«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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NICARAGUA / Prima che sia troppo tardi

Mentre il regime ricorre a pretestuosi strumenti legali per giustificare la crescente repressione e, così, preparare la sua campagna elettorale, nel cielo della politica aleggia un progetto di Nicaragua post-voto in cui Ortega resterebbe altri cinque anni al potere, grazie ad una tacita alleanza con un settore economico e politico nazionale. Resta da vedere se, in questo contesto, l'opposizione sarà, da sola, in grado di raggiungere la necessaria unità di azione per bloccare questo disegno; o se sarà necessaria la pressione della maggioranza sociale azul y blanco per convincerla in tal senso. Prima che faccia notte…
Settembre, il cosiddetto “mese della patria”  perché il 15 si commemora l’indipendenza dalla Corona Spagnola – ha dimostrato che il regime è determinato a fare di tutto per restare al potere dopo le elezioni fissate per il 7 Novembre 2021, ma ancora incerte. Due le armi a sua disposizione: la repressione e la divisione delle fila dell’opposizione. Il regime reprime per intimidire e logorare, mentre favorisce divisioni per demoralizzare l’opposizione e spegnere la speranza; confidando che la paura e la disperazione si traducano in astensione. Ortega sa bene che una massiccia partecipazione popolare al voto, con standard minimi di credibilità del processo elettorale, lo manderebbe a casa.

Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

In Settembre, la dittatura ha deciso di dare sfogo, senza pudore, ai suoi piani repressivi. Ripercorriamo la successione degli eventi.
Il 2 e 9 Settembre, Ortega ha commemorato con ostentazione i 41 anni dalla creazione dell'Esercito e della Polizia. Nei discorsi tenuti in quelle due date, ha ribadito che i due corpi armati rappresentano i «fondamentali» punti di forza del suo potere, sottolineando come segno indelebile la loro origine: «Esercito Popolare Sandinista e Polizia Sandinista».
Tuttavia, sfidando la repressione e cogliendo di sorpresa le forze repressive del regime, nella notte fra il 7 e l'8 Settembre su muri, lampioni e reti di circa un centinaio di Comuni, sono apparsi manifesti raffiguranti il volto di Ortega e lo slogan “¡SE VA!” (cioè, se ne va, ndr). Alleanza Civica ha rivendicato il successo dell'operazione clandestina, salutata anche dall'Unione Nazionale Azul y Blanco e da tutta l’opposizione sociale. Si è trattato della prima azione coordinata di queste dimensioni dopo le manifestazioni di massa del 2018.
La caccia agli oppositori è partita immediatamente. Case perquisite e sotto assedio poliziesco per diversi giorni, persone catturate e altre agli arresti domiciliari, aumento del numero di prigionieri politici, alcuni dei quali processati, altri rilasciati nei giorni successivi dopo minacce e percosse.
Il giorno dopo l'audace operazione, il 9 Settembre, a San José di Costa Rica, si è riunito il cosiddetto Tribunale della Coscienza, con giurati di alto profilo internazionale, per giudicare 18 casi di violenza sessuale perpetrati dalle forze repressive del regime durante l'insurrezione civica del 2018 e subiti da 11 donne e 7 uomini. La speciale “corte” ha emesso la sua sentenza l'11 Settembre, dichiarando che la tortura sessuale è praticata «sistematicamente» dallo Stato di Nicaragua, ritenuto di conseguenza responsabile di «crimini contro l'umanità».
Quest’ultimi due eventi hanno avvisato il regime che la fiamma di Aprile è ancora viva e che gli occhi della comunità internazionale vigilano sulle violenze verificatesi dopo quella data. 

Atroce crimine sessista

Il 13 settembre, nella comunità di Lisawe, municipio di Mulukukú, nella regione Caribe Norte, un uomo ha violentato e poi ucciso a colpi di machete una dodicenne alla presenza della sorella di quest’ultima, di soli nove anni, che poi è stata anch’essa violentata e uccisa. La madre, sola a capo di una famiglia in condizioni di estrema povertà, è scoppiata in lacrime davanti alle telecamere di una tv indipendente, affermando che in ben due occasioni la maggiore delle sue figlie era stata violentata e che, dopo entrambi i fatti, lei aveva sporto denuncia cui, però, la polizia non aveva dato seguito: «Si sono messi a indagare su di me, come se la colpa fosse mia», ha dichiarato mestamente. Un crimine atroce che rivela la totale mancanza di protezione in cui sopravvivono tante persone nelle zone rurali del Paese, dove essere bambina e donna significa vivere in costante pericolo.
Il 14 Settembre, nel suo tradizionale monologo di mezzogiorno, la vicepresidente Murillo ha annunciato che, rattristati da questi fatti, Ortega aveva dato «indicazioni» alla Corte Suprema di Giustizia di riformare la legge introducendo la pena dell'ergastolo per quei «crimini che possono essere definiti di odio», ovvero «crimini contro l'umanità», fingendo di non sapere che il crimine contro delle bambine non è frutto di “odio”, ma una crudele espressione di assassinio nel quadro di una violenza sessista e che i crimini contro l'umanità sono commessi solo dallo Stato. Ignorando, inoltre, che questo tipo di crimini non si evitano aumentando il rigore della pena, ma grazie a efficaci sistemi di prevenzione e con modelli educativi inclusivi, come quelli proposti e praticati da molti anni dalle coraggiose organizzazioni di donne nicaraguensi, impegnate nell’affrontare la pandemia del maschilismo che affligge il Paese da sempre.

Ergastolo per i “figli del diavolo”

Tuttavia, il 15 Settembre, Giornata dell'Indipendenza, è apparso chiaro quale fosse l'obiettivo dell'iniziativa legislativa del presidente. Quel pomeriggio, il regime ha chiamato a raccolta gli attivisti della Gioventù Sandinista per ricordare gli eventi di quasi duecento anni fa, quando l'America Centrale si liberò dal giogo della Corona spagnola. In tale circostanza, Ortega ha lanciato il suo discorso, forse, più aggressivo dal Luglio 2018 contro coloro che si sono ribellati contro il suo regime nell’Aprile 2018: «Non hanno anima, non hanno cuore, non sono nicaraguensi, sono figli del demonio, sono figli del diavolo e sono pieni di odio. Questo è ciò che distillano: odio, odio, odio. Sono criminali, codardi e si sentono intoccabili perché hanno avuto un'amnistia. Ma non ce ne sarà un’altra, il popolo chiederà loro conto!», ha affermato con foga oratoria.
In tal modo, confermando l'annuncio fatto dalla vicepresidente, ha chiarito che i "crimini d'odio" che intende punire con l'ergastolo saranno quelli commessi dall’opposizione che resiste alla sua dittatura.
Quindi, il 16 Settembre, la vicepresidente ha lanciato nuove minacce: «Orgogliosi, vanitosi, superbi, terroristi, bugiardi, ipocriti, traditori, asserviti. Ora fingono di essere grandi democratici. E, invece, cosa sono? Assalitori, ladri, criminali, terroristi, malvagi. Sono serpenti», ha affermato, alzando così il livello di intimidazione con cui Ortega sta preparando il suo scenario elettorale per favorire l'astensione dell’opposizione azul y blanco

Carcere e confische per gli “agenti stranieri"

Il 22 Settembre si è appreso, quindi, che i deputati orteguisti nell'Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale, ndr), avrebbero discusso un disegno di legge di “regolamentazione degli agenti stranieri”. In nome della sovranità nazionale, il disegno di legge definisce agente straniero qualsiasi «persona naturale o giuridica, nicaraguense o di altra nazionalità, che all'interno del Nicaragua, riceva fondi, beni o qualsiasi oggetto di valore proveniente, direttamente o indirettamente, da governi, agenzie, fondazioni, società o associazioni straniere di qualsiasi tipo e natura che siano, che lavori, riceva fondi o risponda ad organismi che appartengono o sono controllati , direttamente o indirettamente, da governi o entità straniere».
Tali persone dovranno «registrarsi» presso il governo, che indagherà sulla loro attività e procederà a vietare la ricezione di tali fondi. Inoltre, coloro che sono identificati come agenti stranieri non potranno aspirare a candidarsi per incarichi pubblici mediante elezione o ricoprire qualsiasi incarico pubblico, divieto che rimarrà in vigore, anche in caso di rinuncia ai fondi, fino a un anno dopo la fine del rapporto di collaborazione con l'agenzia di cooperazione. Il disegno di legge annuncia anche la confisca di beni immobiliari e conti bancari di quanti venissero comprovati essere «agenti stranieri».
In Nicaragua, sono innumerevoli, come lo sono stati negli ultimi quarant'anni i progetti di sviluppo, culturali, sociali, educativi, sanitari, formativi, nel campo della comunicazione e della ricerca, a favore dei diritti umani, dell’infanzia, delle donne, degli imprenditori... che sono stati totalmente sostenuti da risorse della cooperazione esterna. Qualora venisse approvato, questo disegno di legge, inaudito nella sua portata, per la sua formulazione aperto alla totale discrezionalità della dittatura, significherebbe un colpo strategico a tutte le organizzazioni della società civile, contro ogni opposizione e contro le libertà pubbliche.

Come in Russia

Secondo l'International Center for Not-for-Profit Law (ICNL), istituto di fama internazionale specializzato nell'analisi del quadro giuridico in cui operano le organizzazioni non governative in tutto il mondo, «il disegno di legge in Nicaragua segue la stessa tendenza che abbiamo analizzato in altri Paesi quali Russia, Ungheria, Ucraina e Kirghizistan, che hanno introdotto restrizioni legali per l'accesso a fondi stranieri delle organizzazioni della società civile, con una legislazione che tipifica quanti ricevono cooperazione internazionale come “agenti” dei loro donatori e impone requisiti stigmatizzanti e onerosi con severe sanzioni in caso di violazioni tecniche».

Terrorismo fiscale e censura di stampa

In questa smisurata escalation per punire e/o intimidire l’opposizione per assicurarsi la vittoria elettorale, la repressione di Ortega ha assunto anche forme di terrorismo fiscale. Il 2 Settembre, Victoria Cárdenas, moglie di Juan Sebastián Chamorro, direttore esecutivo di Alleanza Civica, ha denunciato che la Direzione Generale delle Entrate (DGI) pretendeva il versamento di 9 milioni e mezzo di córdobas di tasse non pagate – motivazione definita dall’interessata come priva di fondamento legale –, minacciando di arrestare lei, sua madre e sua sorella – socie di una comune attività immobiliare – in caso di mancato pagamento. La sua denuncia pubblica ha incoraggiato altri imprenditori ad ammettere di essere sotto pressioni del tutto simili.
Secondo un’inchiesta del quotidiano La Prensa, le molestie fiscali si sono generalizzate e il Comune di Managua ha accusato di frode fiscale almeno 200 aziende di diverse dimensioni.
In questo contesto, ha avuto gravi conseguenze per la libertà di informazione il terrorismo fiscale che l'11 Settembre il regime ha applicato a Canal 12, una delle due emittenti televisive – l’altra è Canal 10 – che offrono un’informazione diversa da quella ripetuta dalla mezza dozzina di canali di regime. Tutti i beni di Canal 12 e persino quelli personali del suo direttore, Mariano Valle, sono stati sequestrati, adducendo un debito di 21 milioni di córdobas in tasse non pagate sette o otto anni fa. Il sequestro è avvenuto dopo che l'azienda ha realizzato un costoso investimento in attrezzature tecnologiche per migliorare il suo segnale. Valle ha negato tale debito, sostenendo di essere vittima di un nuovo sequestro, dopo quello patito negli anni ’80.

Populismo elettorale

Con un Paese sull'orlo della depressione economica, il regime moltiplica gli aiuti agli strati più poveri della popolazione in chiave elettorale. I suoi media riportano quotidianamente attività di consegna di cibo o visite mediche gratuite, che i più poveri attribuiscono alla generosità “del comandante y de la compañera”.
In vista della campagna elettorale, l'accento sarà probabilmente posto sull'edilizia sociale, con un programma di intervento pubblico reso necessario dal deficit abitativo che si registra a livello nazionale, irrisolto nei quattordici anni al potere della coppia Ortega-Murillo. La maggior parte delle case sarà costruita a Managua, dove si concentra la popolazione votante. Il sindaco di Managua ha annunciato che entro il 2020 saranno consegnate mille abitazioni ed altre 3 mila lo saranno nel 2021, anno elettorale. Quest’ultime saranno finanziate da un prestito di 171,6 milioni di dollari del Banco Centroamericano de Integración Económica (BCIE) ottenuto di recente da Ortega. Nella preparazione dello scenario elettorale, il regime ha il vantaggio di presentare in senso populistico investimenti pubblici che sarebbe suo obbligo realizzare.
Non meno populistiche, ma assai più pericolose sono le misure, prive di fondamento giuridico, con cui il governo ha concesso il beneficio della convivenza familiare a 23 mila detenuti comuni, che hanno lasciato il carcere a partire dal 2019 e fino allo scorso Settembre. Anche se la maggior parte di essi erano dentro per reati minori, alcuni scontavano condanne per reati gravi. Tra questi, 514 uomini identificati come femminicidi dalle organizzazioni femminili. La libertà di queste persone, che difficilmente possono trovare lavoro in un Paese alle prese con una crescente disoccupazione, sta aumentando l'insicurezza della gente. Pur negando la gravità della pandemia, il regime li ha scarcerati per impedire loro di morire di COVID in carcere, come invece sarebbe accaduto tra il Maggio e il Giugno scorsi secondo testimonianze di altri detenuti. Inoltre, dati i seri gravi problemi di bilancio in cui versa l’amministrazione statale, in questo modo evita di doverli sfamare. Concedendo loro “generosamente” la libertà, il regime spera, piuttosto, di essere ricompensato in termini di voti dagli stessi e dai loro familiari nel Novembre 2021, anche se nessuno può assicurare che ciò avvenga, dato il diffuso malessere anche tra queste migliaia di persone, molte delle quali hanno subito maltrattamenti in carcere.

Moneta di scambio?

Ma le leggi repressive e intimidatorie potrebbero essere anche una “moneta di scambio” in un possibile tavolo negoziale che Ortega dovesse concedere per stabilire con quali riforme elettorali il Paese andrà a elezioni nel 2021. Del resto, è già successo altre volte; anche se scarcerati, i prigionieri politici che sono usciti non sono stati mai “liberati” dalle accuse.
In una lettera del Luglio 2020, il prigioniero politico John Cerna, studente di ingegneria condannato a 12 anni di carcere, racconta dal carcere: «Tra i prigionieri politici hanno dato la “priorità” a 37 del centinaio con problemi sanitari. Siamo stati visitati sotto la supervisione del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Ma, in realtà, si tratta di mera finzione per assicurarsi che siamo “vivi e vegeti”, pronti ad essere scambiati con qualche altra concessione. Ho avuto modo di parlare con l’incaricata della Commissione, che mi ha assicurato di essere venuta su richiesta delle “autorità”».

Un milione e mezzo di voti

Resta da vedere in quali condizioni il Nicaragua arriverà al Novembre 2021. Al momento, l'unica certezza è che la comunità internazionale che sostiene gli appelli alla democrazia del popolo azul y blanco è ancora compatta: la soluzione alla crisi nicaraguense deve passare attraverso elezioni libere e giuste. Ma prima che le elezioni abbiano queste caratteristiche molta strada deve essere ancora fatta, i negoziati saranno difficili e, comunque, non sono ancora iniziati.
Un'altra certezza è che il popolo azul y blanco non ha ancora chiaro cosa fare alle elezioni. Mentre Ortega sta già preparando lo scenario elettorale a lui favorevole, l'opposizione organizzata non ha ancora deciso se unirsi in un sol blocco.
L'esperto elettorale José Antonio Peraza indica il numero di voti di cui l'opposizione avrebbe bisogno per “convincere” Ortega a “lasciare”. Secondo Peraza, «con tutto quello che sta facendo, Ortega potrebbe arrivare a 700 mila voti. A sua volta, l'opposizione azul y blanco deve più che raddoppiare quel numero. Cioè, ha bisogno di ottenere almeno 1 milione e 500 mila voti per conquistare la presidenza e la maggioranza qualificata di 60 seggi in parlamento, perché solo così si possono apportare i cambiamenti che il Paese richiede». Tuttavia, ha proseguito Peraza, se l’opposizione non è forte e unita, ma divisa in due o più opzioni, con quel numero di voti Ortega potrebbe strappare una vittoria che lo legittimi per altri cinque anni al governo. Dal momento che la Costituzione nicaraguense non richiede una percentuale minima per vincere, né prevede il secondo turno, per Ortega sarebbe sufficiente vincere con una percentuale superiore a quella di qualsiasi altra opzione di quelle che lo sfidano. In tal senso, se sono due, meglio per lui e se sono tre, ancor di più…

Un progetto ci sarebbe già…

Sono ormai molte le evidenze, confermate esplicitamente dallo stesso Peraza in un'intervista a Canal 10, che un settore del grande capitale finanziario e imprenditoriale organizzato nell'Alleanza Civica sia riuscito a convincere i giovani organizzati nell'Alleanza Civica ad abbandonare la Coalizione Nazionale per mettersi tutti sotto la bandiera del partito Cittadini per la Libertà (CxL), portatore di un progetto di centro-destra escludente.
Qualora dovesse concretizzarsi la divisione dell'opposizione organizzata, e questa dovesse presentarsi disunita al voto, il popolo azul y blanco che è maggioritario nel Paese, sarebbe costretto a scegliere tra quel progetto e quello includente e progressista della Coalizione Nazionale, cui partecipano l'Unità Nazionale azul y blanco (UNAB) – composta da movimenti sociali e giovanili –, quattro partiti politici, il Movimento Contadino ed altre organizzazioni.
È facile prevedere che la divisione dell'opposizione in due poli, oltre alla repressione – se non dovesse cessare –, contribuiranno all'astensione, che è ciò che auspica Ortega, e farebbe di CxL la sua pedina strategica per restare al potere.

Le elezioni nel COSEP

In questo contesto di incertezze, l'8 Settembre si sono svolte le elezioni interne al Consiglio Superiore dell’Impresa Privata (COSEP). Dopo 13 anni di ripetute conferme al vertice di José Adán Aguerri, rappresentante politico del gruppo Pellas, il maggior gruppo imprenditoriale del Paese, c’erano aspettative sui risultati del voto. A seguito delle pressioni di importanti settori del COSEP, Aguerri aveva deciso di non ricandidarsi. Tuttavia, il voto delle varie camere imprenditoriali – 14 a 8 – non sembra aver provocato un cambiamento sostanziale nei rapporti di forza tra questa organizzazione e il regime di Ortega. Nuovo presidente eletto è l’imprenditore del settore agroesportatore Michael Healy, già vice di Aguerri nei suoi ultimi tre anni alla guida del COSEP. A sua volta, come vicepresidente di Healy, è stato scelto l'imprenditore zootecnico Álvaro Vargas. Entrambi appartengono al settore imprenditoriale dell'Alleanza Civica, oggi incline ad uscire dalla Coalizione Nazionale per porsi sotto l'ala di CxL.
Nelle sue prime dichiarazioni, Healy ha parlato della necessità di raggiungere un “accordo” con Ortega, con ciò suscitando preoccupazione nel popolo azul y blanco. Salvo poi sostenere di essere stato male interpretato e insistere in nuove dichiarazioni sulla necessità di indire elezioni, senza prigionieri politici e con libertà civiche ripristinate. Inoltre, Healy ha definito la legge sugli “agenti stranieri”, che colpisce anche l’impresa privata, come «totalitaria e confiscatoria», avvertendo che essa può «creare un caos gigantesco».
Il panorama politico sarebbe cambiato se avesse vinto la coppia che ha conteso la vittoria a Healy e Vargas: quella composta dal presidente dell'Associazione degli Agrochimici, Mario Hanon, e da Carmen Hilleprandt, presidente della Camera di Commercio, che sembravano offrire maggiori possibilità di rinnovamento del settore imprenditoriale. Prima del voto, Hanon ha proposto a Healy un dibattito pubblico, che quest’ultimo però non ha accettato. Nei fatti, le otto camere che hanno votato per la coppia Hanon-Hilleprandt sono le più grandi per numero di aderenti, che rappresentano il 70% del Prodotto Interno Lordo (PIL) nazionale. Tuttavia, ad essersi imposte sono state le camere di costituzione più recente, create durante la presidenza di Aguerri, che gli hanno assicurato le successive rielezioni e che, si dice, siano quelle ad aver tratto maggiori benefici dal modello corporativo difeso e condotto da Aguerri per almeno un decennio.
Le otto camere che hanno votato per Hanon-Hilleprandt non hanno accettato di entrare a far parte della nuova giunta direttiva del COSEP. I motivi sono stati spiegati da Lucy Valenti, presidente della Camera di Turismo, in un’intervista a La Prensa: «con gli attuali statuti, la giunta direttiva non conta nulla e stare in essa sarebbe servito solo a pubblicare una foto per dire che ne fanno parte anche quelle camere che volevano il cambiamento». Valenti ha lamentato, poi, il maschilismo esistente in parte dell'imprenditoria, evidente a suo dire nel modo in cui lei e Ximena González, presidente dell'Istituto Nicaraguense di Sviluppo (INDE), entrambe promotrici del rinnovamento del COSEP, sono «state ferocemente attaccate e vigliaccamente diffamate con perfidia» da alcuni settori imprenditoriali «che non perdonano alle donne di osare dare la loro opinione ed esercitare la loro leadership». Le tre imprenditrici hanno svolto un ruolo chiave nell’impedire la rielezione di Aguerri. 
A qualcosa è servito. Tuttavia, i primi segnali post-elettorali indicano che Aguerri conserva ancora molto potere. L'esito del voto mostrerebbe che il suo “regno”, in rappresentanza degli influenti “consiglieri” del COSEP, non è terminato.
In realtà, tali rappresentanti del capitale finanziario nazionale non hanno mai voluto scontrarsi con Ortega quando questi, nell'Aprile 2018, ha dimostrato che la sua dittatura istituzionale, con la quale avevano convissuto fino ad allora senza grandi problemi, era anche una dittatura criminale. Soltanto nel Maggio di quell'anno, per la prima e unica volta, si sono ascoltate voci critiche provenienti da questo settore: Carlos Pellas, Roberto Zamora, del gruppo finanziario LAFISE, e Ramiro Ortiz, del gruppo finanziario BANPRO, in dichiarazioni diverse, chiedevano ad Ortega di porre fine alla violenza e convocare elezioni anticipate. Ma, dopo il fallimento del dialogo nazionale, la sanguinosa “operazione pulizia” scatenata in tutto il Paese e l’avvento di uno stato di polizia di fatto, hanno preferito tacere. E quando, in occasione del secondo tentativo di dialogo promosso da alcuni di essi tra Febbraio e Maggio 2019, sono stati derisi dal regime, nemmeno in quell’occasione hanno aperto bocca.
Oggi, nulla fa pensare che cambino la loro strategia accomodante, la loro percezione negativa della leadership politica emersa nell’Aprile 2018 e il loro scetticismo verso le richieste di reali trasformazioni nella politica nazionale che questi nuovi attori avanzano. Piuttosto, essi sembrano propensi ad un accordo politico con il regime che garantisca loro affari e profitti. Per questo, sembrano pronti a sostenere il progetto politico-elettorale di CxL, in nome della stabilità nazionale.
Nel 2013, il consigliere del COSEP Carlos Pellas, proprietario del più grande gruppo imprenditoriale nicaraguense, dichiarò senza esitazione: «Viviamo in un Paese aperto. Qui, tutti sono liberi di muoversi, la stampa è libera di esprimere opinioni e, da questo punto di vista, credo che viviamo in una società aperta». Sette anni dopo, di fronte alla minaccia dell'ergastolo e della legge sugli “agenti stranieri” ripeterebbe quel giudizio?

Il progetto di “atterraggio morbido”

In realtà, ciò cui puntano i consiglieri del COSEP e certi settori imprenditoriali, sotto le ali politiche di CxL, è un “atterraggio morbido” del regime: vale a dire, elezioni con garanzie limitate, che permettano una transizione non caotica, e che garantiscano ad Ortega di restare nel Paese e persino vincere le elezioni, o nel caso le perdesse, di mantenere quote significative di potere economico e politico.
Il grande capitale nazionale avrebbe voluto questa via d’uscita già nell'Aprile 2018, ma ciò era impossibile con l'insurrezione civica nelle strade. Hanno scommesso di nuovo su questa ipotesi nel cosiddetto “dialogo 2.0” del 2019, ma neanche quella volta ci sono riusciti. Tornerà in auge questa opzione nelle prossime elezioni, dopo che la pandemia e tre anni di recessione hanno gettato il Nicaragua in una situazione economica drammatica?
Nel suo blog, l'economista indipendente Nestor Avendaño descrive con realismo il dramma: «In uno scenario ottimale, quando saranno disponibili due o tre vaccini efficaci, da applicare alle persone di tutto il mondo a partire dal 2021, compito che potrebbe durare almeno tre anni secondo gli esperti, in Nicaragua la crescita economica post-pandemia richiederebbe molti anni per soddisfare la definizione moderna di “ripresa economica”. Nel 2020, l'economia nicaraguense retrocederà di otto anni, facendo precipitare la crisi economica in una depressione economica entro la fine dell’anno».

Molti gli interrogativi

Anche se mancano vari mesi al Novembre 2021, lo scenario con poche e limitate riforme del sistema elettorale – cosa assai probabile se l’opposizione negozia in maniera divisa – in cui Ortega competa con due blocchi di opposizione appare oggi quello più probabile. Basterà ciò ad assicurare la vittoria di Ortega e Murillo, o di candidati dietro i quali i due potrebbero celarsi? Con l'opposizione organizzata divisa, sia che vinca o perda l’FSLN, è prevedibile un accordo tra il grande capitale e Ortega, che manterrebbe i suoi soci sempre in una posizione subordinata. E cosa negozierebbero? Se Ortega dovesse vincere, assisteremmo probabilmente ad una versione 2.0 del modello corporativo di “dialogo e consenso” che ha funzionato fino all’Aprile 2018, con pochi cambiamenti, ma nello scenario economico post-depressione descritto da Avendaño. Se dovesse vincere CxL, nella versione 2.0, si ridurrebbe il carico che oggi rappresenta per l'imprenditoria l'attuale riforma fiscale. Le dimensioni dello Stato si ridurrebbero. La distrutta istituzionalità sarebbe in qualche modo ricomposta... Ma nulla di essenziale cambierebbe. Il nuovo patto verrebbe concordato in nome della stabilità nazionale e della pace. E Ortega, naturalmente, cercherebbe di minare “dal basso” il nuovo governo per farlo fallire.
Tuttavia, molti sono gli interrogativi. In primo luogo: le leggi approvate avranno solo uno scopo intimidatorio o qualcuno dell’opposizione sarà davvero condannato all’ergastolo e qualche candidato sarà eliminato dalla corsa elettorale con l’accusa di essere un “agente straniero”?
Come faranno un settore dell'impresa privata e CxL a rendere digeribile per la maggioranza azul y blanco un accordo con Ortega? Molti dubitano che il polo composto da imprenditori e CxL risulti attrattivo per tutta l’opposizione. Di sicuro, potrebbe spingere molti all’astensione. E come reagirà la maggioranza azul y blanco ai lunghi anni di depressione economica che si prospettano senza avere almeno la “consolazione” di essersi sbarazzata della dittatura, sapendo che iniziano altri cinque anni di “atterraggio morbido”?

Cosa aspettarsi dalla comunità internazionale

E come reagirà la comunità internazionale a tale scenario? È probabile che si dica: le elezioni hanno avuto standard minimamente credibili e c’è stata un'adeguata osservazione internazionale; dando così per risolta la crisi iniziata nell’Aprile 2018, dal momento che i nicaraguensi hanno votato; e, dunque, ci si potrà dimenticare del Nicaragua almeno per un po’ di anni. Del resto, di fronte ai tanti conflitti geopolitici, oggi esacerbati dalla prolungata pandemia, per la comunità internazionale è prioritario ridurre le crisi in qualsiasi parte del mondo e ad ogni costo.
Se sarà la divisione dell'opposizione organizzata, la meschinità o gli interessi di alcuni attori nazionali a mantenere Ortega al governo per altri cinque anni, in definitiva sarà responsabilità dei nicaraguensi e non della comunità internazionale. Si vedrà nei prossimi mesi in che misura la posizione della comunità internazionale influirà sulla crisi nicaraguense.In occasione delle celebrazioni patriottiche di Settembre, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha paragonato Ortega a Somoza, bollandolo come «il dittatore contro cui ha lottato tanto tempo fa», aggiungendo che Ortega «ha perso ogni legittimità agli occhi del popolo nicaraguense e della comunità internazionale».

Ultimatum a Ortega?

Quindi, il 25 Settembre, Alfredo César, alleato di CxL, ha reso nota una proposta di risoluzione dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) nei confronti di Ortega, in vista della sua Assemblea Generale di Ottobre. In essa, si intimerebbe allo stesso di avviare negoziati con l'opposizione sulle riforme elettorali al fine di garantire elezioni libere, eque, trasparenti e osservate dalla comunità internazionale per uscire dalla crisi in modo civico. L'ultimatum chiede dieci riforme ritenute essenziali al sistema elettorale nicaraguense, nonché il disarmo dei paramilitari; avvertendo che, qualora non venissero soddisfatte queste condizioni, le elezioni saranno dichiarate illegittime e chiunque le vincesse non sarebbe riconosciuto dall'OSA.

Riforme elettorali: proposta di consenso

Il 22 Settembre, tutte le organizzazioni integrate nella Coalizione Nazionale hanno inviato all'OSA la proposta di riforme elettorali preparata dal Gruppo di Riforma Elettorale. Da una quindicina d'anni, tale gruppo lavora alle riforme necessarie per superare lo sconquassato sistema elettorale, ulteriormente colpito dal patto FSLN-PLC del 2000.
Il testo firmato dalla Coalizione nazionale registra progressi significativi che il PLC finora non aveva accettato. In qualità di seconda forza, il PLC aveva ottenuto dal citato patto il vantaggio di essere presente con propri rappresentanti in tutte le strutture elettorali, ad ogni livello, e in tutti i seggi. Il PLC ha rinunciato a tale privilegio e la proposta firmata prevede che tali incarichi siano resi “civici”, cioè vengano occupati da cittadini scelti a caso nei registri elettorali.
Altri due passi avanti accolgono le rivendicazioni delle nuove forze emerse nella ribellione di Aprile 2018. Il primo riguarda la «flessibilità» nei requisiti perché nuovi partiti possano partecipare alle prossime elezioni. Il secondo, la garanzia che le forze che integrano le alleanze elettorali tra partiti e movimenti sociali e politici possano «in autonomia» decidere «nome, acronimo, bandiera, emblema, rappresentanza legale» e ottenere «una casella elettorale indipendente». La richiesta, infatti, di una propria casella nella scheda elettorale, che riunisca tutta l'opposizione azul y blanco, è considerata prioritaria da parte della UNAB e di altri gruppi nati, o rinati, in Aprile.

CxL e le “agende particolari”

In coerenza con il suo piano alternativo, Ciudadanos por la Libertad non ha sottoscritto la proposta del Gruppo Promotore. Nemmeno il COSEP e gli imprenditori della Camera di Commercio nicaraguense-statunitense (AMCHAM) l’hanno fatto. Segno evidente che il tentativo di dividere l'opposizione organizzata in due blocchi è in marcia. Al contrario, la fondazione FUNIDES (Fundación Nicaragüense para el Desarrollo Económico y Social), think tank dell’impresa privata, sì, l'ha firmato.
Nei fatti, CxL ha partecipato attivamente per mesi al tavolo delle riforme elettorali multisettoriale, in cui l'opposizione organizzata azul y blanco, nel Dicembre 2019, è pervenuta al consenso più ampio e unanime mai raggiunto fino ad allora. Tuttavia, a sorpresa, il 2 giugno 2020, quando il progetto di cui sopra ha cominciato a concretizzarsi, la presidente di CxL Kitty Monterrey ha annunciato l’abbandono di quel tavolo, lamentando l’esistenza di non meglio precisate «agende particolari» con le quali lei non era d'accordo. Lo stesso giorno, il suo progetto è divenuto più chiaro quando ha invitato tutti gli oppositori a riunirsi sotto una nuova proposta “unitaria”, guidata da CxL.

“Questo Paese non è di sinistra”

A non piacere a Monterrey sono proprio i progressi che registra la proposta di consenso firmata da tutte le organizzazioni della Coalizione. Con la rinuncia al privilegio concesso in qualità di “seconda forza”, il PLC migliora la sua immagine, riaccendendo una rivalità nelle fila del liberalismo che dura da quasi vent’anni. Mentre la flessibilità necessaria per creare nuovi partiti e stringere alleanze con minori requisiti è considerata da Monterrey un modo di aiutare a organizzare e rendere visibili i gruppi di origine sandinista, che lei considera di scarso peso politico e che, per di più, sono anche di sinistra: «e questo Paese, per quanto ne so, non è di sinistra», sostiene.

Una lotta patriottica, non ideologica

Uno dei gruppi citati da Monterrey è il Movimento per il Rinnovamento del Sandinismo (MRS). Uno dei suoi leader, Víctor Hugo Tinoco, già viceministro degli Esteri del governo sandinista negli anni '80, espulso da quel partito nel 2005 quando decise di sostenere la candidatura alla presidenza della Repubblica di Herty Lewites, ha così commentato la posizione di CxL: «Se c’è la volontà patriottica, un accordo si raggiunge sempre. Se CxL decidesse di non aderire alla Coalizione Nazionale, sarebbe il peggior errore del signor Eduardo Montealegre e della signora Kitty Monterrey, che sono i veri leader di quella forza politica. Siccome sono persone con esperienza politica, sanno che l'unità è essenziale. Per questo, se CxL se ne andasse per conto suo, ignorando la domanda patriottica di unità, commetterebbe il suo peggior errore».

La volontà patriottica di tanti

La volontà patriottica non manca nel Paese. Lo dimostrano le centinaia di persone di un centinaio di Comuni che, alle prime luci dell’alba, correndo il rischio di essere fermate, hanno incollato manifestini contrari ad Ortega sui muri di tutto il Paese.
Lo dimostra Tania González, letteralmente trascinata in prigione da un gruppo di poliziotti che volevano portarle via le bandierine di plastica del Nicaragua che lei vendeva nel suo negozio di ferramenta a San Carlos: «Mi arrestano per vendere delle bandiere», ha gridato con orgoglio mentre veniva portata via, riuscendo comunque ad evitare che le bandierine venissero confiscate illegalmente dalla polizia.
Lo dimostrano le parole che il giovane Lenín Salablanca, già prigioniero politico di Chontales, è riuscito a far pervenire dal carcere e che envío ha pubblicato nel Marzo 2019, in cui affermava che il Nicaragua è diventato un Paese «di sradicati, rinchiusi, terrorizzati e sepolti».
Sradicati sono gli oltre 60 mila costretti all’esilio. Rinchiusi, gli oltre 700 allora ancora in prigione «per aver denunciato l'ingiustizia, per non tacere ed esercitare la libertà di parola». Terrorizzate, le migliaia di persone che «temono di essere catturate o licenziate, picchiate o minacciate per il fatto di pensarla in modo diverso dal governo». E sepolte, le centinaia di persone «vittime di avvoltoi oppressivi nel dimostrare la forza dell'amore e la capacità di prendere decisioni per aiutare i propri fratelli».
Salablanca non parlava di «sconfitti». Ha dimostrato di non esserlo, e come lui tanti altri: da quando è uscito di prigione, ha continuato ad essere assediato, minacciato, fermato e picchiato, ma non ha mai smesso di parlare, denunciando con grande dignità e spirito di resistenza pacifica l'ingiustizia commessa dalla polizia.
Lenín Salablanca rappresenta milioni di persone. Durante le celebrazioni di Settembre, quando, dopo l'ultima ondata di arresti, qualcuno gli ha chiesto un messaggio per il Nicaragua, ha affermato: «Non perdiamo la speranza, la fede e l'amore. Se qualcuno ha detto che era facile, stava barando». È il messaggio più appropriato per il momento critico che il Paese oggi affronta, prima che sia troppo tardi.

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