«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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GUATEMALA / Memorias del silencio: un rapporto sconvolgente

200 mila persone morte o scomparse. Oltre il 90% delle vittime causate dal terrorismo di Stato di militari e paramilitari. La maggioranza delle violazioni commesse contro il popolo maya. Queste sono alcune delle sorprendenti conclusioni del rapporto della Commissione per il Chiarimento Storico, che ha dimostrato quanto sia difficile per il Guatemala fare i conti con il proprio passato.

Di Juan Hernández Pico. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

La Commissione per il Chiarimento Storico (CEH, nell’acronimo in castigliano, ndr) ha consegnato il suo atteso Informe il 25 febbraio, nel Teatro Nazionale di Ciudad de Guatemala. È stata una vera sorpresa. Come ai tempi degli antichi greci, la lettura in teatro delle principali linee del rapporto ha rappresentato una sorta di catarsi per i partecipanti. La parola più ricorrente nella lettura del testo è stata «crudeltà». Il teatro era strapieno, tanto che molta gente è dovuta restare fuori, seguendo e ascoltando attraverso grandi monitor approntati per l’occasione.
Una sorpresaQuanti erano in sala, conoscevano la brutalità di quanto accaduto in Guatemala negli anni della guerra. Ma ascoltarlo in forma di sentenza per indicibili crimini, come un giudizio della storia, davanti al presidente Arzú, agli alti capi dell’Esercito, ai guatemaltechi difensori dei diritti umani e ad una rappresentanza del popolo del Guatemala composta da familiari delle vittime maya e ladine, è stato uno spettacolo sorprendente, un evento umano sconvolgente e socialmente fondamentale.
Perché ha sorpreso così tanto il rapporto? Nell’accordo di Oslo del 1994, il governo e la guerriglia si erano impegnati a dar vita alla CEH, affidandole il compito di constatare con obiettività, equità e imparzialità per la storia «violazioni dei diritti umani e fatti di violenza che hanno causato sofferenza alla popolazione guatemalteca, legati al conflitto armato». Al tempo stesso, però, veniva preclusa alla CEH l’autorità per fare i nomi dei responsabili. Di conseguenza, essa avrebbe potuto solo citare le istituzioni di appartenenza, mentre dal chiarimento sulla responsabilità storica di tali istituzioni non si sarebbero potute dedurre responsabilità giudiziarie. Un anno dopo la pubblicazione dell’Informe de la Verdad (Rapporto della Verità) nel Salvador, nel quale, sì, si facevano i nomi dei responsabili, le parti che negoziavano la fine del conflitto armato guatemalteco si mostravano timorose di tanta trasparenza e prendevano le misure per nascondere quanta sofferenza avevano causato al popolo guatemalteco.
Del resto, i membri della commissione scelti per elaborare tale rapporto non ispiravano fiducia a quanti desideravano conoscere la verità. Christian Tomuschat, professore universitario di diritto internazionale a Berlin, con una storia politica democristiana, era già stato il “relatore” delle Nazioni Unite incaricato di vigilare sul rispetto dei diritti umani in Guatemala e la sua opera non aveva certo entusiasmato. Come nell’Argentina dell’Informe Sábato, ma non come nel Salvador - dove tutti quelli che hanno collaborato all’Informe de la Verdad erano stranieri -, in Guatemala sono stati nominati per far parte della commissione dei guatemaltechi. I quali, tuttavia - si diceva -, non erano preparati per tale compito. Otilia Lux de Cotí, di etnia maya, era stata appena sfiorata dal conflitto, senza produrle alcun danno. Dall’alto della sua posizione economica, l’ha vissuto freddamente dal di fuori. Ad Alfredo Balsells Tojo, all’altro estremo, avevano invece ammazzato un figlio e ciò lo aveva reso pazzo a tal punto da privarlo delle facoltà per il compito che gli veniva affidato. Di tutto ciò si parlava in Guatemala alla vigilia della presentazione del rapporto.
Ovazione per GerardiPer tutti, la sorpresa è stata grande. Nel teatro si sono susseguiti uno dopo l’altro gli applausi. Il primo, all’inizio della cerimonia, quando i commissari hanno ringraziato monsignor Juan Gerardi per il suo contributo al chiarimento e al riscatto della verità storica. L’evento si è trasformato in un omaggio al vescovo, assassinato un anno fa dopo aver consegnato al popolo di Guatemala riunito nella cattedrale il suo rapporto sul Recupero della Memoria Storica (REHMI). Per quasi tre minuti la gente ha applaudito in piedi. Le telecamere inquadravano il presidente Arzú, al quale però sia applaudire che alzarsi in piedi costava evidentemente troppo.
Nell’assassinio di Gerardi si può trovare una delle chiavi di lettura del perché i commissari e la loro squadra di ricercatori si sentissero stimolati a non defraudare il Guatemala e il mondo. Fra gli applausi, i volti acquisivano quel lucido che il pianto dà alla pelle. Piangeva Rigoberta Menchú, per la sua famiglia e per il suo popolo. Piangeva Ninet Montenegro, del Gruppo di Appoggio Mutuo ed oggi deputata, per suo marito e per tanti altri scomparsi. Era difficile trattenere il pianto. Per le persone esiliate, rifugiate, sfollate, torturate, massacrate, sepolte nelle fosse clandestine, per le donne vittime di incredibile crudeltà, per le bambine e i bambini, per gli anziani, per la terra.
Al tavolo della presidenza c’erano, invece, Alvaro de Soto, sottosegretario per gli Affari Politici dell’ONU, in rappresentanza del segretario generale Kofi Annan; quindi, i tre commissari. E ancora: Jorge Soto, alias Pablo Monsanto negli anni in cui era comandante guerrigliero, nominato dopo la morte di Ricardo Ramírez (alias Rolando Morán) segretario generale dell’Unione Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca (URNG), oggi partito legalmente riconosciuto, e Raquel Zelaya, della Segreteria della Pace del governo.
Non poca stranezza ha suscitato, invece, l’assenza da tale tribuna del presidente della Repubblica, Alvaro Arzú, colui che ha guidato il governo che ha negoziato e firmato gli accordi di pace.
Verità e giustiziaIl discorso del commissario Balsells è parso obiettivo e misurato. Una prova di imparzialità,  tuttavia, sopraffatta dai dati. Poca gente lo ha criticato. La commissaria Lux de Cotí ha chiesto rispetto per la dignità umana del popolo maya e delle altre etnie, parlando dell’esperienza del suo popolo patita per un conflitto imposto che non lo riguardava. Non pochi hanno reagito a tale punto di vista sulla non partecipazione del popolo maya nel conflitto.
Dal canto suo, Jorge Soto aveva accettato i risultati della investigazione della CEH ancor prima di conoscerli. Si è, quindi, impegnato a studiarli ed a farli propri, chiedendo perdono al popolo guatemalteco per gli eccessi commessi dalla URNG nello sviluppo della guerra.
Raquel Zelaya ha centrato il suo discorso più sul futuro, affermando che, per il risarcimento delle vittime, lo Stato contava già nel 1998 su un bilancio di 10 milioni di quetzales (meno di un un milione e mezzo di dollari, ndr).
Quindi, i commissari hanno consegnato il rapporto nella sua edizione preliminare (e per questo voluminosa).
Alvaro de Soto ha letto il messaggio di Kofi Annan. Ha elogiato l’enorme sforzo di verità storica che il rapporto suppone. Ha apprezzato il ruolo positivo, altrettanto storico, dei negoziatori della pace durante nove anni (1987-96) e, in particolare, il ruolo del governo del presidente Arzú. Una parte importante dei presenti, a quel punto, lo ha interrotto con grida di disapprovazione. Infine, ha affermato che il rapporto che chiarisce la verità storica «non sostituisce» l’azione della giustizia. Un forte e nutrito applauso ha sottolineato questo principio. Il fatto è che gli accordi di pace stabiliscono un principio di riconciliazione che reclama una legge che estingua le responsabilità dei crimini commessi in relazione al conflitto armato. Ma, a differenza di altre leggi di amnistia e di «punto finale», la legge guatemalteca, in vigore dal dicembre 1996, esclude espressamente dall’indulto la tortura, il genocidio, la scomparsa forzosa e altri crimini di lesa umanità che, anche se non citati, non possono cadere in prescrizione o sono contenuti in strumenti giuridici della legislazione guatemalteca o in trattati che lo Stato guatemalteco ha ratificato.
Alla fine, è arrivato il turno del presidente della Commissione, Christian Tomuschat. E qui è stato quando noi presenti siamo rimasti senza respiro, presi da dolore, vergogna e pianto, sorpresi per la denuncia dei commissari. Non c’è dubbio che la sorpresa ha dato luogo a reazioni di indignazione e rifiuto in alcuni. Ma per la maggioranza dei presenti, la sorpresa è stata di tipo consolatorio: per la prima volta si diceva in pubblico, dalla cattedra, con autorità, ciò che era circolato in forma di voci, indagini private, testimonianze e libri, ma non attraverso i mass-media. Per la prima volta, si ascoltavano le dimensioni vere del dramma del Guatemala. Le parole di Tomuschat sono piombate sul teatro, sul Guatemala, sul mondo. Nell’attesa della pubblicazione del rapporto nella sua totalità, le parole che seguono sono contenute in un libretto di 85 pagine che, con il titolo di Guatemala, Memoria del silencio raccoglie le conclusioni e le raccomandazioni del rapporto della Commissione per il Chiarimento Storico.
Le radici del conflittoOltre 200 mila morti e scomparsi, secondo il calcolo della CEH, è il tragico saldo dello scontro armato da quando scoppiò nel 1962 fino a quando nel 1996 è stata firmata la pace. Le testimonianze presentate alla CEH ne registrano solo un campione: 42.275 vittime. Di esse, 23.671 uccise in esecuzioni arbitrarie e 6.159 scomparse forzosamente. «Delle vittime pienamente identificate, l’83% erano maya e il 17% ladine».
È molto importante che il rapporto abbia osato andare alle radici storiche del conflitto per concludere che «la struttura e la natura delle relazioni economiche, culturali e sociali in Guatemala sono state profondamente escludenti, antagonistiche e conflittuali, riflessso della loro storia coloniale. Dalla indipendenza nel 1821, avvenimento promosso dalle élites del paese, si è configurato uno Stato autoritario ed escludente nei confronti della maggioranza, razzista nei suoi precetti e nella sua pratica, che è servito a proteggere gli interessi di ristretti settori privilegiati. Le evidenze, lungo la storia guatemalteca, e con tutta crudezza durante il conflitto armato, radicano nel fatto che la violenza è stata diretta fondamentalmente dallo Stato, contro gli esclusi, i poveri e, soprattutto, la popolazione maya, così come contro quelli che lottavano a favore della giustizia e di una maggiore uguaglianza sociale».
Nel suo rapporto De la Locura a la Esperanza (Dalla Pazzia alla Speranza), la Commissione della Verità del Salvador affermò nel 1993 che lo Stato salvadoregno aveva sovvertito il suo carattere di Stato di diritto durante il conflitto, sommettendo le sue strutture al potere fattuale di un altro Stato dentro di esso. Sei anni dopo, nel 1999, la Commissione di Chiarimento Storico del Guatemala, afferma che, fin dall’inizio, dall’indipendenza, lo Stato guatemalteco è stato autoritario, escludente, razzista, protettore delle minoranze privilegiate e violento contro i poveri, gli indigeni e quelli che hanno lottato per trasformarlo in uno Stato più giusto e democratico. Tutto ciò, come «riflesso della storia coloniale».
Sono affermazioni già avanzate in ottimi libri di storia del Guatemala, in serie investigazioni - La Patria del Criollo (La Patria del Creolo) di Severo Martínez, o Guatemala: Linaje y Racismo (Guatemala: Lignaggio e Razzismo) di Marta Casaus Arzú, per esempio; tuttavia, su questi testi non si fondano i programmi di istruzione elementare e media. Finora, i Barrundia, Larrazábal, Pavón, Aycinena, Molina, Gálvez... non si era soliti chiamarli élites, ma próceres, gli illustri. La CEH li fa scendere dal loro piedistallo e li mette fra i dittatori, fra i tiranni della maggioranza, dove pure li sistemò il premio Nobel guatemalteco Miguel Angel Asturias nella sua novella El Señor Presidente.
La CEH afferma che questo modo di essere, questa tradizione dello Stato guatemalteco, il suo «carattere antidemocratico» ha radici economiche: «la concentrazione in poche mani dei beni produttivi» con la relativa conseguenza di «molteplici esclusioni». Nella logica della CEH, queste esclusioni si vedono rafforzate da «una cultura razzista, che è a sua volta l’espressione più profonda di un sistema di relazioni sociali violente e disumanizzanti».
Ripassando la storiaMolti commentatori ed editorialisti hanno accusato il rapporto della CEH di parzialità. Alcuni si sono lamentati: i commissari non sono degli storici. Altri si sono chiesti perché il rapporto abbia come data di inizio gli anni ‘60 e non sia andato più indietro nel tempo per investigare sul governo del colonnello Jacobo Arbenz (1950-54) e sugli esecutori di presunti abusi. In realtà, non si sono accorti che la CEH è andata assai più indietro degli anni di Arbenz - con i suoi errori e successi - nell’affermare che, storicamente, quanto è successo fra il 1962 e il 1996 non si spiega senza comprendere che in Guatemala «lo Stato si è andato articolando progressivamente come strumento di salvaguardia di questa struttura» di possesso, distribuzione dei beni e di amministrazione dell’economia, ingiusta  in quanto escludente, «garantendo la persistenza dell’esclusione e dell’ingiustizia».
La CEH constata anche che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, lo Stato guatemalteco non ha avuto una politica sociale efficace, accentuando così «questa dinamica storica escludente». Come esempio adduce che negli anni «di maggior crescita economica del Guatemala (1960-1980), la spesa sociale dello Stato è stata la più bassa in Centroamerica», e lo Stato guatemalteco ha introdotto e raccolto meno imposte di qualsiasi altro paese dell’istmo. E mentre la storia scritta dai vincitori definisce «Liberación Nacional» il rovesciamento del governo di Arbenz eletto nel 1954, il documento della CEH afferma che «l’epoca che va dal 1944 al 1954» costituisce «l’eccezione» in questa caratteristica dello Stato. A quell’epoca, lo Stato guatemalteco tentò una politica sociale assai più attiva ed efficace. Ma il corso della storia fu interrotto.
Uno Stato dentro lo StatoCome un cavaliere apocalittico che galoppa verso la guerra, la CEH constata che «per il  suo stesso carattere escludente, lo Stato non è riuscito ad ottenere consenso sociale su un progetto di nazione». In secondo luogo, «ha rinunciato al suo ruolo di mediatore fra interessi divergenti». In questo vuoto, è stato più facile «lo scontro diretto» fra quegli stessi interessi. Lo Stato ha convertito le Costituzioni che si sono susseguite, con le loro garanzie nel campo dei diritti umani e civici, «in strumenti formali, violati da diverse strutture dello stesso Stato». Il potere legislativo e i partiti in esso rappresentati hanno legittimato «regimi di eccezione e soppressione» di garanzie democratiche, e «hanno reso difficili o impedito processi di cambiamento». Il paese è rimasto, quindi, privo di spazi per manifestare democraticamente il dissenso. Così, si è creata una «cultura politica conflittuale e intollerante». L’instabilità «ha impregnato tutto l’ordine sociale».
La CEH conclude: «Si è così creato un circolo vizioso in cui l’ingiustizia sociale ha provocato proteste e, quindi, instabilità politica, che ha sempre ricevuto soltanto due tipi di risposte: la repressione o il colpo di Stato militare. Di fronte ai movimenti che avanzavano rivendicazioni economiche, politiche, sociali o culturali, lo Stato ha fatto crescentemente ricorso alla violenza e al terrore per mantenere il controllo sociale. In questo senso, la violenza politica è stata un’espressione diretta della violenza strutturale della società».
Sebbene queste conclusioni abbiano un peso storico incontrovertibile, oggi come ieri, accettarle costa vergogna, dolore, pianto e voglia di cambiamento.
La CEH sostiene che la violenza e il terrore, impiantati come sostituti di risposte mai date a legittime domande, sono stati esercitati attraverso «un’intricata rete di apparati paralleli di repressione». Questa rete di controllo sociale repressivo ha sostituito le leggi e i tribunali. Si è instaurato «un sistema punitivo, illegale e sotterraneo, orchestrato e diretto dalle strutture dello spionaggio militare» e questo sistema si è convertito «nella principale forma di controllo sociale da parte dello Stato durante lo scontro armato interno». Scavando nelle radici storiche della colonia e dell’indipendenza, la CEH ha scovato questo «Stato nello Stato» che la Commissione della Verità aveva identificato anche nel Salvador. Tale sistema parallelo di potere, illegale e sotterraneo, ha avuto come «complemento la collaborazione diretta o indiretta di settori economici e politici dominanti». Il sistema giudiziario, per omissione o azione, ha propiziato l’impunità e questa si è convertita in mezzo e fine dentro lo Stato. «Come mezzo, ha coperto e protetto l’operato repressivo dello Stato, così come dei privati affini ai suoi propositi, mentre, come fine, è stata la conseguenza dei metodi applicati per reprimere ed eliminare gli avversari politici e sociali».
L’appoggio USAIl documento parla anche di un processo di chiusura degli spazi politici dopo il rovesciamento del governo di Arbenz eletto nel 1954, «ispirato da un anticomunismo fondamentalista». La conseguenza fu un «anatema» contro l’«ampio e diverso» movimento sociale, sulla base di un patto fra «diversi gruppi di potere fattuale del paese» e sancito dallo Stato.
Tutto ciò, inoltre, evidenzia «le strette relazioni fra il potere militare, il potere economico e i partiti politici sorti nel 1954». Dopo il 1963, la repressione contro qualsiasi tipo di opposizione ha chiuso ancor di più «le opzioni politiche in Guatemala». In cosa è sfociato tutto ciò? «Fenomeni coincidenti come l’ingiustizia strutturale, la chiusura di spazi politici, il razzismo, il consolidamento di una istituzionalità escludente e antidemocratica, così come la rinuncia a promuovere riforme sostanziali in grado di ridurre i conflitti strutturali, costituiscono i fattori che hanno determinato in senso profondo l’origine e l’ulteriore scoppio del conflitto armato».
La CEH riconosce che «la polarizzazione, la militarizzazione e la guerra intestina» sono frutto anche dello speciale influsso della Guerra Fredda e mette in evidenza l’appoggio dei «partiti di destra e dei diversi gruppi di potere guatemaltechi» alla «politica anticomunista degli Stati Uniti», così come il «sostegno degli Stati Uniti a regimi militari forti nel loro cortile strategico», appoggio concretizzatosi in Guatemala in «assistenza per rafforzare i servizi segreti nazionali e addestrare gli ufficiali alla guerra controinsurrezionale». Secondo la CEH, questi furono «fattori chiave che hanno inciso nelle violazioni dei diritti umani durante il conflitto armato». Il documento va aldilà e segnala come l’anticomunismo e la Dottrina della Sicurezza Nazionale siano stati parte della strategia antisovietica degli Stati Uniti in America Latina, che «in Guatemala hanno avuto dapprima un carattere antiriformista, quindi antidemocratico e, in ultima istanza, controinsurrezionale convertito in criminale». Tardo, ma importante riconoscimento, tenendo conto che il finanziamento internazionale della CEH proviene, fra quello di molti altri governi, anche dagli Stati Uniti.
Maya la maggioranza delle vittimeLa CEH sottolinea come questo anticomunismo, per il cui fine tutti i mezzi erano buoni, abbia trovato terreno fertile nell’anticomunismo già radicato in Guatemala e si sia fuso con un conservatorismo religioso che negli anni ‘50 è stato appoggiato «con forza dall’alta gerarchia della Chiesa Cattolica» ed ha contribuito a «dividere e confondere ancor di più la società guatemalteca». In virtù della nozione di «nemico interno», intrinseca alla Dottrina di Sicurezza Nazionale, convertitasi «in ragione d’essere dell’Esercito e in politica dello Stato», «le forze dello Stato e dei gruppi paramilitari affini sono responsabili del 93%» di tutte le violazioni documentate dalla CEH «compresi il 92% delle esecuzioni arbitrarie e il 91% delle sparizioni forzose». Secondo la CEH, le vittime sono state «uomini, donne e bambini di tutti gli strati del paese: operai, professionisti, religiosi, politici, contadini, studenti e accademici». Ma, «la grande maggioranza, in termini etnici, appartiene al popolo maya».
Cambiamenti nella ChiesaLa CEH osserva anche come in Guatemala la Chiesa Cattolica sia passata rapidamente dalla posizione conservatrice ad un’altra basata sul Concilio Vaticano II e sui risultati della Conferenza episcopale latinoamericana svoltasi a Medellín (Colombia) nel 1968, «dando priorità al lavoro con gli esclusi, i poveri e gli emarginati, e promuovendo la costruzione di una società più giusta ed equitativa». La CEH constata, inoltre, che tali cambiamenti dottrinali e pratici «si sono scontrati con la strategia controinsurrezionale». Lo Stato è passato a considerare i cattolici «come alleati della guerriglia, parte del nemico interno, soggetto di persecuzioni, morte ed espulsione».
Ma, anche la guerriglia - conclude il documento - ha visto «nella pratica della cosiddetta teologia della liberazione un punto di incontro per estendere la propria base sociale. Un gran numero di catechisti, delegati della Parola, sacerdoti, religiosi e missionari sono stati vittime della violenza e hanno dato la vita a testimonianza della crudeltà del conflitto».
Alle origini della guerrigliaSecondo la CEH, le forze insurrezionali guatemalteche sono sorte «come risposta di un settore della popolazione ai diversi problemi strutturali del paese», proclamando «di fronte all’ingiustizia, all’esclusione, alla povertà e alla discriminazione, la necessità di prendere il potere per costruire un  nuovo ordine sociale, politico ed economico». L’investigazione giunge alla conclusione che la guerriglia avesse origini marxiste e che anche in Guatemala, come nel resto dell’America Latina, si sia fatta sentire l’influenza di Cuba e dell’esaltazione che la rivoluzione cubana ha fatto della lotta armata come via per arrivare al potere. Più concretamente, «l’appoggio politico e logistico, nell’istruzione e nell’addestramento (militari, ndr) fornito da Cuba alla guerriglia guatemalteca ha supposto un altro fattore esterno importante che ha marcato l’evoluzione dello scontro armato», spingendo settori marxisti della sinistra ad assumere «la prospettiva cubana della lotta armata come unica via, nel contesto di uno Stato crescentemente repressivo». In questo contesto, secondo la CEH, l’unità della guerriglia si è data di più sulla «necessità e primazia della lotta armata» che su di «un progetto politico-ideologico».
La CEH ritiene che la guerriglia abbia promossso di più la formazione militare che l’azione politica, screditando i tentativi di altre forze di sfruttare i limitati spazi di partecipazione legale, mentre, con la sua sfiducia nei confronti delle persone che hanno preferito mantenersi al margine del conflitto, «ha contribuito all’intolleranza politica e alla polarizzazione». La guerriglia ha considerato come proprio nemico non solo l’esercito, ma anche quei «civili rappresentanti del potere economico e politico», ritenuti «affini alla repressione», e quelle persone, soprattutto nelle aree rurali, sospettate di appoggiare l’esercito o che esercitavano un «potere economico locale». In questo quadro, la CEH conclude che la guerriglia è responsabile del 3% di tutte le violazione registrate ai danni di «uomini, donne e bambini, compresi un 5% delle esecuzioni arbitrarie e un 2% delle sparizioni forzose».
In una conclusione molto importante, la CEH afferma che la sua indagine dimostra come il conflitto armato interno in Guatemala non sia stato solo uno scontro fra esercito e guerriglia. Tutto lo Stato è stato coinvolto e, in forme diverse, hanno avuto un ruolo «i gruppi di potere economico, i partiti, gli universitari e le chiese, così come altri settori della società civile», sia all’origine che nella perpetuazione della violenza. Una spiegazione che riducesse il conflitto ai due contendenti armati nemmeno potrebbe spiegare «i ripetuti sforzi organizzativi e la costante mobilitazione dei settori della popolazione che lottavano per raggiungere rivendicazioni economiche, politiche, culturali».
Nel Teatro Nazionale, ci sono stati momenti particolarmente emozionanti. Uno, quando la CEH ha affermato che «lo Stato ha esagerato deliberatamente la minaccia militare della guerriglia». La CEH è convinta che sia lo Stato che l’Esercito sapessero perfettamente «come la capacità militare della guerriglia non rappresentasse una minaccia concreta per l’ordine politico guatemalteco». Ma l’esagerare le sue forze «è servito a giustificare gravi e numerosi crimini». Mettendo sullo stesso piano l’opposizione sociale, politica, economica e culturale, «lo Stato è ricorso a operazioni militari dirette ad annichilirla fisicamente o a terrorizzarla del tutto». Ciò spiega, secondo la CEH, «perché la grande maggioranza delle vittime delle azioni dello Stato non siano stati combattenti dei gruppi guerriglieri, ma civili».
Un’impenetrabile impunitàUno dei problemi più ardui con cui la CEH si è misurata è stata la proibizione stabilita nell’accordo che l’ha costituita: «non individuare responsabilità personali». Creativamente, però, la CEH ha analizzato il conflitto armato proponendo una sua periodizzazione, indicando inoltre quali territori del paese abbiano sofferto di più nelle varie fasi, per concludere che «la maggior parte delle violazioni dei diritti umani si è prodotta a conoscenza o per ordine delle più alte autorità dello Stato», e per questo «le responsabilità ricadono, nella linea di comando militare e di responsabilità politica ed amministrativa, i più alti gradi dell’Esercito e dei governi che si sono susseguiti». La CEH respinge la scusa di «eccessi» o di «errori» commessi da subordinati. E afferma che «il fatto notorio che nessun capo, alto ufficiale o ufficiale di rango intermedio sia stato processato e condannato» per violazioni in tutti questi anni, «rafforza l’evidenza che la maggior parte (delle violazioni, ndr) siano state il risultato di una politica di ordine istituzionale che ha assicurato una impenetrabile impunità durante tutto il periodo in esame».
In definitiva, la CEH conclude che «lo Stato Maggiore della Difesa Nazionale è stato, dentro l’Esercito, la massima istituzione responsabile di queste violazioni». E aggiunge che «devono restare soggetti allo stesso criterio di responsabilità il Presidente della Repubblica e il Ministro della Difesa Nazionale, considerando che l’elaborazione degli obiettivi nazionali in conformità con la Dottrina di Sicurezza Nazionale è stata realizzata al più alto livello di governo».
Nel suo discorso nel Teatro Nazionale, Tomuschat ha situato fra il 1978 e il 1985 «il periodo più violento e sanguinario di tutto il conflitto armato». Quindi, lo ha esaminato ancor più in dettaglio: fra il 1978 e il 1983 si è prodotta l’identificazione fra comunità maya e guerriglia, «intenzionalmente esagerata dallo Stato». La sua conseguenza è stata «l’aggressione massiccia e indiscriminata alle comunità, le operazioni di “terra bruciata”, il sequestro e l’esecuzione di autorità, dirigenti maya e guide spirituali».
«Prima Pinochet, ora Ríos Montt»Tomuschat ha caratterizzato infine il periodo 1981-83 come quello in cui «si sono concentrati più della metà dei massacri e delle operazioni di “terra bruciata”», e nel quale è evidente «il razzismo come dottrina di superiorità espressa permanentemente dallo Stato, fattore fondamentale per spiegare il furore cieco e indiscriminato con cui sono state realizzate le operazioni militari contro centinaia di comunità maya». Qui, Tomuschat ha dovuto fare una pausa. Una parte del pubblico, infatti, ha cominciato a urlare slogan come «Prima Pinochet, adesso Ríos Montt», sebbene il periodo 1978-85 comprenda anche i regimi del generale Lucas García e del capo di stato maggiore Oscar Mejía Víctores. Invero, a partire dalla metodologia della CEH, è possibile risalire ai grandi responsabili dell’orrore.
D’altra parte, delle violazioni attribuite alla guerriglia, «ne deriva una ineludibile responsabilità dei ranghi superiori della struttura organica della guerriglia». La CEH è convinta che di tali fatti questa fosse perfettamente a conoscenza, «essendo essi la concretizzazione di una strategia politico-militare deliberata o per essere stati realizzati in esecuzione di decisioni adottate al più alto livello». Di qui a nominare i quattro ex comandantes della URNG non c’è che un passo.
Genocidio di StatoNel Teatro Nazionale sono risuonate per la prima volta nella storia e in pubblico le spaventose cifre dei massacri. La CEH ha registrato 626 massacri attribuibili alle Forze dello Stato. «Sono state sterminate intere comunità maya, così come distrutti le loro case, il bestiame, i raccolti e altri elementi per la sopravvivenza». In tutti questi massacri si evidenzia «un aggressivo fattore razzista, di estrema crudeltà». La giustificazione e la brutalità di tale crudeltà è risuonata nel Teatro, sconvolgendo tutti, nonostante quanto già si sapeva grazie alla investigazione del gesuita Ricardo Falla, raccolta nel libro Masacres de la Selva e ad altre indagini.
«La strategia controinsurrezionale non solo ha dato luogo alla violazione di diritti umani essenziali, ma l’esecuzione di tali crimini si è realizzata mediante atti crudeli il cui archetipo sono i massacri. Nella maggioranza sono stati evidenziati molteplici atti di ferocia, come l’assassinio di bambini e bambine indifesi, ai quali è stata data morte sbattendoli contro le pareti o gettandoli vivi in fosse sulle quali poi sono stati buttati i cadaveri degli adulti; l’amputazione o l’estrazione traumatica di membri; impalamenti; l’assassinio di persone cosparse di benzina e bruciate vive; l’estrazione di viscere di vittime ancora vive in presenza di altre; la reclusione di persone già mortalmente torturate, mantenute per giorni in stato agonico; l’apertura dei ventri di donne incinte e altre azioni parimenti atroci hanno costituito non solo un atto di estrema crudeltà sulle vittime, ma, inoltre, uno scompiglio che ha degradato moralmente gli autori materiali di tali atti e quanti hanno ispirato, ordinato o tollerato queste azioni».
In base a queste risultanze, in cui la CEH ha registrato che l’83% di tutte le violazioni commesse dallo Stato sono state dirette contro indigeni maya e soltanto il 17% contro ladini, in base allo studio relativo ai massacri occorsi specificamente nella regione ixil, al nord di Huehuetenango, in Rabinal e Zacualpa, nonché in base all’articolo II della Convenzione per la Prevenzione e la Punizione del Reato di Genocidio (ONU, 1948, ratificato dallo Stato guatemalteco il 30 novembre 1949), la CEH conclude che «agenti dello Stato di Guatemala, nel quadro delle operazioni controinsurrezionali realizzate fra gli anni 1981 e 1983, hanno eseguito atti di genocidio contro gruppi del popolo maya, che risiedeva nelle quattro regioni analizzate».
A questa denuncia è seguito un applauso fragoroso, scaturito dalla necessità di ascoltare la verità sull’orrore sofferto pronunciata davanti ad alcuni di coloro che l’hanno provocato. Il fragore sorgeva dal sentire e verificare il grado di crudeltà del quale sono capaci gli esseri umani nella difesa dei propri interessi in senso razzistico, peraltro apertamente suscitato nei metodi di addestramento delle truppe speciali, i famigerati kaibiles.
Razzismo e maschilismoTomuschat è giunto, inoltre, ad un’altra conclusione che ricorre nel documento della CEH: non solo il razzismo, ma anche il maschilismo fu parte della strategia brutale: «L’investigazione della CEH ha permesso di determinare che circa un quarto delle vittime dirette delle violazioni dei diritti umani e dei fatti di violenza sono state donne», molte volte torturate e violate sessualmente. Sono migliaia e migliaia, inoltre, le vedove e le donne spogliate di tutti i loro beni. E sono sempre loro, le donne, quelle che hanno giocato «un ruolo esemplare» nei gruppi di difesa dei diritti umani, di familiari di scomparsi e nella lotta contro l’impunità.
Il documento della CEH dà un grande rilievo al problema degli scomparsi e al sistema di carceri e cimiteri clandestini, specialmente quando si riferisce ai servizi segreti militari. La CEH conclude che l’intelligence militare «è stata l’asse conduttore di una politica di Stato che ha approfittato dello scenario delimitato dal conflitto armato per controllare la popolazione, la società, lo Stato e lo stesso Esercito». Conclude, inoltre, che molti dei cosiddetti «squadroni della morte» hanno cominciato le loro attività criminali come gruppi privati, diventando in seguito «autentiche unità militari clandestine», il cui compito era sequestrare o eliminare, con l’ausilio di civili, «i presunti membri, alleati o collaboratori della “sovversione”, le cui liste erano elaborate dal servizio segreto militare».
Le responsabilità della guerrigliaLa CEH attribuisce anche alla guerriglia la responsabilità di violazioni gravissime, come esecuzioni arbitrarie contro commissari militari o membri delle Pattuglie di Autodifesa Civile. Alcune di queste azioni furono destinate a impiantare il «terrore rivoluzionario» e sono state commesse davanti alle comunità. Inoltre, viene citata la fucilazione di membri delle organizzazioni armate sospettati di diserzione o di collaborazione con il nemico, come pure di massacri. La CEH ne ha registrati 32, avvenuti specialmente fra il 1981 e il 1982: in alcuni di essi, secondo «informazioni veraci, si sarebbe data morte a donne e bambini». Inoltre, sono stati registrati casi di sparizioni forzose di persone sequestrate dalla guerriglia. Quest’ultima è ricorsa anche più volte al sequestro di «personalità del mondo politico, diplomatico o imprenditoriale», al fine di ottenere riscatti economici. In alcuni casi le vittime sono state uccise, fra esse un ambasciatore straniero. Anche la guerriglia «ha reclutato forzosamente civili, persino minori» di età. E anche se il documento afferma che «la tortura non ha costituito una pratica generalizzata nei gruppi insurrezionali», sono state raccolte alcune testimionanze di questa pratica orribile.
La CEH conclude che molte delle azioni di «propaganda armata» hanno lasciato le comunità e i villaggi in cui sono state realizzate «indifese e vulnerabili» alle rappresaglie dell’esercito. E sebbene gli autori delle rappresaglie criminali siano stati soldati dell’esercito, la CEH è convinta che le azioni guerrigliere «hanno contribuito a scatenare quei fatti».
È in questo contesto che la CEH sottolinea la responsabilità degli alti comandi della guerriglia. Conclude, inoltre, la CEH che «grandi proprietari agricoli» hanno partecipato con «agenti statali» a violazioni dei diritti umani e atti di violenza contro contadini, o accettato che le forze dello Stato proteggessero con la violenza i propri interessi. Nell’ambito urbano, alcune violazioni dei diritti umani contro sindacalisti e consulenti del lavoro, eseguite da agenti dello Stato, «sono derivate dalla stretta collaborazione fra potenti imprenditori e le Forze di Sicurezza», per proteggere interessi imprenditoriali e d’accordo con politiche antisindacali del governo.
Perdono, riparazione, indennizziLe raccomandazioni della CEH sono clamorose. In primo luogo, si raccomanda che il presidente della Repubblica, a nome dello Stato, riconosca davanti alla società, alle vittime e alle loro comunità e famiglie, i fatti descritti nel rapporto, chieda perdono per essi e si assuma le responsabilità. Lo stesso dovrà fare la Comandancia della URNG. Tutto ciò, per restituire dignità alle vittime. Al Congresso si chiede una dichiarazione solenne nella stessa linea.
In secondo luogo, raccomanda di preservare la memoria delle vittime con una giornata annuale dedicata alla loro commemorazione, innalzando monumenti e ribattezzando strade ed edifici civici -come scuole, etc. - con il nome delle vittime, osservando rispetto per le multiculturali forme di commemorazione proprie del Guatemala e valorizzando i luoghi sacri maya violati durante il conflitto. Si raccomanda, inoltre, l’elaborazione di un Programma Nazionale di Riparazione per le vittime, che il governo dovrebbe presentare al Congresso come progetto di legge e che contenga misure di quattro tipi: di restituzione materiale, soprattutto terra; di compensazione e indennizzazione; di riabilitazione e riparazione psicosociale; di soddisfazione e restituzione della dignità. Il tutto, a livello individuale e collettivo. Raccomanda criteri per identificare i beneficiari e propone una struttura non solo governativa, ma anche partecipativa, per la Giunta Direttiva del Programma. Raccomanda che il governo finanzi tale Programma, applicando quella riforma tributaria progressiva che si era impegnato a promuovere negli Accordi di Pace, riorientando la spesa sociale e diminuendo le spese militari. Oltre a questo finanziamento principale, raccomanda che il governo solleciti un sostegno finanziario internazionale a quegli Stati che nel conflitto hanno aiutato economicamente e militarmente le parti in conflitto; infine, che il Programma abbia una vigenza non inferiore a dieci anni.
Quanto alle persone scomparse, la CEH raccomanda investigazioni rapide sulla loro fine o per il ritrovamento dei loro resti nel caso siano morte, con relativa consegna di quest’ultimi ai familiari delle vittime. L’Esercito e la URNG devono cooperare fornendo le informazioni in loro possesso. Una raccomandazione speciale viene rivolta a proposito dei bambini scomparsi, soggetti ad adozioni senza il loro consenso. Allo Stato si raccomanda di riconoscere legalmente lo status di desaparecido perché possano avere luogo le cause relative ad eredità, riparazioni, etc..
Infine, si raccomanda una ricerca attiva dei cimiteri clandestini ed una politica legale per le riesumazioni per permettere - d’accordo con le differenze culturali - di concludere il lutto con le cerimonie proprie di ogni popolo.
Inoltre, si raccomandano misure per la promozione di una cultura di rispetto mutuo e osservanza dei diritti umani, che la CEH concretizza in misure per la diffusione del rapporto Memorias del Silencio, una riforma educativa che contempli l’educazione alla democrazia, alla tolleranza, al dialogo e alla pace. Si raccomanda che il governo e il parlamento si impegnino a ratificare quanto prima tutti i trattati internazionali sui diritti umani ancora in sospeso, incorporino il Diritto Internazionale Umanitario alla legislazione guatemalteca, istruendo in tal senso l’Esercito, e che il governo protegga in particolar modo le organizzazioni di diritti umani, previa consulta con esse.
Epurazione nell’esercitoForse, la raccomandazione più delicata è quella in cui si chiede al governo di studiare la condotta degli ufficiali dell’esercito e delle Forze di Sicurezza in servizio attivo durante il conflitto armato. Si suggerisce che tale compito venga assunto da una commissione «composta da tre persone civili indipendenti, di riconosciuta onestà e indiscussa storia democratica», che lavori sotto l’autorità presidenziale e sotto la sua supervisione immediata, ascoltando gli interessati, alla luce del rapporto della CEH, e prendendo conoscenza delle schede personali degli ufficiali. Quindi, secondo i risultati, vengano prese le misure amministrative in sintonia con il Progetto di Difesa dei Diritti Umani mediante la Lotta contro l’Impunità, della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU. In pratica, si chiede al presidente un’autentica epurazione nelle file degli ufficiali dell’Esercito e delle Forze di Sicurezza. Per rafforzare il processo democratico, la CEH raccomanda, inoltre, che i poteri dello Stato accolgano le raccomandazioni della Commissione per il Rafforzamento della Giustizia e agiscano di conseguenza. In un altro colpo di audace prudenza, si raccomanda che i poteri dello Stato applichino la Legge di Riconciliazione Nazionale, perseguendo, processando e punendo i reati di genocidio, tortura e sparizione forzosa e tutti quelli che non cadono in prescrizione o che non prevedono l’estinzione della responsabilità penale.
La CEH accenna anche alla soppressione degli Stati Maggiori Presidenziale e Vicepresidenziale, alla riforma della “obbedienza dovuta” perché questa resti sempre e «solo dentro la legge e mai fuori di essa», a limitazioni dei servizi segreti militare a obiettivi esclusivamente militari, al controllo del Congresso su tutti gli organismi di intelligence, civili e militari, all’accesso dei cittadini a tutta l’informazione su di essi esistente negli archivi pubblici o privati.
Si raccomandano, inoltre, riforme alla dottrina e alla formazione militari, al servizio militare e ai suoi sostituti, con il riconoscimento della obiezione di coscienza; il carattere civile della polizia e la partecipazione ad essa delle etnie maya. Qualora le riforme costituzionali che limitano il ruolo dell’esercito in compiti di sicurezza interna non fossero approvate nel referendum del maggio ‘99, si raccomanda che i poteri dello Stato delimitino molto chiaramente tale ruolo e lo sanciscano legalmente.
Il ricordo di GerardiInfine, la CEH raccomanda di dare continuità all’indagine storica avviata nel rapporto, promuovere la partecipazione politica dei popoli indigeni, superare il razzismo - almeno cominciando a mettere in pratica l’accordo sull’Identità e sui Diritti dei Popoli Indigeni -, realizzare l’urgente riforma fiscale prevista dagli Accordi di Pace.
La CEH conclude il proprio lavoro chiedendo che il Congresso istituisca una Commissione, responsabile di promuovere e vigilare sulla applicazione delle proprie raccomandazioni, la cui composizione non sia esclusivamente né maggioritariamente governativa ma comprenda rappresentanti delle organizzazioni dei diritti umani e delle vittime, così come delle etnie indigene, per un totale di sette persone.
Fin qui il riassunto di così inatteso e importantissimo documento. È chiaro che questo rapporto marca un momento storico. Implica un’inversione del corso seguito in 500 anni di storia guatemalteca. Propone un progetto nazionale. Richiede che la società civile lo prenda nelle sue mani e vigili perché non si perda fra i tesori delle biblioteche. Quante più persone e istituzioni siano capaci di superare gli anni del terrore, accettino di rompere il silenzio e si impegnino per la difesa e il pieno rispetto dei diritti umani e dello Stato democratico, si porranno i caposaldi di una nuova nazione. La CEH ha ringraziato pubblicamente quanti lo stanno già facendo o l’hanno fatto, e «in prima fila fra essi», monsignor Juan Gerardi.
Chi chiede perdono e chi noIl primo a reagire alle conclusioni e raccomandazioni del documento della CEH è stato il presidente degli Stati Uniti. All’arrivo in Guatemala il 10 marzo scorso, Clinton ha trovato una manifestazione di universitari e di attivisti dei diritti umani che esigevano da lui il riconoscimento della responsabilità degli Stati Uniti nelle violazioni dei diritti umani e nel prolungamento del conflitto. Cosa che non è venuta nel suo primo discorso nel giardino del Palazzo Nazionale della Cultura, in cui Clinton ha promesso la collaborazione del suo governo per chiarire «gli oscuri avvenimenti» durante il conflitto armato e per «far luce» sulle violazioni dei diritti umani occorse durante lo stesso perché mai tornino a ripetersi.
In seguito, in un foro con rappresentanti della società civile nello stesso Palazzo, Clinton ha riconosciuto «gli errori» del suo paese nell’impegnarsi «in maniera indiretta» nel conflitto armato guatemalteco, ma senza arrivare a chidere perdono come gli veniva sollecitato, e senza nemmeno soddisfare l’altra richiesta, ai sensi di una delle raccomandazioni della CEH, secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero promuovere un risarcimento delle vittime. Il giorno dopo, negli Stati Uniti, l’ex colonnello Oliver North e l’ex sottosegretario di Stato per gli affari latinoamericani Elliot Abrams hanno invece rivendicato la partecipazione degli Stati Uniti in Guatemala e accusato Clinton di ignoranza. Invece, l’ex sottosegretario Bernard Aronson ha appoggiato la posizione del presidente.
Il 13 marzo, la direzione della URNG, oggi partito legale, in una conferenza stampa sul tema, ha reso noto un comunicato ufficiale, dal titolo De la Verdad Histórica a la Reconciliación (Dalla Verità Storica alla Riconciliazione). In esso, la URNG dichiara il rapporto come fonte credibile sulla storia del conflitto armato e accetta le sue raccomandazioni come cammino verso la riconciliazione. «Non è il momento di discutere dettagli o fare precisazioni, meno ancora di eludere responsabilità», scrivono gli ex guerriglieri. Con frasi che non lasciano adito a dubbi, la URNG chiede perdono: «Con profondo dolore e umiltà chiediamo perdono alla memoria delle vittime, ai loro familiari e alle loro comunità che hanno sofferto danni irreparabili, ingiustizie o offese a causa di qualsiasi tipo di eccesso, errori o irresponsabilità commessi nel corso del conflitto armato da qualsiasi esponente, sul piano personale o collettivo, di quelle che furono le forze della URNG o delle loro organizzazioni integranti».
Spetta alle persone colpite, aggiunge la URNG, promuovere cause giudiziarie per esigere giustizia. Nell’esteso comunicato, viene fatta un’analisi politica degli accordi di pace, in cui si afferma che sono stati messi in pratica e rispettati senza «esitazioni e ritardi». «La loro messa in pratica e rispetto pieno e puntuale rappresenta la grande opportunità che ha la nostra società per ricostruirsi e riconciliarsi», in altre parole, «il fattore ineludibile della riconciliazione».
Il governo minimizzaIl 16 marzo, è apparsa sulla stampa guatemalteca un’inserzione a pagamento del governo in cui questi manifestava la sua «posizione iniziale» rispetto al rapporto. Assai strano è parso il mezzo scelto per pronunciarsi al riguardo. Alla domanda sul perché il governo non avesse convocato una conferenza stampa, il vicepresidente Flores ha risposto che si intendeva evitare ogni distorsione giornalistica della posizione del governo. Ciò riflette, a dir poco, la posizione difensiva, ormai abituale, dell’attuale governo nei confronti dei mass-media e la reazione evasiva che il presidente coltiva di fronte ai professionisti dell’informazione.
Al contrario della URNG, il governo invece entra nel gioco delle sfaccettature e delle precisazioni: «Aldilà della statistica esatta del danno prodotto durante il conflitto armato», «la sua dimensione e crudeltà» ci devono insegnare a consolidare la nostra convivenza democratica, a riconciliarci e a valorizzare la pace raggiunta. Il governo «considera che l’interpretazione storica intorno al conflitto armato interno costituisce un contributo per un compito appena iniziato data la complessità del tema e il suo carattere controverso». In questo modo, il governo riduce il documento della CEH ad un’indagine fra le tante, perdipiù discutibile.  Quanto alle raccomandazioni, il governo non ne raccoglie alcuna che abbia a che vedere con il problema dei desaparecidos: dichiarazione giuridica di assenza per scomparsa per poter dar corso a pratiche ereditarie, ricerca dei resti degli scomparsi, individuazione di cimiteri clandestini e riesumazione dei cadaveri, etc..
Nemmeno crede il governo che sia necessario epurare l’Esercito, mettendo sotto esame la condotta degli ufficiali oggi in pensione ai tempi del conflitto armato. Piuttosto, si afferma che l’esercito è una istituzione già rinnovata e in continua epurazione istituzionale. Il governo reitera, invece, le eccezioni relative alla «estinzione della responsabilità penale» contenute nella Legge di Riconciliazione Nazionale - per crimini di tortura, genocidio e sparizione forzosa -, ma si astiene dall’affermare che perseguirà d’ufficio, almeno in forma simbolica, alcuni di questi crimini o che chiederà al procuratore generale della Repubblica di farlo, ora che i risultati della CEH consentono di individuare i responsabili.
Nemmeno accoglie il governo le raccomandazioni sulla restituzione della dignità alle vittime, attraverso la costruzione di monumenti. Quanto al loro risarcimento, a persone e comunità, non va aldilà di quanto espresso da Raquel Zelaya nel suo discorso nel Teatro Nazionale. Il governo ribadisce la richiesta di perdono che il presidente Arzú ha fatto nel secondo anniversario della firma degli accordi di pace, il 29 dicembre 1998 a Santa Cruz del Quiché: «C’è un perdono che corrisponde allo Stato chiedere e che si riferisce alla violenza sofferta dalla popolazione come risultato delle decisioni del potere politico e delle azioni dell’Esercito e delle forze di sicurezza di allora. Questo perdono, a nome dello Stato, lo chiedo io». Ma è evidente che non è lo stesso chiedere perdono prima di aver conosciuto lo sconvolgente rapporto della CEH che dopo, soprattutto se si cerca di sminuirne l’autorità, riducendolo ad un’indagine fra le tante.
Non c’è futuro senza passatoGrande è stata l’indignazione della comunità di difensori dei diritti umani di fronte all’inserzione a pagamento sui giornali con la posizione ufficiale del governo. «Frivolo» è stato il commento della URNG. In generale, scoraggia il suo tono, che sembra indicare che non sia ancora arrivato il tempo in cui l’Esercito chini la testa e riconosca gli orrori di cui è stato corresponsabile.
Alcuni funzionari di governo si sono lamentati che il rapporto della CEH arrecherà grave danno alle casse dello Stato, dal momento che la sua diffusione promuoverà internazionalmente la falsa immagine del Guatemala come paese in cui ancora oggi accadono di quegli orrori e ciò scoraggerà i turisti dal passarvi le vacanze...
La frivolezza persegue certamente il Guatemala. Ma ancor di più lo opprime la mancanza di disponibilità ad assimilare l’orrore, la vergogna, la colpa e camminare in senso rinnovato, dopo una catarsi che restituisca dignità alla nuova nazione, liberata dal suo razzismo e dalla sua violenza. La sintesi fra il riconoscimento del passato e il dolore per esso, la riconciliazione e lo sguardo verso il futuro è ancora lontana in Guatemala. Il “caso Pinochet” aiuta a comprendere che una nazione non può costruire in pace e in riconciliazione il suo futuro senza farsi carico del proprio passato.

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