«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NORD/SUD / Dopo-Mitch: idee e proposte

Il presidente degli Stati Uniti Clinton ha visitato il Centroamerica fra l'8 e l'11 marzo. Ma, oltre a fornire aiuti umanitari e di emergenza, in che modo gli USA sosterranno la ricostruzione dei paesi centroamericani? Pubblichiamo stralci di un documento destinato a influenzare l'attuale politica statunitense nella regione.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.
Che tipo di ricostruzione si propone per il Centroamerica devastato da Mitch? Il documento Estrategia para la Reconstrucción y la Transformación de Centroamérica después de Mitch, raccoglie una delle proposte fatte dal Gruppo Consultivo a Washington nel dicembre '98, considerata come "apporto iniziale" per la riunione prevista nel maggio '99 a Stockholm. Tale documento è stato elaborato con il patrocinio del Centro Latinoamericano per la Competitività e lo Sviluppo Sostenibile dell'Istituto Centroamericano Imprenditoriale (INCAE), dell'Istituto per lo Sviluppo Internazionale dell'Università di Harvard (USA), della Segreteria Generale del Sistema di Integrazione Centroamericano e dalla fondazione svizzera AVINA. Il testo riflette il punto di vista di influenti accademici progressisti, di ideologia liberal, degli Stati Uniti. Alcune delle idee qui esposte si stanno già mettendo in pratica.
In sostanza, come pensano i più avanzati think tanks (centri di pensiero, ndr) statunitensi di trasformare la tragedia di Mitch in una "opportunità"? L'asse centrale del loro discorso è l'ammodernamento del settore imprenditoriale centroamericano, dando priorità a tre settori: l'industria maquiladora, l'agroindustria, il turismo; in funzione dello sviluppo di questi tre settori, quindi, ammodernare l'infrastruttura viaria dell'istmo. L'incentivo per gli imprenditori sarà l'accesso privilegiato al mercato degli Stati Uniti. Per questo, si propone di allargare l'Iniziativa per il Bacino dei Caraibi e concedere una serie di opportunità ai prodotti tessili confezionati nelle maquilas della regione.
La proposta articola meglio di altre, più conservatrici, i progetti per i "poveri" - i cosiddetti programmi di compensazione sociale - con lo sviluppo imprenditoriale, partendo dalla convinzione che nessun progetto imprenditoriale è viabile se non si riducono gli alti indici di povertà e vulnerabilità che colpiscono la maggioranza della popolazione centroamericana. Alcuni punti della proposta coincidono con alcune rivendicazioni della sinistra, senza dimenticare il fattore ecologico.
Fin qui, niente di nuovo. La novità sta piuttosto nel fatto che Mitch ha dato un inatteso e nuovo impulso a proposte "alternative" dei liberali statunitensi, raccolte in questo documento. Una di esse si riferisce al debito estero di Nicaragua e Honduras, i paesi più poveri e indebitati del continente. Mentre il Fondo Monetario Internazionale propone di ristrutturare i loro debiti, condonandone l'80% nel quadro della iniziativa HIPC, i liberali statunitensi optano per la loro cancellazione totale.
Nuova è anche la proposta di modificare le leggi migratorie degli Stati Uniti. E nuova è l'analisi della realtà regionale che tiene conto del crescente peso che nelle economie centroamericane hanno assunto le rimesse in dollari inviate dagli emigranti centroamericani alle loro famiglie.
Nuovo è, poi, l'approccio regionale del documento. Finora, tanto in sede di Banca Mondiale, che negli Stati Uniti, hanno prevalso proposte di soluzione paese per paese. I liberali statunitensi scommettono decisamente per il regionalismo e, di conseguenza, per la capitalizzazione del Banco Centroamericano de Integración Económica.
Naturalmente, tutta la proposta è formulata nell'ottica degli interessi degli Stati Uniti e ciò spiega l'enfasi sugli aspetti commerciali nella fase di ricostruzione. Un punto di vista europeo, probabilmente, avrebbe tenuto più conto della prospettiva della piccola e media produzione. Di seguito, stralci di questo importante documento.
La furia dell'uragano Dal 21 al 31 ottobre 1998, l'uragano Mitch ha investito il Centroamerica con furia devastante, provocando la morte o scomparsa di circa 18 mila centroamericani, 2 milioni e 300 mila sinistrati e oltre 5 miliardi di dollari in perdite materiali. Mitch è stato l'uragano più mortifero degli ultimi 200 anni nei Caraibi, più forte e intenso di Andrew (1992), che devastò la costa sud degli Stati Uniti ed è considerato quello che più danni materiali ha fatto nella storia: 26,5 miliardi di dollari di perdite in Florida e Louisiana.
Mitch si è formato nel sud-est dei Caraibi, a 360 miglia da Kingston, Jamaica, il 21 ottobre. All'inizio, il sistema nuvoloso si è mosso lentamente verso ovest, accumulando forza fino a convertirsi in tormenta tropicale. Quindi, ha cominciato a spostarsi verso nord-est, in direzione delle coste nicaraguensi. Il 24 ottobre, Mitch ha raggiunto la categoria di uragano.
Due giorni dopo, Mitch si era ulteriormente rafforzato convertendosi in un uragano di classe 5, la più alta nella scala Saffir-Simpson. Solo quattro uragani hanno raggiunto questo livello nel ventesimo secolo. Andrew toccò la scala 4. La pressione al centro dell'uragano è arrivata ad un minimo di 904 millibar, la quarta più bassa registrata da un uragano nell'Atlantico in questo secolo. Al momento della sua massima intensità, i venti di Mitch hanno registrato una velocità sostenuta di 228 chilometri orari, con raffiche fino a 340 km/h. A quel punto, Mitch si trovava a nord della costa honduregna.
È stato, tuttavia, il comportamento successivo dell'uragano a causare le maggiori devastazioni. Mitch ha, infatti, cambiato rotta, muovendosi lentamente in direzione sud-est e attraversando diametralmente l'Honduras fino ad arrivare nel Salvador. Per cinque giorni, fra il 26 e il 31 ottobre, Mitch ha generato torrenziali acquazzoni, lo straripamento di fiumi e, quindi, vastissime inondazioni in tutta la regione centroamericana.
Sono state le piogge e l'altissima vulnerabilità della popolazione, più che i venti dell'uragano, a causare il disastro. A Choluteca, in Honduras, dal 25 al 31 ottobre sono caduti 914 millimetri di pioggia, 42 volte il livello registrato in condizioni normali. In cinque giorni è caduta una quantità di acqua equivalente a quella di 212 giorni nella media annuale. Quantità simili sono state registrate anche a Tela e La Ceiba nella costa settentrionale honduregna.
La forza straordinaria della natura, i decenni di sfruttamento delle risorse naturali senza precauzioni ambientali adeguate, le condizioni di povertà e miseria si sono combinate nel provocare un disastro senza precedenti nella storia recente della regione. Il primo e più triste effetto diretto è la perdita di vite umane, soprattutto, di gente umile, le cui condizioni di povertà hanno aggravato la propria vulnerabilità.
In società sviluppate, con maggiore infrastruttura economica e sociale, in generale, più ricche e con migliori livelli di vita della popolazione, le perdite principali sono materiali. Anche di fronte ad un fenomeno naturale di questa violenza, le perdite di vite umane tendono a ridursi.
In una società povera, le perdite di vite risultano, invece, assai significative. In questo caso, anche se le perdite materiali sono state relativamente minori, in proporzione sono assai importanti. Si calcola che nei paesi poveri le perdite rispetto al prodotto interno lordo (PIL) causate da disastri naturali siano 20 volte superiori a quelle prodotte nei paesi ricchi. Secondo stime preliminari, il danno totale provocato da Mitch supera i 5 miliardi di dollari, cifra che può essere ancora più alta se si considerano i costi di ricostruzione.
Il concetto di vulnerabilitàDi fronte alla situazione che soffre il Centroamerica a conseguenza dell'uragano Mitch, occorre in primo luogo capire cosa implichi un disastro in un paese e in una regione. Non ogni fenomeno fisico genera una crisi che può essere definita come disastro. Ciò dipende dal grado di vulnerabilità della zona colpita. Non tutti i paesi patiscono uguali conseguenze all'essere colpiti da fenomeni naturali simili. Esiste una relazione molto stretta fra la minaccia del fenomeno in un regione, la vulnerabilità della regione e i danni prodotti. Per questa ragione, alcune città e paesi sono più colpiti di altri da eventi disastrosi.
Per minaccia si intende qualsasi fattore esterno ad una regione, rappresentato da un fenomeno che può capitare e produrre un disastro al manifestarsi. La vulnerabilità si definisce, invece, come un fattore interno ed esprime le condizioni in cui si trova una regione di fronte alla minaccia. Possono essere considerati diversi tipi di vulnerabilità. Di solito, si citano almeno quelle strutturale, sociale, economica, organizzativa, culturale, biologica, sanitaria e ambientale.
Il rischio di una regione di essere colpita da un disastro si calcola considerando l'azione potenziale di una determinata minaccia nelle condizioni di vulnerabilità di una regione. In altre parole, il rischio sarà determinato dalla grandezza della minaccia che lo investe e dalla sua vulnerabilità di fronte ad essa.
La riduzione della vulnerabilità è ciò che differenzia una minaccia nei diversi paesi.
Quelli centroamericani sono più vulnerabili di fronte ai fenomeni naturali dei paesi sviluppati e questo è ciò che vogliamo cambiare. Nella storia della regione si combinano con alta frequenza fenomeni fisici e vulnerabilità dei paesi che non si sforzano per ridurre il rischio.
È ora di dare un colpo di timone e cambiare questa rotta sbagliata.
Il ciclo dei disastri è ricorrente. La frequenza dei disastri deteriora lo sviluppo economico e sociale, ma se la ripresa non prevede misure per mitigare l'impatto, la vulnerabilità della regione rischia di aumentare fino a quando non sarà colpita da un altro fenomeno naturale con conseguente nuovo disastro. È questo ciclo del disastro che bisogna interrompere in Centroamerica.
Disastri "umani"I parametri di sviluppo umano inadeguati ai ritmi e alle forze della natura conducono ai cosiddetti "disastri naturali". Tuttavia, questi vanno considerati più correttamente come "disastri umani", che accadono quando fenomeni naturali estremi creano situazioni che eccedono la capacità di una società di assorbire e sopravvivere allo sconvolgimento del fatto. Fondamentalmente, i disastri sono il risultato di una mancata compatibilità delle attività umane con l'ambiente naturale in cui vive una società.
La povertà, come molti altri problemi del Centroamerica, è un fattore legato alla vulnerabilità della regione di fronte alle forze della natura. Sebbene questo fattore non possa essere risolto nell'immediato, vanno affrontati i sintomi della povertà che aumentano la vulnerabilità ai disastri. Solamente con investimenti sociali e riducendo la vulnerabilità, potremo evitare contrattempi così seri che riguardano lo sviluppo come le sequele dell'uragano Mitch.
Per la sua configurazione geologica e le sue caratteristiche climatiche, il Centroamerica è soggetto ad una varietà di disastri potenziali: terremoti, siccità (stagionali e prolungate), frane, incendi forestali, inondazioni e uragani. È importante segnalare che il Centroamerica è vulnerabile anche a disastri provocati dall'uomo: incidenti chimici e perdite di petrolio potrebbero rappresentare rischi assai severi per centri abitati e risorse naturali.
Esiste un consenso generalizzato fra gli esperti che le cause di vulnerabilità più rilevanti per il Centroamerica siano:
- popolazioni altamente vulnerabili;
- mancanza di una organizzazione sociale per l'assistenza e per mitigare l'impatto dei disastri;
- una gestione inadeguata delle risorse naturali;
- una pianificazione inefficace dell'uso della terra;
- progettazione e pianificazione inadeguate delle infrastrutture;
- una mancanza di sostegno alla infrastruttura umana che resiste;
- tecniche inappropriate di progettazione e costruzione.
Anche se le frontiere fra queste categorie sono labili, la loro gerarchia è logica. Per esempio: senza una base di risorse naturali bene amministrata, la pianificazione di infrastrutture o l'appoggio alle infrastrutture umane non avrà successo a lungo termine nel ridurre la vulnerabilità. E un edificio ben costruito è pur sempre vulnerabile se costruito in una pianura soggetta a inondazioni o su una faglia sismica, o se dipende da una infrastruttura inadeguata.
Gli investimenti strategici in tutte queste aree ridurranno la vulnerabilità e il rischio di perdite di vite e proprietà a conseguenza di disastri naturali. Inoltre, produrranno un valore tangibile a lungo termine e otterranno uno sviluppo più sostenibile, incorporando la pianificazione basata sui rischi e sulle decisioni orientate allo sviluppo, al miglioramento della qualità e della produttività delle risorse naturali, alla costruzione di infrastrutture più resistenti e alla garanzia di maggiori livelli di resistenza finanziaria e sociale di fronte a eventi estremi.
Emergenza, riabilitazione, ricostruzioneIn un disastro esistono differenti fasi che, per quanto connesse e progressive, si differenziano quanto a necessità, tempo di reazione, tipo di organizzazione che richiedono e quantità di fondi. Queste sono: l'assistenza immediata, quando si risponde a problemi di estrema urgenza (soccorso, assistenza medica di base, somministrazione di acqua potabile e alimenti); la riabilitazione, quando si ristabiliscono le infrastrutture di base, di comunicazione e acqua potabile; la ricostruzione, quando si affrontano problemi più a lungo termine (case, produzione agricola-forestale, creazione di impiego, sviluppo locale).
Le prime due fasi richiedono una rapida disponibilità di risorse fresche, che devono opportunamente arrivare per minimizzare possibili conseguenze che aggravino ancora di più la situazione, e una organizzazione e amministrazione ottimali e trasparenti delle risorse. In queste prime due fasi (dodici mesi) sono vitali l'aiuto diretto per rispondere alle necessità di base della popolazione colpita, per ripristinare i servizi di base e riattivare l'apparato produttivo per dare lavoro alla gente, riprendere la produzione e generare divise.
Ad ogni fase una organizzazioneOgnuna delle fasi successive al disastro richiede un modello di organizzazione differente. Durante la prima fase di risposte immediate, i principali problemi sono di comunicazione e di carattere logistico. All'altro estremo dello spettro, durante la fase di ricostruzione si richiede un'organizzazione molto differente, capace di fare arrivare gli aiuti effettivamente ai sinistrati, con trasparenza ed efficienza.
Come prima attività nella progettazione di un programma di ricostruzione è necessario contare su una valutazione dettagliata dei danni e delle necessità immediate nel campo dell'acqua potabile, della sanità di base e della casa. È necessario, inoltre, prevedere meccanismi specifici di aiuto, si tratti di donazioni o prestiti. Nella maggioranza dei casi è necessario stabilire un misto appropriato di donazioni con crediti per attività produttive.
Generalmente, i programmi di aiuto si strutturano dall'alto verso il basso (top-down), ma nella attualità ci si preoccupa sempre più di includere gli stessi beneficiari nel progettare la ricostruzione (bottom-up). Un problema fondamentale, in questo senso, è come integrare i sinistrati in quanto protagonisti del proprio sviluppo. In generale, è necessario contare con organizzazioni a livello locale che possano effettivamente portare a termine un processo consultivo e decisionale. Inoltre, è importante integrare i sinistrati e la società civile nel controllo della consegna degli aiuti e nei programmi di costruzione di case e ripresa produttiva.
La possibile mancanza di trasparenza nella consegna degli aiuti umanitari sta suscitando sempre maggiore attenzione a livello internazionale ed è oggetto di una responsabile preoccupazione preventiva fin dall'inizio dell'emergenza causata da Mitch. È indispensabile instaurare un meccanismo di controllo e monitoraggio tecnico per l'amministrazione degli aiuti. Così, il Centroamerica potrebbe convertirsi in una regione pioniera nel mondo, collaborando con la comunità internazionale nel predisporre un meccanismo di questo tipo che risponda con rapidità ed efficacia alle proteste dei sinistrati o alle denunce della società civile.
Debito estero insostenibile Prima che l'uragano Mitch colpisse il Centroamerica, era già evidente che Honduras e Nicaragua necessitassero di una forte riduzione del peso del loro debito estero per poter crescere economicamente ad un tasso soddisfacente e sostenibile per un periodo prolungato. L'ingresso pro capite in Nicaragua e Honduras è quasi un quarto di quello di Panamá o Costa Rica, paesi che a loro volta registrano un ingresso pro capite quasi quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti. Sulla base di stime conservatrici, secondo cui la popolazione honduregna e nicaraguense crescerà al ritmo del 2,5% annuo, il PIL di Honduras e Nicaragua dovrebbe crescere ad un ritmo costante dell'ordine del 6% annuo per un periodo di 40 anni soltanto per raggiungere il livello di ingresso pro capite dei paesi latinoamericani di livello medio.
Sia in Honduras che in Nicaragua, le dimensioni del debito estero avevano già raggiunto livelli insostenibili e si stavano già dirottando risorse del tutto necessarie in campo sociale - istruzione, sanità e infrastrutture - per pagare il servizio dello stesso. La forza distruttiva dell'uragano Mitch in Honduras e Nicaragua ha complicato ancor di più le cose, rendendo persino più evidente e urgente la necessità di una riduzione sostanziale del debito di questi paesi.
Paul Krugman (1988) e Jeffrey Sachs (1989) hanno evidenziato come un peso eccessivo del debito estero agisca come una imposta al margine, elevata al punto da disincentivare gli investimenti e l'aggiustamento economico. Questo argomento - noto come la curva di Laffer del debito estero -suggerisce che ridurre il debito potrebbe essere di sommo interesse sia per i creditori che per i debitori, dal momento che un alto debito estero impone forti restrizioni allo sviluppo dei paesi debitori, limitando la loro capacità per far fronte al servizio dello stesso.  Il raggiungimento di una riduzione importante del debito costituisce, di conseguenza, un prerequisito per iniziare un processo di sviluppo economico sostenuto.
HondurasA fine 1996, il debito esterno honduregno arrivava a quasi 4 miliardi e 453 milioni di dollari, dei quali quasi il 90% era costituito da obbligazioni a lungo termine e nell'87% dei casi da obbligazioni pubbliche o , comunque, con garanzia pubblica. Queste ultime sono cresciute fra il 1972 e il 1996 in dollari correnti, a un tasso composto del 14,8% all'anno, come risultato di flussi netti a lungo termine da parte di creditori ufficiali.
Nel periodo 1970-96, considerando il  saldo del debito era evidente una marcata tendenza al rialzo durante gran parte del periodo, persino durante il momento più difficile della crisi del debito negli anni  '80. Nel 1990, gli indicatori sembravano aver toccato il massimo, mantenendosi poi  relativamente stabili fino al 1996.
Nel 1996, i pagamenti totali del servizio del debito honduregno sono stati pari a 564 milioni di dollari, quantità equivalente al 29% delle esportazioni di beni e servizi e al 14% del PIL. Il rapporto servizio del debito/PIL è rimasto ben al di sopra del 10% negli anni '90 e, in media, il servizio ha rappresentato circa il 30% delle esportazioni di beni e servizi nello stesso periodo. A mo' di comparazione, gli stessi indicatori per tutti i paesi classificati come "paesi di basso ingresso e altamente indebitati" erano intorno al 4% e al 15% rispettivamente.
Il trasferimento netto di risorse - cioè, il  flusso netto meno il pagamento di interessi -, che indica lo sforzo che un paese deve fare per rispettare i propri obblighi esterni, dimostra come l'Honduras registri un trasferimento netto di risorse negativo da parte della comunità finanziaria internazionale in 7 degli 11 anni del periodo 1986-96.
NicaraguaA fine 1996, il debito estero del Nicaragua aveva raggiunto i 5 miliardi e 929 milioni di dollari, l'86% dei quali costituito da obbligazioni a lungo termine con garanzia dello Stato. Il debito a breve termine corrispondeva principalmente a ritardi nel pagamento di interessi del debito a lungo termine. L'accumulazione di ritardi nel pagamento del capitale e degli interessi ha significato fra il 1988 e il 1996, in media, un 36% del saldo totale del debito estero.
Nel periodo 1971-96, il debito estero in dollari correnti è cresciuto a un tasso annuale composto medio del 13,5%.
Il rapporto debito estero/esportazione di beni e servizi era del 650% a fine 1996, e quello debito estero/PIL del 355%. Entrambi gli indicatori mostrano una drastica riduzione a partire dal 1990, come risultato delle politiche di apertura e riduzione del debito da parte dei governi succedutisi al governo sandinista.
Negli ultimi anni, il Nicaragua ha fatto importanti sforzi per rispettere i propri obblighi esterni, al contrario di quanto occorso durante gran parte degli anni '80, anni in cui il servizio del debito si è ridotto sostanzialmente nonostante la crescita continua del saldo del debito estero. A partire dal 1991, il Nicaragua ha incrementato sostanzialmente il servizio del proprio debito estero nel tentativo di normalizzare le proprie relazioni con la comunità finanziaria internazionale. Tuttavia, il volume del debito estero aveva raggiunto livelli insostenibili che rendevano impossibile per il paese far fronte ad un servizio totale.
Nel 1996, il Nicaragua ha dedicato al pagamento degli interessi del debito estero il 25% delle esportazioni totali di beni e servizi, e il 13% della produzione nazionale.
A fine 1996, il saldo totale del debito estero arrivava quasi a 6 miliardi di dollari, in termini correnti, oltre un 40% inferiore a quello dell'anno prima. Tale riduzione è dipesa principalmente dagli accordi raggiunti con Russia, México, Club di Paris, Repubblica Ceca e El Salvador, che hanno significato 4 miliardi e 208,1 milioni di dollari di debito condonati, nonché 644,4 milioni riprogrammati in termini concessionali (cioè, a bassissimo tasso di interesse, ndr).
L'iniziativa HIPCA metà 1998, Honduras e Nicaragua avevano raggiunto la maggior parte dei requisiti per beneficiare dell'Iniziativa per i Paesi Poveri Altamente Indebitati (HIPC, nell'acronimo inglese: High Indebted Poor Countries), lanciata congiuntamente dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale nel 1996. Tale iniziativa offre un alleggerimento del debito multilaterale (quello con la Banca Mondiale, l'FMI, il Banco Interamericano de Desarrollo, fra gli altri, ndr) a quei paesi poveri che abbiano dimostrato solidi risultati in politica economica ma che registrino livelli insostenibili di debito estero, anche dopo aver usufruito dei meccanismi tradizionali di alleggerimento del peso del debito. L'iniziativa considera la possibilità di concedere una riduzione del debito totale del 100%.
Un'analisi dettagliata realizzata prima dell'uragano Mitch (Esquivel, Sach e Larraín, 1998) ha dimostrato come sia l'Honduras che il Nicaragua presentino le condizioni per essere ammessi a beneficiare dell'iniziativa HIPC e ricevere un trattamento speciale come economie aperte e piccole. Ciò comporterebbe per Honduras e Nicaragua una riduzione del debito addizionale rispetto alle condizioni originarie della iniziativa HIPC.
Una comparazione fra gli indicatori chiave di indebitamento di Honduras e Nicaragua e quelli dei primi tre paesi ammessi a beneficiare della iniziativa HIPC (Uganda, Bolivia e Burkina Faso) offre un'idea più precisa delle prospettive in questo senso.
Se si esamina il rapporto debito/esportazioni e quello servizio del debito/esportazioni nei cinque paesi è evidente come il Nicaragua abbia gli indici più alti. I risultati per l'Honduras sono misti, dal momento che il valore netto del rapporto debito/esportazione è, sì, inferiore a quello dei tre paesi già beneficiati, tuttavia quello del servizio del debito/esportazioni è maggiore.
Sebbene i tradizionali indicatori del debito diano un'idea non univoca del debito estero in Honduras, un quadro differente e più coerente emerge se si considerano indicatori addizionali. Il valore presente netto del rapporto debito/PIL e servizio del debito/PIL è maggiore in Honduras che nei tre paesi. Tenendo conto dei quattro indicatori, è pertanto chiaro come il debito honduregno sia più insostenibile di quello di qualsiasi dei tre paesi già beneficiati dalla iniziativa HIPC.
Le differenti conclusioni per quanto riguarda l'Honduras derivano da un rapporto esportazioni/PIL relativamente alto, specialmente rispetto a economie meno aperte come quelle dei tre paesi già nella HIPC. Honduras genera, infatti, più divise da esportazione di quest'ultimi e, solo per questo fattore, si ritiene che il paese centroamericano abbia un livello di debito più sostenibile di quello di altre economie, dimenticando però che esso ha un peso maggiore di debito rispetto alla sua capacità di generare  ingresso.
Il problema del debito in Honduras e Nicaragua è reso ancora più difficile perché il servizio del debito estero significa un drenaggio sostanziale di risorse del settore pubblico. Mentre le scadenze di pagamento del servizio del debito estero nei tre paesi già scelti per la HIPC hanno significato meno del 20% delle spese del governo centrale nel 1995, in Honduras e Nicaragua sono state al di sopra del 50% e 100%, rispettivamente.
Per una cancellazione totaleL'uragano Mitch ha distrutto molta della produzione agricola e della infrastruttura fisica e umana in Honduras e Nicaragua. Il compito più urgente dei governi di questi paesi è ricostruire le proprie economie e, in particolare, l'infrastruttura danneggiata da Mitch. Considerando le forti pressioni che derivano dal bilancio nazionale e dalla bilancia dei pagamenti cui queste economie dovranno far fronte a breve termine è più che evidente che entrambi i paesi necessiteranno una sospensione immediata del servizio del debito estero.
Tuttavia, nonostante l'alleggerimento che potrebbe rappresentare una sospensione temporanea del servizio del debito ai governi di Honduras e Nicaragua, le dimensioni del disastro economico in questi paesi è tale che la sospensione del pagamento degli interessi del debito non sarà sufficiente per garantire il pieno recupero delle loro economie. Questa misura deve essere accompagnata dalla cancellazione di gran parte del debito esterno extraregionale, quello che Nicaragua e Honduras hanno con paesi di alto ingresso e con istituzioni finanziarie multilaterali.
Una stima conservatrice delle necessità finanziarie per avviare una ripresa economica in Honduras e Nicaragua suggerisce che la quantità di debito extraregionale debba ridursi fra un 80% e un 100%, dipendendo dal tipo di creditori. Tale riduzione del debito - per liberare una quantità sufficiente di risorse e sciogliere le incertezze finanziarie - dovrebbe riguardare il debito extraregionale, sia bilaterale che multilaterale.
La riduzione del debito estero è solo parte della soluzione del problema dello sviluppo in Honduras e Nicaragua. Più importante ancora e più urgente in questo momento, è ottenere le risorse concessionali fresche per portare a termine la ricostruzione e la trasformazione di entrambe le economie. Pur riducendo il debito, se non arriveranno nuove risorse a carattere concessionale, Honduras e Nicaragua si troveranno ad affrontare una situazione di indebitamento come l'attuale in meno di cinque anni.
In base alle considerazioni precedenti, proponiamo quindi la rinegoziazione del debito estero di Honduras e Nicaragua nei seguenti termini:
- rinvio immediato di tutti i pagamenti del servizio del debito, compresi gli interessi dovuti a organizzazioni multilaterali extraregionali (FMI, BM, BID);
- cancellazione totale immediata del debito nei confronti del Club di Paris. Tale cancellazione deve comprendere tutti i debiti esistenti fino a metà 1998 per entrambi i paesi;
- cancellazione totale immediata di tutto il debito estero bilaterale ufficiale, da governo a governo extraregionale;
- FMI, BM e BID devono annunciare immediatamente che Honduras e Nicaragua rispondono ai requisiti per beneficiare della iniziativa HIPC e procedere, quindi, a cancellare il 100% del loro debito;
- i pagamenti del servizio di una minore quantità di debito saranno ripresi d'accordo con l'evoluzione delle loro economie, ma non prima del 2001.
A queste misure fanno da complemento altre:
- l'accesso immediato a risorse fresche di organizzazioni multilaterali in termini particolarmente favorevoli;
- l'aumento considerevole delle risorse destinate ai Fondi di Operazioni Speciali da parte degli organismi multilaterali, al fine di garantire a Honduras e Nicaragua due obiettivi, in ordine di importanza: 1) risorse concessionali fresche in misura sufficiente ad affrontare le necessità della ricostruzione, tenendo conto di fattori che riducano la vulnerabilità; 2) risorse per completare con successo la cancellazione del 100% del debito di Honduras e Nicaragua a livello extraregionale.
Il problema migratorio I problemi migratori rappresentavano già uno dei problemi aperti per i governi centroamericani. A partire dalle devastanti conseguenze di Mitch si sono convertiti in un tema prioritario della nuova agenda politica regionale date le loro ripercussioni sociali, economiche, politiche e internazionali. La problematica migratoria nella regione esigerà l'adozione, in un quadro multilaterale, di decisioni che esprimano il consenso, la solidarietà e l'impegno di tutti i paesi coinvolti, compresi i tradizionali ricettori dei flussi migratori regionali.
Gli effetti dell'uragano hanno acuito la diversità di fattori che determinano e spiegano i movimenti migratori: l'accentuazione delle differenze nello sviluppo economico e sociale, l'aumento dei fenomeni di disoccupazione, sottoccupazione, povertà, precarietà nelle condizioni di vita. Questi fattori, sommati all'incapacità degli ecosistemi delle zone colpite di ospitare nuovamente popolazione e attività, favoriranno indubbiamente e ulteriormente  una forte mobilità della popolazione centroamericana, principalmente nei paesi che hanno sofferto i maggiori danni.
Alta mobilitàL'uragano Mitch si è abbattuto sui paesi più poveri dell'America Latina e dei Caraibi, quelli che hanno i tassi più alti di crescita demografica e di migrazione. In termini migratori, il Centroamerica ha sperimentato negli ultimi vent'anni una forte crescita dell'emigrazione nonché spostamenti di popolazione senza precedenti a conseguenza delle convulsioni politiche e dei conflitti armati vissuti nel Salvador, Guatemala e Nicaragua.
Durante gli anni '70 e '80, l'emigrazione centroamericana non solo è aumentata, ma ha cambiato anche il suo destino. Nel 1970, del totale di 268 mila emigranti centroamericani, presenti nello stesso Centroamerica, in México, Canada e Stati Uniti, il 52% si trovava nei paesi della regione. Nel 1980, un 74% degli emigranti della regione (446 mila) risiedeva negli Stati Uniti. Nel 1990, il numero di emigranti centroamericani si era quasi triplicato, raggiungendo 1.264.335 persone, l'87% delle quali viveva negli Stati Uniti.
Nell'ultimo decennio, anche il Canada ha costituito, pur in misura minore rispetto agli Stati Uniti, una meta dell'emigrazione centroamericana, specialmente per quella di origine salvadoregna. Mentre il México è meta importante dell'emigrazione di origine guatemalteca.
Gli indocumentadosUno dei principali problemi in questo contesto è costituito dalla migrazione indocumentada, cioè di gente priva di documenti personali, con le conseguenze che questa situazione implica in termini di emarginazione sociale, di violazione dei diritti umani, di discriminazione e xenofobia. Buon parte della popolazione migrante centroamericana risiede oggi in forme irregolari nei paesi meta, principalmente negli Stati Uniti. Sebbene quantificare questo tipo di migrazione sia difficile, secondo stime del Servizio di Immigrazione e Naturalizzazione (INS, nell'acronimo in inglese) nell'ottobre 1996 dei cinque milioni di indocumentados negli Stati Uniti, il 54% proveniva dal México (circa 2 milioni e 700 mila persone) e oltre il 13% dal Centroamerica (El Salvador: 335 mila; Guatemala: 165 mila; Honduras: 90 mila; Nicaragua: 70 mila).
Il problema della migrazione indocumentada costituisce senza dubbio un tema molto significativo nelle relazioni fra Stati Uniti e Centroamerica. A partire dall'uragano Mitch, questa realtà assume una nuova dimensione politica. La stabilità migratoria della popolazione centroamericana che risiede negli Stati Uniti, principalmente quella dei paesi più colpiti, diventa una preoccupazione assai maggiore per i governi della regione.
La legislazione migratoria USALe nuove misure migratorie approvate negli Stati Uniti mediante la ratifica nel 1996 della legge di riforma sulla immigrazione illegale e sulle responsabilità dell'immigrante (IIRIRA), insieme alla legge sull'Antiterrorismo e sulla Pena di Morte Effettiva (1996) e a quella sulla Conciliazione della Responsabilità Personale e sulla Opportunità di Lavoro (Welfare Reform Act), costituiscono il nuovo quadro normativo. Le loro ripercussioni per i paesi centroamericani dovrebbero essere sistematizzate e valutate.
In questo contesto, la legge sull'Aggiustamento Nicaraguense e sull'Alleggerimento Centroamericano del 1997 (NACARA), entrata in vigore il 22 giugno 1998 e la sua estensione ai cittadini salvadoregni - per il momento, in via provvisoria -, costituiscono azioni positive, anche se insufficienti, per alleggerire la situazione dei centroamericani in questi due paesi. La valutazione della sua copertura e il suo impatto effettivo in relazione alle caratteristiche degli emigranti è un compito che pure va assunto.
Fra i temi rilevanti delle nuove disposizioni migratorie contenute nella IIRIRA - e che riguardano i centroamericani - vi sono le restrizioni nella scelta delle persone che possono avere accesso ai programmi di assistenza pubblica e quello sul divieto di entrata autorizzata per un periodo da 3 a 10 anni per quelle persone previamente individuate come migranti non autorizzate. I cambiamenti introdotti ai fini della deportazione dei migranti non autorizzati è un altro punto di speciale importanza.
Le deportazioniIl problema delle deportazioni di cittadini centroamericani è un altro dei temi significativi della realtà migratoria regionale. Sebbene non si disponga di informazione a partire dalla applicazione della IIRIRA, secondo dati dell'INS del 1996 importanti quote di guatemaltechi, honduregni e salvadoregni sarebbero soggetti alla deportazione, il che consolida anche le caratteristiche di irregolarità di questa popolazione migrante.
È evidente come siano le marcate differenze nello sviluppo economico e sociale di questi paesi e fra il loro sviluppo e quello degli Stati Uniti a spiegare questa dinamica migratoria. La realtà regionale dopo Mitch spingerà ulteriormente verso gli Stati Uniti masse crescenti di centroamericani. In questo contesto, la attivazione delle reti di traffico di migranti sarà un'altra delle conseguenze da prevedere. Queste reti, che sono oggi l'oggetto di preoccupazioni da parte dei governi, devono essere motivo di attenzione e di politiche specifiche, al fine di ridurre la loro utilizzazione come meccanismo facilitatore di migrazioni illegali, fra le altre cose per il rischio che ciò suppone per gli stessi emigranti.
Le rimesseUn altro tema centrale che avrà speciale rilevanza nella regione si riferisce al contributo fondamentale dell'emigrazione allo sviluppo economico del Centroamerica, mediante le rimesse e i risparmi degli emigranti. Oggi più che mai, questi diventeranno fonti importanti di investimenti e di sostegno alle famiglie e alle comunità colpite da Mitch. La partecipazione delle rimesse familiari in alcuni settori economici consente di verificare l'importanza delle stesse nelle economie dei paesi della regione, particolarmente nel Salvador, Guatemala e Honduras.
In Centroamerica, il contributo delle rimesse alla sopravvivenza delle famiglie povere è una realtà significativa. Un esempio: secondo dati di una inchiesta sulle famiglie salvadoregne, nel 1997 circa il 15% delle famiglie ricevevano rimesse da propri familiari all'estero, pari a circa 348 dollari per persona all'anno. Il 40,2% del totale delle famiglie sotto la linea di povertà riceveva nel 1997 rimesse dagli emigranti. Queste cifre possono essere generalizzate agli altri paesi della regione.
Un problema che affrontano gli emigranti è il costo dei trasferimenti di denaro. In alcuni casi, arriva fino al 20% della quantità trasferita. La riduzione di tali costi, combinata con nuove strategie per stimolare l'uso produttivo delle rimesse, può rappresentare un contributo comple- mentare al processo di sviluppo locale e comunitario.

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