«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
  • slide01.jpg
  • slide02.jpg
  • slide03.jpg
  • slide04.jpg
  • slide05.jpg

NICARAGUA / Chi ha vinto e chi ha perso

Liberali dissidenti del PLC e osservatori di varia tendenza attribuiscono ad Alemán – che nei fatti ha abbandonato il suo incarico istituzionale per dedicarsi alla campagna elettorale –  le sconfitte elettorali del PLC: per gli atti di corruzione che hanno visto protagonisti il presidente, la sua famiglia e funzionari di sua stretta fiducia; per aver imposto candidati in forma antidemocratica, personalistica e capricciosa; per il suo permanente stile conflittuale – fino all’ultimo giorno di campagna elettorale Alemán ha promesso di versare «limone e aceto» sulle ferite dei suoi avversari, costantemente definiti «bestie e asini»; per tale linguaggio contrario all’etica, Alemán non ha ricevuto una sola avvertenza o censura dall’inoperante procuratore elettorale –.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.
Il gran perdenteDopo lo scrutinio, il presidente e i suoi seguaci hanno dato la colpa dei loro fallimenti ai conservatori e ai mass-media, che avrebbero esagerato i casi di corruzione del governo. Alcuni, alla «figura proconsolaria» dell’ambasciatore USA a Managua, Oliver Garza. Una settimana dopo le elezioni, in una riunione  sui generis con i vescovi e i sacerdoti del Nicaragua, Alemán ha ammesso di aver commesso un unico errore: «Abbiamo peccato di ingenuità», ha confessato, sostenendo che i sandinisti, alleati nel patto economico e istituzionale ma rivali elettorali, erano stati più astuti di lui. Alla valanga di corruzione protetta da immunità e impunità, bisogna sommare, fra le ragioni della sconfitta del PLC, le sue gravi divisioni interne, il logoramento che soffre qualsiasi partito al governo, specialmente in un paese così impoverito, e la crescente inutilità del discorso antisandinista, in un paese con più della metà della popolazione che mai ha conosciuto, né ricorda il governo sandinista, né la guerra che lo logorò.
L’effetto pauraNonostante l’obsolescenza di un discorso che corrisponde ad un mondo che ormai non esiste più, ad un Nicaragua che non c’è più, ad alcuni dirigenti che ormai non lo sono, la guerra degli anni ‘80 è stata ancora presente nel voto di vasta parte della popolazione, specialmente rurale: un indicatore, questo, in cui si esprime il loro impoverimento e isolamento. Così come i sandinisti invitavano a «dare una nuova opportunità all’FSLN, non più in guerra» e molta popolazione urbana – e pure rurale – ha risposto a questo appello, i liberal-somozisti non hanno smesso un minuto di ricordare nella loro propaganda il servizio militare, le tessere annonarie del periodo di razionamento, i momenti di scarsità, le incertezze e le difficoltà che ha dovuto sopportare la popolazione durante la guerra degli anni ‘80, cercando così di spaventare l’elettorato con tali “fantasmi del passato”. Ed anche se è ovvio che l’FSLN non desidera fare alcuna rivoluzione, né ci sia alcuna guerra fredda che fomenti rivoluzioni e controrivoluzioni, molta gente, specialmente nelle campagne, ha votato con la paura di un ritorno agli anni bui della guerra degli anni ‘80 e agli abusi contro il campesinado commessi dai sandinisti.
Parole e opereDire che il popolo nicaraguense “vuole la pace” significa anche che vuole un linguaggio meno aggressivo e stili più rispettosi e moderati. I sondaggi e i risultati delle elezioni lo confermano. Molti candidati vincitori, di ogni colore politico, hanno vinto proprio per questo. Uno dei sondaggi realizzati durante la campagna elettorale ha dimostrato che nel 1996, quando l’Alleanza Liberale è stata cementata dall’antisandinismo e ciò le ha dato la vittoria, un abitante di Managua su tre si definiva antisandinista; tuttavia, nel 2000 soltanto una persona su sette a Managua si dice antisandinista. I liberal-somozisti hanno dimostrato troppa fiducia in questo discorso e nelle “opere di progresso” del governo; strade, ponti, piazze, scuole, pozzi, centrali elettriche e telefoniche... Tali “opere” hanno carpito soprattutto il voto della popolazione rurale, che ancora le avverte come un “favore” e non come un dovere di ogni buon governo, come ormai invece comincia a comprendere la popolazione urbana, assai più informata.
La mancata “frittata”La scarsa responsabilità con cui Arnoldo Alemán ha governato il Nicaragua dal 1997 è emersa con evidenza nelle sue reazioni fuori misura al momento di contare i voti. Quando sono apparsi i primi risultati, frutto dei conteggi rapidi, e quelli paralleli dei partiti, sia a Managua che in altri municipi, Alemán ha sentenziato trionfalmente: «Quando si girerà la tortilla (sorta di piadina di mais; in italiano diremmo “girare la frittata”, ndr) appariranno i veri risultati». La stessa mattina delle elezioni, El Nuevo Diario aveva denunciato che il PLC, con la collaborazione di funzionari e istituzioni del governo, stava preparando le condizioni tecniche per dei brogli, qualora i risultati gli fossero stati avversi. Fallita l’operazione, i dirigenti del PLC si sono giustificati sostenendo che l’apparato messo in piedi non fosse altro che un centro di calcolo del partito per il conteggio rapido dei voti. In seguito, Alemán ha negoziato con l’FSLN alcuni cambiamenti nei risultati. Quindi, ha scommesso sul caos facendo ricorso in moltissimi municipi, provocando ritardi e tensioni, e aggravando l’ingovernabilità del paese.
ConservatoriIl Partito Conservatore, anche se è rimasto ben lontano dalla meta prefissata di conquistare 60 Comuni, può considerarsi un vincitore di queste elezioni. Perché emerge nuovamente nello scenario politico dal quale stava scomparendo e conserva una casella nella scheda per le prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, la sua sconfitta a Managua e lo scarso numero di municipi ottenuti lo collocano in una situazione di estrema debolezza per le elezioni del 2001, quando, essendo praticamente certo che a Pedro Solórzano sarà impedito – in base al patto e con qualsiasi pretesto – di candidarsi, si potrebbe ripetere il copione di queste elezioni. Il PC è entrato nella contesa municipale contro la volontà politica del presidente Alemán e contro il pronostico delle strategie del PLC. È entrato su pressione internazionale e grazie all’astuzia e perizia dei rappresentanti dell’FSLN nel CSE. L’obiettivo di Alemán era escludere qualsiasi concorrente. L’obiettivo della comunità internazionale era dare ai conservatori la possibilità di dimostrare la propria capacità di raggruppare l’opposizione al patto. L’obiettivo dell’FSLN, dopo aver concordato con il PLC l’esclusione del conservatore con maggiori chances di vittoria, Pedro Solórzano, era quello di dividere il voto antisandinista, un voto dettato dalla paura di un ritorno al potere del sandinismo.
Calcoli e arroganzaI conservatori hanno ceduto alle pressioni, proposte e offerte di ogni tipo con cui alla vigilia del voto il PLC ha proposto loro una “alleanza antisandinista”. Per un corretto calcolo politico e pure per arroganza: dopo aver distrutto furbescamente la cosiddetta Terza Via, dopo aver legittimato con la propria partecipazione al voto le escludenti regole elettorali frutto del patto, i conservatori hanno preteso di accreditarsi agli occhi della comunità nazionale e, specialmente, internazionale, come l’unica opposizione valida contro il patto e la corruzione. I risultati hanno bocciato tale arroganza. L’astensione ha espresso in forma più visibile il rifiuto del patto. E la macchinaria del PLC si è mostrata più potente e organizzata per rappresentare l’antisandinismo, non solo perché oliata dalle istituzioni dello Stato, ma perché più popolare di quella dell’oligarchia conservatrice, che si muove sulla base di strategie d’élite e che sa solo convocare le classi imprenditrici facendo ricorso ai mass-media, ma che sembra incapace di lavorare con la gente.
”Linea spartiacque”?Candidato conservatore a Managua, William Báez ha impostato la sua campagna elettorale proponendosi come “linea spartiacque” contro il patto e la corruzione. Ma, se a Managua la corruzione è stata punita, o perlomeno si è scommesso sul cambiamento dopo due amministrazioni liberal-somoziste segnate dalla corruzione, il patto è finito nel dimenticatoio. La punizione è stata per il PLC, ma il premio non l’ha raccolto Báez: per scarso carisma personale e proposte indefinite – a vantaggio del candidato sandinista Herty Lewites – e un taglio antisandinista conflittuale che lo avvicinava chiaramente alla linea di cui abusava il PLC. Nonostante abbia ricevuto l’investitura dal popolare Solórzano e l’appoggio pubblico della ex presidente Violeta Barrios de Chamorro – la personalità politica del paese con maggiore simpatia da alcuni anni a questa parte – nonché il sostegno dell’ex generale Joaquín Cuadra e di altri dirigenti del Movimento di Unità Nazionale, Báez non è riuscito a sedurre un elettorato più desideroso di proposte che di proclami, più incline ai ”pro” che ai “contro”.
SperandoLa vittoria dell’FSLN a Managua e in altri 52 municipi – molti dei quali strategici per la quantità di popolazione che in essi vive e per l’economia – si spiega in molti modi. Il più eloquente sembra essere l’impoverimento in cui le “democrazie” degli anni ‘90, cioè i governi Chamorro ed Alemán, hanno gettato la maggioranza dei nicaraguensi. Tante e così prolungate carenze – credito, terre, istruzione, sanità, casa – e un orizzonte senza opportunità spiegano la scommessa per il cambiamento ed una nuova scommessa – “sperando contro ogni speranza” in linguaggio biblico – per quella agenda sociale e quella vocazione per la giustizia e l’uguaglianza che tanta gente ha conosciuto e riconosciuto nell’FSLN degli anni ‘80 e che continua a individuare in suoi dirigenti locali, nonostante tante e cocenti delusioni.
Organizzazione militareDieci anni di impoverimento della maggioranza della popolazione negli anni ‘90 sono stati assai ben sfruttati da dieci anni di organizzazione militare degli anni ‘80. Il tessuto organizzativo militare che ha caratterizzato l’FSLN, messo alla prova e potenziato dalla guerra di quegli anni, si è svegliato da un lungo letargo e si è riattivato con efficienza, grazie all’incalcolabile risorsa dell’esperienza e a nuove risorse economiche, per mettere in movimento un “esercito” di 90 mila sandinisti: scrutatori di seggio e rappresentanti di lista, attivisti, strateghi locali... Dopo due governi privi di sensibilità sociale in un paese così disordinato e asistematico, la miseria e l’ordine si sono combinati per dare importanti successi all’FSLN. Questa stessa miseria e questo stesso ordine, che continueranno intatti nei prossimi mesi, potrebbero dare la vittoria all’FSLN nelle elezioni generali del novembre 2001. Alemán lo sa ed è disposto a tutto per impedirlo.
Il peso del “patto”I successi dell’FSLN vanno, tuttavia, relativizzati, dati gli alti indici di astensione e gli stretti margini di vittoria. Ciononostante, le vittorie dell’FSLN mettono in dubbio le analisi che indicavano un rifiuto del patto FSLN-PLC nella base sandinista. Non così in quella liberal-somozista. In realtà, il voto più disciplinato e solido è stato quello dell’FSLN e su di esso il patto sembra aver avuto poco peso. Perché? Si possono tentare alcune risposte. La popolazione nicaraguense avanza una “domanda democratica” minima. L’aspettativa “politica” della popolazione nicaraguense al momento di votare si vede fortemente limitata dalla obbrobriosa crisi economica che investe la maggioranza. Il poter superare situazioni personali e familiari tremendamente critiche si antepone sempre al poter contare su istituzioni più indipendenti o con spazi di partecipazione dai quali poter controllare la gestione delle autorità. Pochissimi si rendono conto che senza istituzioni indipendenti la povertà continuerà ad aggravarsi. Pochissimi percepiscono il legame fra istituzionalità e superamento della povertà. Del resto, mai le strutture dell’FSLN hanno educato in questa direzione. Le conseguenze istituzionali del patto occupano un posto assai secondario nella coscienza politica della maggioranza. Ciò ha favorito l’FSLN. Perché se la popolazione non ha dimenticato la corruzione del PLC, nel voto per l’FSLN, sì, si è espresso un oblio del patto, dal momento che non si è compreso che l’essenza del patto è una corruzione condivisa.
SandinismoDa molti anni, sandinismo non corrisponde più a FSLN. Esistono settori sandinisti critici, “dissidenti”, che non si sentono rappresentati dall’FSLN. Alcuni hanno votato per questo partito, altri no. Essendo il partito ferreamente controllato dagli Ortega e dal gruppo di potere che li circonda, le vittorie dell’FSLN non possono essere interpretate semplicisticamente come una vittoria del sandinismo. I successi elettorali dell’FSLN e, in particolare, il successo della attenta e organizzata strategia elettorale dell’FSLN, possono contribuire a consolidare la “destra imprenditoriale” dell’FSLN, promotrice e beneficiaria del patto, e a liquidare le tendenze più democratiche e popolari che ancora permangono nell’FSLN. L’unità del sandinismo sotto la bandiera dell’FSLN o, più pragmaticamente, un’alleanza del sandinismo con altri settori sociali progressisti sotto quella stessa bandiera sembrano un ideale ancora molto lontano, anche se le vittorie locali dell’FSLN spingono quest’ultimo a riflettere su questa possibilità e aprono un’opportunità storica sia all’FSLN che al sandinismo. Le basi dell’FSLN o sandiniste disperse potrebbero trovare nell’entusiasmo della vittoria elettorale la spinta necessaria per iniziare la tremenda lotta di cui c’è bisogno per democratizzare il partito e per evitare un’involuzione maggiore delle sue strutture, dominate maggioritariamente dall’orteguismo. Avranno tempo e spazio per intraprendere tale notevole sforzo?
Premiato uno stileLa vittoria reale e simbolica più importante dell’FSLN è, senza dubbio, quella maturata a Managua. Tutti hanno riconosciuto in Herty Lewites un buon candidato, che si è rivelato durante la campagna un eccellente politico. Grazie al suo stile non conflittuale, aperto, propositivo e tollerante, sempre di buon umore, di grande autocontrollo di fronte ai mass-media, Lewites ha saputo andare oltre lo “zoccolo duro” dell’FSLN, che non supera il 20% degli abitanti di Managua. Tuttavia, la sua vittoria non si spiega unicamente con questioni di stile o con una rinnovata fiducia dei nicaraguensi nell’FSLN, che offrono ad esso una seconda opportunità. Fondamentale è stata, ancora prima, l’esclusione – concordata nel patto – di Pedro Solórzano, probabile vincitore se avesse potuto partecipare. D’altra parte, dieci anni di amministrazione liberal-somozista a Managua – quando Arnoldo Alemán era così popolare (1990-96), all’insegna del “ruba però fa”, come di lui diceva la gente, seguito da uno dei politici con minore carisma del paese, Roberto Cedeño – hanno pure contribuito alla vittoria di Lewites. Tartassati dalle tasse, angosciati per problemi vitali irrisolti – decine di urbanizzazioni ancora illegali, insicurezza nei quartieri, discariche di immondizia ovunque – e non compensati dalla febbrile costruzione di piazze, strade e centri commerciali di lusso, gli abitanti di Managua hanno avuto più fiducia in Lewites che in altri candidati. Forse, hanno seguito il consiglio del cardinale Obando, che questa volta si è astenuto da qualsiasi parabola che inducesse a votare per qualcuno, raccomandando piuttosto di votare per il “meno peggio”. Lewites ha oggi la grande responsabilità di dimostrare, con una gestione trasparente, efficiente e distinta, ciò che egli stesso predica: che l’FSLN è «un altro» e che «il 99% della gente dell’FSLN è cambiata». A lui tocca contribuire, dalla tribuna più visibile, cioè Managua, a ricuperare credibilità per l’FSLN e ridurre la polarizzazione sociale perché sia superato questo obsoleto, assurdo e dannoso schema sandinismo-antisandinismo, diventato una trappola a vantaggio di pochi dirigenti di entrambi i partiti. Alemán, timoroso che la figura di Lewites catapulti l’FSLN verso la presidenza nel 2001, cercherà di impedire qualsiasi suo successo e sarà capace di qualsiasi manovra.
Daniel OrtegaSe Herty Lewites si è dimostrato un buon candidato – o il meno peggio – è dipeso anche dal fatto che egli ha cercato di mostrarsi indipendente dal vertice dell’FSLN e, in particolare, da Daniel Ortega, che peraltro ha evitato di accostarsi troppo a lui in campagna elettorale, più nella capitale che in alcune zone rurali dove l’FSLN conserva un voto più solido e dove si mantiene intatto il mito della sua leadership. Come si temeva, le vittorie dell’FSLN a Managua e nel resto del paese sono state “lette” da Daniel Ortega, a sole dodici ore dalla chiusura delle urne, come un chiaro segnale che esistono ormai le condizioni per un ritorno dell’FSLN al governo e, peggio ancora, come una «convocazione ad assumere la sfida» di proporsi come candidato presidenziale dell’FSLN nel 2001. Nessuno pensava che Ortega se ne uscisse in tal modo così presto, ma l’ha fatto, rispondendo ad avidi giornalisti e cercando di intimidire e far desistere qualsiasi altro concorrente che osi sfidarlo. Il prematuro lancio della candidatura Ortega ha danneggiato Lewites e ridato fiato all’antisandinismo che si impadronisce come una paura irrazionale di parte della maggioranza povera e della minoranza ricca. È significativo che un ampio settore di dirigenti e di base dell’FSLN tema – alcuni la danno per certa – una terza sconfitta elettorale dell’FSLN, qualora Daniel Ortega sia il candidato presidenziale. Ma, solo una minoranza nel FSLN si azzarda ad andare più in là e criticano Ortega non solo in quanto “candidato perdente” ma come dirigente carente di etica politica e privata. Perché lui è il protagonista di un patto basato sulla distruzione delle istituzioni e sulla corruzione, che impedisce lo sviluppo del Nicaragua e perché da quasi tre anni si nasconde dietro la sua immunità per non rispondere del grave reato di incesto di cui è accusato.
Il futuro immediatoI sandinisti e gli antisandinisti onesti, dentro e fuori dell’FSLN, hanno davanti a sé una opportunità e una sfida, così complessa da apparire impossibile. Da come la affronteranno dipende in buona misura il futuro immediato del Nicaragua.

STATISTICHE

Oggi183
Ieri210
Questa settimana183
Questo mese183
Totale7322472

Ci sono 29 utenti e 0 abbonati online

VERSAMENTI E DONAZIONI

Bastano pochi clicks, in totale sicurezza!

Importo: