GUATEMALA / Gerardi, primo anniversario

Il 26 aprile scorso, primo anniversario dell’assassinio del vescovo Juan Gerardi, decine di migliaia di guatemaltechi, con la presenza anche di varie delegazioni straniere, hanno ricordato la sua figura nella piazza della Costituzione di Ciudad de Guatemala, sulla quale emblematicamente si affacciano ai due lati opposti la cattedrale e il palazzo del governo. A giudizio di vari osservatori, la folla era superiore a quella che accolse con gioia la firma degli accordi di pace nel dicembre del ‘96. Ma, a differenza di allora e di un anno fa, nessun rappresentante del governo ha partecipato alla commemorazione e persino le finestre del Palacio Nacional sono rimaste chiuse. In mattinata, una messa celebrata dall’arcivescovo di Guatemala Próspero Penados, accompagnato dal presidente della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM) e arcivescovo di Tegucigalpa, Honduras, Andrés Rodríguez , vari altri vescovi - tutti quelli del Salvador - e oltre 300 sacerdoti, ha dato l’impressione che qualcosa di nuovo stia accadendo nel paese: la società civile, compresa quella non cattolica o comunque cristiana, abbia approfittato della celebrazione ecclesiale per manifestare. In effetti, risulta dai sondaggi che la Chiesa cattolica guatemalteca è l’istituzione che più fiducia ispira nell’opinione pubblica, seguita dai mass-media, soprattutto quelli scritti. Tale credibilità, maturata in anni di impegno a fianco dei poveri, degli indigeni, delle vittime della repressione, è certamente aumentata a seguito del martirio di Gerardi, proprio per la perseveranza ecclesiale nel resistere a tutti i tentativi di depistaggio, nel pretendere sia fatta luce su questo crimine e si vada fino in fondo nell’individuazione di mandanti ed esecutori. Ecco, dunque,  nelle pagine seguenti una cronologia di questo caso giudiziario, da un anno a questa parte.

Di Juan Hernández Pico. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.
Caso Gerardi: cronologia

Caso Gerardi: piste e depistaggi nelle indagini

Sul quotidiano El Periódico del 24 aprile, in un articolo intitolato Seis teorías para un crimen il caporedattore Edgar Gutiérrez esamina questo delitto che si vorrebbe “perfetto”.
La prima pista è quella della delinquenza comune. È tessuta intorno all’alcolizzato Carlos Vielman, il quale si presume sia stato torturato per indurlo a dichiararsi colpevole. Gli indigenti non sono stati certi di averlo identificato nei vari confronti “all’americana”. Nemmeno l’FBI ha trovato indizi di un suo coinvolgimento. Dopo essere stato liberato in luglio, è stato arrestato e accusato il padre Orantes.
La seconda teoria è quella del crimine passionale. Il movente sarebbe un caso di omosessualità. Questa ipotesi si era già diffusa nella cattedrale, nove giorni dopo l’assassinio. Un articolo della rivista statunitense New Yorker sostiene che il servizio segreto militare guatemalteco presentò tale versione al gabinetto politico del presidente Arzú nei giorni seguenti l’assassinio. Secondo vari periodici, il viceministro di Gobernación (Interni) Gandara l’avrebbe diffusa quindi in ambienti diplomatici, anche se il viceministro l’ha smentito. L’avvocato difensore di Vielman, Mario Menchú, ha dichiarato nel giugno ‘98 che il movente del crimine è passionale; da parte sua, l’avvocato Linares Beltranena ha appoggiato tale ipotesi in un suo editoriale sulla stampa. In questo quadro, si insinua che Gerardi avrebbe scoperto nella casa parrocchiale una scena compromettente, sarebbe stato attaccato dal cane Balú su ordine di Orantes e, quindi, assassinato. Tale ipotesi mai è stata dimostrata. L’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovato l’ha respinta e il governo l’ha scartata.
La terza teoria è quella del crimine domestico. Per qualche movente ancora oscuro, vi sarebbero implicati il sacerdote Orantes e il suo cane Balú, così come la signora Margarita López, che avrebbe avuto funzioni di copertura. Questa ipotesi si basa sulla testimonianza del discusso ”esperto” spagnolo Reverte sulle presunte impronte delle mandibole del cane sul volto e sul cranio di Gerardi, così come sulla presunzione che le tracce di sangue trovato nella casa parrocchiale riconducano a Orantes. L’ipotesi è stata scartata per quanto riguarda il cane. Ed anche se a suo carico non vi siano indizi di colpevolezza, Orantes resta a disposizione della giustizia e continua ad essere sospettato.
La quarta teoria è quella del crimine organizzato. L’autore del delitto sarebbe materialmente un membro della banda Valle del Sol. Ciò, sulla base della denuncia di una guatemalteca residente in Canada, che alcuni asseriscono essere la ex cognata di Efraín Hernández, cancelliere della curia. Questa donna avrebbe scritto a Gerardi delle lettere in cui si denuncia la complicità di Orantes, di monsignor  Efraín e di sua nipote Lucía Escobar con la banda Valle del Sol, dedita al furto di immagini e oggetti religiosi. Monsignor Efraín si è dimesso in febbraio dalla cancelleria, ormai prossimo alla pensione avendo compiuto 65 anni. Attualmente si trova all’estero. Un ex giudice, parente di militari sospettati nel caso - i Lima, padre e figlio - dichiara di aver appreso di questa ipotesi dal procuratore Ardón, che avrebbe condotto un’indagine per conto proprio, arrivando a questi risultati e condividendoli con i servizi segreti: concretamente, con i colonnelli Pozuelos e Villagrán, capo e comandante in seconda dello Stato Maggiore Presidenziale. Alla stessa conclusione sarebbe arrivato anche il servizio segreto militare. Il giorno dopo la presentazione di questa denuncia da parte del giudice al Ministero Público, il 5 gennaio, è stato assassinato un membro della banda Valle del Sol. Due giorni dopo, la polizia ha catturato altri due esponenti della banda. L’indagine su questa ipotesi continua il suo corso. Il procuratore Galindo non l’ha scartata. La Chiesa sì.
La quinta pista è quella del narcotraffico. Il 5 giugno ‘98 è stato catturato Iván Alexander Hernández mentre trafficava droghe. Gli indigenti del parco vicino al luogo del crimine avrebbero testimoniato contro di lui. Tuttavia, non è stato riconosciuto dai testimoni oculari ed è stato rimesso in libertà, anche se sono state avviate indagini su una banda “satanica” legata al narcotraffico, attiva in quel luogo. I risultati non hanno permesso però di istruire un processo.
La sesta teoria è quella del crimine politico. È l’ipotesi privilegiata dall’Ufficio dei Diritti Umani dell’Arcivescovato, dalla Conferenza Episcopale, da gruppi per la difesa dei diritti umani, da MINUGUA, dalla Procura dei Diritti Umani, da congressisti statunitensi e parte della comunità internazionale. Si basa sul ruolo giocato da Gerardi nel Quiché negli anni Settanta, sui tentativi dei militari di assassinarlo allora, sul suo ruolo di ispiratore del progetto di Recupero della Memoria Storica, sul fatto che due giorni prima avesse presentato il rapporto frutto di tale progetto, sulle denunce che coinvolgono  militari, sulle dichiarazioni confermate da un testimone, su tutte le risposte evasive del ministero Público in merito a questa ipotesi, sulle minacce ricevute dalle parti civili, dai testimoni, da un giudice e da un procuratore. La più importante base a sostegno di questa teoria è la reiterata smentita sulla presenza di membri dello Stato Maggiore Presidenziale nella scena del crimine la notte del delitto, circostanza ammessa solo in seguito, quando il ministro della Difesa ha inteso attribuire la responsabilità di tale presenza nientemeno che ad Helen Mack: l’accusatrice di ex alti ufficiali dello Stato Maggiore Presidenziale come presunti assassini della sorella, avrebbe invitato gli stessi ad investigare sul delitto di Gerardi! È importante sottolineare, inoltre, che l’alibi del capitano Byron Lima Oliva per le ore in cui Gerardi è stato assassinato è caduto, essendo stato verificato che è falso. È stato altresì provato che la targa del veicolo visto nelle vicinanze del luogo del crimine appartiene al Ministero della Difesa, evidenza anch’essa inizialmente negata dal ministro.Tuttavia, la pista del crimine politico è stata appena esplorata e solo ora è stata riconosciuta dal ministero Público come rilevante e degna di essere investigata. In maggio, la portavoce dell’ufficio per le pubbliche relazioni della presidenza della Repubblica, Yolanda Bollat  ha smentito che il papa avrebbe chiesto al presidente Arzú di risolvere «quanto prima»  il caso. Triste nota al margine per una visita così importante e prova di un pessimo atteggiamento diplomatico, che conferma ancora una volta come per questo governo, la “foto”, cioè l’immagine valga più della realtà. Non fu così nel primo anno di governo, quando Arzú si dedicò con slancio e successo al negoziato di pace. Oggi che la pace e il rispetto degli accordi non sembrano più una priorità per questo governo, la linea da questi seguita appare ancora più grave. Il caso Gerardi continua aperto. È un  test per verificare, fra l’altro, se esista o meno la volontà politica di far prevalere l’autorità civile sul potere dei militari.