SCHEDA / Ma, cos'è una maquila?

Il termine deriva dall'arabo makíla, che anticamente stava a indicare la quota di macinato che il contadino pagava al proprietario del mulino per il suo servizio. Attualmente, in America Latina, per maquíla (si pronuncia come sopra) o maquiladora si intende una fabbrica, le cui dimensioni possono variare di molto, nella quale il capitale straniero controlla, in forme dirette o indirette, l'intero ciclo produttivo, fornendo anche la materia prima da lavorare e gestendo la commercializzazione finale del prodotto. Per questo, di solito, le maquílas sorgono in zone franche prossime a porti e aeroporti, dove godono di particolari vantaggi - leggi: esenzioni - fiscali. Di modo che, l'unica "ricchezza" frutto di queste industrie che resta nel paese ospitante è rappresentata dai salari operai, che sono peraltro bassi o bassissimi. Nelle maquílas i ritmi di lavoro sono quasi sempre massacranti, spesso l'ambiente di lavoro è del tutto insalubre, frequenti sono le molestie sessuali nei confronti delle donne lavoratrici - la manodopera è, infatti, soprattutto femminile -, mentre vietata o, comunque, apertamente osteggiata in forme anche minatorie e violente è la sindacalizzazione delle maestranze. In Centroamerica, le maquílas sono soprattutto tessili, a capitale prevalentemente asiatico (Taiwan e Corea del Sud) e statunitense.  Un'espressione sempre più frequente in Italia per indicare questo tipo di fabbriche è quella di "laboratori contoterzisti": tuttavia, accanto alle similitudini, non mancano differenze sostanziali fra le due esperienze, a cominciare dal contesto. (m.c.)