«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / La crisi del caffè: storia, problemi e prospettive

Sono passati esattamente 120 anni da quando, la mattina dell’8 agosto 1881, circa tremila indios, armati di frecce e schioppi, circondarono la città di Matagalpa, nel nord del Nicaragua, per esigere l’abolizione del lavoro forzato: «Non sopportiamo più la feroce frusta che ci opprime (...)
Non un solo uomo lavorerà più per niente (...) Siccome questi signori vedono che siamo indios, ci vogliono tenere sotto il giogo, ma da oggi non lo sopportiamo più». Arrivarono a migliaia e la sera molti altri se ne aggiunsero. Scesero dalle cañadas – così gli indigeni chiamavano i propri villaggi –, illuminando le loro bianche cotonas (camice senza collo che si portano come magliette, ndr) con fiaccole di ocote (una specie di pino ricca di resina, ndr). Nei tre giorni che seguirono, quel numeroso quanto improvvisato esercito indigeno si scontrò con la popolazione ladina, prese controllo della maggior parte della città e si rese protagonista della più violenta sollevazione indigena della storia nicaraguense del XIX secolo.

Articolo di José Luis Rocha, ricercatore di Nitlapán-UCA. Ha collaborato alla traduzione Giordano Golinelli. Redazione di Marco Cantarelli.

Fu una guerra ormai dimenticata. La sommossa avvenne nella terza decade dell’oneroso Regime dei Trent’anni di governo conservatore che, di fatto, ne durò 35 (1857-1892) e pose le basi del latifondo di caffè, espropriando le terre indigene. Presidente, allora, era Joaquín Zavala, proveniente da una delle famiglie più aristocratiche di Granada. Per soffocare la rivolta, questi inviò uno dei suoi luogotenenti più sanguinari: il generale Miguel Vélez, il cui figlio era morto per mano dei ribelli. Il giovane era stato squartato e i suoi resti erano stati collocati in una cesta esposta al pubblico. Il padre, furioso, portò a termine con zelo la sua missione. Non meno di cinquecento indios morirono in battaglia e molti di più perirono nella persecuzione che durò cinque mesi e si estese in tutti i monti, valli e villaggi nei dintorni di Matagalpa. Lorenzo Pérez e Toribio Mendoza, dirigenti della rivolta, furono fucilati senza alcun giudizio o appello. In quello stesso anno, vi furono molte altre sommosse. Oltre a Matagalpa, varie città del centro-nord e del Pacifico furono accerchiate e attaccate. Si calcola che cinquemila indios morirono in combattimento e molti di più nelle successive “pacificazioni”.
La “pacificazione”: espropriazioni e sangueGli indios avevano un Consiglio degli Anziani e una struttura militare in ogni villaggio, basi della loro autonomia politica e militare,  che fino ad allora il governo centrale aveva tollerato controvoglia, come una concessione da non far durare troppo tempo. La rivolta offrì una giustificazione per la realizzazione del sogno “civilizzatore” del ladino. I generali ai quali fu affidata la “pacificazione” applicarono una politica repressiva che aveva come obiettivo finale l’eliminazione della comunità indigena come istituzione politica, economica e militare e la costrizione degli indigeni a vivere in insediamenti, «in un regime uguale a quello delle altre valli e degli altri villaggi». Prima della rivolta, vivevano a Matagalpa circa 30-35 mila indigeni, il 10% della popolazione nazionale e più dell’80% degli abitanti di quel dipartimento. Dopo la repressione, le esecuzioni sommarie e le conseguenti migrazioni, la popolazione indigena entrò in un processo di estinzione. Vent’anni dopo la rivolta, a Matagalpa furono censiti soltanto circa 20-25 mila indigeni.
Arriva il “progresso” a scapito degli indigeniGli indios erano sul piede di guerra. Quella di agosto era stata la seconda sommossa di quell’anno. Il 31 marzo ce n’era stata un’altra, anche se di minore rilevanza, durata fino al 4 maggio e abilmente domata mediante dosi alterne di inganno e repressione, promettendo riforme che mai sarebbero arrivate e moltiplicando le esecuzioni sommarie. Neutralizzata la rivolta, iniziarono le espulsioni dei religiosi gesuiti coinvolti nei fatti. La decisione chiuse ogni possibilità di lotta civile, nella quale molti indios si erano impegnati dopo il fallimento conseguente alla prima ribellione armata.
Tre settimane prima della sommossa iniziale, il 5 marzo, fu approvata una legge che si proponeva di abolire le comunità indigene e privatizzare le loro terre, con la presunzione che «formare nuovi proprietari significasse fare qualcosa di buono per la patria» e che solo l’adozione di un nuovo sistema avrebbe eliminato l’ignoranza cui gli indigeni erano sottomessi. Il governo riteneva che l’espropriazione delle terre indigene – stimate, nel nord del paese, in circa 200 mila manzanas (circa 140 mila ettari, ndr) – fosse una condizione indispensabile per l’espansione della industria del caffè. L’oppressione era legittimata dal sistema. Per questo, il Congresso lavorò con una celerità inaudita. Tanto che nello stesso mese di marzo fu approvata un’altra legge che sancì la nascita di Giudici Agricoli autorizzati ad assoggettare braccianti e servi «volontari» nelle aziende di caffè e per perseguire e consegnare alle autorità militari quanti non volessero sottomettersi a tale “servizio volontario”.
Le leggi, i trasferimenti forzati, le espropriazioni, l’arroganza dei ladini e i lavori forzati nelle piantagioni di caffè e nell’istallazione della linea telegrafica, favorirono la rivolta. Enrique Miranda-Casij, che cercò di riscattare quella guerra dall’oblio, raccolse le testimonianze di alcuni vecchi matagalpini, i quali ricordavano come i gruppi indigeni fossero obbligati a lavorare senza alcun compenso, caricando sulle nude spalle i rotoli di cavo telegrafico della linea che, per la prima volta, veniva tesa fra Matagalpa e Managua. Di qui, la sintesi fatta da Dora María Téllez nel suo magnifico libro ¡Muera la gobierna! sulle origini di tale ribellione: «per dirlo in poche parole, il “progresso” arrivò a Matagalpa e Jinotega sulle spalle degli indios e si consolidò a scapito loro».
Miranda descrive gli indios come fieri e orgogliosi, autoctoni della regione, abitanti di cañadas incastrate nelle minuscole valli delle montagne e sugli altipiani: «Assistevano a un processo di cambiamenti all’interno del quale c’erano due alternative: essere assimilati o sparire. Poco a poco, il progresso penetrava nelle loro terre, molto spesso sulle loro stesse spalle. La manodopera era scarsa e il lavoro agricolo assorbiva il lavoro “volontario” degli indios sempre più con maggior forza. La milpa (l’appezzamento di terra destinato alla coltivazione di mais, ndr) abbandonata, i figli affamati e la donna malata o ormai sepolta. I loro costumi si stavano perdendo e la loro organizzazione sociale stava sparendo. D’altra parte, nemmeno la chicha (una bevanda, ndr) di mais ad alta percentuale alcolica, che offriva una fuga illusoria, poteva essere distillata, per esplicito divieto. Le terre erano usurpate e, quando potevano seminarle, il raccolto doveva essere diviso con il nuovo proprietario secondo una mezzadria ingiusta».
La “riduzione” degli indios e il boom del caffèL’energia per la rivolta si era andata accumulando. Gli indigeni resistevano in modo più solidale dei contadini ladini alla totale proletarizzazione, alla loro riduzione a braccianti, a salariati. Per questo, il malessere scatenò una ribellione relativamente organizzata. Restii ad abbandonare la vita libera nei villaggi a favore di una schiavitù nelle piantagioni di caffè, gli indios si erano rifugiati nell’agricoltura di sussistenza, negandosi ad ogni forma di commercio con i ladini di Matagalpa a causa dell’atteggiamento arrogante con cui erano da questi trattati.
Durante la Colonia, “ridurre” gli indios significò riunire gli indios in insediamenti per esercitare meglio un controllo politico ed economico su di essi, garantendo la sottomissione alle nuove regole del gioco e prevenendo azioni di rivolta. La nuova “riduzione” degli indigeni – motivata dal boom del caffè – si presentò come una condizione indispensabile per propagare fra di essi un messaggio “civilizzatore” che li spingesse ad abbandonare le pratiche contrarie alle necessità dei gruppi dominanti. La soppressione della loro autonomia politica fu il primo passo per una ladinizzazione schiavizzante. “Civilizzare” gli indigeni fu tutto un processo: limitare lo sviluppo delle loro comunità al fine di disarticolare la loro economia e l’organizzazione sociale, fino a che finalmente risultassero disponibili come manodopera per le aziende di caffè. L’incremento della produzione di caffè fra il 1880 e il 1891 è comparabile, nella storia economica nicaraguense, solo al boom cotoniero del 1950-1966 e indica come alla vigilia di tale periodo furono stabilite le basi che lo resero possibile: l’accumulazione di terra in mano di grandi latifondisti a conseguenza della espropriazione di terre comunitarie e la disponibilità degli indios espropriati come manodopera per le grandi aziende di caffè. Una cosa condusse all’altra ed entrambe all’auge di quel sistema di produzione di caffè.
Matagalpa: un appuntamento con la storiaCosì come oggi fanno i dirigenti politici e religiosi durante l’apertura di un McDonald’s o di una pompa di benzina, le autorità del 1881, all’atto inaugurale del telegrafo, dissero che il popolo di Matagalpa si stava «aprendo al mondo». Ma la retorica trionfalistica non è solita incorporare miglioramenti particolarmente rilevanti. Sebbene non ci sia dubbio che le pretese di quelle autorità avessero un fondamento più promettente, bisogna anche rimarcare che i metodi del progresso sono stati, da allora, sbrigativi, soggioganti e senza considerazione alcuna per i gruppi che – sebbene maggioritari – sono di fatto esclusi dall’esercizio del potere. C’è, tuttavia, una differenza fondamentale: oggi il progresso non arriva sulle spalle degli indios, il progresso oggi volta le spalle ai contadini. Mentre nell’interno del paese falliscono le aziende di caffè e cresce la disoccupazione rurale, a Managua si moltiplicano i centri commerciali nei quali i contadini non entrano. Essi non contano più, né come compratori né come produttori.
La fusione fra le diverse razze dissolse quella indigena e lasciò alle aziende agricole una legione opportunamente rilevante di contadini senza terra. Fino a oggi, questi hanno sopportato il peso del caffè, con i suoi alti e bassi. Sono loro quelli che sono scesi il 4 luglio 2001, 120 anni dopo, a Matagalpa, rimanendo per quasi un mese nella piazza centrale della città, il Parco Le Scimmie, vivendo di carità e sollecitando una risposta del governo. I braccianti delle aziende di caffè, accompagnati dalle loro donne e bambini, hanno lasciato le piantagioni che ormai non davano più loro lavoro. Provenienti da Los Milagros, San Miguel, El Hular, La Dalia, Santa Luz, La Mora, Cerro Verde, Peña Blanca, Monte Cristo e da altre contrade e aziende, sono giunti con i loro bambini e  bambine, mani fragili che raccolgono il grano caduto, molto apprezzate nelle fattorie come manodopera ancora più economica. Presentavano sintomi di alto livello di denutrizione nonché eruzioni cutanee, funghi, bronchiti, diarree, svenimenti…. Malati che riempiono gli ospedali e pazienti nei centri di salute dove prescrivono loro ricette di medicamenti impagabili: «Siamo condannati a morire senza medicine», dice Manuel Arturo Moreno, uno delle migliaia di lavoratori disoccupati, con due figli in ospedale.
Nel parco di Matagalpa si sono congregate 858 persone. Già da aprile, 300 di esse vivevano sotto una tettoia in località El Tuma, nel municipio di Matagalpa. Ma non avevano ancora fatto notizia. José Ángel Pérez Duarte, un bracciante dell’azienda Los Milagros, li aveva riuniti poco a poco. Passando di azienda in azienda alla ricerca di lavoro, aveva raccolto i malumori e verificato di persona quanto sia estesa la crisi. I padroni non avevano soldi per pagare il salario dei propri dipendenti. La macchina del progresso era parcheggiata. I banchieri sudavano freddo temendo l’insolvenza dei propri debitori. E un giustificato odore di bancarotta aleggiava nell’aria dopo il fallimento di due istituti di credito, l’INTERBANK e il Banco del Café, strettamente legati alla crisi del caffè. La “soluzione” di disfarsi dei dipendenti acquisiva ormai consistenza. Anni fa, i buoni prezzi del caffè sul mercato internazionale non si erano tradotti in aumenti salariali e la “latta” (il contenitore standard usato, ndr) di caffè si è continuato a pagarla 7 pesos, la tariffa più bassa in Centroamerica. Nemmeno ci fu, allora, governo o deputato che esigesse una paga migliore.
Arrivata la crisi, i braccianti nelle aziende dipendevano dall’iniziativa dei loro padroni. Alcuni avevano ricevuto pressioni dirette da questi perché abbandonassero le aziende. Altri restavano accampati in attesa di tempi migliori, sopravvivendo a base di plátanos (un tipo di banana, ndr) e ci sono stati persino padroni che hanno fatto tagliare il chagüital (cioè, le piante di banane, ndr) per spingerli ad andarsene.
In altri casi, temendo occupazioni di terra, i latifondisti non hanno permesso ai braccianti di seminare granaglie all’interno delle aziende, come si usava fare negli anni precedenti.
Schiavi ieri, affamati oggiÈ chiaro quel che è successo: i nuovi indios, diventati meticci, continuano ad essere le vittime del progresso. Fra gli indios di ieri e quelli di oggi c’è una simmetria perfetta e brutale: se prima erano costretti a lavorare nelle piantagioni che necessitavano della loro forza-lavoro, ora vengono dalle aziende, che si rivelano incapaci di assorbire quella manodopera. Centoventi anni fa arrivarono a Matagalpa armati per protestare contro il lavoro coatto nelle piantagioni di caffè. Oggi arrivano pacifici, sottomessi, chiedendo la carità, cacciati dalle aziende i cui proprietari negano loro il lavoro. Senza casa, perché da anni dormono nelle baracche site negli accampamenti delle aziende. Il sistema prima li costringe e dopo li espelle.
Centoventi anni fa, gli indios conquistarono la città. Oggi, si accomodano in qualche sudicio angolo emarginato. E, ad eccezione di 17 famiglie ribelli, alla fine hanno accettato le briciole offerte dal governo: tornare alle aziende facendo lavori di mantenimento di strade e sentieri, garantiti per appena tre mesi. Una toppa per coprire una fossa. Perché si dimentica che questo gruppo di lavoratori disoccupati è solo la punta di un iceberg, solo il caso estremo di una legione più numerosa che ancora non subisce pressioni di sfratto o che possiede una casa propria, dove sopravvivono a pane e acqua, unica opportunità offerta loro dalla politica sociale degli ultimi due governi. Così, centinaia di nuovi sfollati dalla crisi del caffè appaiono settimanalmente in diversi municipi o quartieri e continueranno ad apparire. E non solo perché è probabile che l’FSLN continuerà a manipolare la crisi a fini elettorali, quanto perché il governo nulla ha fatto per i produttori di caffè. «Le piantagioni sono trascurate», ripetono i contadini, che intravedono un futuro cupo. Le piantagioni oggi abbandonate risulteranno meno produttive nel prossimo raccolto, la disoccupazione mieterà altre vittime e il clamore aumenterà i suoi decibel.
Come ci si è cacciati in questo vicolo cieco?Come si è arrivati a quello che sembra essere l’inizio del declino definitivo del principale prodotto agricolo di esportazione del Nicaragua? José Angel Pérez Duarte ricorda l’ottimismo che lo spinse a migrare con la sua famiglia per realizzare il suo sogno:  «Sono venuto qui, a La Dalia, sei anni fa perché il caffè prometteva buoni guadagni». Oggi nessuno condivide quell’ottimismo. Negli anni ’80, il modello patì una crisi per mancanza di manodopera stagionale. Attualmente, la crisi è di tali dimensioni che le aziende nemmeno sono in grado di assorbire la manodopera permanente ed onorare gli obblighi bancari. Come si è arrivati a questa situazione?
In Nicaragua si seminano attualmente oltre 150 mila manzanas di caffè (105 mila ettari, ndr). Nel 2000, la banca centrale ne calcolava 143 mila, mentre la FAO le stimava in 134 mila, cifre che a giudizio di vari esperti sottostimano l’area reale. Esistono più di 30.400 aziende che offrono un lavoro permanente a 175 mila lavoratori, che diventano più di 300 mila nel periodo del raccolto. Il 95% di tali aziende appartengono a piccoli produttori. Si tratta di aziende con meno di 20 manzanas (14 ettari, ndr), ma che sommate raggiungono il 57% dell’area coltivata a caffè. Nel 2000, le esportazioni di caffè hanno toccato i 171 milioni di dollari, pari al 27% del totale delle esportazioni e al 41% di quelle cosiddette tradizionali. Un valore significativamente superiore ai 115,7 milioni del 1997 e molto al di sopra dei 71 milioni del 1990. Tuttavia, i 171 milioni del 2000 vanno distribuiti fra un numero maggiore di grandi produttori e su una superficie coltivata più  ampia.
In altre parole, l’espansione dell’area coltivata ha mitigato, in termini assoluti, l’impatto della caduta dei prezzi sul mercato internazionale. Tuttavia, non il suo impatto relativo. Di conseguenza, quello che ha costituito un ammortizzatore rispetto ad alcuni indicatori macroeconomici, non ha però mitigato la tragedia microeconomica di ciascun produttore individuale. A seguito della caduta dei prezzi del caffè, senza miglioramenti nel rendimento per ettaro e a causa dell’aumento dei prezzi degli agrochimici – che fanno lievitare i costi di produzione – è diminuita la percentuale di divise nette ottenute dall’esportazione. I produttori di caffè non erano pronti ad incassare un colpo così duro. E ancora oggi paiono sconcertati.
Il ruolo del caffè nella storia economica del paesePer quanto possa essere difficile crederlo oggi, osservando le attuali differenze, i produttori di caffè sono stati “coccolati” dalle politiche economiche nazionali per molti decenni. Nel secolo scorso, nei 35 anni di loro ininterrotto governo, i conservatori ebbero un ruolo importante nella promozione del caffè. Nel 1877, il presidente Pedro Joaquín Chamorro promulgò una legge destinata a favorire la coltivazione di caffè a Matagalpa, Jinotega e Las Segovias. La legge garantiva un premio di cinque centesimi di córdoba (la moneta nazionale nicaraguense, ndr) per piantina di caffè in produzione, un incentivo che equivaleva al 50% del costo della semina.
In seguito, il presidente Evaristo Carazo, nel 1889, ripropose l’offerta dei cinque centesimi per piantina, aggiungendo un regalo di 500 manzanas (350 ettari, ndr) di terreni incolti di proprietà pubblica a qualunque straniero disposto a seminare più di 25 mila piante di caffè. Iniziarono così a fioccare le “denunce” di grandi estensioni di terra come terreni incolti. Di conseguenza, la privatizzazione di terreni presunti incolti non si fece attendere. Se nei decenni precedenti, in 18 anni (1860-1878) erano state privatizzate  6.375 manzanas (poco meno di 4.500 ettari, ndr), nel solo triennio 1890-92 furono denunciate come terre incolte circa 25 mila manzanas (17.500 ettari, ndr). Il 27,5% delle quali fu acquisito da cittadini stranieri, più del 12% fu assegnato a statunitensi e il 6,5% fu acquistato da tedeschi. Subito, nei dipartimenti di Matagalpa e Jinotega – grazie a tale offerta e agli alti prezzi internazionali del caffè – arrivarono duecento stranieri. Soltanto il dipartimento di Matagalpa rappresentava quasi il 35% delle terre denunciate e il 51% di quelle richieste per creare piantagioni di caffè.
L’effetto immediato di questa politica sulle comunità indigene di Matagalpa non può essere valutato con precisione, sebbene alcuni studi ci abbiano provato. Lo storico statunitense Jeffrey Gould calcola che su un totale di 8.390 manzanas (quasi 5.900 ettari, ndr) di terre pubbliche denunciate come incolte nel dipartimento di Matagalpa, 5.100 (3.570 ettari, ndr) erano abitate da indios.
La rivoluzione liberale: colpo finale alle comunità indigeneLa rivoluzione liberale guidata dal generale José Santos Zelaya non fu meno avversa agli indigeni. Benché pose termine al reclutamento forzato di manodopera per le piantagioni, accelerò la geofagia. Soltanto fra il 1895 e il 1911, la comunità indigena perse altre 15 mila manzanas (10.500 ettari, ndr) di terra, che passarono anch’esse nelle mani dei cafetaleros. Questo passaggio di mano fu propiziato dalla Legge sulle Comunità del 1906, la quale imponeva la vendita forzata di metà dei terreni e la distribuzione dell’altra metà sotto forma di proprietà privata.
Fu il colpo di grazia per le comunità indigene. La privatizzazione non solo stimolò un ritmo più accelerato di vendita delle terre. Ma concesse anche uno status legale al diritto di possesso e un valore di mercato ai miglioramenti apportati alle stesse – quali casa, recinzioni, coltivazioni – che presto favorirono l’avversione all’interno delle comunità indigene, già attaccate da più parti.
Il regime del generale Zelaya (1893-1909) non fu meno benefico nei confronti dei cafetaleros. I quali ricevettero 0,05 centesimi di dollaro per ogni piantina seminata. In ragione di una media di mille piante per manzana – una densità almeno tre volte minore di quella attuale – significava un sussidio di cinquanta dollari per manzana, quantità pari al costo di produzione di 6,16 quintali (di libbre: in tutto, circa 280 chili, ndr) di caffè. Dato che il costo di una manzana di terra incolta era pari a un dollaro e mezzo, il produttore di caffè riceveva un aiuto statale per ogni manzana che gli assicurava fondi sufficienti ad acquistare altre 26,4 manzanas (18,5 ettari, ndr) di terra incolta. Tali incentivi alla produzione di caffè permisero di ridurre i costi di produzione ed accelerare la concentrazione di terre in mano a pochi grandi produttori.
Managua fu un centro cafetaleroNel 1909, il Nicaragua esportò 17 milioni e 196 mila libbre di caffè (oltre 7.800 tonnellate, ndr) cifra che nel 1925 raggiunse i 30 milioni e 450 mila libbre (circa 13.825 tonnellate, ndr), pari ad un incremento del 77% in 16 anni. Allora, si produceva caffè anche a Managua, Chinandega, León e Rivas. La produzione di Managua, nel 1926, era pari al 33% del totale nazionale. La capitale si affermava così con un ruolo importante nella produzione. Oggi, a Managua vi sono quartieri laddove ieri c’erano ricche aziende di caffè. Managua vantava allora più del 35% delle piante di caffè, nonostante una caduta del 23,4% avvenuta dopo il 1895, anno in cui figurava al primo posto nella produzione, con più del 60% delle piante. Fra il 1895 e il 1926, i dipartimenti di Carazo e Masaya aumentarono il proprio stock di piante, passando da 7.500 a 17.600 (35,4% del totale nazionale). Matagalpa a Jinotega passarono anch’esse da 4.500 a 13.500 piante. In quel tempo, Matagalpa rappresentava già il 21% della produzione nazionale. Tale incremento fu raggiunto grazie alle leggi che promossero il latifondo, un processo di concentrazione di terre molto più accelerato che in altre regioni del paese, ottenuto grazie all’espropriazione di terre comunali e al fallimento di molti piccoli produttori. In questo contesto si moltiplicarono i braccianti. Il successo nel riunire questa legione lavoratrice fu sancito agli inizi del secolo passato: fra il settembre 1902 e l’aprile 1903, 44.344 contadini si iscrissero alle liste dei Giudici Agricoli; rappresentavano il 50,7% della popolazione rurale economicamente attiva.
Matagalpa e Jinotega: caffè di ottima qualitàLa borghesia cafetalera dovette intendersi con il potere statale per migliorare le vie di comunicazione. Bartolomé Martínez, rappresentante della fazione cafetalera interna al gruppo dominante, arrivò al potere nel 1923. Un anno dopo iniziava la costruzione della strada che unisce Jinotega, Matagalpa e Managua. Ma anche dopo essere allontanata dal potere, la borghesia cafetalera mantenne un peso politico ed economico considerevole, dato che le altre attività economiche di rilievo – legname, banane e miniere – erano in mano straniera.
A Matagalpa e Jinotega, il successo fu aiutato dai bassi salari, che erano la metà di quelli che si pagavano a Managua e Masaya: 25 centesimi di córdoba al giorno. Non da meno, tale successo era da attribuire agli imprenditori attratti dal tasso di profitto, pari al 35% dell’investimento, un guadagno straordinario se rapportato a quello medio di altre attività economiche. Nel nord, le condizioni climatiche – acqua abbondante e altitudine – garantirono un caffè di migliore qualità. Nonostante la lontananza dai mercati e i sentieri da capre che facevano duplicare i costi di trasporto del caffè, frenando così il boom del caffè, l’evidente migliore qualità del caffè di Matagalpa e Jinotega fece di questi dipartimenti una zona privilegiata per tale coltivazione.
Breve storia dell’età aurea del caffèNel 1911, il caffè rappresentava il 64% delle esportazioni nicaraguensi. Il suo peso percentuale nel settore delle esportazioni continuò a oscillare fra il 45% e il 62%, fino al 1932. L’auge del cotone modificò la posizione del caffè nella top ten economica. Idem dicasi per l’esportazione di carne. Tuttavia, mentre alcuni prodotti andavano e venivano, il caffè restava. Così, il caffè rappresentò per molto tempo un indiscusso quarto delle esportazioni, grazie all’espansione delle aree coltivate; a parte una recessione in coincidenza di una discesa dei prezzi fra il 1930 e il 1946, quando il prezzo medio per libbra fu di 8 e persino di 6 centesimi di dollaro. Allora, molte aziende fallirono. Tuttavia, quella congiuntura permise alla Casa Caley-Dagnall di consolidare il proprio potere economico, concentrando la commercializzazione del 50% del caffè prodotto a Matagalpa a Jinotega. In quel periodo, tale banca diventò proprietaria di oltre 30 mila manzanas (21 mila ettari, ndr) di terre coltivate a caffè, ipotecate dai loro proprietari indebitati; in alcuni casi, la banca finì per chiudere le aziende, in altri le conservò scommettendo su tempi migliori.
Che puntualmente arrivarono. Il sensibile rialzo dei prezzi del caffè a fine anni ’40 stimolò una nuova ondata di politiche favorevoli all’espansione cafetalera. Nel 1952, la libbra di caffè era quotata all’insolito prezzo di 52 centesimi di dollaro. Il 22 novembre 1952, il governo autorizzò la vendita di 22 mila manzanas (15.400 ettari, ndr) di terreni demaniali nel dipartimento di Matagalpa. Per quell’epoca, Somoza era già diventato il principale produttore di caffè del paese, dopo che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva dichiarato guerra a Hitler e, quindi, confiscato le terre di molti tedeschi emigrati in Nicaragua. Sempre nel 1952, il caffè aveva ricevuto il 35% del credito agricolo e ancora nel 1960 concentrava il 28% del portafoglio dedicato all’agricoltura dal sistema finanziario nazionale. Negli anni successivi ci sono stati altri picchi. Nel 2000, per esempio, il 60% dei crediti agricoli forniti dal sistema finanziario nazionale era destinato ai produttori di caffè. E non è azzardato presumere che, inoltre, attraverso le varie ditte di commercializzazione, la copertura creditizia ai produttori di caffè sia stata pressoché totale.
La redditività del settore ha costituito sempre una forte attrazione: ciò spiega l’ingente flusso di capitali destinati a questa produzione. Tuttavia, un secolo e mezzo dopo il “decollo” cafetalero la realtà è ormai un’altra. Le condizioni sono cambiate. I produttori di caffè hanno smesso di essere “coccolati” dal governo, dal sistema finanziario e dal mercato. E sono molti gli indizi che indicano come gran parte dei cafetaleros non abbiano tratto tutti i profitti che ci si sarebbe attesi da politiche tanto favorevoli. È arrivato il tempo delle vacche magre senza che alcuna precauzione sia stata presa.
Il miracolo vietnamita e di altri paesi asiaticiI sogni del Faraone Mercato si sono convertiti in un incubo che i produttori nicaraguensi non hanno saputo interpretare. Espandendo l’area coltivata a caffè, il Nicaragua ha aumentato la produzione, raddoppiandola in 36 anni. Ma, nello stesso periodo alcuni fra i competitori sul mercato sono stati più lesti. Il caso più eclatante è quello del Vietnam, che nel 1972 segnava una produzione di 7 mila tonnellate, quando il Nicaragua ne produceva 35 mila, ma che oggi è diventato il secondo produttore mondiale dopo il Brasile, con oltre 800 mila tonnellate. Una crescita sorprendente, tenuto conto che solo sette anni prima, nel 1993, la produzione brasiliana e colombiana rappresentava quasi il 45% di quella mondiale.
Nel grafico 1 si può osservare il contrasto fra la crescita del Vietnam e quella del Nicaragua.
Il miracolo vietnamita è stato possibile anche grazie alle varietà coltivate. Nel mondo, si coltivano due grandi varietà di caffè: arabica e robusta. Tre quarti della produzione mondiale di caffè sono di qualità arabica. In America Latina, il 99% del caffè prodotto è di varietà arabica, che richiede maggiori altitudini e la cui qualità è solitamente considerata superiore. La qualità robusta cresce invece in aree tropicali a minori altitudini, soprattutto nel centro e nell’ovest dell’Africa equatoriale – dove si concentra il 60% della produzione –, nel sud-est asiatico e, in minore quantità, in alcuni paesi latinoamericani, principalmente Brasile, Messico ed Ecuador. La varietà robusta è considerata un caffè di bassa qualità; tuttavia, ha una produttività molto alta ed è più resistente alle malattie e alle variazioni climatiche. In Nicaragua si coltiva soltanto caffè di varietà arabica, preferendo un prodotto di migliore qualità. In Vietnam, al contrario, si coltiva molto caffè di tipo robusta e alcune varietà di arabica ad alto rendimento. Tali scelte accompagnate da investimenti tecnologici fanno sì che, in un’area coltivata soltanto 3 volte superiore a quella nicaraguense, il Vietnam riesca a produrre 10 volte tanto.
A ciò si aggiungono altri vantaggi. Il Vietnam conta 76 milioni di abitanti. La sua forza-lavoro è di 38,5 milioni di persone, di cui 26 milioni in agricoltura. È una realtà molto lontana da quella del Nicaragua, paese di 5 milioni di abitanti con alti tassi di disoccupazione rurale ed urbana, mai visti prima nella sua storia. Con evidenti margini di vantaggio rispetto al Nicaragua e grazie alla sua impressionante crescita produttiva, il Vietnam è riuscito a collocare sul mercato molte più tonnellate di quanto si potesse immaginare solo qualche tempo fa.
Nell’attualità, anche altri paesi stanno sperimentando booms produttivi, in base ai quali inondano i mercati di caffè. Sebbene non olimpico come quello del Vietnam, anche il salto dell’Indonesia merita comunque una medaglia: se nel 1972 produceva 179 mila tonnellate, nel 1999 ne ha prodotte 455 mila. Nello stesso periodo, l’India è passata da 69 mila a 265 mila tonnellate. Con tale concorrenza, il mercato è più che saturo, il che riduce la capacità negoziale dei paesi a minore produzione e porta alla bancarotta quelli di minore produttività. Una volta, i prezzi internazionali salivano quando una gelata (con il conseguente blocco della crescita del frutto, ndr) riduceva la produzione brasiliana di mezzo milione di tonnellate. Dopo i miracoli del Vietnam e di altri paesi, quegli anni e quelle opportunità, difficilmente torneranno, salvo dopo il fallimento di migliaia di produttori in tutto il mondo.
Un mercato mondiale sulle sabbie mobiliLe oscillazioni del prezzo del caffè sono state sempre all’ordine del giorno. Di esse diede testimonianza Eduardo Galeano in Las venas abiertas de América Latina, dove sichiedeva: «Cos’è questo? L’elettroencefalogramma di un pazzo? I grafici dei prezzi del caffè, come quelli di tutti i prodotti tropicali, somigliano sempre ai quadri clinici di soggetti epilettici». È la tragedia delle “economie del dolce” tropicali (perché producono zucchero, caffè, cacao, frutta, tutto ciò che si consuma a fine pranzo, ndr). Nel primo quarto del secolo scorso, il prezzo oscillò fra 31 e 50 centesimi di dollaro. Nel 1952, raggiunse i 52 centesimi la libbra. Toccò i 72 centesimi nel 1954. Nel 1956, il prezzo scese a 62 centesimi di dollaro la libbra, ma già nel 1963 era sceso a 34. Tornò a salire nel 1965, a 51 centesimi, per poi scendere l’anno seguente a 40, lo stesso valore in cui si assestò, dopo tante oscillazioni, nel 1970.
Nel luglio 2001, i prezzi internazionali del caffè sono scesi a 51,6 dollari il sacco di 46 chili (cioè, 51 centesimi la libbra), il livello più basso da 28 anni a questa parte, stando ai registri dell’Unione Nicaraguense dei Produttori di Caffè (UNICAFE), che testimoniano come nel raccolto 1972-73 il caffè venne venduto a 46,32 dollari il sacco (45 centesimi la libbra).
Le rapide discese dei prezzi possono essere letali. Attualmente, una diminuzione di 10 centesimi comporta quasi 30 milioni di dollari di minori entrate per il Nicaragua, il 7% del valore delle esportazioni tradizionali. Le variazioni del prezzo causano cataclismi mondiali. Il lavoro di circa 10 milioni di persone nei paesi produttori e le entrate di 25 milioni di persone nel mondo dipendono dalla coltivazione del caffè e dall’oscillazione dei suoi prezzi.
La peculiare flessibilità del caffèL’instabilità si è aggravata nell’ultimo decennio ed è la più marcata fra i prezzi delle bevande tropicali. Vari fattori contribuiscono a tale fenomeno. In primo luogo, la produzione non reagisce nel breve periodo alle oscillazioni del prezzo sui mercati, una debolezza che spiegheremo in dettaglio più avanti. In secondo luogo, le forti scorte accumulate nelle principali regioni di consumo – Stati Uniti, Unione Europea e Giappone – sono fra i fattori di maggiore influenza sui prezzi. Con milioni di sacchi di caffè immagazzinati, questi paesi possono giocare con i prezzi e i prestigiatori della speculazione possono lucrare sulle spalle degli incerti produttori, privandoli della loro possibilità di incidere sui prezzi.
La capacità di influire sul prezzo e sulla domanda è, di fatto, già abbastanza ridotta a causa della bassa elasticità dell’offerta e della domanda di caffè. L’elasticità è un indicatore che misura il livello di sensibilità della domanda e dell’offerta di un bene rispetto alle variazioni di prezzo. Misura anche la sensibilità della domanda in relazione alle variazioni nei redditi dei consumatori. Normalmente, quando i prezzi si abbassano, la domanda di un articolo tende a salire. Quando i prezzi salgono, la domanda si riduce. Per tornare a salire con l’incremento dei redditi. L’offerta si contrae all’abbassarsi dei prezzi e si espande in ragione di prezzi migliori.
Tuttavia, non tutti i beni reagiscono allo stesso modo alle variazioni di prezzo. Alcuni sono assai poco sensibili – quasi inelastici – e può darsi che reagiscano molto in ritardo – ossia, sono un po’ più elastici nel lungo periodo –. Può anche darsi che reagiscano in direzione contraria a quella prevista: come quando la domanda si contrae nonostante l’aumento dei redditi. La bassa elasticità dell’offerta è forse il maggior fattore di instabilità dei prezzi. L’offerta di caffè si caratterizza per essere pressoché priva di elasticità nel breve periodo, di modo che le variazioni nell’offerta sono sostanzialmente minori delle variazioni di prezzo. La Banca Mondiale ha calcolato che l’elasticità dell’offerta di caffè a breve termine (sotto i 2 anni) nei paesi produttori è di soli 0,04 punti e sale fino a 0,35/0,40 nel lungo periodo.
Questo è, in buona sostanza, il motivo per cui i produttori di caffè hanno poche alternative per diversificare le produzioni con coltivazioni redditizie e portare a termine riconversioni produttive che permettano di generare liquidità. Molteplici sono le pressioni sui paesi del Sud del mondo perché continuino a produrre caffè e ad esso si affidino ad ogni rialzo dei prezzi. Il caffè, quello sì, paga il debito estero...
Rialzi, cadute, bancarottaOvviamente, l’elasticità varia a seconda del periodo in cui si misura. Pertanto, un forte aumento del prezzo del caffè si traduce in una lieve crescita dell’offerta a breve termine. Ma, siccome l’offerta a lungo termine è più elastica – secondo il tempo impiegato dai produttori per espandere le aree coltivate – la quantità di caffè immessa sul mercato aumenta dopo un certo tempo e abbatte i prezzi.
A volte, la reazione dei produttori arriva quando ormai i prezzi hanno cominciato a scendere, perché gli speculatori immettono sul mercato il caffè immagazzinato in precedenza. Le misure di promozione del caffè nel 1952 arrivarono dopo anni di buoni prezzi ma quando le piantine cresciute grazie a quelle misure cominciarono a dare frutti, i prezzi erano giunti al loro punto massimo. Nel 1956, il prezzo toccò i 62 centesimi di dollaro la libbra.
Quindi, i prezzi iniziarono a precipitare. E nel momento di piena produzione delle nuove piantagioni, i prezzi erano sensibilmente scesi: 34 centesimi di dollaro nel 1963. È sempre stato così perché, dopo la rovina di molti produttori e la riduzione dell’offerta, i prezzi risalgono. Tuttavia, lo stimolo ha un effetto boomerang: aumentano le aree coltivate, i prezzi tornano a crollare e si verificano nuovi tracolli. Nei paesi e nelle regioni estremamente dipendenti dal caffè, come la provincia di Antioquia in Colombia, si è osservata perfino una correlazione fra la curva dei prezzi del caffè e quella dei matrimoni.
Una domanda capricciosa e calante: la classica tazzinaNel 1995, l’UNCTAD (United Nation Conference on Trade and Development, ndr) rese pubblico uno studio in cui si evidenziava la stagnazione e persino una tendenza recessiva nella domanda di caffè. In quel periodo, il Vietnam veniva incentivato a continuare la sua frenetica corsa ed a lanciare così sul mercato sempre più tonnellate di prodotto. La domanda dipende dalla dimensione e struttura della popolazione, dal suo reddito pro capite e dalle abitudini di consumo, così come dai prezzi di quei prodotti sostitutivi con cui compete sul mercato.
Negli ultimi dieci anni, tutti questi fattori hanno portato cambiamenti nei paesi a maggiore consumo di caffè. La domanda di caffè solubile è in declino, nel momento in cui cresce quella di caffè gourmet (di qualità, ndr). Evidentemente, i cambiamenti nelle preferenze non possono soltanto essere attribuiti a cambi nella struttura demografica, ma anche a un incremento dei redditi di alcuni gruppi sociali. Il problema è che il consumo di caffè gourmet non solo non compensa la diminuzione di quello istantaneo, ma nella produzione di questo caffè di lusso sono le società transnazionali, non i paesi produttori, a fare ancora di più la parte del leone.
In ogni modo, i modelli di consumo sono cambiati. Il Brasile è il principale consumatore fra i paesi produttori: 150 milioni di brasiliani bevono il 42% del caffè consumato nei paesi produttori e il 9% del totale mondiale. Fra la fine degli ’80 e l’inizio di quelli ’90 il consumo pro capite in Brasile era sceso da 4,5 a 2,8 chili/anno, a conseguenza dei dubbi sorti sulla qualità e sulla purezza del prodotto nazionale. Il Brasile ha cercato di vendere all’estero quel caffè che ormai la sua popolazione non consuma più. Qualcosa di simile è successo in Colombia. Nello stesso periodo il consumo di ogni colombiano è sceso a 1,8 chili.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono i maggiori compratori di caffè. Assieme importano l’80% del caffè venduto al mondo. Ovviamente, non tutto va per il consumo. La rivendita di caffè miscelato al Nord è un’occupazione più stimolante delle migliori dosi di caffeina. Quei paesi sono però anche importanti consumatori di caffè. I paesi nordeuropei, i più affezionati al caffè di tutto il mondo, registrano un consumo pro capite di 10,5 chili/anno. Li seguono l’Olanda con 9, la Svizzera con 8,7 e la Germania con 7,9 chili. Nel 1995, l’UNCTAD aveva già lanciato l’allarme: i paesi industrializzati erano arrivati ad un punto di relativa saturazione del consumo. In alcuni di essi, anzi, il consumo stava diminuendo. La risposta delle industrie del caffè fu uno straordinario investimento in sensazionali campagne pubblicitarie che appena riuscirono a frenare la tendenza dei consumatori. Peraltro, per far salire la domanda non si può contare sulla ex Unione Sovietica né sugli altri paesi dell’Europa orientale, le cui abitudini di consumo seguono altre vie: nella ex Unione Sovietica, il caffè è considerato un bene di lusso e il consumo pro capite a malapena raggiunge gli 0,2 chili l’anno.
L’elasticità della domanda di caffè in relazione alle variazioni nelle entrate registra una media di 0,47 punti nei paesi industrializzati, che sono i maggiori consumatori. Ciò significa che se il reddito pro capite di uno di questi paesi cresce di 300 dollari – equivalenti al 60% del reddito pro capite in Nicaragua –, per esempio da 3.000 a 3.300 dollari, il consumo pro capite di caffè potrà salire da 10 a 10,47 libbre (da 4,5 a 4,75 chili circa), quasi mezza libbra in più all’anno per persona, il che significa circa 20 tazze, meno di mezza alla settimana.
Allo stesso modo è facile supporre che tale incremento non si verifichi nel consumo domestico, ma nelle attività di ristorazione e caffetteria – che assorbono maggiori entrate a fronte di una quantità inferiore di caffè impiegata – per cui è lecito supporre che l’aumento finale delle importazioni di caffè sarà insignificante. Come colmo dei mali, in paesi come gli Stati Uniti l’elasticità è negativa: se aumentano i redditi, cresce la preferenza per altre bevande e diminuisce il consumo di caffè. Tale tendenza è promossa dai modelli di consumo che assicurano una relativa auge ad alcuni sostituti del caffè mattutino e delle tazze del resto del giorno: quali tè, succhi di frutta, bibite gassate.
Una crisi che durerà a lungoI tasselli di questo rompicapo fanno prevedere che la crisi del caffè in Nicaragua non si possa risolvere in due anni, come si aspettano molti imprenditori, ma durerà a lungo, a meno che non si producano fallimenti in massa di produttori di caffè in vari paesi, nel cui caso il Nicaragua si candiderebbe ad offrire un’alta quota di teste decapitate dalla ghigliottina del mercato. Chiunque sia al governo in Nicaragua, il mercato internazionale del caffè continuerà a essere instabile, speculativo, con un’offerta sorda alle contrazioni della domanda e costruito su basi che penalizzano l’inefficienza e la scarsa capacità di negoziazione.
Questi sono i segnali del mercato che non sono stati ben interpretati in Nicaragua. Elevare la produttività sarebbe stata la reazione migliore però, come vedremo in seguito, niente di più lontano è stata la risposta dei produttori nicaraguensi. Nonostante la crescita delle aree coltivate, il Nicaragua occupa il fanalino di coda fra i paesi dell’istmo centroamericano. L’incremento della produzione è stato notevole negli ultimi 28 anni, tuttavia resta molto lontano dall’uguagliare la crescita dei suoi vicini. L’aggravante è che il Nicaragua continua ad essere un paese estremamente dipendente dalla coltivazione del caffè. Al contrario El Salvador, la cui produzione è superiore a quella nicaraguense di 56 mila tonnellate, ha avuto la capacità di riconvertire il suo capitale agricolo in capitale commerciale, finanziario e industriale. E sebbene oggi la produzione di caffè tenda a decrescere, perché i proprietari terrieri hanno trovato più lucrativo lottificare le terre destinate a zone commerciali e residenziali per la classe media e mentre le voraci città di San Salvador e Santa Tecla fagocitano le aziende di caffè che sorgono nei loro dintorni, il paese ha comunque altre vie di uscita e di compensazione del ruolo propulsore che in altri tempi ha avuto il caffè nell’economia. Nel Salvador, l’area coltivata a caffè si è ridotta in media di 2 mila ettari l’anno, nell’ultimo decennio.
Nicaragua alle prese con una tecnologia antiquataGli scarsi progressi della produzione nicaraguense dipendono in buona parte dal minimo aumento della produttività. Già nel 1981, prima che iniziasse la guerra degli anni ’80, l’annuario della FAO (Food and Agriculture Organization, ndr) evidenziava come il Nicaragua avesse i rendimenti minori di tutto il Centroamerica: 573 chili per ettaro, a fronte dei 600 dell’Honduras, degli 882 del Salvador, dei 1.030 del Guatemala e dei 1.047 del Costa Rica. 18 anni dopo, il Nicaragua è ancora ultimo in termini di produttività (Tabella 1).
Per meglio comprendere questo fenomeno analizziamo un periodo, piuttosto che un singolo anno: la media dei rendimenti registrati in Nicaragua fra il 1996 e il 1999 è la minore della regione centroamericana, con 751 chili per ettaro. 18 anni dopo, i produttori nicaraguensi restano indietro, avendo incrementato la produttività di appena 178 chili per ettaro, mentre il Costa Rica continua in testa con 1.487 chili per ettaro, seguito dal Guatemala con 939, dal Salvador con 845 e dall’Honduras con 831. Tutti questi paesi risultano comunque superati dal Vietnam, che vanta rendimenti di 1.857 chili per ettaro di media nello stesso periodo 1996-99: un balzo enorme se si considera che nel 1981 i vietnamiti producevano soltanto 491 chili per ettaro. In 18 anni, quindi, la produttività vietnamita è aumentata di 1.366 chili per ettaro.
Sebbene in municipi come El Cuá e Wiwilí, per fare solo un esempio, l’area coltivata è cresciuta fino a 8 volte negli ultimi 10 anni, la produzione nicaraguense è lontana dal mostrare incrementi simili. L’area che le coltivazioni di caffè strappano alla foresta e ad altre attività agricole compensa appena il silenzioso ma drastico crollo dei rendimenti. L’aumento delle aree coltivate e la caduta in picchiata della produttività testimoniano tutti i limiti di un “modello di sviluppo” antiquato che perpetua, contro tutti i segnali del mercato – quelli attuali e quelli prevedibili –, strumenti e strategie da tempo fossilizzati.
In Nicaragua, il caffè è la dimostrazione di un sistema logorato dall’uso e abuso di quegli stessi strumenti. Piccoli e medi produttori, aggrappandosi alla soluzione di espandere la superficie coltivata senza adottare nuove tecniche di coltivazione, scavano in realtà la propria tomba. La crisi è evidenziata dalla maggiore densità delle piantagioni di caffè e dalla semina in terreni in avanzato stato di degrado della fertilità naturale dei suoli, nel contesto di un modello che dipende esclusivamente da questa fertilità. Il risultato è una maggiore perdita di fertilità e la moltiplicazione di malattie come la roya, la broca y la antracnosis. Circa il 75% dell’area coltivata a caffè in Nicaragua è dato da caturra e bourbon, due varietà molto vulnerabili alla roya. Nonostante ciò si sappia, espandere ostinatamente l’area coltivata continua ad essere l’unica reazione alla crisi.
Problemi tecnici, circoli viziosiSono molti i problemi tecnici che affliggono i piccoli produttori e che abbassano i rendimenti. Il più importante è la scarsa coerenza fra le varietà e la densità delle piantine in relazione all’altitudine delle coltivazioni. A ciò si aggiungono una cattiva gestione della fertilizzazione, la potatura dei rami e la regolazione dell’ombra, che deve anch’essa variare a seconda della varietà coltivata e della sua densità. È frequente l’ignoranza delle cause dell’antracnosis. Questa malattia “brucia” e fa cadere le foglie, ed appare come una conseguenza della poca o nulla fertilizzazione. L’ignoranza tecnica ha portato a trattarla più con fungicidi che con correttivi nutrizionali. Tale deficienza rafforza il circolo vizioso creato dall’antracnosis e dalla broca: posto che i chicchi di caffè delle piantine affette da antracnosis non si raccolgono, essi diventano facile preda della broca, che attacca la pianta con più virulenza nel ciclo seguente.
Talvolta la fertilizzazione è insufficiente, ma più frequentemente appare inadeguata. Non si ricorre al concime appropriato e, soprattutto, non lo si usa nella quantità adeguata, né al momento giusto.
Un esempio: vengono usati fertilizzanti azotati nel periodo estivo, quando il loro beneficio per le piantagioni è minimo. Nemmeno si sa bene come selezionare i semi, gestire i vivai e potare le piante. Tutto ciò mette in luce una deficienza diffusa a livello nazionale: non esiste in Nicaragua un laboratorio di certificazione delle sementi di caffè. Si usano semi scadenti. Alcuni arrivano dall’estero, ma la loro qualità non è garantita, non si è certi della loro purezza genetica, della percentuale di semi diversi e difettosi, nonché dei livelli di produttività.
Piccoli produttori: logica, prassi e lacuneI piccoli produttori affrontano problemi tecnici sempre più acuti. A cominciare dalla impossibilità di ricevere assistenza tecnica. Da questa carenza, unita alla mancanza di accesso al credito, deriva una valanga di limiti e pratiche inadeguate. Il sistema di coltivazione dei piccoli produttori sfrutta la fertilità naturale dei suoli e utilizza pochissimi fertilizzanti, una razionalità caratteristica delle zone di “frontiera agricola”, dove sono relativamente scarsi i capitali e la manodopera, ma abbonda la terra.
Uno studio realizzato nel dipartimento di Matagalpa ha stimato che il 70% dei piccoli produttori non ricorre ad alcun tipo di fertilizzazione delle piantagioni di caffè, oppure lo fa in maniera insufficiente. In generale, i piccoli produttori seguono la logica economica di investire le eccedenze nel creare nuove piantagioni, non nell’aumentare i rendimenti di quelle che già hanno. Procedono così per sfruttare al massimo la fertilità naturale, che permette rendimenti di 8,5 quintali (pari a 386 chili, ndr) per manzana, sebbene poi scendano progressivamente, dopo due o quattro raccolti, fino a stabilizzarsi a 4-5 quintali di libbre per manzana.
Attualmente, questo sistema di espansione produttiva è in crisi. Prima degli anni ’80, i piccoli produttori di Matagalpa e Jinotega avevano creato piantagioni a bassa densità, seminando 2 mila piante per manzana e usando varietà che si sviluppano in altezza come bourbon o maragogipe. La piantagione veniva ricavata da aree ancora coperte da bosco, con importanti riserve di fertilità naturale. La copertura forestale era sfruttata come ombra naturale del caffè. Anche senza fertilizzanti, con questo sistema agroforestale si riusciva a conservare la fertilità naturale più a lungo. Di modo che il rendimento di 8,5 quintali di libbre per manzana poteva protrarsi per sette raccolti, per poi scendere gradualmente.
Tuttavia, negli anni ’90, i piccoli produttori hanno adottato alcune pratiche tipiche dei grandi produttori, come la semina di alcune varietà di caffè, dal fusto basso o intermedio, con alta densità fino a 4 mila piante per manzana. In molti casi, i coltivatori hanno adottato varietà ad alto rendimento, come il catuaí o il catimor, che sono piante molto esigenti in fatto di fertilizzazione e producono bene soltanto ad altitudini superiori agli 800 metri sul livello del mare.
Molte delle nuove piantagioni sono sorte in suoli precedentemente coltivati a granaglie o dedicati a pascolo, parcelle prive di copertura forestale la cui fertilità naturale era già molto compromessa. Con una minore quantità di ombra disponibile e con una maggiore necessità di nutrienti – ma con una gestione abituale, dipendente dalla fertilità naturale del suolo – le piante si sono indebolite molto in fretta ed in gran numero, favorendo lo sviluppo massiccio di malattie come la roya e l’antracnosis.
Negli anni delle vacche magreDal punto di vista tecnico bisogna differenziare le deficienze, a seconda che queste condizionino di più un tipo di produttore rispetto ad altri. I grandi produttori sono soliti abbondare nell’uso di fertilizzanti chimici, vizio che aumenta innecessariamente i costi e danneggia le piantagioni. Da qui, la progressiva acidificazione dei suoli. È difficile cambiare questa tendenza. È una questione di tradizione. Altro handicap dei grandi è il sovraffollamento delle piante: si seminano 4 mila piante per manzana di varietà che ne tollerano soltanto 3 mila. Il problema dei grandi produttori è, inoltre, la mancanza di una diversificazione come strategia antirischio che consenta di affrontare gli anni di vacche magre. Ciò li espone, di fatto, alle crisi ancor più dei piccoli produttori. Perfino nella attuale crisi, è possibile trovare piccoli produttori che preparano vivai di caffè. La loro diversificazione e i minori costi ne ammortizzano l’impatto. I grandi sono paralizzati. Senza liquidità e con poca esperienza di come debbano reagire. Molti di essi sono produttori di nuova generazione – alcuni di origine sandinista – ma con vecchi vizi amministrativi estremamente controproducenti: pochissima attenzione alla azienda, disordine contabile, stile di vita lussuoso che non fa i conti con le entrate che diminuiscono, etc..
Un divorzio complicato fra capitale produttivo e finanziarioCi sono problemi che assillano i grandi come i piccoli. Secondo Frank Bendaña McEwan,  noto come lo Zar del Caffè in Nicaragua, perché prima degli anni ’80 concentrava tutti i vincoli della esportazione del caffè, «i costi di operazione e transazione di servizi come credito, assistenza tecnica, stoccaggio e commercializzazione, sono relativamente cari a causa di vari fattori, come il fatto che il 65% dei produttori sono in villaggi inaccessibili, che fra gli stessi c’è un 75% di analfabetismo e un bassissimo livello di organizzazione professionale; che non c’è quasi alcuna informazione produttiva ed economica disponibile: che il 35% dei produttori è privo di titoli di proprietà reali; infine, che nelle zone di produzione permangono rischi di insicurezza a causa della delinquenza».
Al primo posto ci sono l’inaccessibilità e il costo del denaro. Il capitale finanziario nazionale – matricida, perché fu generato e allattato dal caffè e dal cotone – strangola oggi il capitale agrario. La borghesia finanziaria, che ha affinato le sue tecniche durante l’esilio negli Stati Uniti degli anni ’80, si è svincolata dall’ambito agricolo o ne conserva soltanto lealtà familiari strettamente  legate alle famiglie del grande capitale: i Pellas, i Montealegre e prestanomi dei vertici del Fronte Sandinista. Oggi, essa resta impermeabile alle richieste dei produttori di minor calibro. Ha mutato le caratteristiche imprenditoriali dei produttori e – cosa ancora più grave – lo status giuridico delle proprietà.
La riforma agraria degli anni ’80 e il reinserimento produttivo dei reduci della Resistenza (la ex Contra, ndr) e dell’Esercito hanno consegnato molte aziende di caffè in mano ai poveri. Il bilancio di una strategia che cercava soluzioni a breve termine alla crisi politico-militare è che oggi il 35% dei produttori di caffè di Matagalpa e Jinotega non ha titoli di proprietà debitamente legalizzati. Ciò ha provocato una riduzione nella concessione di crediti al settore.
Si stima che nel 2000 si sia verificata una riduzione fra il 70 e il 90% dei crediti a breve termine per il caffè, che le imprese di commercializzazione erano solite offrire ai produttori. Secondo Frank Bendaña, «il sistema finanziario del Nicaragua non ha ammesso al credito nemmeno il 5% di tutta la produzione di caffè. Se prima si destinavano 40 milioni di dollari, in questo momento i prestiti non superano i 5 milioni».
Le grandi frodi bancarie – quella dei fratelli Centeno Roque in testa (cfr. bollettino n. 8-10/2000, ndr) – hanno avuto l’effetto di contrarre rapidamente l’offerta di credito al settore. La mora in cui sono caduti molti produttori ha messo il timbro sul divorzio fra cafetaleros e capitale finanziario.
Grandi produttori, grande lussoAnche le condizioni dei prestiti sono variate enormemente. Nel primo quarto del secolo scorso la maggior parte della produzione di caffè era finanziata fondamentalmente dalle banche locali, controllate dal capitale straniero e prestatrici a tassi di interesse compresi fra il 7 e il 12% annuo. Solo l’11% dell’area coltivata era finanziata da usurai che a quella epoca chiedevano dal 18 al 24% di interesse annuo, il tasso che chiedono attualmente le banche che offrono migliori condizioni. Allora, ricorrevano a questa possibilità solo i piccoli produttori che non avevano accesso ai crediti bancari, né raccomandazioni finanziarie. Oggi, queste sono le condizioni migliori che si possono ottenere. Attualmente, i piccoli produttori non accedono al credito e i grandi lo fanno soltanto affrontando tassi di interesse relativamente alti.
Alcuni grandi imprenditori confessano oggi la loro colpevole dipendenza dal sistema finanziario. Tuttavia, nessuno dichiara il cattivo uso che fa dei crediti, sviati verso consumi ostentati: la casetta nella azienda, la casa al mare, la casa grande a Managua, la flotta di veicoli composta di varie automobili – tutte dai 20 mila dollari in su –, i viaggi a Miami, etc., sono alcuni dei lussi che hanno impedito loro di risparmiare e prendere precauzioni. Tuttavia, a quei lussi restano aggrappati. Con il risultato che le uniche opzioni possibili per loro sarebbero: ridurre i costi licenziando gente e spendere meno in salari per conservare il proprio stile di vita. Una determinazione assai poco affine all’austerità borghese: perché non hanno la classica austerità calvinista identificata da Weber come disposizione culturale capitalistica, ma nemmeno la razionalità di un investimento costante nelle aziende che permise ai loro genitori e nonni di ammassare le fortune che hanno ereditato.
Prezzi, tassi di cambio, bassi rendimenti: una morte annunciataNon è più caro soltanto il denaro. Negli ultimi anni, il tasso di svalutazione della moneta è stato inferiore a quello dell’inflazione, per la qual cosa i produttori di caffè devono pagare più caro in córdoba – per effetto della sopravvalutazione della moneta –, ricevendo in cambio meno dollari – a causa dei prezzi –. I salari che pagano ai loro braccianti non rappresentano alcun problema per loro: a Jinotega e Matagalpa sono rimasti di 17 córdobas al giorno per più di un lustro. Ciò significa che il deterioramento dei redditi e delle condizioni di vita dei braccianti ha attutito l’impatto finanziario sulle aziende. Un problema serio sono stati piuttosto gli agrochimici e i derivati del petrolio, che oltre all’aumento dei prezzi, sono castigati dal governo con imposte speciali e hanno visto salire il proprio valore in córdobas a un ritmo molto superiore al tasso di cambio.
Le tasse hanno contribuito ancor più al deterioramento dei termini di scambio. Nel 1999, il caffè si pagava 800 córdobas al quintale e l’urea 110 córdobas al quintale. Nel dicembre 2000, il caffè era sceso a 480 córdobas il quintale e l’urea era salita a 140 (in tutti questi casi, si tratta del quintale di libbre pari a 45,4 chili, ndr).
Così, mentre i produttori non investivano in miglioramenti tecnologici delle coltivazioni, i prezzi del caffè scendevano e, al tempo stesso, le risorse necessarie per la sua coltivazione andavano alle stelle. La morte del caffè è stata, dunque, una morte annunciata. Secondo Frank Bendaña, «nel luglio 2001 la libbra di caffè era pagata 52 centesimi di dollaro, mentre produrla in Nicaragua costava 65 centesimi; in altri termini, una perdita di 13 centesimi di dollaro per libbra di caffè». La soluzione dei grandi è consistita nel ridurre i costi: licenziare lavoratori e applicare meno agrochimici. Nel 1973, in Nicaragua si sono sparse 55 mila tonnellate di concime, salite a 71 mila nel 1983. Nel 1997, nonostante l’espansione delle aree coltivate, sono state usate soltanto 49 mila tonnellate di fertilizzanti. Ma, come già abbiamo detto, limitarsi alla fertilità naturale funziona solo per 4-5 anni. Dopo, i rendimenti scendono.
Sebbene il presidente della Repubblica sia un cafetalero, è evidente che i produttori di caffè non siano al potere ed è vox populi che Alemán non ottenga il grosso delle sue entrate dal critico settore del caffè, ma da ben altri affari. La cruda verità è che in Nicaragua si sono accumulati molti ritardi, che ciò mette il paese in una brutta posizione, che è prevedibile che i prezzi non torneranno ai livelli degli anni migliori, forse nemmeno al livello medio degli ultimi due decenni. E che non abbondano proposte di soluzione della crisi.
Vendere caffè lavorato? Pubblicità e marchiUna di queste sarebbe sviluppare l’industria: cioè, vendere più caffè lavorato. Sembra facile. In tutto il mondo il 95% del caffè è esportato sotto forma di caffè verde. Solo il restante 5% è lavorato nei paesi produttori. Di questo 5%, la maggior parte non si vende con il marchio di industrie del Sud del mondo. E quello venduto in questa veste, difficilmente esce dai mercati regionali, dove si confronta solo con suoi pari.
Nei paesi sviluppati, che è dove si gioca la partita, il caffè può entrare solo nel momento in cui si maschera con l’elegante abito e il nome di qualche prestigiosa marca che ha pagato il suo pedigree, bombardando il consumatore con miliardi di pubblicità. Fra i produttori, pochi hanno trovato uno sbocco per il proprio caffè lavorato. Solo il Brasile poteva vantare, nel 1993, il 60% del totale delle esportazioni di caffè solubile dei paesi produttori.
Sebbene nel suo rapporto 1995 la UNCTAD sostenesse che il principale ostacolo per il caffè lavorato nei paesi produttori fossero le tariffe doganali, i veri ostacoli sono da un’altra parte. E non sono stati e non saranno mitigati, come ancora supponeva l’UNCTAD, da uno sviluppo tecnico dei macchinari necessari per la lavorazione.
Il problema non è la tecnologia industriale. Ciò che aggrega valore non è la lavorazione, ma il marchio. La lavorazione è relativamente semplice e poco costosa. Ma il consumatore non compra un caffè lavorato, quanto un marchio. Per questo, le industrie del Sud vendono la maggior parte dei loro prodotti a case commerciali che vi applicano il proprio marchio, l’imprimatur mercantile che lo rende gradito all’esigente pubblico del Primo Mondo. Per questo motivo, le enormi ricchezze che genera il caffè rimangono nelle metropoli.
Quando l’industria compra il caffè altrovePer una piccola industria – come quella di uno qualsiasi dei paesi centroamericani – è molto difficile conquistarsi una nicchia di mercato. I grandi hanno già fagocitato tutti i segmenti di mercato. Drogano il consumatore con incessanti campagne pubblicitarie, il cui costo non è alla portata delle imprese dell’istmo. Neppure spendendo tutti gli attivi delle industrie centroamericane si potrebbe pagare una campagna pubblicitaria sufficientemente efficace per giungere all’orecchio dei consumatori del Primo Mondo. Di conseguenza, l’industria locale continuerà a vendere in anonimato. Potrà collocare una parte della propria produzione nel mercato regionale con il proprio marchio, ma la maggior parte della produzione prenderà la strada del consumo nel Nord del mondo. Ciò limita i guadagni per il Nicaragua e per i suoi imprenditori.
Ma non è questo il peggiore dei mondi possibili. Il peggio è che, anche quando questa industria con marchi posticci raggiungesse un maggiore sviluppo, questo non avrebbe alcuna ripercussione sulla domanda di caffè prodotto dai cafetaleros nicaraguensi. Perché l’industria nazionale non funziona solo con caffè nicaraguense. Così come l’industria tessile non utilizza necessariamente cotone prodotto in Nicaragua, neppure l’industria del caffè compra e processa soltanto caffè nicaraguense. Essa, infatti, compra e processa anche caffè robusta, una varietà non prodotta nel paese che si deve cercare fuori, con il vantaggio che è una varietà più economica. Così viene richiesto alle industrie nicaraguensi: su sollecitazione di alcune case commerciali, il caffè solubile deve essere composto da 50% di arabica e 50% di robusta.
Siccome l’industria nazionale produce soprattutto caffè istantaneo, per farlo basta  un caffè arabica di seconda qualità. Il venditore di caffè istantaneo punta al cliente comune, ad un segmento di mercato cui non interessa un caffè di prima qualità, ma un caffè saporito ed economico. Per questo, basta un caffè di seconda categoria. Il Nicaragua non produce grandi quantità di caffè di seconda scelta. E quello che produce è già assorbito dall’industria locale. Di conseguenza, una crescita dell’industria non significherebbe maggiore domanda di caffè nazionale. La produzione e l’industria del caffè, in Nicaragua, paiono due rette asintotiche che, se possibile, si toccano all’infinito. Alcuni pensano che si dovrebbe puntare alla produzione e vendita di caffè gourmet. Ma ci si scontrerebbe con lo stesso problema dei marchi esistenti o maggiormente in grado di imporsi. I grossi guadagni finirebbero in altre casse. Per di più, il caffè gourmet ha un pubblico assai ridotto e farebbe i conti con una domanda di scarso appetito, sebbene di buon portafoglio.
Sopravvivrà solo chi si adeguaLa maggioranza scommette su quello che è successo in crisi precedenti: sopravvivrà chi saprà adattarsi. Furono molti gli invitati ma saranno pochi gli eletti. Frank Bendaña sostiene che «la maggior parte dei produttori nicaraguensi dovrebbe rivolgersi ad altre coltivazioni che siano redditizie: frutta, piante ornamentali, verdure, etc.. In Nicaragua si importano 30 milioni di dollari l’anno di ortaggi. Se i nicaraguensi li mangiano, allora produciamoli e guadagnamoci quei 30 milioni di dollari». Sembra facile. Ma non lo è perché non si può cambiare da un giorno all’altro. Prima che avvengano tali necessari cambiamenti, molti produttori falliranno, in tutto il mondo e specialmente in paesi come il Nicargua, dove la produttività media è più bassa. Non necessariamente sopravvivranno i più produttivi, ma quelli che avranno liquidità. Liquidità e produttività elevata non sempre coincidono. I cafetaleros ben piazzati nella catena di commercializzazione – quelli che controllano i punti strategici che trattengono un’alta percentuale di eccedenze, quali gli stabilimenti e le case di commercializzazione – hanno maggiori probabilità di resistere fino all’arrivo di una buona congiuntura. Considerando l’universo dei paesi produttori di caffè nel suo insieme, ciò significa che sopravvivranno più produttori nei paesi dove i governi e le banche private scommetteranno di più su di essi e li favoriranno in maniera opportuna. In paesi dove le tasse sui derivati del petrolio e i tassi di interesse non rendano più grave il problema facendo lievitare i costi di produzione. Sarà questo il nostro caso?
La crisi si aggraverà e sarà assai poco gestibile, indipendentemente dal colore del partito che assumerà il potere nel 2002. Il boom del caffè vietnamita sta per scalzare la regione centroamericana dal secondo posto nella produzione mondiale e ciò elimina d’un colpo la possibilità di esercitare un potere di negoziazione, peraltro mai esercitato. La distruzione dell’economia di sussistenza e la stagnazione delle aree coltivate a granaglie senza che si sia raggiunta una posizione stabile nel mercato internazionale stanno avendo un impatto nefasto sulla sicurezza alimentare del paese, specialmente fra i salariati, oggi disoccupati, delle aziende di caffè.
Senza pane, ma con il circo elettoraleNon c’è pane, ma in compenso arriva il circo delle elezioni... A mo’ di intrattenimento, in quest’anno di elezioni, ci offrono di dibattere fra la retorica neo- liberista, che ci trasmette mediocri ripetizioni della sua versione più dura, e quella populista, screditata da una decade al potere di evidente inettitudine nell’affrontare la questione economica. La scelta pare essere fra una semplificazione del populismo messianico, che offre la “terra promessa”, e la semplificazione neoliberista tecnocratica, che promette la costruzione di strade come fossero magiche soluzioni. Tutti consigliano pazienza, perché si suppone che a lungo termine vedremo un miglior futuro. Tuttavia, come giustamente avvertì Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

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