NICARAGUA / Problemi del dopoguerra: il FUAC

Breve, necessaria e tormentata storia, in una calda vigilia elettorale, di uno dei principali gruppi armati nicaraguensi, sorti dopo la fine del conflitto degli anni Ottanta: il Fronte Unito “Andrés Castro” (FUAC). Una vicenda emblematica dei problemi che accompagnano il disarmo e il reinserimento dei militari nella società, in una congiuntura post/bellica, aggravati dall’ignominia di una classe politica dirigente.

Di José Luis Rocha, ricercatore di Nitlapán-UCA. Le traduzioni sono di Sabrina Bussani (articolo) e Giordano Golinelli (cronologia). Redazione di Marco Cantarelli.

La storica statunitense Barbara W. Tuchman descrive in uno dei suoi libri più di successo, The March of Folly, From Troy to Vietnam, (La marcia della follia, da Troia al Vietnam) diversi famosi eventi della storia bellica dell’umanità, allo scopo di mettere in evidenza un fenomeno notevole: a volte, i governi ricorrono a politiche contrarie ai propri interessi. Si dimostra così come la specie umana si sia comportata, sul piano del governo, peggio che in qualsiasi altro campo di attività. Nella sfera governativa, la capacità di giudizio, il senso comune e la disponibilità di informazioni sono stati assai meno efficaci di quanto ci si potrebbe aspettare.
Questa tesi viene comprovata in diversi casi nel corso della storia e risale all’episodio in cui i governanti troiani permisero l’entrata nella città di un colossale cavallo di legno, nonostante tutti gli indizi facessero presupporre si trattasse di un trucco greco. Qualche secolo dopo, Carlo XII, Napoleone e Hitler tentarono di invadere la Russia nonostante le brucianti sconfitte di quanti li avevano preceduti in quel tentativo. Il fiero guerriero azteco Moctezuma, governatore di una città di 300.000 abitanti, soccombeva invece passivamente al dominio di un centinaio di conquistatori spagnoli che avevano già dato ampia prova del fatto di essere umani e non degli dei. Il re britannico Giorgio III opterà per una politica coercitiva nelle sue colonie americane invece di scegliere la strada della conciliazione nonostante molti dei suoi consiglieri lo avessero messo in guardia che la repressione gli avrebbe causato più perdite che guadagni. I papi del Rinascimento mantennero uno stile di vita che ostentava il lusso e presero decisioni che avrebbero in seguito catapultato la Chiesa Cattolica nello scisma che essi stessi volevano evitare. E così via. La storia dell’umanità, insomma, sembra dominata dall’ostinazione e dalla stupidità più che da qualsiasi altro tratto della condotta umana.
FUAC: rivelazione di uno spropositoLa storia del Nicaragua è anch’essa segnata da stupidità e spropositi, da quel genere di “pasticci” storici che Tuchman definisce come «politiche controproducenti per il gruppo sociale il cui benessere o vantaggi pretendono di salvaguardare». Frutto del così scarso senso comune che ostentano i governi della specie umana è stata la ricorrente attivazione di gruppi armati registrata in Nicaragua dopo il cambio di governo e del “mondo” avvenuto nel 1990, e nonostante i negoziati di pace con cui si aprì quel decennio. La storia dell’ultimo di questi gruppi armati, il Fronte Unito “Andrés Castro” (dal nome di un patriota nicaraguense che si oppose al gringo invasor nel secolo scorso, ndr), il FUAC, attivo nel cosiddetto Triangolo Minerario, nei municipi di Siuna, Bonanza e Rosita, è emblematica di come una serie di pessime scelte possano produrre l’effetto contrario a quello voluto. La storia dei gruppi armati in Nicaragua, in modo particolare quella del FUAC, mostra come un presunto progetto di democratizzazione e antimilitarista abbia in realtà moltiplicato scelte di carattere bellico. La strategia seguita per ridurre l’apparato militare ha rafforzato la convinzione che le raffiche di mitra siano l’unico linguaggio cui i governanti prestino attenzione.
Grandi perdenti: coloro che si sono giocati la pelleNegli anni ’80, in Nicaragua, vi è stata una guerra che ha avuto tanti vincitori. I nicaraguensi di Miami, che dopo un decennio di esilio sono potuti tornare, recuperando le loro proprietà e ricevendo indennizzi consistenti – molti di essi, tra l’altro, avevano preso ormai la cittadinanza statunitense, tanto che la gente li ha subito apostrofati come “finti nicas” o “gringos travestiti” –. Gli alti vertici militari e civili del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che hanno riempito i loro bauli prima di abbandonare i ministeri, dando a quel fenomeno popolarmente noto la piñata. I grandi imprenditori, che hanno potuto nuovamente fare grandi affari in pace e fare soldi con i nuovi servizi in continua espansione: la televisione via cavo, la telefonia cellulare e satellitare, i centri commerciali e altre imitazioni dell’american way of life. I banchieri, che sono tornati alla carica con la riapertura delle banche private ed il collasso della banca statale. La classe media, che ha potuto riprendere ad accumulare capitali ad un ritmo ragionevole, senza doversi privare del consumo delle squisitezze della “civilizzazione occidentale” e senza vedersi obbligata a doversi “pulire il culo” con carta di giornale, mangiare scatolame bulgaro o addolcire le bevande con zucchero moreno cubano, insomma senza doversi adeguare ad abitudini così plebee che durante gli anni ’80 hanno dovuto condividere con il popolino... Tutti questi vincitori sono stati assolti dalla storia e benedetti dall’ingresso del Nicaragua nella democrazia e nel libero mercato.
I perdenti di questa guerra sono stati coloro che hanno rischiato la pelle per più di 3 mila giorni di combattimenti, ognuno dei quali con morti e feriti, mine esplose, agguati e tensioni, nemici che si aggiungevano. Tutti questi hanno sempre viaggiato nel bagagliaio, sul portapacchi e nei rimorchi delle macchine della storia, mai nell’abitacolo: sono loro i grandi perdenti. Ma ce ne sono stati altri. I primi perdenti all’arrivo della “pace” sono stati le migliaia di funzionari espulsi dall’apparato statale e gettati in pasto alla disoccupazione, sacrificati sull’altare dell’aggiustamento strutturale che esigeva la riduzione della spesa pubblica e che ha provocato migliaia di tragedie familiari i cui destini sono poca cosa quando si tratta di soddisfare le richieste del Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’aggiustamento e la “compattazione” dello Stato hanno avuto inizio nel 1988, con i sandinisti, ma si sono acutizzati a partire dal 1990, quando Violeta Barrios de Chamorro è arrivata alla presidenza. Le elezioni del 1990, con cui l’FSLN sperava di legittimare il proprio potere, si trasformarono nella piattaforma per la loro deposizione. Tuttavia, le debolezze dell’insieme di partiti che avevano deposto i sandinisti sarebbero venute a galla molto presto.
Una riduzione dell’esercito senza precedenti nella storiaIl tema militare è stato di priorità immediata. Mettendosi alla testa del settore più radicalmente anti-sandinista dell’Unione Nazionale di Opposizione (UNO, la coalizione che aveva vinto le elezioni, ndr), Alfredo César –ex membro della Direzione della controrivoluzione e Presidente dell’Assemblea Nazionale nel ’90, soprannominato Sette Pugnali per la sua reiterata propensione a tradire gli amici più vicini – chiese da subito la destituzione di Antonio Lacayo, ministro della Presidenza (cioè, capo del governo, ndr) e di Humberto Ortega, allora capo dell’Esercito. La strategia di César, che poteva contare sull’appoggio del senatore statunitense Jesse Helms, noto per il suo estremismo di destra, raggiunse il suo apice quando furono congelati gli aiuti statunitensi, condizionati alla sostanziale dissoluzione dell’Esercito Popolare Sandinista (EPS). Una fazione della UNO arrivò anche a chiederne la totale eliminazione. All’interno di quella fazione si mise in evidenza soprattutto Enrique Bolaños, allora presidente del Consiglio Superiore dell’Impresa Privata,  totalmente contrario alla linea di riconciliazione seguita da Violeta Barrios de Chamorro. Bolaños oggi si candida alla presidenza della Repubblica per il Partito Liberale Costituzionalista (PLC) di Alemán.
Altri settori della UNO si opponevano alla proposta di liquidare l’EPS. Alla fine, doña Violeta Barrios de Chamorro e suo genero, Antonio Lacayo – mai visti di buon occhio dagli esponenti più anti-sandinisti della UNO – dovettero cedere: l’EPS sarebbe stato ridotto in modo sostanziale, ma non eliminato del tutto. In definitiva, l’Esercito era uno dei pochi tasselli che assicuravano stabilità alla nuova amministrazione, più simile ad una nave che per sette anni ha sofferto di ammutinamento cronico.
La generosità e lo sperpero che il governo statunitense aveva dimostrato durante la guerra finanziando la controrivoluzione armata finirono con l’arrivo della pace. Il governo Bush non sostenne economicamente la riconversione militare che tanto aveva preteso. Il processo di riconversione, che inizialmente doveva essere portato a termine nell’arco di 5 anni, durò appena poco più di due a causa delle pressioni degli Stati Uniti e dell’ala più estrema della UNO. Il numero di soldati dell’esercito passò da 86.810 del gennaio 1990 a 16.200 nel 1992, scendendo ancora a 14.553 nel 1994. In quattro anni, l’Esercito del Nicaragua divenne il più piccolo del Centroamerica, addirittura con meno soldati dei corpi armati del Costa Rica, anche se molto ben armato. Secondo il nicaraguense Roberto Cajina, esperto di questioni militari, la riduzione dell’esercito nicaraguense, con un tasso globale di riduzione del 86% e un tasso di riduzione annuale del 21,5%, non ha precedenti nella storia militare contemporanea. Questo dato risulta ancor più insolito se si considera che i rapporti di forza alla conclusione della guerra non giustificavano tale riduzione. L’Esercito Popolare Sandinista era riuscito a controllare militarmente i propri avversari della Resistenza (sic! Così si chiamava la Contra in Nicaragua, ndr). Il partito ai cui interessi era legato, l’FSLN, aveva convocato il popolo a libere elezioni e aveva consegnato il governo ad un variopinto gruppo di politici non del tutto identificabili con gli interessi della Resistenza. In nessun modo aveva luogo a procedere la simmetria tra il disarmo della Resistenza – logico dopo il cambio di governo – ed una così improvvisa riduzione dell’esercito nazionale. Le pressioni politiche e le necessità economiche spinsero il nuovo governo verso una riduzione così drastica, che invece avrebbe dovuto essere l’ultimo gradino di una scala costruita su una riforma costituzionale.
Riduzione e licenziamenti: un gioco per soli perdentiIl turbolento processo di licenziamento degli ufficiali dell’EPS, scaglionato in tre fasi, è stato portato a termine nel quadro di un caotico miscuglio di parametri di indennizzazione. In alcuni casi, sono prevalsi criteri di anzianità, in altri quelli del grado raggiunto. Anche le modalità di indennizzazione (case, terre, denaro, periodicità dell’indennizzo) sono state diverse da un piano all’altro. Ma la cosa più grave è il fatto che mai furono chiariti i criteri per decidere chi sarebbe rimasto in servizio nell’Esercito e chi invece sarebbe andato in pensione. Questa confusione, sommata alla disuguaglianza nelle indennizzazioni e alle inadempienze del governo dovute alla scarsità di fondi, ha fomentato un risentimento in costante crescita.
Tra aprile e dicembre 1992, un consistente gruppo di ex dell’esercito, stanchi di promesse, inscenarono proteste e scioperi della fame, esigendo dal governo il rispetto degli accordi firmati nei tre programmi di licenziamento. Gli ex militari sollecitavano la legalizzazione delle proprietà e l’accesso al credito e all’assistenza tecnica. Nel febbraio 1992, nacque il Coordinamento Nazionale degli Ufficiali in Riposo (CNOR), pensato inizialmente come un movimento costituito da capitani e ranghi inferiori in difesa dei loro interessi. La loro opposizione nei confronti della Associazione dei Militari in Riposo (AMIR) – con tutta evidenza subordinata all’FSLN – mise in rilievo le rivendicazioni di classe che contrapponevano questo gruppo di militari di rango medio-basso ai vertici dell’Esercito e dell’FSLN. I militari di rango più basso, che avevano combattuto nella guerra e che durante la stessa avevano goduto della massima fiducia, ora venivano esclusi.
Secondo i dati forniti dal CNOR, le assegnazioni di terre ai militari ritirati sono state fatte secondo criteri arbitrari a beneficio esclusivo degli alti ufficiali: 2 colonnelli, 25 tenenti colonnelli, 97 maggiori e 458 capitani, soltanto 582 militari in tutto, pari al 5,84% degli ufficiali licenziati. Molti militari si sentivano, inoltre, svantaggiati anche nelle modalità di indennizzo a lungo termine. La riduzione dell’esercito si stava insomma trasformando, per i molteplici aspetti menzionati, in una bomba ad orologeria. Ciò che avrebbe dovuto rafforzare la democrazia e smilitarizzare il paese si trasformò nel più efficace degli stimoli per il riarmo di decine di bande e per la perpetuazione dell’attività bellica. L’urgenza di pacificare il paese ponendo fine ai dispositivi istituzionali della guerra ha condotto piuttosto ad un attivismo militare cui hanno partecipato gruppi di ogni colore politico e pure senza colore. La riduzione dell’esercito è stato un ulteriore esempio di sproposito storico, di quelle politiche che risultano controproducenti rispetto a tutti i suoi presupposti benefici. Né i militari sandinisti, né quelli della Resistenza, né la UNO e tanto meno Bush sono riusciti a imporre i loro interessi, mentre la ferrea volontà del Congresso degli Stati Uniti, insieme a quella del settore più fortemente antisandinista della UNO  hanno creato le condizioni per cui il gioco è diventato fra soli perdenti.
Poli di sviluppo: utopia di cartaLa partita successiva di quel gioco si è svolta nella “metà-campo” della Resistenza. Nemmeno stavolta, però, il governo di doña Violeta è riuscito ad ottenere dal Congresso degli Stati Uniti quei finanziamenti che esso aveva invece elargito a mani basse per fare la guerra. Il 23 marzo 1990, a Tegucigalpa, furono firmati gli Accordi di Toncontín. Quegli accordi ebbero un addendum firmato a Managua il 18 aprile seguente per rendere effettivo e definitivo il cessate-il-fuoco tra la Resistenza Nicaraguense e l’Esercito di Nicaragua. Il 29 maggio 1990, venne firmato il protocollo sul disarmo e la creazione dei cosiddetti Poli di Sviluppo. Secondo l’accordo firmato dalla Resistenza e dal Governo, un Polo di Sviluppo è quell’unità di produzione definita a beneficio dei membri della comunità e del paese che serva da centro di servizi e sviluppo della regione adiacente, per mezzo di progetti individuali e/o collettivi, e che conta sulle seguenti strutture di base: Area municipale – scuole, botteghe, servizi di acqua potabile e di luce elettrica, ospedali, strade e sentieri –; Area delle abitazioni per gli abitanti del polo o centro di sviluppo; parcelle di proprietà privata per le coltivazioni e l’allevamento di sussistenza; un’Area comunale e un’Area di progetti per il beneficio di tutti i membri della comunità.
Il governo si impegnava a garantire la sicurezza fisica dei reduci della Resistenza, il loro accesso a terre produttive e alla assistenza materiale e sociale affinché potessero reinserirsi nella vita civile. Inoltre, avrebbero dovuto essere beneficiati anche i loro familiari e le vittime di guerra – vedove, orfani e invalidi –. Grazie a questo programma 10.493 reduci hanno ottenuto, in un anno, 370.912 manzanas (1 mz. = 0,7 ettari, ndr) di terra produttiva, con una media di 35 manzanas a testa. I problemi emersi in questa “metà-campo” furono legati allo stallo nella legalizzazione dei titoli di proprietà delle terre e nelle restituzioni delle terre, con relativi indennizzi, tutti punti fissati come priorità nell’accordo n.2 del protocollo di disarmo. Entrambi i punti si trasformarono in una specie di detonatori: ovunque scoppiarono conflitti di proprietà, sia nelle campagne che nelle città, e poiché questi erano i punti prioritari, nei “poli” non arrivarono le strade, l’energia elettrica, i servizi sociali e tutti gli altri progetti promessi. Le risorse a favore di invalidi, orfani e vedove furono distribuite con il contagocce. Le pensioni erano ben misere. Per giustificare la mancata realizzazione delle promesse, si iniziò a parlare di una “frontiera sociale” che non permetteva che i servizi arrivassero alle regioni nelle quali si trovavano i reduci della Resistenza. Proprio in quelle regioni si moltiplicarono le dispute per la terra e crebbe il risentimento. Che i rancori fossero o meno di natura politica, ognuno tentò di risolverli con i poteri a sua disposizione: superiorità numerica, protezione politica, giudici amici...
Un paese militarizzato con una cultura di violenzaUn anno dopo la firma degli accordi con la Resistenza, un’inchiesta rivelò che circa 65 ex contras erano stati assassinati insieme alle loro famiglie. Furono presentate 1.400 denunce per violazione dei diritti umani a danno dei reduci della Resistenza, violazioni commesse da civili armati e da militari. I fatti più sanguinosi ebbero luogo nelle zone in cui l’attività bellica era stata particolarmente intensa. Gli ex della Resistenza, lamentando la parzialità dei giudizi che lasciavano impuniti gli aggressori, chiesero al Governo di prestare attenzione al problema del personale politicizzato e inefficiente nelle istituzioni dello Stato, educandolo o trasferendolo, e collocando al suo posto altro personale con un atteggiamento positivo e spirito di efficienza e servizio alla comunità. La Commissione di Sicurezza della Resistenza propose di dare seguito all’impegno dell’FSLN, confermato il 24 giugno 1991, di disarmare la propria base e la popolazione civile, di fissare un termine per la consegna delle armi da guerra, di legalizzare tutte le armi non da guerra in mano a civili e di sollecitare l’Esercito e la Polizia  affinché le armi requisite fossero messe a disposizione della Commissione Nazionale per il Disarmo, la quale avrebbe potuto distruggerle o scambiarle, tramite organismi internazionali, con attrezzature produttive. Queste giuste richieste della Resistenza registrarono sempre meno risonanza man mano che il paese iniziava ad occuparsi di altri temi più prioritari e man mano che la nuova congiuntura metteva in evidenza il carattere minoritario, anche se di forte impatto in certe circostanze, dei gruppi armati e che stavano riprendendo le armi.
In questo modo si dimenticò che il Nicaragua era ancora un paese militarizzato, che la popolazione continuava a trattenere in suo potere molte delle armi che l’FSLN aveva distribuito come misura di sicurezza in caso di rifiuto della Resistenza a disarmarsi o in caso di invasione statunitense, minaccia questa considerata molto più di una pura ipotesi dopo l’invasione di Panamá nel 1989. Ci si dimenticò anche di quanto possano essere pericolose tante armi in un paese con una cultura politica secondo la quale i conflitti si risolvono con la violenza e non con il negoziato.
Recontras, recompas e revueltosCon la loro politica, i vincitori (UNO, governo statunitense) hanno ottenuto l’effetto contrario: hanno favorito la militarizzazione. In poco tempo, tornarono attivi gruppi di recontras (cioè, ex membri della Resistenza) e di recompas (ex dell’EPS) ed il governo si ritrovò immerso in una serie di negoziazioni disarticolate, in cui la richiesta principale era quella di legalizzare le terre concesse ai reduci di entrambe le parti. Sebbene molti gruppi di recompas si fossero costituiti in reazione ad abusi commessi dai recontras, spesso recontras e recompas identificarono interessi comuni e si unirono in bande di revueltos (mischiati, ndr). Il fenomeno dei revueltos esprimeva il tentativo di quanti avevano combattuto sul campo di battaglia di acquisire maggiore forza negoziale nei confronti di quei vincitori che non avevano altro merito se non quello dell’opportunismo politico.
Siccome questi gruppi di riarmati, che contavano dai 16 agli 800 membri, erano sparsi un po’ ovunque nel territorio, il disarmo procedeva con il contagocce, necessitando di molteplici negoziazioni. La sociologa Angélica Fauné, che ha studiato a fondo questi gruppi, concluse che il riarmo ed il disarmo erano diventati uno stratagemma per ottenere concessioni dal governo, per far sì che rispettasse le sue promesse e per ricordargli gli accordi firmati. Alcuni dirigenti dei gruppi riarmati sottolinearono il fatto che la politica del governo Chamorro, di comprare i fucili ai sollevati in armi, mandava segnali molto negativi a tutti quegli uomini che, per guadagnarsi da vivere, conoscevano solo la via della guerra.
Sebbene la richiesta di terre con regolari titoli di proprietà fosse il denominatore comune delle proteste di tutti i gruppi, questi possedevano però un modus operandi diverso tra loro. Le richieste dei gruppi di ex dell’EPS erano più comunitarie e non si esaurivano con le sole richieste di terra. Forse, l’elemento che più marcatamente differenziava i gruppi era dato da un tratto apparentemente superficiale, che però risulta essere quasi una dichiarazione di principi: i soprannomi usati per i gruppi ed i loro capi. I recompas usavano nomi di celebri figure rivoluzionarie: Bolívar, Ernesto Che Guevara, Camilo Ortega. I recontras usavano invece nomi che da un lato puntavano a terrorizzare – Terror, Ciclón, Bravo (Fiero, ndr), Puñalito (Piccolo Pugnale, ndr), Viernes 13 (equivalente al “venerdì 17" degli scaramantici nostrani, ndr), Pantera, Culebra (Serpente, ndr), Mano Negra, Indomable –; dall’altro, invece si rifacevano a personaggi della commedia (Dyango) o ricorrevano a nomi anglosassoni (Mike, Jackson). Nonostante entrambi i gruppi perpetrassero assalti e sequestri e seminassero il terrore in molte zone rurali, in alcuni gruppi di recompas era riconoscibile il tentativo di risvegliare una certa mistica ideologica, cosa che invece era del tutto assente nei gruppi di recontras.
Il Piano Helms-César: un tassello per capireNessuna negoziazione è riuscita a sradicare del tutto il problema dei riarmati. Continuavano a sorgere gruppi nuovi che, sfruttando la propria esperienza militare e le armi che avevano nascosto durante la guerra, tentavano di strappare ripetute ricompense economiche. Lo scenario nazionale vedeva un costante scontro tra le forze politiche che componevano la UNO ed il governo di Violeta Barrios de Chamorro. Quel conflitto conobbe l’episodio più violento nel marzo del 1992, quando il governo sembrava essere riuscito a controllare la situazione. Il piano Helms-César aveva l’obiettivo di destabilizzare il governo. Alfredo César, che aveva assunto la presidenza dell’Assemblea Nazionale con l’appoggio dell’FSLN e di un settore della UNO, si ribellò presto ai suoi alleati e, dopo una visita a Washington durante la quale ebbe ignominiosi colloqui con l’attuale Segretario di Stato del governo Bush jr., il generale Colin Powell, e con Jesse Helms, propose di riformare la legge militare e di rimuovere Humberto Ortega dal vertice delle Forze Armate. Quando il confronto si inasprì, César rincarò la dose chiedendo un plebiscito per accorciare il periodo presidenziale di Violeta Barrios de Chamorro, elezioni anticipate per eleggere un’Assemblea Costituente che emanasse una nuova Costituzione, la nomina di una nuova “giunta di governo”. Helms mantenne fede alla sua parte del piano, ottenendo che il Congresso degli Stati Uniti congelasse un finanziamento al Nicaragua di 100 milioni di dollari. In quel contesto, aumentarono le occupazioni di uffici statali e gli scioperi dei militari in ritiro, fino ad arrivare, il 5 marzo 1992, alla occupazione pacifica della città di Ocotal (nel nord del paese, ndr) da parte di mezzo migliaio di revueltos.
Il piano Helms-César produsse una nuova escalation di violenza. Una delle sue conseguenze fu l’insorgenza del Fronte Norte “3-80” (così chiamato in memoria del capo della Contra Enrique Bermúdez, che usava quei numeri come nome di battaglia, ucciso a Managua poco tempo prima in circostanze mai chiarite, ndr), composto da ex della Resistenza (i comandanti Pajarillo (Uccellino, ndr), Charro (cappello dalla falda larga di orgine messicana, ndr), Chacal (Sciacallo, ndr), Caminante e Zapoyol (seme del zapote, un frutto tropicale, ndr), legati a una fazione visceralmente antisandinista della UNO. L’alto numero dei suoi armati, da 500 a 800 uomini, i finanziamenti  e l’appoggio logistico che ricevettero dalle organizzazioni anticastriste di Miami, fecero di questo gruppo il più serio pericolo militare che il governo Chamorro dovette affrontare. Le prime richieste del Fronte Norte “3-80” furono il completo smantellamento dell’esercito e la sostituzione dell’intero Alto Comando della Polizia Nazionale. Tale gruppo fu particolarmente attivo nella zona di Siuna, spingendosi anche nelle zone di Cuá-Bocay, Waslala e Wiwilí. Smobilitare e reinserire il Fronte Norte “3-80” è costato al governo quasi 2 milioni di dollari.
Come reazione al Fronte Norte nacquero vari gruppi di recompas. È plausibile pensare che, all’inizio, questi abbiano goduto della simpatia e dell’appoggio dell’Esercito, dal momento che stavano implicitamente difendendo le Forze Armate istituzionali e compensando la debolezza numerica di queste ultime. A quel punto, però, c’erano tutte le premesse perché “scoppiasse la bomba”: promesse non mantenute da parte del governo, evidente instabilità politica, riarmo come fonte di entrate economiche altrimenti non ottenibili nel regno della disoccupazione nel quale il Nicaragua si stava trasformando, minacce da parte di gruppi di diverso colore politico... Fu in questo contesto esplosivo che Edmundo Olivas, che poi si sarebbe fatto chiamare Camilo Turcios, iniziò a reclutare uomini per formare il FUAC: un lavoro durato 5 anni.
Il “peccato originale” dell’EsercitoNato a Quilalí da famiglia molto povera, Olivas si unì alla lotta contro Somoza all’età di 9 anni. Nel Fronte Nord “Carlos Fonseca” ebbe come maestro nientemeno che il comandante Germán Pomares, il leggendario Danto (il tapiro americano, ndr). «Quell’ uomo rappresentava davvero gli interessi reali del popolo – avrebbe detto anni dopo –. Se lui fosse vivo, oggi non succederebbero tutte le cose cui assistiamo con dolore: una dirigenza sandinista che ha voltato le spalle al proprio popolo. Si sarebbe opposto alle misure di doña Violeta e oggi sarebbe in montagna, lottando per il suo popolo». Olivas arrivò al grado di capitano dopo anni di lotta antisomozista. Sempre in prima linea. Il venire a sapere della vita comoda e suntuosa della dirigenza sandinista, così lontana dagli ideali propugnati, lo aveva deluso già da prima della sconfitta elettorale del 1990. Olivas bollava quella incoerenza come «desclasamiento de la dirigencia», intendendo un cambiamento di classe del vertice sandinista. Successivamente, dopo essere stato licenziato dall’Esercito, le proteste di Olivas vennero a coincidere con quelle del Coordinamento Nazionale degli Ufficiali in Ritiro (CNOR): mancato pagamento degli indennizzi, benefici sproporzionati per la élite militare e mancanza di chiarezza nei criteri di selezione dei militari rimasti nell’Esercito. In un’intervista inedita concessa a Angélica Fauné, Olivas illustrò così le sue lamentele: «C’è molto sentimento di distanza e risentimento nei confronti della nostra istituzione armata per il modo in cui ci ha buttati fuori. I criteri secondo i quali sono stati operati i licenziamenti sono stati molto arbitrari. In pochi hanno deciso senza tener in conto gli anni di servizio, i meriti o le capacità. Il problema era ridurre l’esercito e ciò è stato fatto in modo grossolano e indiscriminato. Pensiamo che l’istituzione ci abbia pagati male, che non ci meritiamo questo trattamento dopo aver servito per anni la patria e la rivoluzione. Anche i governi non hanno mantenuto le promesse. La prova sta nel fatto che ora siamo senza lavoro, senza casa, senza poter offrire alle nostre famiglie una vita dignitosa, né un’educazione ai nostri figli.
FUAC: critica all’FSLN e rivendicazione del sandinismoTale critica è stata costante e ciò spiega anche il particolare accanimento dell’Esercito contro il FUAC, perché – si sa – la lingua batte dove il dente duole. I testimoni dei negoziati del 1997 tra l’Esercito ed il FUAC raccontano che i dialoghi tra Camilo Turcios ed i delegati dell’Esercito erano caratterizzati da un confronto animato ed emotivamente carico. Molti degli abitanti di Siuna sono, inoltre, convinti che l’Esercito si sia impegnato molto di più nel combattere il FUAC che non il Fronte Nord “3-80".
Il FUAC nacque, dunque, in una congiuntura delicata, screditando uno dei tre pilastri su cui il FSLN basava il suo potere dopo la sconfitta elettorale: l’Esercito. Gli altri due pilastri erano il peso del FSLN nell’Assemblea Nazionale e la sua capacità di orientare le manifestazioni di malessere popolare, per ragioni economiche e sociali, verso obiettivi politici. Il FUAC divenne forma di espressione del malcontento non manipolabile da parte dell’FSLN: un’espressione per di più militare, che si ergeva come esercito regionale e polizia parallela di fronte all’insufficiente presenza di uno Stato in via di smantellamento a seguito dell’aggiustamento strutturale.
Del resto, il richiamo al mito dell’uomo nuovo e del paradiso riconquistato manteneva ancora tutta la sua attrazione in una zona in cui la semplice offerta di poter sparare costituiva già un richiamo potente e in un momento storico in cui era andato perso il “senso” per la lotta armata. Il FUAC si presentò come la forza che rivendicava gli ideali sandinisti traditi dai dirigenti dell’FSLN e si rivolse alla gente presso la quale questo discorso poteva trovare terreno fertile. Lo pseudonimo di Camilo Turcios riassumeva l’intero progetto: Camilo stava per Camilo Ortega e Turcios per Oscar Turcios, due eroi della lotta antisomozista degli anni ’70, martiri del decennio d’oro del sandinismo, patrimonio ideologico dilapidato dal vertice dell’FSLN negli anni ’80 e ’90.
Secondo Camilo Turcios, la lotta del FUAC era «contro la nuova borghesia, quella che si è formata in questi tempi e di cui noi siamo stati gli architetti; una borghesia peggiore di quella somozista perché quella ti faceva morire di fame, mentre questa borghesia che nasce dal sandinismo utilizza tutti i mezzi per farci scomparire: non si fa problemi a togliere la terra a coloro che furono i suoi fratelli di lotta e che la ricevettero grazie alla riforma agraria; una riforma che ha lasciato migliaia di contadini senza titoli di proprietà. A questi nuovi borghesi interessa solo il bisnes, fare affari con chiunque, anche se ciò significa far precipitare sempre più il popolo nell’abisso».
Il banditismo sociale: “Solo giustizia per il popolo”Rivendicando gli ideali traditi, il FUAC aspirava al ritorno di un paradiso primordiale: la re-instaurazione della morale rivoluzionaria ed il ristabilimento di una tensione mistica non assorbita da alcuna istituzione. Questa fu la differenza fondamentale tra il FUAC e gli altri gruppi armati di origine ideologica sandinista.
«Non possiamo – diceva Camilo Turcios  – condurre la lotta all’interno del partito sandinista, non abbiamo spazio. La nostra lotta non è partitica. Le nostre radici sono sandiniste, il nostro progetto è rivoluzionario, ma non innalziamo nessuna bandiera politica; chiediamo solo giustizia per il popolo». L’appello alla mistica originaria è sempre stato costante. Un aneddoto: Camilo Turcios ricorda al tenente-colonnello dell’Esercito di Nicaragua, Leonardo Guatemala: «Io so che lei è un portaborse del generale Carrión e immagino anche il perché della sua presenza da queste parti. Ma ciò non mi spaventa. Sono stato discepolo di Pomares, di Carrión, di Francisco Rivera (el Zorro) e del comandante Cristóbal Vanegas (el Moninboseño). Ciò che i nostri maestri dimenticano è che alcuni alunni finiscono per essere più bravi dei loro maestri, perché hanno preso molto sul serio le lezioni».
Il FUAC combinava il richiamo ai miti rivoluzionari con l’appello a uomini e donne concreti. Il fatto di limitare le proprie richieste ad un ambito regionale, il Triangolo Minerario, rese più facile il reclutamento di nuovi membri e segnò ulteriormente la sua differenza da altri movimenti rivoluzionari in senso stretto. Il FUAC non pretendeva di voler cambiare il sistema nazionale nel suo insieme, chiedeva solo che funzionasse meglio e che estendesse i propri benefici ai settori emarginati della regione in cui operava. In questo senso, il FUAC condivise alcuni aspetti con il banditismo sociale studiato dallo storico inglese Eric J. Hobsbawm, che così lo definisce: «Fenomeno universale, virtualmente sempre uguale a sé stesso, poco più di una protesta endemica del contadino contro l’oppressione e la povertà: un urlo di vendetta contro il ricco e gli oppressori.  (...) Le sue ambizioni sono poche: vuole un mondo tradizionale nel quale gli uomini vengano trattati con giustizia, non un mondo nuovo e all’apparenza perfetto».
Il FUAC non lottava contro un sistema marcio – non importa se fosse o sia pieno di funzionari corrotti – ma contro la sua scarsa copertura. Come ha osservato lo stesso Hobsbawm circa questo tipo di movimenti, i rivoluzionari che vi appartengono, vista la totale impossibilità di una rivoluzione trionfante, possono convertirsi in riformisti di fatto. Le richieste del FUAC erano, in effetti, orientate a ottenere riforme locali, strade, energia elettrica, accesso al credito, e non toccavano il sistema in quanto tale – bassi salari, sfruttamento irrazionale del risorsa forestale –, ad eccezione solo della distribuzione delle terre o della legalizzazione di terre in disputa, uniche rivendicazioni genuinamente rivoluzionarie in senso moderno, i cui beneficiari sarebbero stati esclusivamente i membri del FUAC e la sua base sociale.
Siuna ed il FUAC: due destini legatiIn questo contesto, il FUAC si è costruito un limitato e particolarissimo profilo rivoluzionario: basato su richieste di benefici locali e non nazionali, senza attaccare gli imprenditori del legname o delle miniere della zona, e senza pretendere di voler costruire un mondo nuovo, né di ricuperare un mondo perso, eccetto per l’ambito puramente simbolico, usando in questo senso la lotta armata al solo scopo di introdurre alcune riforme al mondo attuale. Se le sue rivendicazioni spirituali erano ambiziose – risurrezione della mistica sepolta, riabilitazione della morale abbandonata, contagio dell’etica rivoluzionaria disprezzata –, le sue rivendicazioni materiali erano piuttosto modeste. Tuttavia sufficienti per fungere da potente detonatore nella località scelta.
Il destino del FUAC e quello di Siuna erano legati l’uno all’altro, e tuttora lo sono. La fame si è incontrata con la voglia di mangiare. Gli esclusi a seguito dei piani di licenziamento si sono uniti ai dimenticati da tutti i governi. I diseredati della storia si sono così ritrovati in questo angolo della geografia nicaraguense.
Come il resto del “triangolo” minerario e la Costa Atlantica in generale, Siuna è rimasta vittima della smemoratezza dei politici. Priva di servizi di base e con una infrastruttura viaria precaria, grazie alle sue risorse naturali e alla sua posizione geografica Siuna esisteva solo per chi andasse in cerca di rapide fortune: commercianti di legname e narcotrafficanti. Un governo locale corrotto e un sistema giudiziario sensibile al miglior offerente hanno fornito a questi cacciatori le condizioni più favorevoli per i loro affari illeciti.
Diventata un enclave militare, Siuna fu “occupata” dall’EPS che la trasformò in una sorta di “Frankenstein sociale”, creata nell’ambito della sua strategia militare ed in seguito abbandonata al proprio destino. Come nel caso di Mulukukú: una base militare sandinista trasformata poi in centro abitato da sfollati di guerra degli anni ’80 e smobilitati della guerra degli anni ’90. Per convenienza militare è stato creato anche il cordone di cooperative che fecero da cintura di contenimento ai gruppi della Resistenza e che, quando ebbe fine il conflitto, cominciarono a crescere gradualmente grazie all’inserimento di smobilitati.
Società di frontiera: lo spazio dei riarmatiL’insicurezza che questi movimenti migratori, accanto alla smemoratezza dei politici e alla debolezza istituzionale del registro di proprietà, hanno creato circa l’effettiva proprietà della terra è stata fatale. In poco tempo hanno assunto la forma di una potente bomba, la cui sicura è stata tolta dal FUAC. L’abbandono secolare e la militarizzazione di questa zona del Nicaragua spiegano come mai a Siuna, e non a El Rama o Nueva Guinea, dove pure ci sono stati riarmati, siano sorti a più riprese, nonostante le condizioni avverse, i gruppi armati.
Camilo Turcios così spiegò la scelta del FUAC di insediarsi nella zona di Siuna: «Consideriamo Siuna un bastione, dove la gente è più sana e meno viziata. Perché è stata una delle regioni più colpite dalla guerra, per la situazione di disoccupazione (le miniere hanno chiuso), per la fame che patisce la popolazione. Non ci sono strade, né luce, né acqua potabile. E perché in questa zona hanno lottato molti riservisti e, nel momento della smobilitazione, si sono dimenticati delle loro lotte e sono stati abbandonati per strada, senza niente».
Quei vuelatiros (letteralmente, quelli che sparano, ndr), come alcuni riarmati si autodefiniscono, si insediarono in una società di frontiera, un vestito fatto su misura per gruppi irregolari e per la guerra di guerriglia. Sebbene Camilo Turcios e Tito Fuentes, i due leader “storici” del FUAC, non fossero originari del Triangolo Minerario, entrarono presto in sintonia con il malcontento degli smobilitati della zona. D’altro canto, l’associazione di militari ritirati di Siuna non era riuscita a consolidarsi, servendo unicamente come trampolino per alcuni militari di rango più elevato che si sono lanciati nel commercio del legname. In breve, tutti i fattori indicavano Siuna come il luogo propizio per iniziare una lotta di carattere regionale. «Questa regione – diceva ancora Camilo Turcios – ha sempre lottato per la sua autonomia. Autonomia che significa che la gente ha il diritto di sfruttare le proprie risorse, perché attualmente non riceve neanche una percentuale sui guadagni ricavati dallo sfruttamento delle risorse. Noi, in quanto FUAC, crediamo che gli unici che possono salvare questa regione siano i suoi abitanti».
Base sociale del FUAC: per affinità e per abbandonoA Siuna, è stato possibile creare una base sufficientemente ampia e fedele per poter restare “sul piede di guerra”. Il passato storico delle cooperative era garanzia di lealtà ed esperienza militare. Negli anni ’80, quelle cooperative erano state vittime di centinaia di atrocità commesse dagli uomini della Resistenza: violazioni, sequestri, reclutamenti forzati, torture, presunti collaboratori della Sicurezza di Stato sgozzati, furto di bestiame, denaro, alimenti, vestiario.
Anche se José Marenco, l’unico dei dirigenti originari del FUAC ancora in attività, sia emerso dopo essersi convertito in paladino dei cercatori d’oro per l’appoggio dato loro in occasione di uno sciopero per rivendicazioni salariali, in realtà sono state le cooperative a svolgere il ruolo chiave di retroguardia del FUAC: ciò, per affinità politica, per il senso comune di abbandono sperimentato e per i precedenti militari. In poco tempo, il FUAC si è così accreditato come il protettore delle cooperative dagli attacchi del Fronte Nord “3-80”, dalla repressione dell’Esercito tesa a colpire proprio la base sociale del FUAC, e dagli assalti di delinquenti.
Per molto tempo, si è fatto in modo di camuffare l’appoggio dato dalle cooperative al FUAC. Durante i prolungati negoziati avvenuti nel primo semestre del 1997 divenne, però, impossibile continuare a mantenere nascosto tale sostegno. Una delle principali richieste del FUAC era, infatti, la legalizzazione delle terre lavorate da queste cooperative, reclamate dagli antichi proprietari. Tuttavia, finché il FUAC fosse stato attivo nella zona, le persone cui era stata confiscata la terra non avrebbero avuto il coraggio di presentarsi per riprendersele: di qui il sostegno più o meno aperto delle cooperative al FUAC. Per questo motivo, lo stesso FUAC considerava di vitale importanza il fatto che le terre delle cooperative venissero incluse, a mo’ di cordone protettivo, nelle enclavi in cui, in base al negoziato, non ci sarebbe stata presenza militare e i membri del FUAC avrebbero potuto muoversi liberamente.
Il FUAC considerava le terre in cui sorgevano quelle cooperative, di fatto anche se non per diritto, sotto il proprio controllo. Di fronte all’iniziale rifiuto dell’Esercito di cedere il dominio su quelle terre, la posizione del FUAC rimase consegnata in un messaggio di sfida di Camilo Turcios al tenente-colonnello Guatemala: «Le zone in cui si trovano fino ad oggi i nostri uomini sono conquiste costate sangue e vite umane, e non (le abbiamo) avute per bontà del governo o del suo Esercito Nazionale. Se lei non è mai stato guerrigliero, chieda ad altri se una conquista rivoluzionaria si scambia con qualsiasi cosa o con poca cosa».
Da tempo, la repressione dell’Esercito si era accanita contro i soci delle cooperative e ciò aveva dato luogo a diversi alterchi. A questi si riferisce il comunicato della Commissione di Pace del 9 giugno 1997: «Loro, i cooperatori, chiedono il rispetto che deve prevalere tra le autorità e la società civile nicaraguense... Essi sostengono che le segnalazioni - cioè le accuse di realizzare atti delinquenziali, ndr – non aiutano il raggiungimento di accordi di mutua pacificazione tra i cooperatori e le autorità... Essi chiedono l’applicazione della vera giustizia senza distinzioni sia nel caso di Rosa Grande che in quello dei delinquenti che in nome del FUAC hanno commesso atti disumani contro cittadini indifesi».
FUAC e cooperative: patto tra gentiluominiMentre il FUAC chiedeva protezione per le cooperative, queste si preoccupavano di controbattere le calunnie contro il FUAC. Nel resoconto della riunione del 13 giugno 1997 della Commissione di Pace appare la testimonianza dei membri della cooperativa di trasporto La Primavera, i quali dichiararono davanti alla stessa commissione e alle autorità che in nessun momento avevano visto il FUAC commettere atti di vandalismo. In sostanza, si trattava di un “patto tra gentiluomini”, di mutua protezione. Mentre il FUAC faceva piazza pulita delle bande di delinquenti che rendevano la zona invivibile, le cooperative avevano un ruolo di collegamento tra il FUAC e la Commissione di Pace. Tuttavia, all’occorrenza, negavano di sapere quale fosse l’ubicazione del FUAC. I maltrattamenti e le minacce delle autorità contro la base sociale del FUAC non fecero altro che rafforzare la fedeltà di questa al gruppo armato e aumentare le file dei suoi membri.
Il discorso ad alto contenuto sociale del FUAC gli procurava ulteriori adepti in settori diversi. In un comunicato pubblico del 15 settembre 1997, due religiose della Chiesa cattolica si riferiscono al FUAC in termini molto positivi: «La direzione del gruppo è formata da ex militari. I membri sono persone provenienti da diverse tendenze politiche. I loro ideali rappresentano le rivendicazioni del popolo».
Del resto, la base sociale del FUAC era garantita dalle attraenti biografie dei ribelli. Camilo Turcios e Tito Fuentes erano, come i classici bandoleros, uomini di origine umile che avevano risalito la scala sociale grazie ai propri sforzi, arrivando ad occupare posizioni alle quali avevano però rinunciato per tornare in montagna e difendere il popolo povero. Nell’immaginario collettivo, un uomo diventa bandolero quando fa qualcosa che l’opinione locale non considera reato nonostante venga considerato tale dallo Stato o dai gruppi dirigenti locali. All’interno delle file dell’Esercito, Turcios era sempre stato critico, cosa che gli aveva procurato vari contrasti con gli alti comandi. In una società in cui il prototipo del caudillo è “l’uomo disposto ad imbracciare un’arma”, la decisione di Camilo Turcios di formare un proprio gruppo armato era del tutto ammissibile per la maggioranza della popolazione di Siuna, anche se per questo veniva poi condannato e perseguitato dall’Esercito.
Biografia dei dirigenti del FUACLa biografia dei membri dello Stato Maggiore del FUAC (Camilo Turcios, Tito Fuentes, Damián, José Luis Marenco) ha molte somiglianze con quella dei bandoleros classici: abbandonato il servizio in un corpo armato – anche Augusto C. Sandino fu un ribelle proveniente dalle fila dell’esercito liberale –, anni e anni passati a sparare, pionieri in una società di frontiera, poche possibilità – per mancanza di capitale e formazione accademica – di guadagnarsi rispetto in altro modo che non fossero le armi, necessità di aggrapparsi ad un’utopia diffusa, terrena e a breve termine.
Camilo Turcios si accreditava come un autentico rivoluzionario e mai mancava di ricordare la purezza della sua origine: ogni volta che potesse, ricordava di essere stato discepolo di Germán Pomares... Nemmeno negava qualche concessione alla propria vanità, come durante la prima negoziazione a Siuna, quando fece di tutto per farsi vedere mentre attraversava il paese armato. La sua vita riassume le tre caratteristiche più frequenti nei romanzi sulla vita di bandoleros: la giusta motivazione nella decisione di “andare in montagna”, la difesa dei poveri e la morte dovuta al tradimento di amici. In Nicaragua, è ovvio il parallelo con Sandino, ucciso a tradimento quando aveva ormai deposto le armi. Durante le negoziazioni, alla vigilia della smobilitazione del dicembre 1997, l’unico leader contrario all’abbandono totale della lotta armata, colui che ancora resta nelle montagna del Triangolo Minerario a sfidare l’esercito, José Luis Marenco, avvisò Turcios: «Camilo, ti uccideranno come Sandino».
José Luis Marenco raggiunse il grado di capitano nelle file dell’Esercito. Dopo il licenziamento, divenne autista di camion. Alla fine della guerra, nel 1990, ricevette come indennizzo un paio di camion. Svolgendo quel lavoro, entrò in buone relazioni con gli imprenditori del legname e nel Triangolo Minerario divenne molto popolare e ben voluto per la sua proverbiale generosità, giacché non faceva pagare il passaggio a chi non aveva soldi. Marenco viene descritto come uomo dall’aspetto di un operaio edile, basso, con stivali di cuoio, baffi grossi, semplice e sobrio, e con la fama di perdere le staffe quando si arrabbia. Dopo essere stato collaboratore del FUAC, scappò in montagna quando i suoi vincoli con il gruppo armato erano ormai troppo evidenti.
Sia i dirigenti del FUAC, sia i suoi sostenitori erano uomini che si sentivano estranei rispetto ad un mondo arrivato da fuori ma dominante, retto da forze economiche che non comprendevano e sulle quali non esercitavano alcun controllo. I capi, ai quali gli ideali rivoluzionari erano più chiari, vennero seguiti da persone che forse mai sono riuscite a comprendere del tutto le loro convinzioni, ma per le quali non vi era altro modo per scappare dai nuovi padroni della regione.
Disarmo: un’autentica esigenza di partecipazione socialeCon questi uomini al comando, il FUAC divenne una specie di polizia parallela che si assunse il compito di ripulire la zona dai delinquenti. Compito questo, per il quale i contadini della regione sono sempre stati grati al FUAC e sul quale i mass-media mai hanno fornito una versione veridica. Per esempio, il FUAC protestò quando, in occasione di una sparatoria avvenuta a Las Quebradas agli inizi di giugno del 1997, i mass-media riportarono la notizia attribuendogli la responsabilità. In realtà, il FUAC asseriva di essere stato attaccato all’improvviso dall’Esercito mentre stava ripulendo la zona da delinquenti.
Tale ruolo difensivo si completava con una serie di rivendicazioni sociali per tutto il Triangolo Minerario. Per i dirigenti del FUAC, quelle richieste costituivano l’immancabile ingrediente ideologico che avrebbe fatto del gruppo qualcosa di più di un semplice gruppo di ex militari malcontenti e che avrebbe garantito loro prestigio almeno a livello locale. In base a tale reputazione di protettori e difensori dei diritti dei poveri, il FUAC pretese che la negoziazione sulla propria smobilitazione prevedesse un dialogo con il governo al quale partecipasse la popolazione, esponendo le proprie critiche e richieste.
All’inizio del negoziato, questa richiesta fu ben accolta dalla Commissione di Pace. Il 19 agosto 1997, la commissione, cui partecipava Vicente Trujillo, attuale presidente del Consiglio Regionale della Regione Autonoma Atlantico Nord (RAAN) emise un comunicato nel quale si riconobbe il lavoro svolto dal FUAC: «Durante la sua presenza nella zona, il FUAC ha raccolto le molteplici necessità e problemi che (la popolazione) affronta quotidianamente. Abbiamo potuto costatare ciò in due occasioni: quando il governo ha assentito al dialogo con il FUAC molti abitanti hanno manifestato la propria volontà di partecipare al dialogo per presentare le proprie petizioni. Da parte sua, il FUAC chiede al governo, come condizione previa al disarmo, di ascoltare la popolazione. Noi, i firmatari, sollecitiamo il governo ad agevolare il processo di pace costituendo una commissione con rappresentanti di diversi ministeri che venga a Siuna per valutare le petizioni e dialogare con il popolo». L’appoggio della Commissione di Pace costituiva un punto a favore del FUAC, un punto di tutto rispetto considerato che si trattava pur sempre di un gruppo irregolare. La richiesta di consentire la partecipazione della popolazione alle negoziazioni ha distinto nettamente il FUAC dal resto dei gruppi armati che lo hanno preceduto e, ad un certo punto, ciò è sembrato poter avviare un processo negoziale inedito e assai interessante.
La solitudine del FUAC: critici dell’FSLN e criticati da AlemánLa condizione posta dal FUAC – la partecipazione della popolazione – costituiva anche una strategia: non consegnare le armi prima di iniziare il dialogo. Una elementare misura cautelativa suggeriva loro di non rinunciare all’unico strumento di pressione disponibile. La protesta del FUAC e l’opposizione dell’Esercito impedirono a lungo l’inizio del dialogo. Le religiose che partecipavano alla Commissione di Pace individuarono proprio in ciò la divergenza di posizioni: «Il nodo del problema risiede nel fatto che il FUAC esige che, prima di tutto, il governo ascolti i reclami del popolo in un foro pubblico. Il governo invece vuole parlare unicamente di disarmo».
Caratterizzato fin dall’inizio da molte tensioni, il dialogo tra il FUAC ed il governo di Arnoldo Alemán ebbe inizio nel giugno 1997 e durò fino al dicembre dello stesso anno, culminato con il disarmo del gruppo che operava sul Kilambé (un massiccio montagnoso del nord, ndr) e l’ulteriore disarmo del gruppo presente nel Triangolo Minerario. Il nuovo governo liberale presentò la smobilitazione quasi fosse un trofeo politico. Tuttavia, si trattava di un risultato per il quale il governo non aveva messo a disposizione alcun mezzo, come non avrebbe messo a disposizione, successivamente, le risorse per mantenere fede agli accordi. Nei fatti, il governo non ha contribuito al successo del dialogo, né all’inizio delle negoziazioni, né al loro termine. La Commissione di Pace si è sempre lamentata di non avere a disposizione mezzi di trasporto e di dover spesso rinviare gli incontri programmati per mancanza di veicoli. Dopo la smobilitazione, furono il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUS) ed il governo canadese, e non il governo Alemán, a finanziare alcuni progetti previsti dagli accordi: la cooperativa di taxi e la costruzione di case. Sia prima che dopo gli accordi, il governo Alemán ha mantenuto una retorica incendiaria nei confronti del FUAC, dando segni dell’abituale sindrome di Alzheimer non appena si è trattato di rispettare gli impegni presi. Fino ad oggi, il governo ha usato il FUAC come argomento per screditare l’FSLN, accusato di manovrare e promuovere il gruppo armato. Senza scartare la possibilità che elementi del Fronte Sandinista abbiamo in qualche momento simpatizzato con il FUAC, più per ragioni economiche che politiche, la pertinente e ben argomentata critica del FUAC nei confronti del vertice dell’FSLN e dell’Esercito lo distanziava nettamente da entrambe le istituzioni. Per molte ragioni, nel 1997, al momento del suo disarmo, il FUAC era solo: una solitudine resa evidente durante il processo di negoziazione e sancita con il patto liberal-sandinista.
La guerra sporca dell’Esercito contro il FUACIl negoziato tra FUAC e governo fu, dall’inizio alla fine, segnato da continue scaramucce provocate da entrambe le parti. Ciò che avrebbe potuto essere un interessante esercizio di pacificazione regionale si trasformò in un incubo per tutti i suoi protagonisti. Nella prima fase della negoziazione, l’Esercito usò le informazioni ottenute dalla Commissione di Pace per tendere imboscate al FUAC. Il 20 aprile 1997, mentre la Commissione di Pace era in viaggio verso il bivio per Labú per incontrarsi con il FUAC, dopo che l’Esercito aveva negato alla commissione sia i mezzi di trasporto per raggiungere il luogo sia la protezione per i membri della stessa, violando il cessate-il-fuoco l’Esercito attaccò il FUAC. Nello scontro restarono sul terreno sei uomini. Era la seconda volta che l’Esercito si comportava così. In quel modo, esso intendeva minare la fiducia del FUAC nei confronti della Commissione e chiudere così il dialogo. La tattica ebbe successo, perché il FUAC si ritirò nelle montagne per un mese senza che la Commissione di Pace riuscisse a ristabilire i contatti.
In varie occasioni, l’Esercito firmava accordi mentre, contemporaneamente, inscenava appostamenti provocatori e simulava imboscate. Dopo gli accordi del 3 agosto 1997, nei quali il FUAC e l’Esercito si divisero le zone di appostamento mutuamente riconosciute, l’Esercito diede inizio a un sospetto movimento di truppe, denunciato da Camilo Turcios in tono di sfida: «L’assedio alle vie che stiamo occupando non ci spaventa. Siamo pronti a rispondere allo stesso modo non appena sparerete il primo colpo, mettendo così in chiaro che non rispettate gli accordi firmati il 3 agosto 1997 alle ore 13. Ho dato istruzioni a tutti i miei uomini, in qualsiasi posto si trovino, di rispondere allo stesso modo in cui verremmo trattati noi, e che sia il popolo poi a giudicare chi ha ragione e chi è da considerarsi colpevole».
Questa strategia arrivò a tale estremo che, durante la cerimonia di disarmo e di consegna di carte di identità ai membri del FUAC, l’Esercito si presentò con un contingente dei corpi speciali, dotati di armi con silenziatore, suscitando un’immediata reazione del FUAC, i cui membri decisero di prendere in ostaggio per tre giorni i membri della Commissione di Pace. I maltrattamenti subiti in quell’occasione dalla Commissione di Pace misero fine alla sua luna di miele con il FUAC, come recita un comunicato del 27 dicembre 1997: «Nonostante il progetto della “pace con giustizia sociale” del FUAC sia in principio molto attraente, condanniamo e rifiutiamo totalmente il trattamento disumano e degradante che alcuni membri del FUAC hanno dato alla Brigata di Disarmo e alla Commissione di Pace, prendendoli come ostaggi durante il processo di disarmo a Labú». Secondo il comunicato, gli ostaggi non solo furono privati della loro libertà, ma durante i tre giorni di sequestro non ricevettero alimentazione e furono sottomessi a costanti vessazioni: accecati con lanterne, spogliati di alcuni averi, minacciati con fucili e granate, ingiuriati. Forse, il FUAC cominciava allora a “perdersi nella collera”...
Promesse non rispettate e l’inizio della fineNelle negoziazioni con il FUAC il governo liberale ha riprodotto il modello dei suoi predecessori, mai trasparenti nel dialogo e negoziato con i gruppi irregolari. La soluzione più frequentemente adottata è stata quella di comprare i dirigenti dei movimenti armati. Altrettanto frequentemente i dirigenti dei gruppi armati si sono “messi in vendita”. Anche il FUAC iniziò a comportarsi nello stesso modo. Sia i membri dell’Esercito sia quelli del FUAC sottovalutarono il ruolo svolto dalla Commissione di Pace, garante della pacificazione, alla quale fu interdetto di dare seguito al compimento degli accordi. Alle spalle della Commissione di Pace, il ministro della Difesa, Jaime Cuadra, si riuniva a porte chiuse con i tre dirigenti del FUAC. Non vi sono elementi che facciano ritenere che durante questi incontri e per questa strada i tre abbiano ottenuto benefici personali, ma quella politica diede senza ombra di dubbio adito a molte speculazioni; in particolare, quella secondo cui lo Stato Maggiore del FUAC ricevette, in quelle occasioni, ricchi bottini che non volle però condividere con i compagni di lotta. In realtà, sia il governo che l’Esercito tentarono di sfruttare al massimo le numerose contraddizioni interne che già allora esistevano nel FUAC.
Per ribadire la strategia di questa “guerra sporca”, le negoziazioni con il FUAC furono completamente diverse da quelle condotte invece con il Fronte Nord “3-80”. Le terre assegnate a quest’ultimo furono previamente pagate e, in seguito, si diede assistenza tecnica agli smobilitati. Al FUAC, invece, furono fatte molteplici promesse mai mantenute: finanziamenti e permessi per una linea di trasporto di 15 camion che mai venne autorizzata, terre che risultavano già occupate da membri della Resistenza che avevano cacciato membri del FUAC, lotti per abitazioni di cui soltanto un centinaio vennero costruite con l’appoggio del PNUS. Altri progetti avrebbero dovuto prendere il via, ma l’assassinio di Tito Fuentes li bloccò.
Il culmine della guerra sporca: tre omicidi mai chiaritiA causa della negligenza e delle promesse non mantenute, lo smobilitato Stato Maggiore del FUAC continuò, tuttavia, a mantenere contatti con i suoi uomini ancora armati, considerandoli il proprio braccio armato capace di garantire il compimento degli accordi. Prima di essere assassinato, Camilo Turcios dichiarò che il FUAC esisteva ancora: «Sì, siamo una Fondazione, ma negli accordi abbiamo firmato che avremmo mantenuto una forza di garanzia. Ma, poiché è da febbraio che non vengono rispettati gli accordi, queste forze si sono riattivate. Perché abbiamo deciso di riprendere le armi? Perché LE ARMI sono l’unico linguaggio che i governi liberali capiscono in tutta la storia. Infatti, non appena siamo tornati ad essere dei civili, ci sono state chiuse tutte le porte. Nessuno più ci riceve». E Tito Fuentes ricalcava: «Stiamo aspettando, ma la pazienza ha un limite. Continueremo a lottare per gli interessi del popolo. Il FUAC non è morto».
Il FUAC probabilmente coltivava piani di espansione sia civile che militare. Gli ultimi ed insoliti vincoli con il controverso banchiere Alvaro Robelo, con il banchiere liberale Haroldo Montealegre e con il governo libico facevano presumere all’inizio di una nuova fase di lotta. Quale e perché?
Quei segnali dirompenti diedero argomenti a chi propugnava lo sterminio totale del FUAC, prima che la situazione sfuggisse al controllo. La “guerra sporca” contro il FUAC culminò, quindi, con l’assassinio, ancora non chiarito e che probabilmente mai verrà chiarito, dei suoi tre principali dirigenti. Tito Fuentes morì dissanguato dopo essere caduto in un’imboscata davanti al cimitero di Siuna. Turcios fu invitato da un ex membro del FUAC ad un incontro al bivio per Boaco, dove fu ucciso crivellato di proiettili: sebbene si tratti di un luogo trafficato e nonostante siano state sparate varie raffiche di AK-47 (dalle iniziali del suo inventore, Andrej Kalashnikov, ndr), la polizia apparve solo otto ore dopo l’omicidio. Damián morì per l’esplosione di un apparecchio ricetrasmittente mentre tentava di mettersi in comunicazione con Marenco. Crimini politici? Una fazione sandinista dell’Esercito approfittò del “semaforo verde” dato dal governo per eliminare i dirigenti del FUAC, attizzare così la tensione a Siuna e mettere in evidenza l’inarrestabile ingovernabilità del paese? Chi stava riattivando il FUAC voleva disfarsi dei vecchi dirigenti perché di intralcio agli interessi dei nuovi “promotori”? Ma, chi stava tentando di riattivare il FUAC: politici, narcotrafficanti, commercianti di legname? Un abile mossa dell’FSLN nel quadro del patto con il governo liberale per eliminare tre problemi con un colpo solo: i bandoleros fastidiosi e critici, destabilizzare il governo e guadagnare un margine di manovra nell’ambito del patto? L’Esercito ha usato degli ex membri smobilitati del FUAC, secondo i quali Camilo stava tradendo, accettando benefici personali in negoziazioni segrete con l’Esercito? O ancora, El Pufe e altri segnalati come autori del crimine non erano affatto degli scontenti dell’ultima ora, ma piuttosto degli infiltrati fin dall’inizio, che da sempre hanno collaborato con i servizi segreti militari? Chissà...
Il Nicaragua non conosce e, probabilmente, mai conoscerà il mondo sotterraneo in cui affondano le radici di questa guerra sporca scatenata contro il FUAC. Ciò che sappiamo, invece, è il risultato della strategia: le commissioni di pace e gli organismi dei diritti umani, nazionali e locali, sono rimasti soli, come voci nel deserto, a battersi per il rispetto della vita e il compimento degli accordi. Altro risultato negativo è il fatto di aver interrotto, eliminando la dirigenza del FUAC e troncando i suoi progetti, un interessante esperimento sociale di reinserimento produttivo di un gruppo armato: sarebbe stata un’esperienza inedita in un Nicaragua che ne avrebbe avuto bisogno. Nel prendere tutta una serie di decisioni controproducenti, il governo è riuscito ad ottenere il peggiore dei risultati: ha perso di mano il controllo dei gruppi armati del Triangolo Minerario.
Risultato della “guerra sporca”: bande armate e paramilitariLe morti di Tito e Camilo non hanno provocato un’affluenza massiccia nelle fila del FUAC, come Marenco e altri probabilmente speravano. I calcoli fatti dall’Esercito erano più precisi ed è probabile che il FUAC avesse ormai raggiunto il limite della propria capacità di reclutamento. Considerata però la quantità di armi nascoste che la guerra ha lasciato e la base sociale che il senso di abbandono alimenta, anche un piccolo gruppo può facilmente destabilizzare un’intera regione.
L’Esercito sa bene che non è facile eliminare il FUAC. Evita di toccare la sua base sociale. Calpestare quel terreno potrebbe far aumentare la violenza, come successe negli anni ’80 con la Contra.  Per minare la base sociale del FUAC, l’Esercito si serve di gruppi paramilitari, la cui organizzazione viene attribuita dagli abitanti del Triangolo Minerario al liberale Vicente Trujillo, presidente del Consiglio Regionale della RAAN. Grazie alla benevolenza della Polizia, sono attivi nella zona i gruppi guidati dall’ex membro del FUAC Cristóbal Martínez e dall’ex membro della Resistenza Ezequiel Medrano, detto Mochila (Zaino, ndr). I due dirigono la cosiddetta Polizia Ausiliare, Polizia Volontaria o Polizia di Campagna. Il gruppo di Cristóbal Martínez si è autonominato Los Justicieros (I Giustizieri, ndr). Così, si è aggiunto un altro anello alla spirale di violenza. Hanno carceri clandestine e i metodi preferiti per condurre le loro azioni sono il sequestro e l’esecuzione immediata. L’intervento inefficace della Polizia Nazionale e la debolezza del sistema giudiziario hanno incoraggiato il ricorso al farsi giustizia da sé, all’insegna di quanto descriveva secoli fa Tucidide dei dintorni delle città greche, dove “il forte faceva ciò che poteva ed il debole soffriva ciò che doveva”. La popolazione si lamenta delle arbitrarietà commesse da questi gruppi, mentre la Polizia insiste nel negare si tratti di paramilitari perché sarebbero controllati istituzionalmente. Questi due gruppi paramilitari e quello di recente costituzione di tale Eugenio Ortega, insieme ai tre gruppi armati che si considerano siano gli eredi del FUAC, fanno in tutto sei gruppi armati, i cui capi e numero di membri si possono vedere nel quadro sotto. I dati sono stati calcolati con l’aiuto di promotori di programmi di sviluppo che, in condizioni di grande insicurezza, si muovono nella zona.
Questi gruppi costituiscono un sistema di giustizia parallelo e fanno sí che i fucili continuino ad essere il motore della mobilità sociale. Sono bande “di montagna”? Qualcuno è un bandolero sociale mentre altri sono mercenari al servizio di commercianti del legname e di narcotrafficanti, veri padroni della regione? I legami di questi uomini armati con i commercianti del legname sono quasi pubblici. L’alleanza tra commercianti del legname e riarmati consente a entrambi di consolidare il proprio potere. È impensabile che un commerciante del legname riesca a sopravvivere in questa zona senza pagare “l’imposta di guerra”, tipica richiesta dei movimenti di questo genere. Ed è altrettanto impensabile che il gruppo armato possa sopravvivere senza il contributo dei padroni del legname. Il libero movimento nella zona ha un prezzo e il fare affari ne ha un altro, non meno elevato. Tutti questi legami costituiscono il groviglio che unisce paramilitari, bande armate legate al FUAC e narcotrafficanti, tutti in lotta per il controllo della zona.
“Riarmati”: semplificazione di una storia tormentataL’appellativo di “riarmati” applicato a tutti questi gruppi risponde ad una facile semplificazione giornalistica oppure ad una tendenziosa costruzione ideologica per fare di una serie di movimenti con motivazioni variopinte un solo fascio. L’ottusa mentalità della polizia e la pigrizia dei giornalisti si sono unite per coniare e diffondere questa etichetta che, però, ignora una storia tormentata. Si definiscono “riarmati” in mancanza di un termine migliore e per sottolineare che i loro dirigenti hanno partecipato, nella Resistenza o nell’EPS, alla guerra degli anni ’80. Tuttavia, si nasconde la giovane età di molti di questi uomini, le diverse caratteristiche dei vari gruppi e il fatto che le condizioni di miseria della zona costituiscono un terreno fertile per qualcosa in più del semplice “riarmarsi”.
I tre gruppi attualmente considerati come FUAC, quello di Marenco, quello di Tinieblas (Tenebre, ndr) e quello di Tyson, sono chiaramente identificati e tenuti distinti dagli altri da parte della popolazione di Siuna. Tyson e Tinieblas reprimono i contadini che invece si sentono ben trattati da Marenco. La polizia asserisce che sia cosí perché si sono suddivisi il lavoro: Marenco gestisce i rapporti con la base sociale, Tinieblas affronta la polizia e Tyson commette i crimini più feroci. Esistono anche altre differenze: quella fondamentale è data dal fatto che Marenco sostiene un principio sociale, eredità della sua formazione sandinista e dell’impronta che Camilo Turcios aveva dato al FUAC. Anche Tyson sostiene un principio: quello delle armi, che in una zona come Siuna mantiene sempre una certa attrazione. Non è fuori luogo pensare che vi sia un legame tra Marenco e Tyson. Non sarebbe una novità storica che il bandolero nobile e quello iroso e crudele, dedito al terrorismo indiscriminato, convivano nello stesso territorio, o addirittura nello stesso gruppo militare. Succede anche negli eserciti. Quando fu sequestrato il canadese Guarducci, il gruppo di Marenco arrivò addirittura a chiedere la liberazione di Charlie e di El Frijol Mágico (il Fagiolo Magico), riconosciuti entrambi come criminali specializzati nel taglio di teste, macabra afflizione che condividono con Tyson.
I probabili legami tra bandoleros “buoni” e “cattivi”, il massacro della famiglia Montenegro, altri massacri atroci e le imboscate contro le forze dell’ordine, con morti e feriti, hanno compromesso forse definitivamente l’immagine e gli obiettivi del FUAC. Forse si sta già compiendo la legge di Hobsbawm sul bandolerismo sociale: «I bandoleros che non si adattano alle nuove forme di lotta in difesa della causa dei contadini, come di fatto fanno molti di loro a livello individuale, sono bandoleros che smettono di essere i difensori dei poveri per diventare dei semplici delinquenti o per restare al soldo dei partiti politici, dei latifondisti e dei commercianti».
In ogni caso, ciò non solleva il governo dalla responsabilità di aver tradito la propria parola data durante i negoziati per il disarmo. Altresí non scusa l’Esercito per la sua “guerra sporca”. La politica che cerca soluzioni a breve termine, promettendo ciò che non ha o che non è disposta a dare, è assai miope. Ancora più stupido è stato non dare ai bandoleros, una volta disarmati, la possibilità di lavorare e produrre. Ancora più tragico è stato pretendere di costruire la pace su tre omicidi commessi a sangue freddo e tuttora impuniti.
Scheda / FUAC: una cronologia
Non sono molti i documenti di cui si dispone su questo movimento armato: di scritto, come fonte diretta, ci sono pochi comunicati; spesso poco chiare, se non tergiversate, sono invece le cronache giornalistiche; altrettanto scarse le fonti orali, peraltro di difficile raccolta. Ecco, comunque, una cronologia sulla storia del FUAC.

1982
Edmundo Eugenio Olivas Córdoba, nato a Quilalí, dopo aver partecipato alla lotta contro Somoza, entra nella guerriglia salvadoregna dove diventa capo di una colonna delle Forze Popolari di Liberazione (FPL). Un anno dopo è catturato dall’esercito salvadoregno. Rimesso in libertà nel 1984, torna in Nicaragua e rientra nelle fila dell’Esercito Popolare Sandinista (EPS), combattendo su vari fronti di battaglia nella guerra ai contras e raggiungendo il grado di capitano.

Dicembre 1989
Olivas viene scelto per essere inviato a combattere l’esercito degli Stati Uniti che ha invaso Panamá. Alla fine, il governo nicaraguense cancellerà quella missione. I giorni trascorsi a Managua permettono, tuttavia, a Olivas di constatare la vita lussuosa condotta dalla dirigenza del Fronte Sandinista, in contraddizione con gli ideali che essi stessi proclamano.

Agosto 1991
Olivas va in pensione nel quadro del Piano di Licenziamento Numero Due dell’EPS. Alcuni anni dopo, i mass-media diranno che ricevette come indennizzazione due camion, una casa e diecimila dollari. Comincia nel frattempo un graduale processo di reclutamento da parte del FUAC fra gli ex dell’Esercito Popolare Sandinista.

1992
Durante tutto l’anno si succedono operazioni militari di gruppi di “riarmati” in tutto il paese e diversi e ambigui processi di disarmo. Nascono anche nuovi gruppi in armi. Il 30 agosto si ha la prima operazione militare del neonato Fronte Nord “Comandante 3-80”. Decine di ex membri della Resistenza (cioè, la Contra, ndr), gridando slogan a favore di Alfredo César e Arnoldo Alemán, attaccano una cooperativa contadina creata con la riforma agraria, a 25 Km da Matagalpa.

1994
Pilar Lira Tyson, sergente del Sistema Penitenziario, mette in libertà 45 delinquenti che scontavano condanna a Matagalpa e si rifugia con loro nelle montagne del nord. Mesi dopo appare nei territori dove opera il FUAC.

21 febbraio 1995
Il generale Humberto Ortega va in pensione. Era stato accusato dal settore più antisandinista dell’Unione Nazionale di Opposizione (UNO) di complicità con le bande di riarmati e smobilitati dell’esercito.

10 marzo 1995
L’esercito dà per concluso un piano militare iniziato nell’ottobre del 1994, che ha portato alla disarticolazione di 101 bande di delinquenti armati e all’arresto di 3.022 uomini. In quel mentre, il FUAC è già operativo nel Triangolo minerario, nel Kilambé e in altri punti del dipartimento di Jinotega.

Aprile 1995
La CORNAP, istituzione creata dal governo Chamorro per privatizzare gli attivi dello Stato durante il governo sandinista, rende noto che su 351 imprese statali ne sono già state privatizzate 345, fra le quali alcune molto redditizie, come le miniere d’oro e i complessi turistici. Le operazioni di vendita producono entrate per 195 milioni di córdobas. Periti indipendenti stimano che le imprese siano state vendute ad un prezzo 14-20 volte più basso del loro valore reale. Mentre si consuma quella che alcuni chiamano “la piñata chamorrista”, gli ex dell’EPS e della Resistenza aspettano che siano loro assegnate e riconosciute legalmente le proprietà con le quali devono essere indennizzati.

26 maggio 1995
Olivas denuncia al Centro Nicaraguense per i Diritti Umani (CENIDH) di Managua persecuzioni contro la sua persona: detenuto, sarebbe stato interrogato da agenti di polizia che lo avrebbero minacciato di farlo sparire con tutta la sua famiglia in qualsiasi momento, essendo pedinato da oltre una quarantina di veicoli ed avendo collezionato la polizia un album di fotografie sui suoi spostamenti. Olivas sarebbe stato costretto, infine, a firmare una dichiarazione sulle sue responsabilità di capo di quello che la polizia chiama Movimiento terrorista Fronte Unito “Andrés Castro”. Olivas denuncia che molti compagni ritiratisi dall’Esercito sono oggetto di identiche minacce.

Ottobre 1995
Il CENIDH denuncia che le 1.538 persone assassinate nelle zone rurali a partire dal cambio di governo del 1990 fino al dicembre del 1994 non sono imputabili unicamente ad atti delinquenziali e segnala che alla radice di molte di queste morti c’è l’inadempienza delle promesse fatte dal governo ai reduci dell’EPS e della Resistenza. Olivas, già rifugiatosi nelle montagne del Triangolo Minerario, adotta lo pseudonimo di Camilo Turcios. Il FUAC rivendica la legalizzazione delle terre, il miglioramento della rete viaria e la creazione di un dipartimento (cioè, una provincia, ndr) riunendo i municipi del Triangolo Minerario, l’installazione di energia elettrica a Siuna, Bonanza, Rosita e in altre tredici comunità di Siuna, la costruzione di ospedali in ogni municipio del Triangolo Minerario, credito per la produzione agricola e per il  miglioramento dell’allevamento e la creazione di Poli di Sviluppo, sempre nel Triangolo Minerario.

Giugno 1996
Quattordici partiti politici chiedono al Consiglio Supremo Elettorale (CSE) di sospendere le elezioni a Matagalpa e Jinotega finché persista l’attività dei riarmati. In questi due dipartimenti vota il 17% dell’elettorato nazionale e vari gruppi paramilitari attivi nella zona, considerati ramificazioni del Fronte Nord “3-80”, fanno propaganda armata e reprimono i dissenzienti nel nome della Alleanza Liberale, la coalizione che si candida a governare. Fallisce un primo tentativo di negoziazione fra il FUAC e il governo Chamorro. Il FUAC abbandona le enclavi e si nega al dialogo con la Commissione di Pace, composta da membri dell’esercito e funzionari del governo. Sebbene a Managua compaiano scritte murali inneggianti al FUAC durante la campagna elettorale, lo stato di abbandono in cui si trova il Triangolo Minerario fa sì che il FUAC non faccia notizia e il governo non senta alcuna necessità di smobilitarlo.

17 aprile 1997
Dopo l’avvento al governo di Arnoldo Alemán, prende forma una nuova Commissione di Pace nel Triangolo Minerario. La integrano Vicente Trujillo, delegato del governo ed ex membro della Resistenza, le suore cattoliche Sandra Price e María Lourdes Camargo, Douglas González dell’agenzia di sviluppo evangelica CEPAD e María Isabel Salgado del Centro per i diritti umani della Costa Atlantica (CEDHECA).

20 aprile 1997
L’esercito attacca una colonna del FUAC al bivio per Labú, in cui questa doveva riunirsi con la Commissione di Pace. L’imboscata provoca la morte di quattro persone e il ferimento di altre quattro. In precedenza, sia il sindaco che l’esercito non avevano offerto alcun mezzo di trasporto alla commissione e avevano declinato ogni responsabilità circa la sorte dei suoi componenti.

29 maggio 1997
È un mese di forti tensioni. L’esercito minaccia di lanciare un’operazione di “pulizia” mentre il governo si offre di comprare le armi del Fronte Nord “3-80”, verso il quale ostenta un atteggiamento compiacente. La Commissione di Pace visita quotidianamente ma infruttuosamente varie comunità montane, alla ricerca di un contatto con il FUAC. Per farlo, ricorre a mezzi di trasporto pubblico perché nessuna istanza governativa le offre mezzi di trasporto. Le comunità si lamentano della escalation di violenza: operazioni dell’esercito e persecuzioni del Fronte Nord “3-80”. Le denuncie provengono da cooperative agricole prossime alla riserva forestale BOSAWAS (dalle iniziali di BOcay-SAslaya-WASpuk, ndr), base sociale del FUAC. Quest’ultimo minaccia di eliminare il Fronte Nord “3-80”, le cui forze non si stimano superiori ai 250 uomini.

30 maggio 1997
Il Fronte Nord “3-80” firma gli accordi per la sua smobilitazione.

11 giugno 1997
La Commissione di Pace si riunisce con Ramiro, membro dello Stato Maggiore del FUAC, a Labú. Il FUAC scende ripetutamente dalle montagne per “ripulire” la strada Siuna-Mulukukú dalle bande di delinquenti che operano nella zona, sostenendo di essere obbligato a esercitare tale ruolo di fronte alla latitanza dell’esercito e della polizia.

23 maggio 1997
Con 20 giorni di ritardo, si realizza effettivamente la smobilitazione del primo contingente del Fronte Nord “3-80”: 27 riarmati, che operavano nel dipartimento di Chontales, consegnano le armi.

27 giugno 1997
Riunione della Commissione di Pace con lo Stato Maggiore del FUAC a Labú. Alla riunione partecipa il dirigente di quest’ultimo Tito Fuentes.

3 agosto 1997
FUAC e Commissione di Pace, organismi di diritti umani e rappresentanti del ministero della Difesa, si riuniscono a Labú. I negoziatori non arrivano ad alcun accordo. Il FUAC chiede al governo di ascoltare le richieste della popolazione prima di parlare di disarmo e smobilitazione. Il governo si dice disposto invece a negoziare esclusivamente con i rappresentanti dello Stato Maggiore del FUAC. Le tensioni aumentano con l’arrivo nella zona di truppe speciali dell’esercito.

10 agosto 1997
L’esercito cede al FUAC il controllo della strada Siuna-Mulukukú. Camilo Turcios e Tito Fuentes si incontrano con il tenente-colonnello Leonardo Guatemala a Tadazna e concertano una riunione con il ministro della Difesa per il 18 agosto.

18 agosto 1997
Il ministro della Difesa, Jaime Cuadra, propone a Camilo Turcios di riunirsi il 21 agosto a Matagalpa.

28 agosto 1997
Il FUAC sequestra per quattro ore il sindaco di Cuá-Bocay esigendo la riparazione della strada, richiesta condivisa da tutti i cittadini di quel municipio.

8 ottobre 1997
Riunione dello Stato Maggiore del FUAC con il ministro e il vice-ministro della Difesa a Managua. Vengono stabilite le zone di pace e le enclavi che rimarranno libere dai militari, nelle quali il FUAC potrà muoversi liberamente. Il FUAC chiede di conoscere il protocollo relativo alla smobilitazione del Fronte Nord “3-80”.

27 ottobre 1997
Il FUAC consegna al governo una lista di richieste. Il ministero della Difesa sospende i negoziati di fronte al rifiuto del FUAC di presentare un calendario di disarmo. Il FUAC chiede che al momento della consegna delle armi siano consegnate carte di identità agli smobilitati, richiesta peraltro normale in tutti i processi di smobilitazione.

7 novembre 1997
Riprendono i negoziati fra FUAC e governo. Il presidente Alemán annuncia in pompa magna che tale negoziazione porrà definitivamente fine alla spirale di violenza che interessa il nord del Nicaragua. Secondo l’esercito, fra morti e feriti, l’attività di tutti i gruppi di riarmati ha causato 1.269 vittime fra il 1991 e il 1996. Per il presidente Alemán si tratta di un passaggio decisivo: poter dimostrare di aver raggiunto una maggiore governabilità del paese, può far aprire le porte dell’iniziativa HIPC per la riduzione del debito estero nicaraguense.

4 dicembre 1997
Governo e FUAC firmano un accordo per la smobilitazione di 440 membri del FUAC, ai quali vengono concessi amnistia, terre e progetti a lungo termine per lo sviluppo della zona. Il documento prevede di mantenere un gruppo di uomini armati per garantire il compimento degli accordi. 120 uomini consegnano le armi a Jinotega di fronte al ministro della Difesa, Jaime Cuadra.

12 dicembre 1997
Il FUAC si rifiuta di deporre le armi se prima non diventa effettiva la consegna delle terre promesse.

21 dicembre 1997
A Labú smobilita un contingente di 210 uomini del FUAC. Un improvviso dispiegamento di forze dell’esercito viene interpretato dal FUAC come una minaccia di attacco. Il FUAC apre il fuoco e prende in ostaggio per tre giorni i membri della commissione di Pace. All’origine di questa crisi c’è la decisione dell’esercito di utilizzare un contingente di truppe speciali dotato di armi con silenziatore durante la consegna dei documenti di identità agli uomini del FUAC.

25 dicembre 1997
Nasce la Fondazione “Andrés Castro” e smobilitano Camilo Turcios, Tito Fuentes e Damián, i tre membri dello Stato Maggiore del FUAC. Solo José Luis Marenco si mantiene in armi con un piccolo gruppo, stimato in 94 uomini, per garantire il compimento degli accordi.

30 settembre 1999
Passano due anni, durante i quali il FUAC sembra sparito dalla scena, mentre si accumulano le inadempienze degli accordi sottoscritti per la smobilitazione. La debolezza militare del gruppo ancora in armi, frena la capacità negoziale del FUAC. Nel tentativo di rompere questa impasse, il gruppo guidato da José Luis Marenco sequestra il soldato nicaraguense Orlando Rocha Sánchez e Manley Guarducci, cittadino canadese e ingegnere della compagnia mineraria canadese HEMCO (Hunt Exploration and Minning Company), che opera a Bonanza grazie alle concessioni ottenute durante il governo di Violeta Chamorro. L’azione suscita scalpore in tutto il paese. Il gruppo del FUAC dichiara che la sua intenzione era solo quella di sottrarre esplosivi dalla miniera ma, vistosi sorpreso dall’esercito, sostiene di aver preso due ostaggi per evitare di essere attaccato.

3 novembre 1999
Guarducci e Rocha vengono liberati a seguito di negoziati nei quali Camilo Turcios e il CENIDH fanno da intermediari. Secondo la HEMCO, non sarebbe stato pagato alcun riscatto per la vita dei due.

2 gennaio 2000
Alejandro Navarro Guevara, alias Tito Fuentes, pienamente dedito ormai alla realizzazione di progetti di sviluppo finanziati dal Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, è assassinato in un’imboscata tesa da tre uomini di fronte al cimitero di Siuna. Il CENIDH denuncia come autori diretti dell’assassinio due ex della Resistenza, Justiniano Treminio El Veloz e Adolfo Sánchez El Chaparro (il Piccolino, ndr), nonché due ex membri del FUAC, Guadalupe Montenegro e Cristóbal Martínez. Il  CENIDH denuncia nel suo rapporto annuale il coinvolgimento dell’esercito in questo omicidio. L’esercito ha mantenuto un totale silenzio fino ad oggi.

21 gennaio 2000
Attentato alla vita di Guadalupe Montenegro, ex membro del FUAC, che viene ricoverato in ospedale e quindi posto sotto custodia per due mesi all’interno del commissariato di polizia di Siuna. Montenegro accusa Camilo Turcios e  Osmán Ulises López, alias Sargento (il Sergente, ndr) di essere coinvolti nel tentato omicidio. Montenegro si era appropriato di un appezzamento di circa 125 ettari situato a Waspado, ceduto al FUAC per insediarvi una cooperativa di 60 soci. Quella terra è reclamata da Humberto Ruiz Pérez, anch’egli ex del FUAC, a nome di varie  cooperative di El Hormiguero.

13 marzo 2000
José Francisco Moncada Calderón, alias Damián, e López/Sargento si recano presso gli uffici dell’Organizzazione degli Stati Americani a Managua per dichiarare di temere per la propria vita. Il CENIDH sollecita la protezione della polizia per Damián, senza ottenere risposta.

15 marzo 2000
Camilo Turcios è assassinato al bivio per Boaco. Doribel Cáceres, sua moglie, sopravvissuta all’imboscata, identifica come autore materiale dell’omicidio Franklin Teodoro Hernández Granados, noto come El Pufe, dall’acronimo di Piccole Unità di Forze Speciali dell’EPS, di cui faceva parte negli anni ’80. Anche El Pufe è uno smobilitato del FUAC. In una tasca di Turcios viene trovata una minaccia di morte diretta da Justiniano Treminio El Veloz a Sargento.

30 marzo 2000
Il CENIDH consegna al generale di brigata Roberto Calderón e alla commissaria generale Eva Sacasa un rapporto sugli omicidi di Tito Fuentes e Camilo Turcios, sperando di dare luogo ad indagini sul possibile coinvolgimento in tali crimini di due maggiori e di un tenente dell’esercito, un capitano della polizia e del delegato del governo nella RAAN, Vicente Trujillo. La denuncia non ha, tuttavia, alcun seguito e resta sepolta nei cassetti del tribunale di Siuna. Il generale Javier Carrión, capo dell’Esercito, dichiara di aver ricevuto minacce di morte dopo l’omicidio di Camilo Turcios.

5 maggio 2000
López/ Sargento viene recluso nel carcere di Puerto Cabezas, sulla Costa Atlantica.

15 maggio 2000
Moncada/Damián è eletto presidente della Fondazione “Andrés Castro” in sostituzione di Camilo Turcios.

16 maggio 2000
Il gruppo di Tyson uccide e decapita José Alfredo Lumbí, considerato un informatore della polizia. Lumbí reclamava come proprie le terre assegnate ad una cooperativa di ex membri del FUAC, presieduta dal citato Humberto Ruiz Pérez, sessantenne smobilitato già nel 1997.

18 maggio 2000
López/Sargento è rimesso in libertà. Alle due del pomeriggio, nella comunità di Waspado, un gruppo armato brucia la casa e massacra la famiglia di Guadalupe Montenegro. Sette i morti, fra cui la moglie, la suocera, un figlio e un cognato di Montenegro. Il gruppo artefice della mattanza, composto da 10 uomini di un sedicente Comando Generale “Carlos Ulloa”, è capitanato da Lucas Martínez, alias Jamaica, luogotenente di Tyson. La polizia insinua che Sargento sia legato al massacro.

2 giugno 2000
Lira Tyson è accusato di aver partecipato al massacro della famiglia di Guadalupe Montenegro e di aver personalmente decapitato la moglie di quest’ultimo. Montenegro accusa Tyson e Humberto Ruiz Pérez di essere gli esecutori del massacro. Ruiz ricorre al CENIDH per denunciare tali accuse come pretesto per futuri attentati contro di lui. Secondo la polizia, Ruiz si ritira sulle montagne con un gruppo di 15 uomini. Nel Triangolo Minerario arriva un ulteriore contingente di 350 soldati per combattere le bande di delinquenti e i resti del FUAC, fra i quali l’esercito non fa distinzione.

3 giugno 2000
Martínez/Jamaica muore in uno scontro con l’esercito.

5 giugno 2000
Vilma Núñez de Escorcia, direttrice del CENIDH, è accusata dal ministro degli Interni René Herrera di legami con José Luis Marenco e di avere ostacolato la liberazione di Manley Guarducci. Simultaneamente, Guadalupe Montenegro, ex membro del FUAC protetto dalla polizia, accusa la stessa Núñez di aver ricevuto denaro per il riscatto di Guarducci. Il consolato canadese e l’impresa HEMCO insorgono in difesa di Vilma Núñez, sottolineando il suo importante ruolo di mediazione ai fini della liberazione di Guarducci e smentiscono nuovamente di aver pagato alcun riscatto.

4 giugno 2000
Il capo dell’Esercito Javier Carrión rifiuta una proposta di amnistia per i riarmati del Triangolo Minerario presentata dalla Commissione dei Diritti Umani dell’Assemblea Nazionale. Continuano le operazioni militari.

1 luglio 2000
Uno dei fermati per il massacro della famiglia Montenegro identifica come partecipanti alla stessa due figli di Humberto Ruiz e tale Juan Guaba. La polizia spicca un ordine di cattura per Damián.

2 settembre 2000
Nella comunità di Casa Vieja, a 20 chilometri da Siuna, Damián muore a seguito dell’esplosione di un ordigno nascosto in un apparecchio radio con il quale stava cercando di mettersi in comunicazione con José Luis Marenco. In quel momento, Moncada Calderón era in compagnia di Tripolín (noto anche come Juan Guaba), Cherepo ed El Chino, usciti illesi dall’attentato.

15 settembre 2000
Il FUAC accusa la Direzione di Informazioni per la Difesa per l’assassinio di Damián. Il comunicato è firmato da Robin, Halcón (Falco, ndr), Tiniebla, El Caminante e José Luis Marenco.

19 settembre 2000
Dopo vari giorni di ricerche, la polizia trova il cadavere di Damián.

25 novembre 2000
A seguito delle denunce del CENIDH alla Corte Suprema di Giustizia viene destituito il giudice unico di Siuna, Cristino Aguilar, soprannominato Cinco mil pesos perché tale pare fosse la richiesta per garantire un iter giudiziario soddisfacente per il cliente... Aguilar è accusato di aver ritardato le indagini sull’omicidio di Tito Fuentes.

Gennaio 2001
Il CENIDH pubblica il suo Rapporto Annuale, in cui documenta le circostanze, le procedure usate e il coinvolgimento di varie persone in quelle che definisce «tre morti annunciate», in riferimento ai tre dirigenti dello Stato Maggiore del FUAC, Tito Fuentes, Camilo Turcios e Damián. Annunciate, si argomenta nel Rapporto, perché nei mesi precedenti il loro omicidio i tre avevano denunciato al CENIDH, in varie occasioni e con prove, la persecuzione, la detenzione e le minacce di morte che in modo reiterato erano state rivolte loro da membri della Direzione di Informazione per la Difesa (DID) e del servizio segreto militare. La prima denuncia presentata al CENIDH dai tre dirigenti è datata 23 novembre 1998, un anno dopo la smobilitazione e poco più di un mese prima dell’assassinio di Tito Fuentes. Un ex maggiore dell’esercito, che preferisce restare anonimo, conferma che il piano per liquidare i principali dirigenti del FUAC era a quel tempo già in marcia. Tutte le fonti consultate dal CENIDH nelle sue investigazioni coincidono nel segnalare come coinvolti in questi piani uomini dell’esercito e della polizia che si sarebbero avvalsi di Justiniano Treminio El Veloz, di  Adolfo Hernández Sánchez El Chaparro – entrambi ex della Resistenza –, di Guadalupe Montenegro, ex del FUAC, e di Cristóbal Martínez,  capo di un gruppo paramilitare. Principale ideatore del piano sarebbe Vicente Trujillo, presidente del Consiglio Regionale della Regione Autonoma dell’Atlantico Nord. Nonostante nel Rapporto Annuale del CENIDH siano dettagliati i molti indizi della negligenza della polizia nelle indagini sui tre crimini e del coinvolgimento dell’esercito nelle morti – del resto, ad esso rimanda il ricorso a metodi assai sofisticati e il fatto che gli esecutori materiali dei crimini fossero persone con formazione militare professionale, dotate delle risorse tecniche per portare a termine la missione – l’esercito e la polizia non solo non hanno fatto alcun passo avanti nelle indagini, ma hanno osservato il silenzio sul contenuto del Rapporto del CENIDH.

Aprile-giugno 2001
A seguito dell’assassinio di cinque persone di una famiglia liberale di Siuna, il presidente Arnoldo Alemán con retorica elettoralista accusa del crimine l’FSLN ed insinua che le azioni armate di Siuna rientrino nella strategia elettorale dell’FSLN. Il FSLN nega decisamente. Il governo ordina una nuova operazione militare nel Triangolo Minerario. Retorica e misure militari aggravano la situazione di insicurezza a Siuna. In maggio e giugno, il presidente Alemán persiste nella sua assurda campagna, volta ad incutere paura nell’elettorato di fronte alla prospettiva di una vittoria dell’FSLN.

2 luglio 2001
Alemán dichiara di aver ricevuto, quella mattina, varie minacce telefoniche da parte di membri del FUAC. In meno di 24 ore la polizia scopre che le chiamate erano state fatte da un giovane con disturbi psichici.