«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Violenza: ciclo interminabile?

La lotta contro la corruzione può diventare la bandiera di buona parte dei nicaraguensi e consolidare un'opposizione, oggi, dispersa, per trovare una via d'uscita al logorante ciclo di violenze belliche, politiche, sociali, economiche e a quelle commesse nella vita privata, brodo di coltura di tutte le altre.

Di envío-Nitlapán. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.
Puntuali come un orologio sono riesplose in aprile le proteste studentesche per il mancato esborso del 6% del bilancio nazionale alle università statali. Tale quota, fissata addirittura nella Costituzione - forse, caso unico al mondo -, nei fatti mai è stata rispettata dai governi che si sono succeduti negli anni Novanta. Il 9 aprile, nei pressi della Assemblea Nazionale, i manifestanti, fra i quali si erano probabilmente mescolati dei provocatori, hanno inscenato una battaglia campale con la polizia. Sono volate pietre e gas lacrimogeni.  Il 14 aprile, circa 400 studenti hanno occupato il ministero degli Esteri per due ore. Il 19, quindi, hanno fatto irruzione nell'edificio della banca centrale. In questa occasione, la polizia è intervenuta con eccessiva violenza, tanto che un giovane manifestante, Roberto González, è stato ucciso da una pallottola di gomma sparata da un agente; tre i poliziotti feriti, settanta studenti universitari fermati e tre veicoli bruciati. Ai funerali del giovane ucciso, che hanno visto una massiccia partecipazione popolare, sono seguite altre manifestazioni, segnate da una crescente e artificiosa violenza. Ai tradizionali petardi, si sono sostituite le cosiddette bombas de contacto, ordigni di fabbricazione artigianale, e per questo assai rischiosi nella manutenzione, che non si vedevano dai tempi dell'insurrezione contro il dittatore Somoza. Il 25 aprile, una di queste bombe abbandonata nei giardini della Università Centroamericana (UCA) ha ferito quattro bambini, strappando un braccio e accecando un occhio ad uno di essi: i bimbi avevano trovato l'ordigno, ma senza sapere cosa fosse, avevano cominciato a giocarci.
Il 30 aprile, governo, rettori universitari e rappresentanti degli studenti, con la mediazione di Carlos Tünnermann - già ministro dell'istruzione nei primi anni Ottanta, quindi ambasciatore a Washington del governo sandinista, ed oggi leader del gruppo civico Etica e Trasparenza -, hanno firmato un accordo che assicura lo stanziamento fra il 1999 e il 2002 di una percentuale crescente di bilancio, ma non esattamente il 6%, e l'impegno a presentare alla comunità internazionale progetti per circa 152 milioni di dollari nei prossimi 4 anni, destinati a migliorare l'infrastruttura universitaria. Da parte sua, il governo si è impegnato a non introdurre, né appoggiare alcun tipo di iniziativa di legge che leda l'autonomia universitaria. Per aumentare di 30 milioni di córdobas il bilancio universitario nel 1999, il presidente Alemán ha così rinunciato alla costruzione di una strada costiera nella zona di Tola, a sud, progetto assai criticato dall'opinione pubblica dal momento che in quella zona egli ha comprato vaste terre. Tuttavia, il 7 maggio, una frangia di studenti che pure avevano firmato l'accordo, sospinti da altri strettamente legati all'FSLN, hanno bocciato l'intesa e dato inizio a nuove proteste.
Quella per il 6%, dal 1991, è la lotta rivendicativa più persistente e organizzata degli universitari. Altri settori sociali, per i quali la Costituzione fissa quote percentuali che il governo puntualmente non rispetta, o non sono coscienti di tale illegalità o non sono capaci di rivendicare i loro diritti. Da parte loro, gli universitari hanno fatto di questa lotta quasi un mito, un rituale politico di mobilitazione che ogni anno chiama alla lotta la gioventù.
Non c'è dubbio che i giovani nicaraguensi necessitino di università per diventare professionisti, anche se il "modello" economico, sempre più escludente, è cambiato molto dai primi anni Novanta. Mentre 50 mila giovani studiano nelle università che dovrebbero beneficiare del 6%, in altre 22 università private, sorte come funghi in questi anni di sfrenato neoliberismo,  sono iscritti altri 30 mila studenti.
La lotta per il sussidio statale alle università è legittima, anzi costituzionale, e rappresenta uno dei tanti sforzi per costruire una società più equa, dove tutti possano accedere ad una istruzione superiore di qualità, se questa è la loro vocazione. Per un governo che si fonda su un modello economico iniquo ed è costretto dagli impegni internazionali presi a tagliare le spese, il 6% si è convertito in un incubo ricorrente. Rivelando una chiara tendenza a non rispettare le leggi, il governo non assegna il 6% alle università, ma molto meno. Lo stesso accadeva negli anni del governo Chamorro, i cui ministri argomentavano che il 6% previsto dalla Costituzione va riferito alle entrate ordinarie, cioè alle imposte, e non a quelle straordinarie, che comprendono gli aiuti internazionali.
Anche se ciò pare palesemente assurdo, dal momento che il bilancio è uno e unico, tale argomento è stato fatto proprio dall'attuale governo. Il quale, in effetti, avrebbe di che finanziare il 6%, ma non ha la volontà politica di farlo. Per i tecnocrati del governo, infatti, la quota del 6% è esagerata e irreale date le condizioni del paese e appare sproporzionata rispetto alla spesa pubblica che giustamente assegna priorità all'istruzione primaria, secondaria e tecnica. Nei fatti, secondo il governo, sborsando il 6% alle università, si finanzierebbero in maniera esagerata i ceti medi urbani, più che i poveri. Inoltre, secondo il governo, vi sarebbero chiari indizi di inefficienza e sprechi delle risorse assegnate nelle università sovvenzionate, sulle quali peraltro il governo non riesce ad esercitare un controllo senza ledere l'autonomia universitaria.
Per i liberali, poi, il 6% è una delle spese più discutibili, dal momento da ciò non ricavano vantaggi politici, né alimenta le proprie clientele politiche. Peggio: le sovvenzioni consolidano la "clientela rivale", dal momento che le università sono da sempre laboratorio politico dell'opposizione e, agli occhi del governo, spazi residuali del sandinismo.
Con alti e bassi a seconda della congiuntura, l'FSLN  nel suo insieme ha sempre appoggiato la lotta per il 6%. Fu, in effetti, questo partito all'abbandonare il governo nel 1990, a lasciare in eredità questa norma.
Tre motiviQuest'anno, il gruppo dirigente dell'FSLN aveva tre ragioni per appoggiare - e manipolare - con speciale enfasi la lotta del 6%: la crisi nell'Assemblea Nazionale riguardo al bilancio 1999; la crisi nazionale legata alla corruzione governativa; la stessa crisi dell'FSLN.
Nel 1999, l'Assemblea Nazionale ha funzionato per non più di una settimana di seguito in condizioni normali. Il dibattito politico ha lasciato posto a sterili violenze verbali. Molteplici fattori hanno dato origine a questa situazione. In primo luogo, la scarsa qualità politica ed etica di molti deputati. Inoltre, l'atteggiamento del presidente della Repubblica che dal suo insediamento nel 1997 ha inteso fare del parlamento una succursale dell'esecutivo, dove la maggioranza di deputati fedeli che conserva o che "sforna" quotidianamente ad hoc, viene usata strumentalmente per gli obiettivi del governo.
Come se non bastasse, dal gennaio di quest'anno, il gruppo parlamentare dell'FSLN guidato da Daniel Ortega si è progressivamente piegato alla ambigua strategia del segretario generale del partito, impoverendo notevolmente la sua proposta politica. Mentre un gruppo di deputati del- l'FSLN vorrebbe (e potrebbe)  ampliare il consenso e costruire alleanze, Ortega monopolizza lo scenario ed ha fatto del gruppo parlamentare una barricata istituzionale da cui riaffermare la propria leadership e dirimere le tensioni che attraversa il "patto" sancito con Alemán.
Tutto ciò è espressione di una cultura politica non democratica che le istituzioni nemmeno riescono a moderare in questo momento.
Gli stili politici di Alemán e Ortega, per tanti versi simili, hanno portato all'estremo la tensione nel paese. Anche il parlamento è ormai uno spazio in cui i due caudillos misurano ogni giorno la propria forza. L'estrema polarizzazione dell'Assemblea e l'incapacità di pensare con la propria testa di molti deputati liberali, sandinisti e degli altri partiti, ha finito con lo snaturare le funzioni del legislativo.
Alemán mantiene in trappola Ortega, minacciando di far votare i suoi per togliergli l'immunità parlamentare e costringerlo a difendersi in tribunale dalle accuse di violenze sessuali formulate nei suoi confronti dalla ex figliastra Zoilamérica Narváez Murillo. Inoltre, Alemán sa che Ortega è sempre più debole e attaccato all'interno dell'FSLN per via del citato "patto". Quindi, gioca a minacciare e blandire, promettere e non mantenere. Insulta i sandinisti definendoli "ladri, cattivi, svergognati".
Ma, all'altro angolo del ring, Daniel Ortega sa che Alemán è costretto a fare una politica economica antipopolare, che provoca un suo accelerato logoramento dati i molti errori commessi. Sa che il presidente è debole e conosce la vigliaccheria di quanti lo circondano. Per questo, gioca a spaventarli con la destabilizzazione nelle piazze, arrivando perfino a minacciare nei suoi discorsi di "prendere le armi per rovesciarlo".
L'ambiguità di Ortega, che negozia e minaccia, è sempre più smaccata. Come pure è sfacciato lo schematismo del presidente che accusa di tutti i mali del paese "il periodo oscuro del sandinismo". In realtà, Alemán ha bisogno, come rivale, di un dirigente screditato, per consolidare la propria base con il suo discorso antisandinista. Idem dicasi di Ortega, che necessita di un presidente indebolito e cerca nei riferimenti alla guerra degli anni Ottanta il modo di conservare la propria base. Entrambi i caudillos si alimentano del conflitto ideologico, perché solo così possono far brillare le rispettive leadership. Entrambi cercano di incidere nella coscienza della gente che sono loro due quelli che decidono, quelli che comandano. Per entrambi, la "democrazia" o la "rivoluzione" di cui parlano si riduce alle proprie vittorie elettorali, recenti o future.
Tuttavia, la società nicaraguense comincia a sentirsi stanca di essere presa fra questi due fuochi sterili. Ciò si riflette nei sondaggi che testimoniano il numero crescente di nicaraguensi che non si identificano con Alemán, né con Ortega, che non si considerano rappresentati da essi, che anzi non li ritiene credibili, ma li reputa corrotti. Per questo, nessun accordo bilaterale tra governo e FSLN potrà garantire stabilità al paese, né propiziare una soluzione nazionale. Per questo, sarebbe urgente un movimento pluralistico di gente onesta che garantisca un altro modo di fare politica e promuova un vero progetto nazionale.
Governo nell'illegalitàCon il parlamento paralizzato e inquinato dai metodi autoritari e dagli accordi segreti e bilaterali "cucinati" fuori dalla Assemblea dai vertici di FSLN e PLC (il Partito Liberale Costituzionalista dei neosomozisti al governo),  Alemán ha cercato di far passare con la forza e i metodi abituali, nonché con notevole ritardo il bilancio 1999. La sessione del 13 aprile è finita fra schiamazzi, insulti, minacce e grida fra maggioranza e opposizione: in quel momento, era già forte la protesta universitaria per il 6%. Di conseguenza, per approvare il bilancio si è dovuto aspettare il 5 maggio. Il che vuol dire che dal 31 marzo a quella data, il governo del Nicaragua ha funzionato nella più completa illegalità.
E mentre il dibattito sul bilancio era impantanato, Daniel Ortega e parte dell'FSLN a lui fedele hanno visto l'opportunità di trasferire lo scontro nelle strade. Ciò spiegherebbe, in qualche  misura - perché, invero, anche l'ala non danielista dell'FSLN ha appoggiato la lotta per il 6% -, la violenza "seminata" nelle proteste.
Una nuova sensibilitàSe l'uragano Mitch ha rivelato in poche ore la fragilità del "modello" di sviluppo dominante in Nicaragua, gli eventi politici successivi hanno mostrato le profonde debolezze del governo: la sua inefficienza, la sua incapacità, la sua insensibilità. E, pure, la sua corruzione. Sebbene non si possa dire che la tragedia l'abbia incrementata, sì l'ha messa a nudo. Le torrenziali piogge che hanno devastato buona parte del Nicaragua rurale, che oggi continua nell'abbandono, hanno contribuito a far maturare una nuova sensibilità sociale di fronte a questo male strutturale che ha attraversato tutta la storia nazionale, la corruzione.
È fiorita una nuova percezione in differenti settori della società, che cominciano a comprendere i legami fra la malversazione dei fondi pubblici e il ritardo economico, fra l'estrema ricchezza che accumulano quanti governano e l'estrema povertà patita dalla maggioranza, che constata con rinnovata lucidità la contraddizione esistente fra il benessere privato di quanti governano e il bene comune cui promettono di consacrarsi se verranno eletti.
La lotta contro la corruzione può diventare una bandiera che raggruppi oggi buona parte dei nicaraguensi. È un binario su cui può consolidarsi l'opposizione, oggi così dispersa. E i dirigenti onesti - ce ne sono nelle istituzioni e fuori di esse, nel sandinismo e nell'antisandinismo, e in quell'ampio centro che non si identifica in questi due gruppi - potrebbero in questo scenario dar vita a tale urgente e ampia alleanza, che proponga una via d'uscita al logorante ciclo di violenze belliche, politiche, sociali, economiche e pure domestiche: sì, quelle nella vita privata, brodo di coltura di tutte le altre.
La marcia contro la corruzione che ha avuto luogo a Managua il 25 marzo è stata una prima dimostrazione che fa ben sperare in una nuova congiuntura. La partecipazione alla manifestazione è stata massiccia, oltre ogni aspettativa, totalmente pacifica e chiaramente pluralistica. L'appoggio dato a Agustín Jarquín e alla istituzione di garanzia costituzionale (vedi l'inchiesta in queste pagine, ndr) che egli dirige ha dato il la. C'è molto da analizzare e da fare dopo questo primo passo.
Un settore del movimento sandinista ha cominciato a considerare la possibilità di incrementare la lotta civica per accumulare forze e stabilire alleanze con l'opposizione non sandinista al fine di affrontare il governo nel suo momento di massima debolezza e configurare una convergenza anticorruzione, che escluda, per ora, considerazioni elettorali, con l'obiettivo di avviare il paese verso un'istituzionalità democratica.
Il settore danielista dell'FSLN si è opposto alla marcia, preoccupato della piega delle cose e del suo possibile successo. In primo luogo, perché la lotta contro la corruzione non è stata, né può essere una bandiera per questo settore dell'FSLN. Prova ne è il fatto che i deputati sandinisti non hanno voluto insistere più di tanto per incriminare Alemán quando è emerso che il suo smisurato arricchimento sperimentato in questi anni potrebbe essere avvenuto in forme illecite.
La corruzione non può essere una bandiera dell'FSLN perché nel "cuore economico" del patto Alemán-Ortega c'è un baratto: ricche proprietà agricole e industriali ancora in disputa resteranno in mano di dirigenti sandinisti in cambio del silenzio sulla corruzione del governo liberale, che a sua volta si impegna a tacere su determinati affari corrotti dei suoi rivali.
In questo quadro, il settore che domina l'FSLN aveva bisogno di tornare nelle strade. La lotta per il 6% offriva la miglior occasione.
Sciopero nei trasportiIl 29 aprile, ancora irrisolto il problema del finanziamento statale alle università, è iniziato uno sciopero a tempo indeterminato del trasporto pubblico - urbano e interurbano, taxi e camionetas -, per chiedere al governo una riduzione di 5 córdobas del prezzo del diesel, il più caro in Centroamerica, cresciuto del 10% nel primo quadrimestre di quest'anno. Ai posti di blocco organizzati dai manifestanti hanno fatto la loro comparsa varie bande giovanili (pandillas), che in appoggio agli scioperanti attaccavano la polizia, distraendola da altri obiettivi. In alcuni casi, le stesse bande inscenavano scontri fra le stesse, al medesimo scopo. In altri casi, gli scontri erano invece reali, dal momento che anche i liberali al governo hanno fatto ricorso a bande giovanili di quartiere, al fine di provocare gli scioperanti.
In questo clima di violenza diffusa e crescente, il presidente Alemán ha ordinato all'esercito di unirsi alla polizia per reprimere il fenomeno. Fortunatamente, l'esercito ha agito con estrema cautela e discrezione.
Il 30 aprile, lo stesso giorno in cui il governo raggiungeva l'accordo con gli studenti universitari, Alemán ha raggiunto un accordo con una minoranza dei trasportatori. Lo sciopero è, però, continuato fino a quando, il 4 maggio, un nuovo accordo su base più rappresentativa è stato siglato. Il prezzo del diesel è sceso da 16,50 a 15 córdobas per il trasporto pubblico. Il costo del biglietto urbano a Managua resta invariato: 1,40 córdobas. Dopo un mese di tensioni e violenze, a Managua è tornata la calma, ma non la pace.
La protesta dei trasportatori di merci e passeggeri ha un contesto economico e politico diverso da quello della lotta universitaria per il 6%. La richiesta dei trasportatori era più difficile da accogliere per il governo. Non si trattava di ridistribuire fondi all'interno del bilancio. La rivendicazione toccava uno dei terreni più sensibili: le entrate fiscali. Quasi il 40% del prezzo al pubblico del diesel è costituito da una imposta stabilita dal governo per sanare il deficit fiscale -  il 45% delle entrate fiscali deriva da imposte su carburanti, bevande alcoliche e non, sigarette -.
Da mesi, sui trasportatori si esercitavano due tipi di pressioni del governo: "o accettate l'aumento dei prezzi nazionali dei carburanti, dovuti alla risalita del prezzo internazionale del petrolio, o si aumentano tariffe e biglietti". In questa forbice, i trasportatori hanno chiesto al governo di sobbarcarsi almeno parte dei costi dell'aumento del petrolio per non dover aumentare il prezzo del biglietto. Una richiesta, tutto sommato, ragionevole.
All'inizio, la reazione del governo è stata drastica, una miscela esplosiva di autoritarismo provocatorio e neoliberismo a oltranza. Non solo non intendeva ridurre il costo del diesel, ma voleva liberalizzare totalmente i trasporti, oggi regolati dallo Stato. È questo lo stile rischioso del governo perché  prendere decisioni in politica economica, in forme prepotenti, senza sondare opinioni, senza esplorare possibilità, senza ricercare consensi, genera violenza.
Alcuni ritengono che il presidente abbia minacciato la liberalizzazione dei trasporti perché il suo margine di manovra per ridurre il prezzo del diesel era scarso. Toccare la politica fiscale sui carburanti, cruciale per la raccolta fiscale, significa in pratica mettere in crisi tutto lo schema macroeconomico dell'attuale politica governativa. Toccare le entrate fiscali implica toccare l'ESAF (Enhanced Structural Adjustment Facilities), il programma di aggiustamento strutturale stipulato con la Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Ciò sarebbe oggi ancora più grave perché con l'uragano Mitch sono sfumate le proiezioni del governo quanto alle entrate fiscali, mettendo in dubbio la possibilità di ridurre il deficit fiscale, pietra angolare degli impegni assunti con l'ESAF.
Provocazione o meno, i tecnocrati del governo vorrebbero la liberalizzazione dei trasporti perché "credono" in essa. Ad essa aspirano.
I trasportatori sono riusciti, comunque, a bloccare per un po' la liberalizzazione e ottenere una modesta riduzione del prezzo del diesel, difendendo il modello cooperativo maggioritario fra i lavoratori del settore, con un impegno del Banco Central di agevolare i crediti per migliorare il parco veicoli attualmente in pessime condizioni. Alemán ha dovuto fare marcia indietro, sia nelle forme autoritarie che nella sostanza delle proposte che si era rifiutato di negoziare.
Fra i risultati più importanti di questo sciopero, l'unità raggiunta dalla categoria, la capacità negoziale dimostrata e l'autonomia con cui ha preso le distanze dalle manipolazioni del vertice dell'FSLN - tra l'altro, la maggioranza dei trasportatori è di tendenza liberale -.
Dopo lo sciopero dei medici nel 1998, questa è la seconda protesta che riesce a rendersi indipendente dalla ambiguità e dalle manipolazioni con cui l'FSLN si è appropriato o ha fabbricato lotte popolari dal 1990. Manipolazioni e ambiguità che, fra molte altre cause, hanno messo in crisi il ruolo di opposizione dell'FSLN.
Calcoli sbagliatiQuando lo sciopero dei trasportatori si è sommato alla protesta degli studenti, alcuni hanno pensato che si fosse aperta una congiuntura favorevole al rovesciamento del governo. Con ingenuità, irresponsabilità o volontarismo, senza stringere alleanze con altri settori di opposizione non sandinisti, senza pensare molto al "giorno dopo", e con il vizio di un impronta avanguardistica che ormai non funziona più, un settore dell'FSLN ha pensato bene di spingere in tal senso. "Sono date le condizioni per uno sciopero generale a tempo indeterminato, per una disobbedienza civile di massa, per una insurrezione popolare senza armi ma con tutta la capacità di trasformazione", recitava un pronunciamento fatto arrivare a envío da questo gruppo.
Il settore che controlla le strutture dell'FSLN si è comportato, al solito, in maniera ambigua. Mentre Daniel Ortega si riuniva con il presidente Alemán, faceva credere alla piazza che rovesciare il governo fosse possibile. In realtà, puntando a: aggiornare il patto, stringendo nell'angolo il presidente; logorare il governo; imporre sul partito e a livello nazionale la propria leadership e "bruciare" il settore a lui avverso nell'FSLN. Gli arresti massicci di sandinisti nei giorni della crisi non sembrano slegati dal conflitto interno all'FSLN fra strutture burocratiche e attivisti di base.
FSLN e sandinismoÈ ovvia la crisi dell'FSLN. La maggioranza dei militanti dell'FSLN sono ormai fuori dalle strutture del partito e non si sentono rappresentati dai dirigenti di questo. Gli interminabili scontri che oggi logorano tali strutture sono motivati fondamentalmente dalle tensioni intorno alla nomina a questo o quell'incarico, nella prospettiva di piazzarsi meglio per poter aspirare in futuro a candidature nelle elezioni nazionali. Non c'è altro "programma" che non sia quello di vincere le elezioni. In un paese di disoccupati e lavoratori mal pagati, "fare il politico" risulta assai appetibile: buoni salari, status, viaggi, immagine...
Dora María Téllez, la leggendaria comandante dos dell'assalto al Palazzo Nazionale di Somoza nel 1978, uscita negli anni scorsi dall'FSLN per dare vita al Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS), ha dichiarato ad envío: "Il problema del Fronte sandinista è la sua orfanità programmatica, il suo snaturamento come forza politica, la sua dissoluzione come partito per seguire il leader, la sua fragilità etica, la sua mancanza di un corpo di principi, e il collasso di una espressione organica e di un legame con la realtà sociale che aveva a che vedere con la realtà degli anni '70 ma che ormai non ha più a che vedere con il prossimo secolo. Si tratta di una crisi totale, che può durare anni senza risolversi".
La cosa più grave, a giudizio di Téllez, è che tali deficit dell'FSLN hanno coinvolto finora tutto il sandinismo, compresi i settori che dentro l'FSLN si oppongono in misura crescente a questa situazione. Come qualsiasi persona sensata in Nicaragua, Téllez ritiene che non sia possibile trovare una via d'uscita alla crisi nazionale senza contare sul sandinismo. Per questo, è ora - sostiene - di articolare quella che chiama una "rifondazione del sandinismo": "Se non riusciamo in questa rifondazione politica, etica, filosofica, programmatica, organica e a far maturare un nuovo legame con il movimento sociale, il sandinismo sprofonderà nella storia, trascinato a fondo dall'àncora dell'attuale FSLN e saranno date tutte le condizioni perché appaia un'altra forza che faccia una rivoluzione contro le nuove parallele storiche: il liberalismo e l'FSLN  che è sceso a patti con esso".
Problemi irrisoltiIl patto strategico fra Ortega e Alemán, ritardato dall'imprevisto Mitch, ha acuito tutti i problemi irrisolti nell'FSLN e spinto parte del suo vertice a mettere al primo punto della fragile agenda del partito l'esercitare pressioni per ottenere vantaggi politici ed economici dal governo liberale.
Sebbene ci siano forti divergenze nell'FSLN, è da notare che sul "cuore politico" del patto converge tutto il partito. In sostanza, si vorrebbe che, come seconda forza elettorale, l'FSLN abbia "diritto" a determinate quote di potere istituzionale, che gli incarichi istituzionali vadano ripartiti proporzionalmente ai voti, prevalendo la fedeltà al partito sui meriti professionali. L'essenziale è che lo Stato diventi bipartitico.
Tale strategia politica impedisce al resto dell'opposizione di stringere alleanza con l'FSLN e all'FSLN nel suo insieme di lavorare realmente per un consenso nazionale.
Ma, il settore danielista va aldilà: si tratta di convertire tutti gli episodi della vita nazionale in una costante prova di forza nei confronti di Alemán. Questo l'obiettivo centrale della strategia di Ortega, che punta a consolidare la sua discussa leadership per candidarsi alle presidenziali del 2001 e battere Alemán, o il candidato di quest'ultimo. "Sono disposto ad assumere la sfida di una candidatura e credo vi siano più possibilità di vittoria che nel 1996 e che sia inevitabile una vittoria sandinista nelle prossime elezioni", ha dichiarato Ortega negli stessi giorni della protesta universitaria.
Ay Nicaragua, Nicaragüita...!

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