«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Il cammino verso le elezioni: un processo fraudolento

Il 4 novembre 2001 ha visto una partecipazione massiccia e una trasparenza nei conteggi. Entrambi i dati, espressione di democrazia, hanno legittimato un processo antidemocratico, nient’affatto trasparente, fondato sulla esclusione e disegnato per la polarizzazione. Se non ci sono stati brogli nelle urne, è perché la frode era avvenuta prima.

Articolo di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Datano a fine 1997 le prime voci e notizie frammentarie sul “patto” che stava maturando fra Arnoldo Alemán e Daniel Ortega, dietro il quale – fu chiaro da subito – si intravedevano ragioni economiche occulte ed espliciti obiettivi elettorali dei due dirigenti politici.
Ai tempi in cui si cominciò a parlare di tale accordo bipartitico, la popolarità di entrambi i leaders e dei loro partiti appariva in picchiata. In vari sondaggi, il 60% della popolazione esprimeva il proprio rifiuto sia nei confronti di Alemán che di Ortega, tanto dell’Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) come del Partito Liberale Costituzionalista (PLC).
Fin dall’inizio, la filosofia politica che sottendeva il patto nei suoi aspetti istituzionali e legali fu l’esclusione del resto dei partiti per imporre al paese il bipartitismo. A quel tempo, erano già in marcia alcune iniziative tese a promuovere alleanze fra alcuni partiti, che cercavano di dar vita ad una cosidddetta “terza via” (occorre precisare, a scanso di equivoci, senza pretese ideologiche, ma solo politico-elettorali, ndr). Nel giugno 1998, era infatti sorto il Gruppo di Centro, formato da sei partiti – Movimento Rinnovatore Sandinista (MRS), il Partito Conservatore (PC), il Movimento Democratico Nicaraguense (MDN), il Partito Liberale Indipendente (PLI), l’Alleanza Popolare Conservatrice (APC) e la Resistenza (la ex Contra, ndr) –, annunciando la sua partecipazione alle elezioni municipali del 2000 ed a quelle politiche del 2001, «sotto una sola bandiera». Tuttavia, a causa dell’antisandinismo di stampo fondamentalistico proprio della dirigenza del Partito Conservatore, tale gruppo si sfaldò, dando origine al Movimento Patria, dal quale si separò l’MRS.
Durante la Convención del PLC del luglio ‘98, Alemán sottolineò l’importanza che l’FSLN fosse il suo unico rivale politico, argomentando che entrambi i partiti avevano ottenuto oltre il 90% dei voti nelle elezioni del 1996. In quell’occasione, Alemán screditò volgarmente tutti gli altri partiti, definendoli «fantasmi che si nutrono della democrazia come parassiti».
Adducendo lo stesso motivo del 90% dei voti, l’FSLN condivise quella filosofia escludente e di disprezzo delle opzioni politiche più “piccole”. Tuttavia, il primo argomento pubblico addotto dall’FSLN per concordare i cambiamenti costituzionali, istituzionali e legali con Alemán fu la presunta contraddizione fra la “agenda sociale” e quella “istituzionale”. In altri termini, l’FSLN sosteneva che per ottenere dei “cambiamenti sociali”, i sandinisti dovevano essere presenti nelle istituzioni le quali, pertanto, dovevano diventare bipartitiche.
La prima espressione elettorale del patto furono le riforme ad hoc che deputati del PLC e dell’FSLN introdussero nel 1997 alla legge elettorale, applicandole già nelle elezioni del marzo ‘98 per scegliere i governi autonomi della Costa Atlantica. Tali riforme furono all’insegna della spartizione in senso bipartitico degli organismi elettorali.
Il consenso sul bipartitismo istituzionalizzato negli organi elettorali fu ampio tanto al vertice come alla base del Fronte Sandinista, la cui argomentazione era: “così non ci ruberanno più le elezioni”, dando per verità provata che l’FSLN avesse perso le elezioni presidenziali del 1996 a conseguenza di brogli organizzati dai liberali (cioè dalla destra, ndr) con la complicità del Consiglio Supremo Elettorale (CSE). Comunque sia, dopo aver varato quelle riforme, l’FSLN perse le elezioni nella Costa Atlantica del marzo ‘98.
Lungo il 1998, sebbene il patto continuasse a maturare dietro le quinte, la retorica polemica antisandinista di Alemán e quella antialemanista di Ortega si mantennero vibranti sulla scena pubblica, in un permanente e teatrale scontro, destinato a generare non poca confusione.
Nell’ottobre 1998, la situazione di emergenza provocata dal devastante uragano Mitch aprì una parentesi, offrendo ad Alemán e Ortega un nuovo argomento per “intendersi”: la “governabilità”. Di fronte al disastro nazionale, i più alti rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e del Banco Interamericano de Desarrollo (BID) esercitarono un’intensa pressione su entrambi i leaders perché promettessero di garantire la governabilità in Nicaragua durante la riunione del Gruppo Consultivo per il Centroamerica, che si sarebbe celebrata a Stockholm (Stoccolma) al fine di concedere un aiuto speciale alla regione e al Nicaragua. L’ “unità” di tutti in quella “ora difficile per la Patria” causata da Mitch iniettò nuovo combustibile retorico nella macchina del patto.
Chi era al corrente dei dettagli del dialogo bilaterale che in segreto i due gruppi di potere organizzati intorno ad Alemán e Ortega stavano conducendo, segnalò fin dall’inizio che nelle riforme costituzionali che si stavano pattuendo, l’interesse principale del presidente Alemán era quello di sopprimere l’articolo che proibisce la rielezione presidenziale consecutiva, mentre a Daniel Ortega stava a cuore eliminare il secondo turno elettorale. Si profilavano così delle elezioni in cui i due caudillos si sarebbero scontrati come candidati, rieditando lo scenario elettorale del 1996. Mesi dopo, terminate le negoziazioni, né Alemán aveva ottenuto la rielezione, né Ortega si era liberato del secondo turno elettorale. In ogni modo, si venne a creare uno scenario bipartitico sempre più escludente, eliminando tutte le opzioni che risultassero concorrenziali e alternative.
Nell’aprile ‘99, Daniel Ortega dichiara per la prima volta di essere disposto ad assumere la candidatura dell’FSLN nell’anno 2001, sostenendo: «è inevitabile il trionfo sandinista nelle prossime elezioni».
Nel giugno ‘99, subito dopo il ritorno di Alemán dalla riunione di Stockholm, il presidente e Ortega cominciarono a dare dettagli sulle negoziazioni bilaterali che sino a quel momento avevano negato, minimizzato o coperto con discorsi polemici o ambigui che attribuivano a voci e speculazioni. Ortega sostenne in quel momento: «Io non mi azzarderei a definirlo un patto, perché patto è quando ci si avvicina ad una dittatura per ottenere vantaggi personali, come accadeva in passato. Il presidente Alemán è un presidente democratico, eletto civicamente, e il suo è un governo civile. Alemán non è Somoza». Lo stesso giorno, Alemán ricambiava la cortesia, dichiarando: «Ortega è evoluto enormemente, è un uomo sensato». Il patto era consumato.
L’ipotesi di un accordo elettorale per scegliere i deputati ad una Assemblea Costituente in sostituzione delle elezioni generali del 2001 è stata ampiamente discussa nel negoziato bipartitico.
Alemán ha coltivato tale idea – al fine di farsi presto rielggere – fino al novembre 2000, dopo le elezioni municipali. Anche nell’FSLN ci sono stati momenti in cui Ortega e altri dirigenti hanno carezzato l’idea di una Costituente.
Sebbene con divergenze in alcuni aspetti, sul “cuore politico” del patto è convenuto tutto l’FSLN, danielisti e non: interpretare – e imporre – che, come seconda forza elettorale, l’FSLN avesse diritto a quote di potere istituzionale e che, per questo, gli incarichi nei vari poteri dello Stato e nelle istituzioni pubbliche dovessero essere ripartiti proporzionalmente ai voti nelle elezioni, prevalendo fra quanti venissero nominati per le alte cariche le fedeltà partitiche più che i meriti professionali.
I contenuti del patto Alemán-Ortega si sono cucinati prima in segreto per essere poi serviti nel menu pubblico. La sera del 17 agosto 1999, sono stati resi pubblici i 33 accordi sorti dal patto liberal-sandinista. Tutti orientati a consolidare il bipartitismo e il bicaudillismo. Tutti, cambiamenti destinati a ossigenare i due caudillos, che traducevano le debolezze di entrambi i gruppi negoziatori e l’incapacità di ciascuno di essi di imporre all’altro i propri interessi. Niente, né alcuno è riuscito a bloccare il patto né a modificare i suoi contenuti. Né le critiche interne all’FSLN, né le grida di allarme dei settori sociali e pensanti nei mass-media, né i sondaggi di opinione pubblica, né i timidi avvertimenti di alcuni settori della comunità internazionale.
Il patto ha aumentato la burocrazia statale degli alti funzionari con megasalari, causando un notevole incremento nel bilancio e rendendo bipartitiche tutte le istituzioni: nel CSE, i magistrati sono passati da 5 a 7, nella Corte Suprema di Giustizia i magistrati sono passati da 12 a 16 e la Contraloría Generale della Repubblica è passata da uno a 5 funzionari.
Il patto ha riformato la legge elettorale del dicembre ‘95, assumendo, con alcune varianti, la riforma ad hoc pattuita per le elezioni nella Costa Atlantica. Questa legge, che aveva retto le elezioni del ‘96, conteneva un cumulo di imprecisazioni che richiedevano riforme. Ma la critica più consistente avanzata nei suoi confronti è stata la politicizzazione in senso partitico degli organi elettorali a scapito della loro professionalizzazione. Il fatto che la legge spogliasse il CSE della potestà di nominare direttamente i funzionari elettorali – in base a criteri tecnici e professionali – e si vedesse obbligato ad sceglierli dalle liste presentategli dai partiti fu considerato l’errore più grave della legge. Nelle elezioni del 1996, questo criticabile ordinamento giuridico ha cospirato contro la trasparenza delle elezioni. Un’altra deficienza della legge era l’eccessivo pluralismo politico che favoriva e che nel 1996 si era convertito in iper-pluralismo: 23 partiti in lizza in quelle elezioni.
Il patto ha riformato quella legge elettorale in una direzione pericolosa e antidemocratica: la politicizzazione partitica degli organi elettorali si è trasfomata in politicizzazione bipartitica e l’iperpluralismo si era convertita in un bipartitismo forzato. «Non c’è alcuna, profonda riforma, nonostante la legge la necessitasse; vengono solo stabiliti divieti e concessi permessi», dichiarò l’ex presidente del CSE Mariano Fiallos. Secondo una consulenza internazionale finanziata dalla Svezia, l’attuale legge elettorale «indebolisce la democrazia» e il suo obiettivo non è altro che «limitare qualsiasi concorrenza che possa nuocere alla egemonia condivisa dai contraenti il patto».
La riforma elettorale pattuita è andata contro il municipalismo, il decentramento e la nascita di dirigenti locali, eliminando le liste civiche nelle elezioni per i sindaci. È andata contro il pluralismo, disseminando ostacoli quasi insormontabili per la formazione di nuovi partiti, per la sopravvivenza di quelli esistenti e per la creazione di alleanze fra i partiti. È andata contro la democrazia rappresentativa e contro la democratizzazione all’interno dei partiti cancellando la possibilità di eleggere direttamente i deputati e stabilendo che solo potranno candidarsi quanti si presentino nelle liste “chiuse” confezionate dai partiti. La legge ha ridotto la percentuale necessaria per vincere al primo turno dal 45% al 40% e, persino, al 35%, qualora il partito al secondo posto non superi il 30%.
Fra le riforme costituzionali è stata stabilita la doppia nazionalità con qualsiasi paese (orientata a favorire alcuni che in quel momento sembravano potenziali candidati presidenziali del PLC: Alvarado e Rizo). È stata, inoltre, introdotta la maggioranza dei due terzi dei deputati per sospendere l’immunità al presidente della Repubblica (al fine di proteggere sia Alemán che Ortega).
Ma la più controversa di tutte le riforme costituzionali è stata quella che l’FSLN ha concesso ad Alemán per “ringraziarlo” per aver accettato di abbassare la percentuale necessaria per vincere le elezioni: in quanto presidente uscente occuperà un seggio nella prossima Assemblea Nazionale, senza la mediazione del voto popolare. Si tratta, inoltre, di un “premio di consolazione” delll’FSLN ad Alemán per aver questi mantenuto il divieto di rielezione consecutiva. Il deputato sandinista Bayardo Arce ha giustificato così quel seggio regalato: «Così ce lo deve anche a noi», in futuro, sempre che non cambi nel frattempo la legge....
Il patto ha diviso la capitale Managua in tre municipi. La decisione ha causato controversie nell’FSLN. Tanto che la crisi ha portato, nel dicembre ‘99, alla occupazione illegale di Radio YA!, al fine di sottrarla al suo “proprietario”, il sandinista Carlos Guadamuz, anch’egli espulso dall’FSLN, per essersi opposto alla divisione di Managua. In quell’occasione, con un comunicato, l’FSLN ha minacciato di punire i sandinisti che con le loro critiche ostacolassero il patto, definito un «enorme e patriottico compito».
Il 18 gennaio 2000, in una sessione dell’Assemblea Nazionale durata tre ore, con scarso dibattito, furono approvate, in seconda legislatura, da 70 dei 93 deputati le riforme alla costituzione ed alla legge elettorale - di rango costituzionale - concordate da Arnoldo Alemán e Daniel Ortega. Soltanto quattro deputati dell’FSLN hanno votato contro tali riforme. Mesi dopo, l’FSLN impedirà loro di ricandidarsi.
Il patto ha significato la fine della “transizione democratica” iniziata, con tantissimi limiti, nel 1990 dopo la sconfitta elettorale dell’FSLN, la fine della guerra fra nicaraguensi e l’inizio del governo Chamorro.
Durante le negoziazioni finali del patto, Daniel Ortega ha chiesto sempre la “testa” della presidente del CSE, Rosa Marina Zelaya, da sempre accusata dei brogli che avrebbero impedito allo stesso Ortega di diventare presidente nel 1996. Zelaya è stata così allontanata dal suo incarico il 4 febbraio 2000, sostituita da Roberto Rivas. Quindi, in forma incostituzionale, ha cessato di essere persino magistrata del CSE il 3 luglio di quell’anno.
In cambio, Alemán ha chiesto “la testa” del controllore dei conti pubblici Agustín Jarquín, per le accuse di arricchimento illecito che quest’ultimo gli ha più volte rivolto. Jarquín ha lasciato il suo incarico nel luglio 2000, dopo essere rimasto in carcere per oltre 40 giorni fra il novembre e il dicembre ‘99, dopo un processo ordinato e aggiustato dal presidente Alemán. In questo quadro, è stata accolta con forte perplessità la notizia che Jarquín era entrato in conversazioni con Daniel Ortega per concertare un’alleanza elettorale, che lo avrebbe portato quindi a candidarsi in coppia con lo stesso Ortega, per la carica di vicepresidente. Ciò, nonostante nel luglio 2000 avesse dichiarato a envío: «Non mi vedo in una candidatura con Daniel Ortega e non perché abbia qualcosa di personale contro di lui, ma semplicemente perché tale candidatura non ha possibilità di vittoria».
Data la corruzione e l’impunità istituzionalizzata dal governo Alemán, l’aspetto del patto che più scalpore  ha suscitato nella comunità internazionale – dalla cui cooperazione dipende la economia nicaraguense – è stato proprio il cambiamento al vertice della Contraloría General de la República. Prendendo le distanze dalla legge elettorale giudicata antidemocratica, la comunità internazionale ha deciso di non contribuire finanziariamente alle elezioni municipali.
Una volta disegnato lo scenario bipartico, il 2000, anno delle elezioni municipali di novembre, ha visto nascere, crescere e venir meno nuove opzioni politiche. Ristretto il campo politico, varie forze hanno cominciato a muoversi da un lato all’altro.
All’inizio dell’anno, i banchieri Haroldo Montealegre e Álvaro Robelo si sono uniti sotto le bandiere del partito Arriba la República (già Arriba Nicaragua: versione tropicale della berlusconiana Forza Italia, ndr), proponendo di dollarizzare l’economia, eliminare le dogane e stabilire l’inglese come seconda lingua, alleandosi con il FUAC (vedi envío 7/2001, ndr) e cercando appoggio in Libia.
Dal canto suo, il partito evangelico Cammino Cristiano ha accolto fra le sue fila il sandinista Guadamuz. Un nuovo partito evangelico veniva intanto alla luce: il Movimento di Unità Cristiana.
I conservatori Vidaurre e Solórzano hanno accolto i liberali del PLI e un gruppo di socialdemocratici sotto la loro bandiera (verde). Si prevedeva che la nuova legge elettorale avrebbe ridotto i 23 partiti presenti alle elezioni del 1996 a 5-10, al massimo: invece...
In questo quadro di riassestamenti e riallineamenti provocati dal patto, ha avuto risalto la proposta di una “terza via” avanzata dal Movimento Democratico Nicaraguense, un’alleanza elettorale fra otto organizzazioni e varie personalità politiche di centro-destra e centro-sinistra, e che inizialmente comprendeva parte del sandinismo attraverso l’MRS. Tutti sotto le bandiere dell’MDN, rinunciando alla loro personalità giuridica per costituire un nuovo raggruppamento, «disposti a perdere come partiti per vincere come nazione», come recitava il loro slogan.
Nell’aprile 2000, in un clima di ingovernabilità crescente, Daniel Ortega e Arnoldo Alemán, i due artefici del patto escludente, proposero un “dialogo nazionale” che coinvolgesse tutti i partiti e settori al fine di garantire la governabilità. L’MDN e il Partito Conservatore posero tre condizioni, fra le quali la revisione della legge elettorale. L’ambigua iniziativa del dialogo durò appena dieci giorni. A partire da allora, sorsero varie iniziative che sollecitavano una revisione della legge elettorale. Sia nell’FSLN che nel PLC, si argomentava che era impossibile cambiare la legge elettorale, dal momento che ciò significava rinviare le elezioni, creando così un circolo vizioso: se ci fossero state elezioni sarebbero state escludenti mentre, senza esclusioni, non ci sarebbero state elezioni. Intanto, i sondaggi confermavano che il 60% della popolazione non appoggiava il PLC né l’FSLN, né Alemán né Ortega.
In quei primi mesi del 2000, il presidente Alemán continuava ostinatamente a proporre l’unificazione della data delle elezioni municipali e di quelle generali, trasformando a loro volta quest’ultime in elezioni per un’Assemblea Costituente. La pressione della comunità internazionale fece sì che venisse rispettato il calendario elettorale: elezioni municipali in novembre 2000 ed elezioni presidenziali e legislative nel novembre 2001.
Il cammino verso le elezioni municipali fu segnato dalla distruzione di qualsiasi alternativa al bipartitismo. A tal fine, sono state messe in campo manovre politiche, disposizioni legali e scogli amministrativi. La prima alternativa ad essere distrutta è stata quella più attraente: l’MDN. Nel maggio 2000, quando l’MDN aveva iscritto propri candidati a sindaco in tutti i municipi del paese e aveva presentato 86 mila firme di sostegno alla sua lista, la coalizione fu smantellata su pressioni di Alemán e dell’FSLN con la collaborazione attiva del Partito Conservatore: 15 dirigenti dello storico MDN, con Ernesto Leal in testa, ruppero gli accordi sottoscritti con la coalizione pluralista e si allearono con il PC. La cosiddetta “terza via” decise allora di partecipare alle elezioni municipali sotto le bandiere dell’MRS, presentando come candidata a sindaco della capitale Managua Dora María Téllez.
Dopo aver stabilito nella legge elettorale che i partiti e le alleanze che volessero partecipare alle elezioni municipali dovessero presentare in un arco di tempo assai breve migliaia di firme a sostegno della propria lista in numero equivalente al 3% degli iscritti nei registri elettorali, il CSE stabilì, come ostacolo ulteriore, una procedura informatica di verifica delle firme. Il processo è stato realizzato in condizioni di assoluta mancanza di trasparenza.
Il 18 luglio, in base a tale procedura e con decine di poliziotti di guardia alle istallazioni del CSE, furono esclusi dalle elezioni municipali tutte le forze politiche, ad eccezione di quattro partiti nazionali – FSLN, PLC, PC e Cammino Cristiano – e due partiti regionali della Costa Atlantica.
Il cosiddetto Gruppo dei Cinque, più il Giappone, manifestò allora al CSE la sua «preoccupazione» per le conseguenze politiche del processo di verifica delle firme. Il CSE ribattè che quella era una questione di «sovranità nazionale».
Il 29 agosto, il CSE decise quindi all’unanimità di respingere tutti i ricorsi presentati dai partiti ed alleanze politiche esclusi dal processo di verifica delle firme. Siccome la legge elettorale stabiliva che la non partecipazione alle elezioni dava luogo automaticamente alla cancellazione della personalità giuridica dei partiti, il CSE decise quello stesso giorno di togliere dalla scena ben 26 partiti.
«Con la verifica, si è realizzato la prima frode elettronica commessa in Nicaragua. E ciò che è cominciato in questo modo terminerà in brogli. Di fronte a questa realtà, non resta che far saltare l’intero processo elettorale», dichiarò Dora María Téllez, al presentare ricorso in corte d’appello contro i magistrati del CSE per i vizi di forma e le illegalità commessi nell’impedire la partecipazione dell’MRS, cui venne cancellata di fatto la personalità giuridica.
In settembre, il CSE lasciò fuori dalla contesa elettorale municipale nelle regioni autonome dell’Atlantico Nord e Sud l’organizzazione indigena YATAMA, argomentando, illegalmente, che non aveva rispettato le condizioni. Simpatizzanti di YATAMA affermarono che la decisione del CSE era una «dichiarazione di guerra ai popoli indigeni», avvertendo che le elezioni municipali non si sarebbero celebrate in pace nella Costa Atlantica. Di fatto, la vigilia elettorale fu carica di violenza nella RAAN e al momento del voto l’astensione fu del 65%.
In giugno e luglio 2000 due nuovi partiti dichiararono l’intenzione di presentarsi alle elezioni del 2001. L’ex capo dell’Esercito Joaquín Cuadra annunciò la creazione del Movimento di Unità Nazionale, cercando di attrarre il voto del sandinismo non danielista in un progetto di centro-sinistra. D’altro canto, il già tre volte ministro nel governo Alemán, José Antonio Alvarado, annunciò la creazione, all’interno del PLC, del Movimento Liberali per il Cambiamento, cercando a sua volta di attrarre il liberalismo non alemanista. Poco tempo dopo, Alvarado abbandonò il PLC per dedicarsi alla costruzione del Partito Liberale Democratico. Il 14 agosto, Alvarado e Cuadra presentarono al CSE tutta la documentazione richiesta dalla legge elettorale per ottenere la personalità giuridica affinché il MUN e il PLD potessero partecipare alle elezioni presidenziali.
In ottobre, avvalendosi di sottigliezze legali, il CSE negò la personalità giuridica al PLD.
Nel gennaio 2001, ricorrendo ad altre arguzie, la negò al MUN. Il bipartitismo si imponeva con sempre maggiore durezza.
Siccome il Partito Conservatore si proponeva di candidare a sindaco di Managua Pedro Solórzano, figura assai popolare nella capitale, competitiva in termini elettorali al punto da profilarsi possibile vincitore, l’8 agosto il CSE controllato dal PLC e dall’FSLN lo “inibì” ricorrendo ad uno stratagemma da antologia: al dividere Managua in vari municipi, vennero modificati i “confini” geografici di modo che questi passassero per il giardino della casa di Solórzano! Quella linea immaginaria faceva così del potenziale sindaco della capitale un abitante del nuovo municipio del Crucero, per la qual cosa non poteva più candidarsi a sindaco di Managua. A nulla servirono i ricorsi legali contro la retroattività della legge, né le proteste popolari, né le opinioni di esperti in materia elettorale. In questo modo, il CSE garantì la vittoria del candidato del PLC o dell’FSLN.
Le elezioni municipali del 5 novembre 2000 misero alla prova il bipartitismo di tutte le strutture del potere elettorale e la volontà degli elettori di accettare la “camicia di forza” disegnata dal patto. La perizia e la malizia del tessuto elettorale dell’FSLN, fatto di funzionari, scrutatori e attivisti, si dimostrarono superiori a quelle del PLC.
Le elezioni municipali ebbero un finale spiacevole, quando i dirigenti del PLC rinviarono la divulgazione dei risultati finali, resistendosi, con ogni tipo di pressioni, ad accettare alcuni risultati favorevoli all’FSLN, suo socio nel patto, in alcuni municipi strategici. Il presidente Alemán dimostrò di non saper perdere. I “brogli” fatti dagli attivisti dell’FSLN e del PLC il giorno del voto, e le cifre negoziate tra i due partiti prima di pubblicare i risultati preliminari rivelarono la pericolsa natura del patto PLC-FSLN: uniti per escludere, rivali fino alla distruzione reciproca.
Nelle elezioni municipali, il PLC vinse sul piano quantitativo, ottenendo un numero maggiore di sindaci e di voti, specialmente nelle zone rurali, mentre l’FSLN vinse sul piano qualitativo, conquistando Managua e 11 dei 17 capoluoghi di provincia. Ma, vincitrice inattesa fu l’astensione, che superò il 40%. I risultati furono un grande “pareggio tecnico” e lasciarono il paese diviso e ormai molto polarizzato, com’era negli obiettivi del patto bipartitico.
Le critiche nazionali ed internazionali alla legge elettorale si fecero sentire dopo le elezioni municipali, quando emersero ancor più i suoi limiti e rischi. A fine dicembre, il Centro Carter (dell’ex presidente USA, ndr) bollò la legge come «chiusa e escludente», ma siccome quella critica coincise con la crisi elettorale negli Stati Uniti, dove si sceglieva fra Bush e Gore, pochi fecero caso alle critiche.
Dodici ore dopo la notizia della vittoria di Herty Lewites, candidato dell’FSLN a sindaco di Managua, Daniel Ortega avanzò la sua candidatura alle presidenziali del 2001. Tale volontarismo irresponsabile, aggiunto ad atteggiamenti e dichiarazioni arroganti e trionfalistiche con cui l’FSLN celebrò e reclamò la sua vittoria in vari capoluoghi di provincia spaventò l’impresa privata, la classe politica e parte dell’elettorato. Ciò sarebbe risultato decisivo, come si è visto nelle recenti elezioni.
Il risultato delle elezioni municipali pose fine all’idea di convocare una Costituente. Intravedendo margini di voto assai stretti nelle elezioni presidenziali, il PLC scese a patti con il grande capitale rappresentato in Nicaragua dalla famiglia Pellas, che impose ad Alemán come candidato Enrique Bolaños e cercò di promuovere un patto con il PC per far fronte all’FSLN, più forte dopo le vittorie alle municipali.
L’FSLN lubrificò la sua macchina elettorale forte di 30 mila attivisti. I due partiti del patto si preparono per misurare le proprie forze nelle elezioni presidenziali. Obiettivo cruciale per entrambi era impedire la formazione di una “terza via”, percorribile ed attrattiva. L’FSLN ottenne l’eliminazione del MUN. E entrambi si dedicarono ad evitare che il Partito Conservatore facesse da “ombrello” di una tale alleanza.
La selezione di deputati nei due partiti del patto ha avuto luogo con metodi antidemocratici. In febbraio, la scelta dei candidati dell’FSLN mediante una consultazione popolare, risultò un esercizio fraudolento e pieno di anomalie, secondo denunce di numerosi sandinisti. In gennaio, anche Alemán , in una specie di congresso, “impose” i candidati del PLC.
Fra il dicembre 2000 e l’aprile 2001, ci sono stati vari tentativi e importanti sforzi orientati a far sì che il Partito Conservatore – la terza più importante forza politica in Nicaragua – prestasse i propri simboli e timbri per dare luogo ad una alleanza di “terza via”. La possibilità che Violeta Barrios de Chamorro guidasse tale alleanza come candidata presidenziale fu discussa fra il gennaio e il febbraio 2001. Prima di declinare l’invito, doña Violeta suggerì al Partito Conservatore che «in un atto di generosità patriottica» mettesse a disposizione «la sua casella» sulla scheda elettorale, che in quel periodo veniva definita casilla universal, «senza alcuna condizione per raggiungere la grande unità antipatto».
Non ci furono però segnali di tale generosità. Un sondaggio realizzato da IDESO-UCA in febbraio evidenziò come la candidatura di doña Violeta godesse del sostegno maggioritario della popolazione per vincere le elezioni in quel momento.
La possibilità di una  “terza via” sotto la bandiera verde (conservatrice) è fallita per la miopia e l’antisandinismo del Partito Conservatore e gli sforzi calcolati, sia dal PLC che dall’FSLN, perché tale possibilità non arrivasse a materializzarsi. Quando il liberale José Antonio Alvarado, assai popolare, fu scelto come candidato a vicepresidente del PC, in coppia con Vidaurre, Alemán diede ai “suoi” magistrati l’ordine di “inibirlo” – come del resto veniva annunciando da mesi –, adducendo il CSE lo stesso “argomento giuridico” che dava Alemán sul procedimento impiegato da Alvarado per recuperare la sua nazionalità. La “morte annunciata” del candidato Alvarado è avvenuta in giugno.
Il processo di illegale inibizione di Alvarado è andato avanti per 15 giorni, nei quali, in attesa della decisione del CSE, Alvarado è rimasto giorno e notte in strada, davanti all’edificio del CSE, ricevendo segnali di appoggio popolare. Il CSE ha impiegato 15 giorni perché i tre magistrati dell’FSLN nel CSE hanno deciso di non assistere ad alcuna sessione per impedire il quorum secondo la legge.
Ma, più che impedire l’inibizione di Alvarado, il proposito dell’FSLN era di legittimarsi di fronte alla opinione pubblica nazionale ed internazionale come «difensore della istituzionalità e del pluralismo».
In seguito, la comunità internazionale ha dovuto forzare un accordo fra i magistrati liberali e sandinisti del CSE perché si impegnassero a non impedire nuovamente e in alcuna circostanza il quorum.
Un ultimo ed ossigenante sforzo di alleanza plurale antipatto è stato quello del candidato presidenziale del PC, Noel Vidaurre, che ha proposto la sua candidatura in coppia con Carlos Tünnermann (già ministro dell’istruzione ed ambasciatore a Washington del governo sandinista, ndr). Una cospirazione montata da liberali e sandinisti, avvalendosi di un settore del PC, fece naufragare questa proposta, forse competitiva elettoralmente, e il PC optò per presentarsi da solo alle elezioni.
Allora, gli scontri interni promossi da dentro e fuori lo avevano ormai disarticolato, trasformandolo in un’opzione irrelevante.
Il 18 luglio, con la rinuncia di Vidaurre e Tünnermann venne seppellita la possibilità di qualcosa simile ad un terza via elettorale antipatto. E venne riaffermata la corsia bipartitica su cui ha dovuto muoversi, amministrando le proprie paure e saggezze, con forti dosi di pragmatismo e coltivando comunque qualche speranza, l’elettorato nicaraguense.

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