoluzionario: «Fra di noi un uomo può essere ricompensato per il suo impegno sul lavoro di 14 ore al giorno, ma nessuno gli chiede mai come va con i suoi figli. L’autoaffermazione dell’uomo e della donna cubani non proviene dalla sfera familiare, ma dalla partecipazione sociale. Io non conosco alcun dirigente, lavoratrice o medico, che siano stati criticati per la loro disattenzione nei confronti della famiglia».
LavoroNegli anni ‘80 la partecipazione delle donne al mondo del lavoro era una realtà sotto gli occhi di tutti. Esse erano presenti in tutti i settori economici. Una donna su tre era tecnica o professionista, un dato saliente nel panorama latinoamericano. Più di dieci anni dopo, il 60% dei tecnici, professionisti e scienziati del paese è costituito da donne. Ve ne sono in tutti i campi: medicina, ingegneria, geologia, economia, biotecnologie...
La preparazione professionale è stata molto elevata ed ha coinvolto migliaia di donne. Tuttavia, ciò non bastava. Le donne lavoravano, ma non mettevano a frutto tutto ciò che avevano appreso. Lavoravano, ma non comandavano. Lavoravano, ma continuavano ad essere “inferiori”. Negli anni ‘80, la giornalista Mirta Rodríguez Calderón, fra le prime a sollevare il problema a Cuba, raccolse in un libro una serie di suoi articoli sull’argomento pubblicati dalla rivista Bohemia: «Volevo dimostrare - dice Mirta - quanto le donne fossero discriminate sul lavoro, maltrattate dai loro superiori e molestate; come venissero preferite se di bella presenza. Volevo dimostrarlo per dire che ciò poteva forse accadere in qualche altro paese, ma che era uno scandalo che avvenisse a Cuba!». Secondo i dati riportati in quel libro, il 98% della forza lavoro nell’industria tessile a quei tempi era costituito da donne, ma i capi erano tutti uomini. Allora, in molti casi le donne non desideravano far carriera, sicure che sarebbero state assegnate loro mansioni che niente avevano a che fare con ciò che avevano studiato. «Com’è possibile che in ambienti di lavoro in cui lavorano in maggioranza donne, tutti o quasi tutti i capi siano uomini?» si chiedeva la giornalista, che lasciava parlare una donna, ingegnera chimica, specializzata in tecnologia dello zucchero, frustrata nel vedere i suoi colleghi maschi svolgere mansioni adeguate ai loro profili professionali, mentre per lei e le sue colleghe l’ingegneria era rimasta sulla carta.
In quegli anni, il Ministero dell’Industria dello Zucchero contava 1.378 dipendenti di cui 769 uomini e 609 donne. Uomini erano i 6 vice-ministri, i 32 direttori, mentre dei 108 responsabili di reparto solo 12 erano donne.
Col trascorrere degli anni non è cambiato molto. Oggi, la presenza delle donne è evidente nel settore terziario (61% del totale) e nell’amministrazione (88% del totale), il che dimostra che anche fra cubane si può parlare di una tendenza universale: quando la donna entra nel mondo del lavoro, essa estende a questo terreno le mansioni che svolgeva fra le mura domestiche. Malgrado tanti spazi aperti e tanti studi, all’inizio degli anni ‘90, quando è scoppiata la crisi, solo il 4,6% delle lavoratrici cubane, in tutti i settori, occupava cariche dirigenziali.
Chi decideNel 1997, le donne occupavano il 30,5% delle cariche dirigenziali nell’amministrazione centrale dello Stato. La loro partecipazione era maggiore ai livelli medio-bassi. Nei sindacati avveniva la stessa cosa: il 56% della dirigenza sindacale di base era costituita da donne. A livello municipale la percentuale era inferiore: 41,6% e ancor più bassa a livello provinciale: 32,7% per arrivare al 26% a livello nazionale.
Alba Aguirre, funzionaria cubana del Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite, al suo ritorno dal vertice sulla Donna, tenutosi a Béijing (Pechino) nel 1996, commentava: «La situazione a Cuba presenta una donna con conoscenze, atteggiamenti e fiducia in se stessa, che costituiscono le qualità reclamate dal documento conclusivo del vertice come condizioni per rendere fattibile la partecipazione della donna allo sviluppo». Tuttavia, si chiedeva: «A Cuba è davvero piena la nostra partecipazione, siamo presenti a quei livelli nei quali si elaborano e decidono politiche, dove si forma il governo e si fa la vita pubblica?».
PoliticaSecondo l’ONU, Cuba è al 15̊ posto nel mondo ed al 1̊ posto in America per la percentuale di rappresentanza femminile in cariche politiche: in tal modo, l’isola mette in pratica il nuovo concetto di democrazia paritaria. Gli indici più elevati di donne candidate ed elette nelle Assemblee del Potere Popolare si sono registrati nel 1986, un anno di grande stabilità. Ma, nelle elezioni municipali del 1997 ed in quelle provinciali e nazionali del 1998, gli indici sono scesi. Nel 1998, il popolo cubano ha eletto per l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (che ha funzioni di parlamento, ndr), un 17,2% di donne. Cinque anni prima la percentuale era stata del 22,7%. Nel 1991, era composto di donne il 16% dei delegati del Comitato Centrale del PCC ed il 12% di quelli del Burò (ufficio, ndr) Politico. Nell’ottobre 1997, quest’ultimo organo si è ridotto a 25 membri, dei quali solo 2 sono donne. Anche così le percentuali sono elevate, se confrontate con quelle degli altri paesi latinoamericani: la percentuale media di donne negli organi legislativi dell’America Latina è del 10% e la percentuale di donne che ricoprono cariche politiche effettivamente decisionali è solo del 3%.
Le cifre sono migliori rispetto a quelle di altri paesi, ma oltre al fatto che non ci accontentiamo delle stesse (non per niente abbiamo fatto una rivoluzione), i dati ingannano - commenta una politologa cubana - perché quando le donne arrivano in parlamento, quando parlano, se parlano, lo fanno in un modo che imita quello dei loro colleghi maschi. Non si è mai udita alcuna delle donne elette parlare in parlamento come una donna. Parlano come il potere. Se le si ascolta senza guardarle, solo dalla voce si può capire che quella che sta parlando è una donna. Parlano secondo schemi maschili, utilizzando termini che alludono alla rivoluzione o all’argo- mento del dibattito, senza però considerarlo da una prospettiva femminile. Questo accade perché il concetto di genere è poco trattato fra le donne cubane». Un’altra commenta le cifre in questo modo: «Arrivano sì al potere, ma una dopo l’altra, e una volta arrivate non spingono a favore di politiche che permettano a molte altre donne di arrivare al potere, potere di verità. Sono autoritarie, imitano gli uomini. Io le chiamo “donne con i baffi”».
RiproduzioneI bambini nascono per essere felici» fu uno dei primi slogan che accompagnarono le donne cubane agli inizi della rivoluzione. Da allora, partorire non è più stato sinonimo di correre rischi e da allora bambine e bambini sono nati in un mondo sicuro che garantiva loro le basi della felicità. Gli indicatori sono andati migliorando di anno in anno. Oggi, sono gli stessi di quelli dei paesi più sviluppati nel mondo.
A tutte le donne cubane incinte sono garantiti dagli 11 ai 15 controlli prenatali gratuiti ed il 99,9% di esse partorisce in reparti di ostetricia adeguatamente attrezzati.
La mortalità materna è di 2,6 decessi ogni diecimila nati vivi, cioè fra le più basse del mondo. Per quanto riguarda la mortalità infantile, 6,9 decessi ogni mille nati vivi, Cuba è fra i 25 paesi nel mondo con miglior indice al riguardo, al pari di Germania e Svizzera.
Le leggi garantiscono sussidi per la gravidanza, maternità ed allattamento e c’è un impegno costante ed organizzato per la salute preventiva delle donne.
Rendere possibile la pianificazione familiare è stata una priorità. Oggi 85 donne su 100 in età fertile fanno uso di contraccettivi. L’interruzione della gravidanza fino al terzo mese è un diritto di tutte le donne e l’aborto è un servizio sicuro e gratuito.
Oggi, a Cuba vi è una crescente preoccupazione per le gravidanze delle adolescenti. Nel 1997, il 14% dei parti è stato di donne al di sotto dei 20 anni. Questa realtà è aggravata non dalla povertà o dalla mancanza di istruzione come avviene in altri paesi latinoamericani, ma dalla ampia diffusione delle relazioni sessuali, che per alcuni sfocia in promiscuità, promosse a Cuba a partire dagli asili fino alle cosiddette “scuole in campagna” per studenti delle scuole medie-superiori (12-17 anni), dove una inadeguata quando non assente educazione sessuale, nonché i problemi organizzativi e logistici, hanno favorito una confusione fra amore e sesso, e una sessualità vissuta spesso in modo irresponsabile e superficiale. La tendenza è verso relazioni sessuali in età assai precoci.
È stato il sistema di educazione a sbagliare, è stato lo Stato a non insegnare certi valori? Difficile rispondere. Secondo un sociologo «vi è una sfera del comportamento individuale che solo la famiglia può influenzare e poiché lo Stato non ha avuto fiducia nella famiglia ed ha fatto il possibile per indebolirla, assumendosi tutte le responsabilità dell’educazione per garantirsi la fiducia di tutti, il prezzo che siamo stati costretti a pagare per questa politica si esprime anche nell’elevata percentuale di maternità precoci».Il ricorso all’aborto in giovanissima età è assai frequente. La “regolazione mestruale”, eufemismo che spesso sta per raschiamento, è diffusissima fra le adolescenti come metodo anticoncezionale. Si calcola che, in realtà, il 60% di tali “regolazioni” siano aborti e che un terzo di tali aborti riguardi le adolescenti. «Arrivano all’ospedale sole, tranquille e l’intervento è molto rapido. In un paio d’ore ne ho viste arrivare decine ed ho visto riempire due bacinelle di placenta», racconta una donna straniera, la quale essendosi ammalata a Cuba ha avuto l’opportunità di osservare da vicino questa allarmante realtà quotidiana. Iniziano a manifestarsi nuovi atteggiamenti. «L’educazione sessuale impartita oggigiorno - dice la giovane conduttrice di un programma domenicale di Radio Rebelde - è troppo anatomica. Manca di profondità e non dà al sesso, al coito, un connotato spirituale». Il linguaggio del messaggio è ancora troppo rigido e schematico e manca ancora un dibattito che metta in evidenza dubbi e contraddizioni, ma per lo meno è un primo, necessario passo.
ViolenzaNella cultura maschilista cubana, chi picchia una donna “non è un uomo” perché... la donna è “più debole”. Forse, questo sottile maschilismo ha protetto le donne da quella violenza fisica che in dosi massicce ed allarmanti subiscono invece le donne in altri paesi dell’America Latina. A questo argine eretto dal maschilismo tradizionale la rivoluzione ha aggiunto muraglie mediante attività educative e culturali di ampia portata fra uomini e donne. La violenza maschilista maggiormente diffusa a Cuba è più sottile e si manifesta nella relazione di possesso che l’uomo stabilisce nei confronti della donna, nonché nelle conseguenze della violenza, soprattutto psicologica, causate da questa possessività.
Anche se a Cuba non mancano i casi di violenza fisica e di abuso sessuale, compreso l’incesto, questi eventi non sembrano interessare i mass-media che parlano solamente dei casi più gravi, ma sempre senza usare toni sensazionalistici, sottintendendo che lo spazio da dedicare alle riflessioni su queste tragedie non sia quello dei mass-media.
OmosessualitàLa rivoluzione cubana creò, dal primo istante, una barriera di rifiuto a qualsiasi manifestazione di omosessualità, soprattutto maschile. Negli anni ‘60, gli omosessuali o gli uomini sospettati di esserlo venivano internati in “unità speciali”, affinché non “contaminassero” le fila dell’esercito; vi furono retate nelle strade per catturare “effeminati e affettati”, e negli ambienti di lavoro e di studio furono creati «autentici circhi romani nei quali queste persone venivano bandite», racconta Manuel, pentito e addolorato oggi per aver partecipato nella scuola di architettura ad alcune di queste inquisizioni. Col passare degli anni, tali atteggiamenti di intolleranza sono stati rettificati. Tuttavia, l’atteggiamento di rifiuto allontana omosessuali e lesbiche dal partito e dalla gioventù del partito, perché considerati inetti ed incapaci di essere d’esempio, come la militanza nella avanguardia esige.
Dagli ormai lontani ed intolleranti anni ‘70, rappresentati in modo splendido nel film Fresa y Chocolate (Fragola e Cioccolato), la società cubana è cresciuta in tolleranza. Quando si investe tanto nell’istruzione della gente, milioni di neuroni, sperimentando nuove sinapsi, portano il pensiero umano a sentimenti di simpatia verso i diversi e di rispetto nei confronti della diversità sociale.
Oggi, in diverse municipalità, i circoli culturali del Potere Popolare includono nelle loro feste spettacoli di travestiti, che sono molto applauditi. A La Habana viene rappresentato per la prima volta e con grande successo di botteghino El ultimo bolero (L’ultimo bolero) che tratta il tema del lesbismo. «Il processo rivoluzionario - riflette la direttrice del programma radiofonico notturno Casa de Cristal; tutti sanno, perché è lei a dirlo, che è lesbica - non è stato statico, si è evoluto. È dimostrato che le radici omofobiche non hanno attecchito nel suolo cubano. Anche questo dimostra che siamo pronti per il cambiamento».
Le tre “Lucie”Ma, la conquista più profonda delle donne cubane dopo tutte le trasformazioni rivoluzionarie dei primi tre decenni della rivoluzione non è misurabile. Al pari dei livelli di scolarità, dell’insieme di leggi favorevoli alla parità, le cubane hanno acquisito, collettivamente e in un processo di massa, il senso del loro valore come persone e delle loro responsabilità all’interno della società. Si sono evolute nel mondo del lavoro e nel mondo della politica. In ambito familiare sono divenute più libere tanto nello scegliere il proprio compagno, quanto nel lasciarlo; hanno tratto maggior piacere dai loro rapporti sessuali e hanno preso in mano le decisioni sulla loro fertilità. Come misurare questi colossali passi avanti?
Il film Lucía di Humberto Solas ha ritratto in modo indimenticabile attraverso tre “Lucie” l’amore fra uomo e donna, la sensibilità femminile e la posizione della donna nella società in tre periodi salienti della storia cubana: 1895, 1927 e 1960.
La Lucía del 1895, nella Cuba ancora colonia spagnola, rompe la sua reclusione di donna bianca e borghese, che solo prega e cuce, per vagare impazzita per le strade di Trinidad, vittima ingenua del tradimento di un uomo sposato che denuncia suo fratello, combattente per l’indipendenza.
La Lucía del 1927, meticcia e di classe media, lavora in una fabbrica di tabacco di Cienfuegos. Per coscienza politica e per amore di un uomo impegnato nella lotta contro la dittatura di Machado, partecipa alla cospirazione e rischia la vita, ma non riesce a equilibrare una relazione iniqua e finisce per restare sola.
La Lucía del 1960 è una contadina che lavora, impara a leggere e scrivere, prova piacere con il suo compagno, lo critica e riesce a pretendere con decisione da lui un amore paritario. La bimba contadina che, ridendo, chiude il film è simbolo di fiducia nel futuro: Lucía vincerà la lotta al maschilismo.  
 
3. Le “eroine del periodo speciale”
Quando nel 1989 sono cominciati a cadere i muri nell’Europa Orientale e l’URSS si è disintegrata in tante repubbliche, a Cuba tutto è entrato in crisi. Non c’è luogo del pianeta dove oggi non si parli di crisi. Fra crisi finanziarie  e crisi etiche si chiude questo secolo. La crisi cubana si chiama “periodo speciale”. Tanto speciale da essere peculiare. Tutto, o quasi tutto, è cambiato all’improvviso per una popolazione ormai abituata ad accettabili livelli di vita, alla sicurezza personale, alla stabilità sociale. Il periodo speciale è, soprattutto, incertezza. Nel 1989, una maggioranza di cubane e cubani guardava al passato con orgoglio, al presente con sicurezza e al futuro con ottimismo. Dalla sera al mattino, il cibo, la luce, l’acqua, il trasporto, il lavoro, il salario, la linea dell’orizzonte, cominciarono ad oscillare. Ancora una volta, sono le donne a sopportare il peso maggiore quotidiano di una crisi così prolungata nel tempo. I loro sacrifici, la loro solidarietà e creatività hanno ammortizzato gli effetti della crisi.

Sacrifici

Le donne hanno smesso di lavorare, definitivamente o temporaneamente, per affrontare la crisi domestica. Molte di quelle che continuano a lavorare possono farlo perché un’altra donna - madre, nonna, sorella - le aiuta in casa. Abbondano i pensionamenti prima dei 55 anni e le aspirazioni professionali vengono messe da parte per tornare alla casa, dove ad esse tocca “inventare” la colazione, il pranzo, la cena, fare file interminabili per comprare quel che c’è, quando c’è, amministrare la scarsità, assistere con minori risorse genitori o suoceri anziani o invalidi...
La cosa più speciale di questa crisi è che tutti questi ardui e inattesi sacrifici li fanno le donne cubane non solo per far sopravvivere la famiglia, i propri figli - così succede in qualsiasi parte del mondo -, ma che una maggioranza di esse si sacrifica perché sopravviva il progetto rivoluzionario cui hanno partecipato.

Disoccupate

L’aggiustamento economico cubano, anche se “speciale”, ha anch’esso provocato disoccupazione strutturale. Come in altri paesi, sono molte le fabbriche chiuse. Si lotta tenacemente per mantenere qualità nei servizi pubblici sanitari ed educativi. Siccome le donne sono sempre state minoranza come operaie, ma sempre maggioranza nella sanità (80% dei tecnici medi e superiori) e nella istruzione (87% dei maestri elementari e 54% dei professori di scuola media), la disoccupazione le ha colpite meno. Anche la loro ampia presenza lavorativa nel turismo (44%) e nella ricerca (42%), entrambi settori priorizzati, ha contribuito a mitigare la disoccupazione femminile. Le disoccupate appartengono soprattutto a diversi settori della industria leggera. Il 46% dei lavoratori disponibles (disponibili: così vengono chiamati a Cuba) è composto da donne.
Leggo nella rivista Bohemia del febbraio 1997 una buona e preoccupata riflessione di una giornalista attenta ai cambiamenti:  «Non ho potuto trovare in alcun luogo, anche se da tempo lo cerco, un dato sostanziale per analizzare la relazione attuale delle donne con il lavoro: quanto del fondo generale dei salari della nazione va a finire in mani femminili? Sono arrivata a credere - come mi ha assicurato la viceministra Mayra Lavigne -, che questo dato non sia controllato dall’Ufficio Nazionale di Statistiche e che non si sa chi ce l’abbia. Ma mi pare importante saperlo. La teorica Kate Young, una esperta in materia, ha coniato tempo fa le categorie di condizione e posizione. Esse illuminano quando sono applicate all’analisi di genere in materia di occupazione: a Cuba, può esserci un 42,3% di donne nelle condizioni di lavoratrici, ma in quali posizioni si trovano? Quante sono a capo di organismi, direttrici, presidenti, quante dispongono di uffici e salgono alla tribuna? Questo te lo dice il salario. Un dato che varrebbe la pena avere. È noto che a Cuba per uguale lavoro, uomini e donne ricevono lo stesso salario. Non sono sicura, tuttavia, che le donne occupino, in misura uguale, i posti meglio remunerati». La giornalista aggiunge che risulta quasi impossibile sapere a Cuba in che percentuale i prodotti alimentari delle campagne siano prodotti da donne e pare che nemmeno si abbia voglia di quantificare rispetto al Prodotto Interno Lordo il colossale volume di lavoro non rimunerato realizzato quotidianemente dalle donne.

Impoverite

Uno dei cambiamenti economici decisi dal governo cubano, non potendo garantire il pieno impiego alla popolazione in età di lavoro, è stata l’autorizzazione al lavoro per conto proprio. Pur essendo eccessivamente regolamentato, stigmatizzato dalla ideologia ufficiale e fra continue oscillazioni negli ultimi quattro anni, i cuentapropistas sono comunque riusciti a cavarsela. Sopravvivono. Nel febbraio 1997, si calcolava che il 30% di essi fosse composto da donne e che nel settore della preparazione di alimenti queste ultime fossero la maggioranza indiscutibile. Anche nella vendita porta a porta di alimenti - a volte illegale - sono maggioranza. Puertapropistas, le chiamano.
Cuba ha introdotto cambiamenti economici senza accompagnarli con politiche specifiche elaborate da una prospettiva di genere. Né la disoccupazione strutturale ed inevitabile, né la autorizzazione del lavoro per conto proprio hanno tenuto in debita considerazione la donna. Quando a fine 1996, sono state elevate le imposte sul lavoro in proprio, fra le categorie più gravate c’era l’elaborazione di alimenti. Nessuno ha messo in relazione questi aumenti con l’alta percentuale di donne di questa categoria e con l’alta percentuale di quelle che erano a capo della casa? Nel 1997, sono state stabilite alte imposte per quanti affittano stanze della propria abitazione a turisti. Nemmeno stavolta sono state fatte quelle considerazioni; eppure sarebbe stato necessario considerando che la maggioranza di quanti affittano sono donne, di cui molte sole. Per la prima volta, data la valanga di adeguamenti economici che l’isola ha dovuto fare per sopravvivere, si può applicare anche a Cuba, pur in misura minore, quella realtà di cui tanto si parla nel resto di America Latina: la “femminilizzazione” della povertà.

Riflusso

Per quelle che lavorano, la doppia giornata si è fatta più dura e complicata con la crisi. Manca la luce, l’acqua, il sapone. E quando non mancano queste cose, abbondano i timori che finiscano presto. Sebbene gli uomini, soprattutto se anziani pensionati, aiutano di più in casa, riafforano anche i sintomi del maschilismo, sia quello più rozzo che quello più sottile. Al tempo stesso, la tripla giornata si è complicata all’estremo o è andata sfumando. La partecipazione politica e sociale delle donne è diminuita, dal momento che esige tremende quote di sacrificio personale.
Oggi, quando ad una donna viene offerto un incarico di responsabilità, questa non lo accetta neanche per gioco. Con il peso della casa ne abbiamo già abbastanza. Stiamo esauste, non possiamo far tutto», dice una che dal 1994 non accetta più alcuna responsabilità che la porti fuori dalle quattro mura di casa. Aggiunge un’altra: «Io quando voto scelgo come delegati del Potere Popolare gli uomini. Perché hanno più tempo da dedicare all’incarico, più possibilità. Io so che una donna non può, e se è mia amica, meno ancora la scelgo. Non le faccio lo scherzo di eleggerla, perché so che non può».

Prostituzione

Dal 1989, l’economia cubana cerca di adattarsi alla nuova situazione mondiale. Ha intrapreso un titanico sforzo su tutti i fronti. Tutti i giorni, Cuba vince delle battaglie e ne perde altre. L’unica via d’uscita è aprire un’economia chiusa e garantita alle incertezze della attuale economia mondiale. Investitori, imprenditori e turisti del Primo Mondo sono benvenuti nell’isola. I loro dollari, i loro progetti, le loro firme e legami sono assolutamente necessari perché Cuba sopravviva e continui a svilupparsi. Intorno agli stranieri, ieri respinti o criticati, oggi privilegiati, si è sviluppato un mondo di prostituzione, fondamentalmente femminile, anche se in misura minore maschile. Le jineteras (letteralmente, le cavallerizze, ndr) sono oggi uno dei segnali più visibili e polemici della crisi cubana. L’FMC e il discorso ufficiale tendono a interpretare tale fenomeno come una espressione minoritaria di una crisi di valori morali. «Ci si dice che il jineterismo non ha ragione di essere perché a Cuba sono garantite le necessità di base: la sanità, un tetto, l’istruzione, un piatto di fagioli... Ma è molto difficile dire ai giovani di Cuba che si accontentino di ciò. Può darsi che questo basti alle ragazze delle misere periferie latinoamericane, ma qui non basta!», mi dicono.  Altre interpretazioni non ufficiali e più complesse parlano delle jineteras come delle protagoniste di una assai peculiare strategia di sopravvivenza in cui esse, a differenza di altre latinoamericane, mantengono il controllo della situazione, cioè “cavalcano” il turista, lo straniero, cercando in questo “lavoro”, oltre ai soldi per la famiglia e persino per altre persone del quartiere, una avventura romantica, la forbice con cui dare un taglio alla routine e alle carenze del periodo speciale, o la possibilità di entrare negli alberghi, discoteche, spiagge e nei centri di lusso del apartheid turistico. La comunità non respinge le jineteras, non solo le tollera ma a volte le appoggia e persino le ammira. Esse stesse hanno una autostima assai elevata. Dopo alcuni anni di “jineterismo non organizzato”, il maggior problema sono oggi gli uomini che hanno tessuto reti di prossenetismo intorno a queste ragazze. Secondo cifre ufficiali, il 60% delle jineteras hanno uno o più protettori. Come su altri temi, anche su quello della prostituzione Cuba sperimenta vantaggi comparativi, opportunità. Come dice il sociologo Aurelio Alonso: «Non so che speranza possano avere le migliaia di prostitute che a Bogotá (in Colombia, ndr), vivono in miseria. Credo che a Cuba possiamo trattare la sfida della prostituzione con livelli di lucidità che altri sistemi sociali non hanno avuto, né avranno la possibilità nemmeno di tentare».

Battaglie perse

Il cambiamento maggiore che sta avvenendo a Cuba non si esprime in cifre, indicatori o analisi. «Tutto ciò che è stato costruito si può distruggere - mi dice preoccupata un’amica -. Mia nipote dice che si sposerà con uno straniero per avere cose belle. Solo il fatto che le sia passato per la testa è un segnale di allerta. Oggi, i bambini vogliono studiare da turisti e le bambine dicono che le ragazze più belle sono le jineteras. Oggi, le piccole coltivano l’ideale di diventare come mia madre, non come sono io, vogliono sposarsi ed essere la donna bella di un uomo ricco che le mantenga, ed essere così felici. Le battaglie che noi abbiamo vinto, loro le perdono, e le perdono senza neanche rendersene conto!».
Mentre succede tutto ciò, il discorso ufficiale della FMC appare troppo statico. Non riesce ad assumere la complessità, le strettoie del labirinto sociale che è l’attuale realtà cubana. Nella dichiarazione del V Plenum del Comitato Nazionale della Federazione, realizzato nel febbraio 1998, si legge: «Fidel ci ha dato il privilegio, dal 1959, di essere le prime ad avanzare... Oggi, abbiamo conquistato dignità, siamo persone mature, colte, libere: questa è la maggiore conquista che abbiamo raggiunto con la rivoluzione... Le donne, che ieri eravamo escluse, subordinate e oppresse, che abbiamo sempre fatto il lavoro invisibile, siamo oggi protagoniste visibili di un atti eroici...».

 
4. Molto resta ancora da fare
Fra il 1992 e il 1993, l’economia cubana ha toccato il fondo. Sono stati i mesi più amari della crisi. Fabbriche paralizzate, continui black-out, tagli per tutti i prodotti che si ottenevano tramite la tessera annonaria, la fatidica libreta. I campi improduttivi, le città senza rifornimenti. Surplus di incertezza, deficit di alimenti. Stress nazionale, collettivo. Tutta la popolazione perse chi 5, chi 10 o più chili di peso. La combinazione di poco cibo e molta bicicletta ha rimesso in forma quanti già erano avviati verso l’obesità tipica dei sedantari e ha prosciugato fino all’osso la maggioranza. Molti hanno perso la brillantezza degli occhi e si è fatto più raro il sorriso.
EpidemiaDalla porta di dietro di questo edificio di sfortune è arrivata nel paese una epidemia fino ad allora sconosciuta. La “neuropatia periferica” indeboliva il sistema motore fino a provocare invalidità temporanea e attaccava la vista. I casi si sono moltiplicati per tutta l’isola e in tutti gli ambienti fino a colpire 40 mila persone.  Anche se mai è stata fornita una spiegazione definitiva e ufficiale di questa malattia, è chiaro che non era necessario cercare cause strane. La neuropatia si è diffusa grazie a una assai deficiente alimentazione, dalla quale erano sparite quasi del tutto le proteine, le vitamine e i minerali. Il complesso vitaminico che il governo cominciò a distribuire fra tutti i cubani qualche mese dopo fu sufficiente a far retrocedere l’epidemia.
Ascolto questa storia: «Nel 1992, sono stata una delle molte donne che si ammalò di neuropatia periferica. Ho passato molto tempo con assai poco da mangiare. Il poco che c’era in casa lo mettevo da parte per mio figlio. Mio marito mangiava sul lavoro, ma arrivava a casa e ne voleva di più. Io glielo davo ed mangiavo sempre meno. Ho finito per cadere sul pavimento, camminavo trascinandomi, non avevo la forza nelle mani nemmeno per accendere la radio. Credevo di morire. In mezzo a questa debolezza logorante, scoprii tutte le rinunce che avevo fatto per tanti anni, in tutti gli anni in cui non c’era ancora il “periodo speciale”...».
La neuropatia resterà come un doloroso simbolo del momento in cui la crisi cubana toccò il fondo. Ma è risaputo che quando si tocca il fondo, ogni movimento successivo è verso l’alto. Lento, ma verso l’alto. Così, come la neuropatia ha colpito i neri occhi di Yolanda, questa donna di 40 anni, glieli ha anche aperti per capire meglio la sua vita. Il periodo speciale ha aperto molti occhi, è stato una rivelazione per il popolo cubano. Fra l’altro, può contribuire a porre al centro del dibattito il tema di genere. Si sono cominciate a sentire sempre più voci, di donne rivoluzionarie, di donne della FMC, di “federate”, che pur riconoscendo i tanti passi avanti, reclamano per quanto cammino resta da fare.
Ascoltiamo queste voci, forse disordinate, forse impetuose. Non importa. Così caotico e carico di sfide pare fosse anche il magma originario da cui ebbe origine la vita.
VociSì, abbiamo sanità e istruzione garantite. Abbiamo leggi, lavoriamo, partecipiamo alla economia, non moriamo di parto... Tutto ciò è buono, vero? Non tutte le donne del mondo ce l’hanno, vero? Ma una non sempre è malata, non sempre sta studiando, non sempre sta partorendo. Come possiamo abituarci a questo se abbiamo fatto una rivoluzione, se ci siamo guadagnati molto di più? Sappiamo che i problemi delle donne in America Latina sono tremendi: sono analfabete, non hanno acqua potabile, non sono padrone del proprio corpo, muoiono di parto, non sanno come fare una pianificazione familiare... Per noi, tutto ciò è preistoria! Paragonate ad esse, abbiamo molto, ma perché paragonarci con altri paesi? Raffrontiamoci a noi stesse! Se abbiamo lottato per 40 anni avremmo dovuto ottenere molto di più».
Qui ci siamo anchilosati. Guarda cosa ha detto Roberto Robaina (attuale ministro degli Esteri, ndr) nel suo discorso di chiusura dell’anno 1993: “Le nostre madri sono state una retroguardia stellare, eroine silenziose che realizzano la piccola impresa domestica di servire la nostra tavola di ogni giorno...” Nostre madri, nostre donne! Nostre, nostre! Il discorso ufficiale è un discorso ultramaschilista. Saremmo la “retroguardia stellare”? Ma quale retroguardia! Se siamo la punta stessa della avanguardia in questo momento, se la resistenza siamo noi! Non sa lui che senza la “piccola” impresa di mangiare ogni giorno questo non cammina, che senza di noi ciò non funzionerebbe? E la cosa peggiore è che non lo sa, né nessuno glielo dice!».
Le donne sono oppresse dalla quotidianità, dalla sopravvivenza, dal pensare cosa cucinare, dal fatto che la cucina è rotta, che ha un solo fuoco, che la finestra è rotta e se viene un ciclone... Dicono che la gente è ogni giorno più egoista. No, c’è molta solidarietà. Quando si studierà il periodo speciale, si vedrà che quelle che hanno salvato ancora una volta questa rivoluzione sono le donne. Se le donne non avessero “inventato” tutto, dal trasformare un vestito vecchio in un vestito nuovo fino ad andare in bicicletta con un bambino allacciato dietro per portarlo all’asilo, ciò non avrebbe resistito. Continuiamo ad essere quelle che mangiamo le ossa di pollo per dare la carne agli altri.  Siamo quelle che andiamo alle riunioni dei genitori, quelle che sappiamo cosa succede ai figli, quelle che assistiamo gli anziani... Oggi, tutte le donne siamo stressate. Non è facile...».
Senti questa barzelletta sullo stress, tanto per abbassare la pressione. Il marito chiama al manicomio per spiegare al dottore i sintomi di pazzia della sua donna. Ha passato tutto il giorno - gli dice - gridando dal balcone: “Sono una cameriera dell’Hotel Nacional! Sono una cameriera dell’Hotel Nacional!”. Quel che affligge la sua signora - lo tranquilizza il medico - si chiama delirio di grandezza. Il fatto è che lei non accetta di essere solo una neurochirurga...».
Qui il femminismo non è mai stato accettato. Il femminismo a Cuba è sempre stato qualcosa di pericoloso, sospetto, antinaturale. Femminista? Questa è quella che respinge gli uomini, quella che vuole farla finita con gli uomini, quella che non vuole più “dormire con il nemico”... Non sono solo gli uomini a non capire. Ci sono un sacco di donne abituate a pensare: “Come posso essere femminista se io credo che senza gli uomini non si può vivere?”. Femminismo? Per molta gente è sinonimo di lesbismo, non distinguono. C’è una grande ignoranza...».
Sto facendo la mia tesi su come si riflette la uguaglianza di genere nelle condizioni sociolavorative. Trovo molta comprensione umana fra i miei compagni, ma assai poca comprensione del concetto. Non sanno cosa sia genere. Genere? A Cuba solo si interpreta come uguaglianza di diritti. Non riesco a fare gruppo per il mio lavoro, non capiscono, non so come farmi capire».
Una parla di femminismo, cerca di creare consapevolezza e ti dicono: ragazza, ma cosa vuoi di più? Hai una carriera, lavori, hai divorziato quando hai voluto, hai pianificato e avuto i figli che hai voluto, porti i capelli corti, vesti pantaloni e monti in moto... Cosa vuoi di più?».
Esistiamo, ma non ce ne rendiamo conto, non siamo visibili. Da una inchiesta realizzata nel 1988, promossa dalla Federazione, emergeva come nelle notizie il rapporto uomo-donna fosse di 10 a 1: cioè, per ogni 10 notizie sugli uomini, ce n’era una sulle donne. Ed in questo caso, la donna appariva sempre nella casa, per la strada o impegnata nel commercio, mentre gli uomini apparivano sempre in centri di lavoro o negli spazi politici. Nel 1991, la proporzione era migliorata: il rapporto era sceso a 4,5:1, ma gli scenari continuavano ad essere gli stessi».
Pensa a tutti i messaggi patriottici della rivoluzione... Il messaggio patriottico è legato quasi invariabilmente alla virilità, alla mascolinità. La rivoluzione dà sempre “risposte virili” all’imperialismo yanki. Qui, l’unico merito è “avere i coglioni”... Guarda quel manico di bandiera sul muro: è un fallo!».
Ti dò questo dato: nell’ultima tornata elettorale, il 98% della propaganda elettorale è stata diretta agli  uomini ed era elaborata solo al maschile... La Federazione ha elaborato soltanto il 2% dei messaggi elettorali da rivolgere alle donne. Che te ne pare?».
Il socialismo liberava la donna mettendola a lavorare. E punto. Se era salariata, era già liberata, se lavorava produttivamente, aveva già rotto le catene. Nel socialismo che abbiamo imparato, tutto era facile-facile, tutto procedeva in linea retta: la società si emancipava dal capitalismo ed era già felice, già funzionavano tutte le cose. La donna si emancipava economicamente ed era ormai libera. La famiglia ti subordina, il lavoro ti libera... Quante stupidaggini...!».
La Federazione di Donne Cubane è rimasta indietro. Il logotipo della Federazione rappresenta una donna che carica un bambino e porta un fucile in spalla. Il discorso della Federazione parla molto delle mamme, dei “nostri” figli, della “nostra” responsabilità nella educazione dei figli, della “donna e la famiglia”.... Ma, la famiglia non è della donna! Donna e famiglia no, donna e società! Il discorso ufficiale si è fatto via via più conservatore, senza relazione con quanto accade a Cuba».
La Federazione è oggi un scatola vuota? La risposta varia molto da luogo a luogo. Dipende molto dalla composizione del gruppo, di come vanno d’accordo le vicine, del grado di affinità che c’è a livello di base. Lo stesso giorno della festa della Federazione puoi osservare tre strade al buio ed una  con tanto di candele per la festa. Forse, uno dei progetti più solidi che ha oggi la Federazione sono le Case della Donna, che sorgono nei municipi e nei quartieri. In alcune puoi seguire corsi di yoga, in altre di aerobica; aiutano pure a risolvere i problemi matrimoniali; ormai non si fanno solo attività puramente politiche, come all’inizio».
Beh, per me la Federazione è ormai una scatola vuota! Ho 37 anni, sono nata nel 1960 con la rivoluzione; sono andata al circolo infantile  dei “Bambini Martiri di Chapultepec” e alla Scuola “Lenin”. Io mangiavo bandiera rossa e cagavo falce e martello, sono stata formata in questo contesto e ho imparato a rispettare tutto della rivoluzione. Riconosco che, sì, la Federazione ha fatto molte cose, grandi cose, ma oggi non ti risolve niente, nemmeno il circolo infantile. Tutto è cambiato a Cuba. Per questo la gente se ne va, si suicida o tace, ma io non me voglio andare, né intendo suicidarmi, e nemmeno starò zitta!».
La rivoluzione ha cambiato la costruzione storica della sessualità o l’ha lasciata tale e quale? Questo è da vedere a Cuba. Di questo, non si parla. La rivoluzione ha modificato assai poco questo, non è entrata nel tema. A Cuba il maschilismo è un fatto naturale, immodificabile, qualcosa di genetico, atemporale, attributo dell’uomo latino, un suo diritto, un suo dovere... Al massimo si può aspirare a moderarlo un po’ nella conversazione, soprattutto se sono presenti delle donne, che riescono solo ad eliminare un po’ del suo scherno, ma sradicarlo dalla vita... è impossibile!».
La società cubana è molto permissiva, molto liberale e al tempo stesso conservatrice rispetto alla sessualità. Molto contraddittoria. Se giunge notizia che in Costa Rica è stata fatta una indagine da cui risulta che una certa percentuale di donne non prova orgasmo, qui si monta uno scandalo, perché da noi no, da noi non succede questo, a nessuna succede questo. Ma, come facciamo a saperlo? Se in tv passano un film francese in cui si vede di tutto, non succede niente, ma se in un film cubano una ragazza apre la cerniera dei pantaloni dell’uomo, il giorno dopo tutti commentano che i bambini non possono vedere queste cose... Questa società è molto contraddittoria e bisogna verificare perché siamo così. Non ci sono sufficienti studi sulla sessualità delle cubane».
Qui siamo in presenza di una doppia morale istituzionalizzata. La doppia casa è stata una istituzione in questo paese ed ha continuato ad esserlo dopo la rivoluzione. La rivoluzione non ha toccato queste cose. Qui, quando un uomo andava a combattere in Angola, se il Partito veniva a sapere che la donna che rimaneva a Cuba aveva un altro compagno, quando il primo tornava, il Partito glielo raccontava ed esercitava una pressione molto forte perché divorziassero. E se non divorziavano, il marito doveva restituire la tessera di militante. Un “eroe” del ministero degli Interni o delle Forze Armate Rivoluzionarie non poteva perdere la faccia, non poteva permettere che la sua donna lo avesse tradito. Ma a nessuno nel Partito interessava se quello che tornava dall’Angola avesse avuto là non so quante relazioni o avesse lasciato non so quanti figli. Questo non importava. La donna doveva comportarsi a Cuba come una vestale, in attesa, con una cintura di castità. Per l’uomo, invece, totale libertà. Sembra qualcosa di medievale, vero? Ma questo succedeva solo pochi anni fa...».
Tanti cambiamenti nella vita pubblica, nella società, non hanno garantito pari cambiamenti nella vita privata. Questi due mondi sono rimasti separati. Il riconoscimento sociale delle donne nella vita pubblica non ha significato che ci fosse un riconoscimento uguale nella vita privata. Gli uomini erano rivoluzionari sul lavoro, nel nucleo di partito, nel sindacato, ma quando tornavano in casa non erano più rivoluzionari. Una montagna di reazionari, conservatori! Io li chiamo machistas-leninistas», (maschilisti-leninisti, parafrasando la nota formula, ndr).
Non è che gli uomini non capiscano cosa sia il femminismo, cosa sia il genere, cosa significa tutto ciò. Ancora meno lo capiscono le donne. E niente aiuta a farle capire. Io credo che la Federazione non vuole che lo capiscano. Come se l’uguaglianza fra uomini e donne fosse già raggiunta, come se l’uguaglianza si desse per scontata. E invece è ferma».
Anche se ci sono cose scontate... La mia generazione si è logorata nella lotta individuale in casa. Mia figlia ha ormai un’altra mentalità, resiste meglio al maschilismo. Le ragazze sono ormai migliori delle loro madri. E il maschilismo è retrocesso: ci sono padri che vanno a prendere i figli a scuola, altri che li portano dal dottore. Fra la gente giovane le cose non sono così gravi come ai nostri tempi e c’è più uguaglianza».
Ma è il periodo speciale a provocare un turbinìo di passi avanti e indietro. Non vedi come ha preso il volo il fenomeno religioso? E le religioni sono abbastanza maschiliste. Non so bene in altre religioni, ma in quella abakuá (legata alla Santería, ndr) l’uomo è tutto. Ma proprio tutto! È il colmo del maschilismo. Le donne nemmeno possono appartenere a quella religione».
Tutto sta a dimostrare che qualcosa ci sta venendo a mancare. Uno legge qualsiasi documento politico e non trova in alcun punto qualcosa che rifletta la prospettiva specifica delle donne. Non è solo il fatto che nel linguaggio non si dica mai “i cubani e le cubane”, non è questo. Non è questione di “os” o “as” in ogni parola (cioè, in castigliano, le desinenze del plurale maschile e femminile, ndr). È che non siamo prese in considerazione. Non ci parlano e noi non parliamo, non siamo visibili e non ci confrontiamo fra noi. Non siamo tenute in considerazione nel linguaggio, né si parla delle problematiche specifiche nostre. Ma, questa società si è ormai così diversificata che bisogna parlare di problemi specifici. Le donne cubane hanno problemi specifici in questa crisi. Io dico che cominciare a cambiare il linguaggio con il quale parliamo della realtà già sarebbe un passo rivoluzionario».

5.  “Magín”: voci per una storia
Tutte queste voci, a Cuba, si facevano ormai acute, insistenti, quando ebbe inizio la storia di un passo rivoluzionario compiuto da donne rivoluzionarie, all’interno della rivoluzionaria FMC. Nel 1993, un gruppo di donne cubane si riunì e cominciò a prendere iniziative originali ed inedite. Crearono l’Associazione di Donne Comunicatrici, battezzandola Magín, termine che in castigliano antico significa intelligenza e ispirazione, talento e immaginazione. Per tre anni, Magín costituì un’esperienza eccezionale, che dimostrò alle donne che vi parteciparono e alle persone che esse furono capaci di raggiungere il nuovo profilo della donna cubana, i numerosi cambiamenti prodotti dalla rivoluzione a favore delle donne e quelli ancora da fare. Nel settembre del 1996, Magín venne sciolta per decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, in nome dell’unità nazionale. In un regime come quello cubano, la stragrande maggioranza della società nemmeno si è resa conto della nascita, crescita e morte, o “disattivazione” di Magín, nel freddo linguaggio burocratico su cui ironizzano le magineras. È giunto il momento di raccontarne la storia. Cercherò di farlo attraverso le voci di un gruppo di donne che parteciparono a quella esperienza.
Nel febbraio 1993 si tenne a La Habana il Primo Congresso Ibero-Americano su "Donna e Comunicazione", cui parteciparono numerose relatrici da tutta l'America Latina e da altri paesi. Le sentivamo ragionare dal "punto di vista di genere" e noi cubane stavamo lì, senza nemmeno sapere come parlare e di cosa. Ci rendemmo conto che dovevamo aggiornarci. Magín nacque proprio da quel Congresso. A Cuba, chiaramente, era già diffuso quel nuovo linguaggio di "genere" che offriva una nuova visione, ma esso era proprio di una élite ufficiale er era un "prodotto per l'esportazione". All'ONU e negli eventi internazionali, i rappresentanti delle delegazioni ufficiali cubane parlavano già di genere e da lì muovevano le loro analisi; nella sede della FMC si accumulavano quintali di documenti che parlavano di genere. Tuttavia, a livello di base della Federazione, niente di niente...
Alcune donne che partecipammo a quel Congresso, ci rendemmo conto non del fatto che mancassero spazi per le donne: questo lo sapevamo già. Ci si rese conto di non aver concettualizzato bene tutti quei vuoti, di non aver ancora ben chiare molte delle cose da fare.
Una persona può conoscere alcune realtà attraverso l’intuito, perchè dotata d’intelligenza, ma può non disporre di un apparato concettuale che la aiuti ad essere più consapevole di tali realtà. Ed è stato proprio questo che ci è successo. In realtà, la teoria di “genere” è tra le più semplici del mondo, perché quando la si assimila, ci si toglie la benda dagli occhi e si corre a tutta velocità. Se sei una donna, prima ti togli questa benda e prima inizi a correre. Puoi leggere tutti i libri di Marx ed Engels senza diventare marxista, ma in questo caso no, è molto semplice da capire...
In tutta la politica della rivoluzione cubana, esiste una chiara volontà di raggiungere la parità tra uomini e donne. Tale uguaglianza è uno degli ideali della rivoluzione. Tuttavia, tale volontà si scontra con la realtà, con la cultura. E la cultura non cambia così velocemente. Perciò abbiamo pensato che fosse importante agire per un cambiamento culturale dall’interno dei mass-media e con donne che già lavorassero in tale contesto. Noi fondatrici di Magín eravamo donne che tutti i giorni elaboravamo notizie, facevamo interviste, programmi, telenovelas, spots pubblicitari. Eravamo donne che, giornalmente, parlavamo con numerose persone. Avevamo la possibilità di proporre a molte persone una prospettiva di genere. Cuba ha ormai tutte le potenzialità per fare un lavoro di questo tipo e con successo.
Quando abbiamo fondato Magín, abbiamo deciso di iniziare dai mass-media, ma partendo da un più ampio concetto di “mezzo”. La maggior parte di noi lavoravamo come comunicatrici, da professioniste della comunicazione: ma non volevamo solo giornaliste della televisione, della radio o pubblicitarie, e per questo abbiamo iniziato a convocare anche le maestre. Chi, più di loro, poteva moltiplicare quel messaggio? Eppoi, le mediche di famiglie che pure potevano moltiplicare il messaggio. Convocammmo anche le deputate del Potere Popolare, docenti universitarie, ricercatrici... Scoprire il concetto di genere e applicarlo al lavoro che ognuna di noi stava svolgendo: fu questa la meta che ci prefiggemmo.
Siamo state noi di Magín a iniziare a segnalare che non si potevano mettere titoli al maschile nei giornali, siamo state noi ad insistere che la televisione cubana non poteva essere “bianca” perché la popolazione cubana è multirazziale... Non c’era mai stata a Cuba una ricerca sul taglio sessista dei mass-media, anche se erano molte le donne che vi lavoravano. Il 54% dei tecnici televisivi è composto da donne, il 40% dei lavoratori della radio è costituito da donne. Nel cinema c’è un 13% di registe. Il 26% dei giornalisti di Granma (l’organo del partito, ndr) è composto da donne, in Juventud Rebelde il 30%, nella rivista Bohemia il 39%, il 45% nella agenzia di informazione nazionale. Metà degli studenti di Comu- nicazione Sociale sono donne. Tuttavia, la maggior parte delle relatrici, molte delle quali rivestivano ruoli direttivi, erano prive della consapevolezza del genere. Il terreno di lavoro era assai vasto.
Costituimmo vari gruppi. Uno per studiare l’immagine delle donne nei mass-media e per arricchirla. Un altro per elaborare prodotti di comunicazione che rispecchiassero la varietà razziale a Cuba. Un gruppo per promuovere iniziative audiovisive, un gruppo di ecologia e genere, uno per coniugare qualità e umanità nei servizi sanitari, un altro per produrre spots di genere per la radio e tv, un gruppo per far uscire il tema della violenza domestica dal privato al pubblico, un gruppo per elaborare materiale sulla sessualità femminile. Infine, uno per sviluppare del giornalismo di ricerca sui cambiamenti delle donne cubane nelle diverse tappe della rivoluzione. Avevamo in cantiere molte pubblicazioni sulla cultura della crisi, sull’autostima, sulle donne con storia e quelle senza. Avevamo molti progetti...
Quando abbiamo creato Magín cosa stava facendo la Federazione? In quegli  anni, la sua propaganda riflette la crisi che stava attraversando. La FMC non pensava più ad una propaganda che stimolasse le donne ad agire, perché raggiungessero ciò che adesso sappiamo chiamarsi empoderamiento (dall’inglese empowerment, acquisire potere, ndr) o  autostima. Non si trattava di una propaganda, né di iniziative elaborate dal punto di vista di genere. La propaganda era di tipo istituzionale: si trattava solo di divulgare ciò che la Federazione stava facendo e come lo stesse facendo bene. Fu anche per questo che cercammo una strada per andare avanti all’interno di Magín. Fu questo il segreto e la magia di Magín: a partire dalla nostra professione, introdurci nel campo ideologico della questione donna.
Ti faccio un esempio. A Cuba abbiamo una sanità pubblica di qualità. Il progetto di Magín parlava di “qualità con calore umano”. Perché? A Cuba, una donna che decide di abortire, lo fa con totale libertà e sicurezza, tuttavia non sempre trova una mano amica accanto a lei. Così, come quando partorisce, ha a sua disposizione la migliore équipe medica, ma a volte le manca una parola dolce. E a volte quella mano e quella parola dovrebbero dargliela altre donne e non gliela danno. Cosa succede? È che qui non sono mai stati presi troppo in considerazione i fattori soggettivi, perché è sempre stato disprezzato l’aspetto soggettivo o individuale. Anche questo era un nostro terreno di lavoro.
Non solo l’aspetto soggettivo. Nel nostro sistema sanitario ci sono oggettivamente delle lacune. Per esempio, quelle relative al “genere”. Occorre prendere in considerazione tutti i fattori che fanno sì che le donne si ammalino maggiormente: perché nutrono i figli e il marito, sopportano il sovraccarico e lo stress del lavoro domestico... A livello di assistenza primaria, per esempio, le schede di anamnesi sono prive di qualsiasi tipo di visione di genere, fino al punto che se copri il nome del paziente, non sai se si tratta di un uomo o di una donna, questo perché nel questionario non ci sono domande specifiche che permettano di saperlo. Quando ci rendemmo conto di una cosa così semplice, quando la spiegammo alle colleghe, ci fu una grande sorpresa e queste iniziarono a pensare ai cambiamenti da fare. Sembra assurdo, ma nessuno se ne era accorto.
Abbiamo anche pensato di guardare la televisione dal punto di vista di genere. In una telenovela, per esempio, c’è una scena in cui l’uomo è seduto e arriva la donna che gli serve il caffè. Perché, ogni tanto, non facciamo che sia la donna a stare seduta e che sia l’uomo a portarle il caffè, affinché milioni di persone dicano: “guarda, un uomo porta il caffè alla donna!”. È un piccolo messaggio ma che arriva all’inconscio e rimane». Vediamo un’altra scena, di avventura: una bambina e un bambino arrivano di  fronte ad una grotta e la bambina non entra, entra il maschio. E perché non può entrare lei per prima? Perché non è lei ad essere più decisa e coraggiosa di lui? Dopo questa indagine, una compagna di Magín, Xiomara Blanco, realizzò la  telenovela Tierra Brava (Terra arrabbiata), che a Cuba piacque molto. Introdusse numerosi dettagli di genere. Era uno sceneggiato in cui gli uomini piangevano ed erano pettegoli. Tre volte la settimana, diventò un laboratorio collettivo di genere, visto da milioni di persone. Xiomara diceva: prima avevo già fatto molte cose in modo intuitivo, ma con Magín lo faccio adesso in modo consapevole, so come lo faccio, come dosarlo, come posso mettere sullo stesso piano i personaggi. E non si trattò solo di telenovelas: inventammo programmi per la televisione, altri per la radio, ne rinnovammo altri...
Per esempio, senti questi dialoghi di Tierra Brava. Nacho Capitán dice assai arrabbiato a Silvestre: “Attaccare i bottoni è cosa da donna!” E Silvestre ribatte: “No, è solo questione di avere il bottone, l’ago e il filo!”. Un altro uomo dice in un’altra scena: ”Le donne parlano come pappagalli!”. Risponde una donna: “Ricorda che ci sono pappagalli femmine e... pappagalli maschi!”.
In Magín si riunivano donne di diversa estrazione professionale, alcune delle quali note e prestigiose. Registe, giornaliste radiofoniche, pittrici e scultrici, disegnatrici, sceneggiatrici di telenovelas, conduttrici televisive, insegnanti universitarie... Nessuna di esse sfruttò Magín per far carriera, tutte cercarono questo spazio per fare qualcosa, per condividere la propria esperienza e, all’inizio, per trovare un accordo dovemmo conoscerci. La storica non conosceva la giornalista radiofonica, questa non conosceva le mediche né le psicologhe, le psicologhe non conoscevano la vigile, questa non conosceva la deputata del Potere Popolare... Anche se siamo nate a La Habana, abbiamo avuto un respiro nazionale tanto da aprire filiali nelle varie province e una cellula a Santiago de Cuba e un’altra a Pinar del Río. Siamo arrivate a raggruppare circa 300-400 compagne, alcune in forma più sistematica, altre meno. Tutte si identificavano con Magín e oggi si autodefiniscono magineras.
Tra le nostre attività, la principale fu quella di riunirci in seminari-laboratorio, che definimmo di “crescita individuale”. Per la prima volta si parlava a Cuba di “individuale”. Che rivoluzione! l laboratori si facevano a mesi alterni. Ne facevamo quattro al mese e duravano un’intera giornata tutte le settimane. Trenta o quaranta donne per ogni laboratorio. I laboratori ebbero inizio negli anni più duri del período especial, quando noi donne ci sentivamo molto depresse. Abbiamo invitato esperte nazionali ed internazionali. Tutte arrivavano per imparare, per condividere progetti e compiti. Per la prima volta, abbiamo parlato della nostra autonomia, dalla nostra autostima... Abbiamo parlato di menopausa, dieta, linguaggio sessista e razzista, fantasie sessuali, jineteras. Parlavamo di cose mai affrontate prima. Quando abbìamo toccato la sfera della violenza domestica, ci siamo rese conto di quante di noi presenti, tutte professioniste, fossimo state aggredite sessualmente e alcune addirittura violentate. Non ce lo saremmo immaginate nemmeno noi. Vennero specialiste che parlarono del modo in cui la donna apprende, di genere e di comunicazione. Invitammo Dennie Eagleson, una brava fotografa statunitense, che ci parlò di come era trattata l’immagine della donna nel suo paese. L’aspetto religioso non venne affrontato per questioni di tempo. Così come la questione delle tendenze sessuali. Amiche straniere omosessuali ci chiesero cosa ne pensassimo e se Magín avrebbe fatto qualcosa in questo senso. Non abbiamo avuto il tempo.
Di tutto quel che si faceva a Magín informavamo il Partito. All’inizio, la Federazione era con noi, non c’erano problemi, ci rispettavano molto, eravamo parte di essa. La invitavamo sempre e ovunque, le fornivamo il nostro materiale. Inoltre dicevamo sempre: se abbiamo creato Magín è per quello che la Federazione ci ha insegnato, se siamo andate così avanti è per tutto ciò che abbiamo fatto prima nella rivoluzione.
Era un’idea peregrina pensare che Magín volesse competere con la Federazione o sostituirla. Tutte noi eravamo “federate” (cioè, aderenti alla FMC, ndr) e mantenevamo i nostri impegni con la Federazione. Magín era un’altra cosa: un gruppo di professioniste che si univano e si riunivano in progetti per loro stesse, per le donne e per l’intera società. Forse sì, volevamo stimolare la Federazione, completarla. Ma ciò è giusto. A Cuba non esiste nemmeno un gruppo di professioniste donne, non c’è una associa- zione di pedagogiste, né di mediche, né di ingegnere, né di giornaliste. Tutte le associazioni sono composte di uomini e di donne insieme. E nonostante in alcuni settori le donne siano in maggioranza e siamo noi a definire la professione, sono gli uomini a rappresentarci.
Gli uomini che siamo state capaci di raggiungere, si sono rivelati molto preparati per capire cosa significasse genere. I nostri progetti hanno trovato molti cubani preparati. Uomini veramente rivoluzionari. Perché questo è uno sforzo comune, di uomini e di donne, di tutti. Perché sappiamo bene che non solo gli uomini possono essere maschilisti, ma anche le donne. E quindi femministe non devono essere solo le donne, ma anche gli uomini.
Nel marzo del 1996, il Buró Politico del Partito pubblicò un documento ideologico assai duro, restrittivo, preoccupante. D’un tratto, le donne della Federazione che venivano ai nostri laboratori e che partecipavano alle nostre attività, presero le distanze. Fu il preludio di ciò che stava per accadere. Avevano ricevuto l’indicazione di separarsi. A settembre, il Comitato Centrale del Partito convocò il Comitato Esecutivo e il Comitato di Gestione di Magín. Obiettivo della riunione era quello di scioglierci. Non si trattò di un processo, fu una riunione fraterna, rispettosa, ma sin dall’inizio fu chiaro che se avessimo opposto resistenza, avrebbero applicato la disciplina di partito.
Riconobbero le nostre capacità e apprezzarono i nostri progetti; tuttavia, addussero il pericolo rappresentato dal “secondo binario” (Track two, nella formula usata dalla Casa Bianca, ndr) della politica di embargo applicata dagli Stati Uniti, che si propone non di farci la guerra, ma di metterci in casa un “cavallo di Troia”, servendosi di organizzazioni sociali. Quelli del Comitato ci spiegarono che molta gente era stata sedotta dal nemico, che molte erano le borse di studio offerte e ingenti i fondi a disposizione. Ci dissero che il 70% degli organismi di cooperazione hanno un fine sovversivo, che dalla loro cooperazione intendono sempre trarre profitto politico, etc.. Tutto questo per concludere che ciò che più bisogna tutelare a Cuba è l’unità e che le organizzazioni già esistenti hanno preservato tale unità e che Magín non sarebbe mai stata riconosciuta come organizzazione. Ci dissero che nonostante i nostri propositi fossero giusti, non sempre le cose giuste sono opportune e che ognuna di noi avrebbe potuto continuare nella stessa direzione, ma all’interno delle organizzazioni di massa già esistenti a Cuba. In questo caso, all’interno della Federazione.
A Cuba, per legge non puoi duplicare un’organizzazione già esistente. Ci dissero che, in parte stavamo riproducendo l’Unione dei Giornalisti e l’Associazione di Pubblicitari e in parte la Federazione di Donne Cubane. Rispondemmo che non era vero, perché l’obiettivo specifico di Magín era quello di cambiare l’immagine della donna nei mezzi di comunicazione, introducendo il concetto di genere attraverso laboratori sull’autostima e che questo non lo stava facendo nessuno. Non accettarono tale argomentazione. A Cuba, si teme di riprodurre organizzazioni, ma soprattutto si teme che le donne si mobilitino individualmente. E c’è stata una grande reticenza ad assumere, ad includere la categoria di genere.
Era chiaro che dietro tale argomentazione, di fondo, c’era un pensiero molto maschilista: “Voi donnette seducibili, potete cadere nella tentazione del nemico, non vi  rendete conto che il nemico vi vuole comprare con fondi, con idee differenti, con individualismi. Noi uomini, che sappiamo come funzionano queste cose in politica, dobbiamo salvarvi dalla tentazione...”.
Forse, inconsciamente, sapevano che un movimento come Magín avrebbe sottratto loro potere. A Cuba, come dappertutto, gli uomini sanno di dover cedere potere. Sanno anche che per far progredire questa società, e qualsiasi tipo di società, devono contare sulla metà della popolazione in parità di condizioni, e che il punto di vista delle donne è necessario per prendere decisioni migliori. E ancora di più se si tratta della donna cubana: capace, intelligente, colta...
Tutte abbiamo esternato con estrema coerenza e il nostro dissenso dall’argomentazione per la quale ci stavano sciogliendo. Sostenemmo che Magín era un progetto giusto e opportuno ed era un nostro diritto portarlo avanti. Difendemmo ciò che avevamo fatto e la sua importanza in tempi di crisi. Affermammo che il Partito si sarebbe dovuto domandare per quale motivo un gruppo di donne preparate e rivoluzionarie trovasse tanto da dirsi, da dire e da fare in Magín, e perché non l’avessero trovato da un’altra parte. Dicemmo molte cose. Nessuna di noi si fece indietro, ma tutte abbiamo finito per accettare la decisione del Partito, per disciplina e per rispetto verso lo stesso. Del resto, non avremmo potuto fare altrimenti: se non vuoi essere considerata una dissidente e che ti vengano chiusi spazi professionali, a Cuba non puoi fare altrimenti in un caso così. Però, li avvertimmo che se gli spazi da noi riempiti non li avesse colmati il Partito, sarebbe stato proprio il nemico del quale parlavano a colmarli, perché esistevano vuoti reali ed era necessario riempirli.
Ci hanno sciolte, ma molte cose sono rimaste. In primo luogo, in Magín  siamo  riuscite a riscattare la validità del termine femminismo, che a Cuba aveva assunto un senso dispregiativo. È, tuttavia, molto difficile sapere se questo termine sia stato riscattato a livello di massa, in tutta la società, tra gli uomini e le donne. Ma siamo andate anche oltre: abbiamo messo in strada la  parola “genere”, sulla quale vi erano state reticenze e resistenze nella Federazione. Abbiamo reso in qualche modo obbligato un aggiornamento del discorso ufficiale sulle donne. La parola “genere” era rara a Cuba fino a pochi anni fa, ma adesso non più tanto: ciò, in gran parte, lo dobbiamo a Magín. Credo che ogni maginera con la sistema concettuale che ha imparato e con la formazione ricevuta in Magín, continuerà a lavorare per questa causa in qualsiasi posto essa si trovi. Questa causa vive in 300, 400 donne che non sono stupide e che si trovano dappertutto e che la moltiplicano. Non si tratta, forse, di una grande conquista?
Credo che prima o poi, Magín tornerà. Io voto per il futuro. È necessario che tali idee vengano canalizzate. Magari la Federazìone assumesse tutti i nostri progetti, sarebbe meraviglioso. Ma, questi compiti li può svolgere un’organizzazione così di massa come la Federazione?.
Che futuro avranno le idee che abbiamo condiviso in Magín? La FMC accetterà la sfida che le abbiamo lanciato come donne, come federate e rivoluzionarie? La accetteranno gli uomini, come uomini e rivoluzionari? Nel frattempo, “andiamo per il nostro cammino”, come dice Martí, che pure ci disse che “la prova di ogni civilizzazione umana sta nella specie di uomo e di donna che in essa si produce”.

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