NICARAGUA / Elezioni: misteri, incertezze, paure

L'approssimarsi delle elezioni aumenta l'incertezza che circonda da mesi questo appuntamento. Molti misteri sono ancora da chiarire. Molte domande restano senza risposta. E nuovi timori si profilano all'orizzonte.

Della redazione di envío. Traduzione e redazione in italiano di Marco Cantarelli.


Per leggere e/o stampare il n. 6/2011 in formato PDF, clicca qui.
Secondo il documento ufficiale della campagna elettorale del partito di governo, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) si presenta alle elezioni in una congiuntura, per esso, assai positiva. Lo deduce – stando al testo – perché «il Signore, nostro Dio, ha i suoi misteri e i suoi tempi». In effetti, vari sono i misteri che accompagnano il processo che porterà i nicaraguensi alle urne Domenica 6 Novembre 2011. A rendere ancor più accidentato il cammino, i timori e le incertezze, anche dell'ultima ora, quali l'improvvisa e grave malattia del presidente del Venezuela, Hugo Chávez.
Fin dall'insediamento alla presidenza di Daniel Ortega nel Gennaio 2007, il presidente Chávez è diventato il punto di riferimento onnipresente del nuovo governo dell'FSLN. Pochi giorni dopo, il Nicaragua entrò a far parte dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) e del gruppo di Paesi latinoamericani e caraibici riuniti in PETROCARIBE, cui il Venezuela assicura forniture di petrolio a condizioni assai favorevoli. E quelle che Chávez ha concesso al Nicaragua sono state particolarmente vantaggiose. Da quell'accordo nacque ALBANISA, un'impresa mista venezuelano-nicaraguense di cui PETRONIC, cioè l'impresa statale per il petrolio del Nicaragua, detiene il 49% delle azioni, mentre il restante 51% è detenuto dalla compagnia statale Petróleos de Venezuela (PDVSA). Anche se entrambe le società sono statali, ALBANISA è gestita a tutti gli effetti come una società privata. La creazione di altre società, anch'esse statali, ma amministrate da mani private, sotto l'ombrello di ALBANISA – ALBA-Alimenti, ALBA-CARUNA (credito agrario), ALBA-Forestale, ALBA-Trasporti e altre ancora –, tutte volte alla realizzazione di vari progetti in Nicaragua, fra cui la costosissima raffineria di petrolio, El Supremo Sueño de Bolívar, che a regime dovrebbe essere in grado di raffinare 150 mila barili di petrolio al giorno, hanno portato nel Gennaio 2010 il direttore generale di ALBANISA, il venezuelano Rafael Paniagua, ad ammettere pubblicamente che con fondi dell'ALBA il partito di governo ha comprato il Canal 8 della tv nazionale, estendendo così ai media gli affari dell'ALBA in Nicaragua (vedi sotto, ndr). In quell'occasione, Paniagua dichiarò con franchezza al quotidiano El Nuevo Diario: «Stiamo facendo il nostro lavoro e l'unica cosa che posso dire è che ALBA è qui per restarci, perché il nostro progetto in Nicaragua è un progetto di Paese. E costruire un Paese non è poco». Quelle dichiarazioni gli valsero aspre critiche da tutti i settori del Nicaragua, compresi funzionari governativi, e, di conseguenza, il suo licenziamento immediato. Tuttavia, le sue parole centravano il bersaglio: l'ALBA stava occupando sempre più spazi e il circolo di potere nel partito di governo stava diventando, con le risorse economiche venezuelane, un nuovo e potente gruppo economico.
I fondi dell'ALBA in Nicaragua non sono mai stati oggetto di una revisione indipendente e sono stati utilizzati da Ortega, dalla sua famiglia e dal gruppo che oggi controlla l' FSLN in modo del tutto discrezionale. Fra il 2007 e il 2008, si è diffusa nell'opinione pubblica l'esigenza di trasparenza sulla quantità e sull'uso di tali, ingenti risorse, che hanno cementato la fusione e confusione fra Stato, Governo, Partito e Famiglia del presidente. Tuttavia, tale richiesta si è sempre scontrata contro un muro di segreti, tanto che ancora oggi tutto ciò che riguarda l'aiuto venezuelano resta un “mistero”.
Nel gennaio 2010, l'ex sindaco di Managua, Dionisio (Nicho) Marenco, che fu tra i negoziatori dell'accordo petrolifero con il Venezuela, riconobbe come le risorse di ALBANISA rappresentassero una ricchezza immensa, circondata però da mistero: «In Nicaragua, non c'è un ricco che abbia più dell'ALBA. Neanche mettendo insieme tutte le banche nazionali si arriva alla capacità economica che implica l'importazione di petrolio. Ma, come la si gestisce? Chi la governa? Dove si investe? Come si paga? Questo è il vero mistero da risolvere, per ragioni di interesse nazionale, perché un giorno si dovrà comunque pagare per tutto ciò... Io non so come venga gestito. Suppongo in maniera non proprio efficiente perché nessuna azienda di tali dimensioni può essere gestita come una drogheria. Devi avere una struttura, qualcuno al suo vertice che sia visibile, bisogna sapere cosa sta facendo, va sottoposta a controlli. Così com'è, mi sembra che sia gestita come un sacco pieno di soldi sotto il tavolo».
Qualche numeroQualche luce sul “mistero” arrivò un anno dopo, quando, nell'Aprile scorso, sotto la pressione del Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale del Nicaragua (BCN) ha dovuto presentare una relazione sulla cooperazione che il Nicaragua riceve dal Venezuela. Secondo tale rapporto – pur considerato incompleto e generico da economisti indipendenti –, nel 2010 il Nicaragua ha potuto disporre di risorse di provenienza venezuelana per 511 milioni dollari, 69 milioni in più rispetto al 2009. Di tale somma, 337 milioni erano rappresentati da quanto resta nelle casse del governo nicaraguense in ragione del vantaggioso accordo petrolifero firmato con Caracas. Altri 163 milioni corrispondevano a linee di finanziamento a medio termine di cooperazione bilaterale e i restanti 11 milioni a investimenti venezuelani diretti in Nicaragua. Secondo la BCN, le risorse derivanti dal petrolio e dalla cooperazione bilaterale venezuelani sono state destinate a progetti sociali e produttivi.
Il Venezuela copre il fabbisogno annuale nicaraguense di petrolio. Grazie alla gestione del greggio, il partito di governo è diventato il maggior importatore di carburante ed è ormai il più grande produttore di energia termoelettrica del Paese, che a sua volta vende ai vari distributori di energia elettrica privati, chiudendo così il ricco giro d'affari. Con fondi dell'ALBA, il partito di governo ha finanziato anche alcuni programmi sociali e, pure, clientelari; ha alimentato le casse della cooperativa ALBA-CARUNA; ha sovvenzionato l'energia elettrica e il trasporto pubblico a Managua; dal Maggio 2010, poi, concede un bonus mensile di 30 dollari, a integrazione del salario di oltre 150 mila dipendenti pubblici. Non ha torto il presidente Ortega quando dice che l'ALBA ha permesso al Nicaragua di far fronte alla crisi che investe la sua fragile economia.
Ci pensa il VenezuelaIn tal senso, non si contano i ringraziamenti di Ortega all'ALBA e a Chávez, espressi in ogni suo discorso nei quattro anni di governo: “grazie all'ALBA il Nicaragua viene illuminato, senza patire più interruzioni della corrente elettrica; grazie a Chávez, abbiamo nuovi mercati solidali con prezzi equi; grazie al Venezuela si stanno costruendo case e strade per la gente”; e così via. Altrettanto ricorrente nella retorica presidenziale è l'espressione «grazie a Dio esiste l'ALBA!» in riferimento a qualsiasi problema che affligga il Nicaragua e che Chávez promette di risolvere.
Non c'è dubbio che, sebbene molte promesse non siano state mantenute, la cooperazione venezuelana basata sull'accordo petrolifero è stata di tale portata che nessun governo in Nicaragua ha avuto così tante risorse extra a disposizione. Ortega ha avuto l'eccezionale opportunità di affrontare la sfida storica di contribuire in modo significativo al superamento della povertà in Nicaragua. Tuttavia, le sue priorità sono state gli investimenti del gruppo imprenditoriale ALBANISA e le spese dell'apparato del suo partito.
Quando, nel Novembre 2008, l'opposizione documentò i brogli realizzati dall' FSLN nelle elezioni municipali, la cooperazione europea, che tradizionalmente appoggiava finanziariamente le misure di riequilibrio del bilancio nazionale, fece un passo indietro. In seguito, anche diversi Paesi europei dichiararono conclusa la loro collaborazione con il Nicaragua: Svezia, Danimarca, Olanda, Finlandia, Norvegia, Austria... optarono per andarsene dal Nicaragua, dopo anni di intensa collaborazione. E anche se non era l'unica ragione, la crisi di governabilità evidente nella frode elettorale, pesò sulle loro agende.
Quando, sempre a causa dei brogli elettorali, venne meno anche il contributo del Millenium Challenge Account – il programma statunitense noto in Nicaragua come Cuenta Reto del Milenio, cioè Conto Sfida del Millennio –, per “consolare” i produttori della regione nordoccidentale del Paese che beneficiavano di tale programma, il presidente Ortega disse loro che avrebbe creato il programma ALBA-Solidale, per portare a termine con fondi venezuelani i progetti economici e sociali lasciati incompiuti dalla cooperazione statunitense; promessa, peraltro, solo parzialmente mantenuta.
Negli ultimi vent'anni, il Nicaragua ha ricevuto una media di aiuti internazionali di 300 milioni di dollari l'anno. Nel 2010, le donazioni si sono ridotte alla metà, anche per la crisi di governabilità successiva ai brogli elettorali, che ha costretto il governo a cercare prestiti per riequilibrare il bilancio. Con la conseguenza, però, di indebitarsi ulteriormente.
Nei fatti, ad ogni ritiro della cooperazione europea, il governo ha sempre fatto capire, in maniera diretta o indiretta, che le risorse venezuelane avrebbero colmato tali lacune e sostituito tutte le mani amiche che hanno scelto di andarsene, criticando le “condizioni” poste al Nicaragua da europei e statunitensi, ed elogiando, per contrasto, la generosità incondizionata dell'ALBA.
Tempistica incertaIn questo contesto di crescente dipendenza dalle risorse venezuelane è impossibile che la malattia di Chávez e le conseguenze che ne potrebbero scaturire nel prossimo futuro, non generino incertezza nel governo Ortega. Chávez si è sempre dimostrato un governante capace di scelte personali più che istituzionali, che finora non ha pensato a costruire la propria successione. La sua salute, scossa dalla malattia e certamente anche dal trattamento terapeutico che ha subito, le nuove priorità che tale condizione gli chiederà e tutto ciò che influenzerà la ristrutturazione al vertice del governo venezuelano, fin da ora e in vista delle elezioni presidenziali del 2012, si ripercuoteranno sicuramente su Ortega e sul suo gruppo.
Prima o poi, in Venezuela si chiederanno i conti dei generosi sostegni, privi di ogni controllo, che Chávez ha dilapidato per il mondo grazie a quella miniera d'oro su cui è seduto che è il petrolio. E anche in Nicaragua, prima o poi si chiederanno i conti e bisognerà pagarli. Nel 2007, quando Ortega andò al governo, Chávez e l'ALBA avevano una solidità che oggi il Venezuela non ha più, non solo perché il suo presidente è malato, ma perché la crisi che affronta è assai più complessa. E se quanto possa accadere in Venezuela in ragione dello stato di salute di Chávez non impedisce all'FSLN di continuare ad elargire regalie al fine di conquistare i voti che gli servono in Novembre, dal momento che tali risorse sono già fisicamente in Nicaragua o sono già state contrattate, sono le prospettive a preoccupare, nel caso che Ortega venga rieletto.
E l'impresa privata?La malattia di Chávez genera timori non soltanto nel candidato Ortega e nell'FSLN, ma anche nell'élite imprenditoriale nicaraguense, fedele alleata di Ortega, il quale le ha garantito stabilità macroeconomica e sociale, creando così un buon clima per gli affari, quasi al riparo dei venti della crisi internazionale. Questo vento di bonaccia è stato reso possibile da Chávez. Grazie alle risorse venezuelane, Ortega è stato in grado di dare alcune risposte ai bisogni sociali, senza toccare le imposte. Se Ortega è riuscito ad evitare di dover affrontare il nodo del problema fiscale in Nicaragua è grazie agli aiuti venezuelani. In tal senso, i fondi dell'ALBA hanno, nei fatti, disincentivato il governo dall'intraprendere quelle riforme fiscali di cui il Nicaragua ha bisogno.
Ma l'élite imprenditoriale ha goduto anche di altri vantaggi: l'apertura del mercato venezuelano ai prodotti nicaraguensi, soprattutto carne e latticini, ha permesso al Nicaragua di far fronte meglio alla crisi finanziaria che ha colpito il potere d'acquisto del mercato statunitense, principale partner commerciale del Paese centroamericano.
Il Venezuela è ormai il secondo mercato per le esportazioni nicaraguensi. Ma il mercato alternativo e “solidale” venezuelano e i suoi “prezzi equi” si sono tradotti in profitti per i soliti noti: i grandi monopoli che controllano le esportazioni. Ad esempio, quattro mattatoi controllano l'89% delle esportazioni di carne, mentre per quanto riguarda i prodotti lattiero-caseari, tre aziende controllano il 63,7% delle esportazioni, secondo dati forniti ad envío da Francisco Pérez, ricercatore dell'Istituto Nitlapán dell'Università Centroamericana (UCA) di Managua. In questo contesto, la malattia di Chávez può suscitare paura e insicurezza, e chissà qualche defezione, fra i rappresentanti del grande capitale nicaraguense, così beneficiato dall'ALBA. Timori che potrebbero portare a ridiscutere alleanze politiche e modificare scelte elettorali.
Ma i problemi di salute di Chávez non si ripercuteranno anche sui tradizionali elettori dell'FSLN e sui nuovi elettori, che per anni sono stati “educati” a vedere nell'ALBA l'alternativa per lo sviluppo del Nicaragua, nei petrodollari di Chávez la soluzione a qualsiasi crisi e in Chávez stesso una sorta di padrino, il classico “zio ricco”?
Previsioni e sondaggiAltre incertezze, forse persino maggiori, hanno preceduto i timori causati nel partito di governo dalla grave malattia di Chávez. L'FSLN non è, poi, così sicuro della sua vittoria, come recita la sua costosa propaganda. Se lo fosse, sarebbe un “mistero” il suo comportamento, che sembra motivato dalla paura di perdere. Invero, i suoi timori hanno una logica. Dopo l'esperienza acquisita con i brogli elettorali del Novembre 2008 e dopo la controversa decisione della Corte Suprema del 2009 che ha consentito ad Ortega di ricandidarsi, il disegno era il seguente: le urne avrebbero dato la vittoria di Ortega con una maggioranza parlamentare qualificata, mentre al secondo posto si sarebbe piazzato Alemán ed il suo Partito Liberale Costituzionalista (PLC); ciò avrebbe permesso di riattivare il patto bipartitico nell'assemblea legislativa, soprattutto nel caso in cui l'FSLN non avesse raggiunto la maggioranza qualificata di 56 deputati, ma solo quella semplice di 47.
Tale schema pare oggi saltato. Stando ai sondaggi che attribuiscono il secondo posto al liberale Fabio Gadea, in coppia con Edmundo Jarquín, del Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS), che guidano la composita Alleanza PLI-UNE (Partito Liberale Indipendente – Unità Nicaraguense per la Speranza). Poco a poco, Gadea sta conquistando consensi nella base del PLC e crescendo nei sondaggi, mentre Alemán vede scendere le intenzioni di voto a suo favore. Così, la scelta tra cinque opzioni di voto si va riducendo e polarizzando intorno a due: l'FSLN e il gruppo Gadea.
Un voto di massa?In un quadro di polarizzazione, è forte anche il timore che si produca un massiccio voto “contro” Ortega, che metterebbe in dubbio l'attesa vittoria dell'FSLN, giacché il sentimento anti-Ortega, più di quello anti-FSLN, è sempre stato maggioritario nel Paese. «Se l'FSLN resta sui valori del suo “tetto massimo”, oggi aumentato grazie ai programmi sociali, e se la gente che avversa l'FSLN va a votare e vota maggioritariamente per un altro candidato, il Fronte non ha alcuna possibilità di vincere», sostiene Raúl Obregón, direttore dell'istituto di sondaggi M&R.
Lo hanno percepito chiaramente i vescovi della Conferenza Episcopale che, da settimane, insistono sul “dovere” dei cattolici di andare a votare, nonostante tutte le irregolarità che circondano il processo elettorale, cercando così di evitare quell'astensione che favorirebbe l'FSLN. «Nonostante l'incostituzionalità e l'illegalità della nomina di uno dei candidati – in un chiaro riferimento ad Ortega –, la mancanza di credibilità del Consiglio Supremo Elettorale, le irregolarità nel rilascio dei documenti elettorali, la mancanza di fiducia nella classe politica, che si è dimostrata incapace di risolvere i problemi del Paese, nonostante tutto ciò bisogna andare a votare», ha dichiarato il vescovo ausiliare di Managua, Silvio Báez. Da parte sua, il vescovo di Chontales, René Sándigo, ha rincarato la dose: «se i cittadini non votano, il gruppo più organizzato di un particolare partito vincerà largamente. Ma se la cittadinanza vota e non vince, allora sarà evidente la frode elettorale». Pertanto, «dobbiamo votare, perché nelle attuali circostanze del Nicaragua non farlo significa scegliere il male maggiore», ha concluso il nuovo vescovo di Matagalpa, Rolando Álvarez.
Le irregolarità e le illegalità con cui il governo ha organizzato il processo elettorale – brogli nel 2008, permanenza nei loro incarichi di magistrati elettorali del tutto screditati, difficoltà di ogni tipo nelle operazioni di registrazione degli elettori – spingono verso l'astensione parte dell'elettorato, che avverte il rischio di legittimare una farsa con il proprio voto. Del resto tale percezione dell'opposizione è quella che più conviene attualmente al partito di governo, il quale farà di tutto per evitare un'affluenza massiccia al voto.
Paura di perdereQuanto s'è visto in questo mese è un'ulteriore prova del timore che ciò accada. L'FSLN, che già controlla l'apparato elettorale, ha irrigidito ancor di più tutte le sue strutture elettorali.
Il 3 Giugno, il Consiglio Supremo Elettorale (CSE) ha reso noto la localizzazione dei Consigli Elettorali Regionali (CER) sulla costa caraibica e di quelli Dipartimentali (CED), che chiaramente favorisce l'FSLN, in violazione delle disposizioni di legge tese a garantire l'equilibrio e il pluralismo nella formazione di tali istanze.
Quindi, i CED hanno nominato i presidenti dei Consigli Elettorali Comunali (CEM), dimostrando pari parzialità ed ingiustizia. Purtroppo, c'è da temere che le cose andranno così anche nella nomina dei presidenti di seggio, cioè delle circa 13 mila Juntas Receptoras de Votos (JRV), assegnate in maggioranza all'FSLN. Sarà un fattore cruciale nel giorno delle elezioni: tutte le operazioni relative al voto ed ai registri elettorali – ricorsi, annullamenti di schede, etc. – si decideranno, di fatto, nelle JRV, dopodiché passeranno per l'approvazione ai CEM e, quindi, ai CED. È seguendo tale iter che i risultati potrebbero “aggiustarsi”. In pratica, tutte le decisioni saranno prese dai funzionari di seggio del partito di governo. E l'unico ostacolo sarà rappresentato, nei seggi, dagli scrutatori nominati dall'opposizione, che però già nel 2008 ebbero serie difficoltà ad intervenire.
Indagando su quanto accaduto nelle elezioni del 2008, il Gruppo Civico Etica e Trasparenza ha presentato nel Maggio scorso un documento in cui si individuano 1.284 seggi elettorali che sarebbero particolarmente esposti a operazioni fraudolente, dal momento che in essi l'FSLN non ha mai vinto, anzi, in quei seggi gli elettori hanno sempre votato in maggioranza schiacciante contro l'FSLN.
Il presidente Ortega, i portavoce del governo e il CSE hanno ripetutamente dichiarato che i migliori osservatori elettorali saranno gli scrutatori dei partiti. Contraddicendosi e rimarcando il controllo già esistente, il CSE ha però rifiutato l'accreditamento dei supervisori nazionali proposti dalla Alleanza PLI-UNE e dal PLC, Dionisio Palacios y Alejandro Samaniego. Entrambi sono stati funzionari del CSE e ciò conferisce loro esperienza, competenza e “occhio” per individuare e segnalare le irregolarità e gli abusi che venissero commessi durante le elezioni. Tuttavia, per negare loro l'accreditamento, il CSE ha incredibilmente addotto una norma inventata per l'occasione: avendo lavorato nel CSE non possono fare i supervisori dei partiti.
Niente testimoniNonostante tale controllo o, forse, proprio per come potrebbe essere interpretata questa camicia di forza il giorno del voto, il CSE insiste nell'impedire che vi siano osservatori elettorali indipendenti. Se, come recitano i sondaggi realizzati da Siglo Nuevo, l'istituto demoscopico del partito di governo, l'FSLN vincerà con oltre il 50%, resta un “mistero”, che si spiega solo con la paura di perdere, perché il CSE non voglia ammettere osservatori e, nel caso venissero alla fine ammessi, il ritardo con cui saranno invitati e rese note le condizioni imposte agli stessi.
Non vogliono testimoni? Non ascoltano la gente? Eppure, da un anno a questa parte i sondaggi parlano chiaro: tre quarti della popolazione è favorevole alla presenza di osservatori.
Solo a metà Agosto, il CSE pubblicherà le condizioni per l'osservazione elettorale e inviterà, di conseguenza, le organizzazioni internazionali. Sarà probabilmente tardi. Dei due gruppi di osservatori nazionali, solo l'Istituto per lo Sviluppo e la Democrazia (IPADE) ha annunciato che farà richiesta di accreditamento. Al contrario, il Gruppo Civico Etica e Trasparenza ha già detto che opterà piuttosto per altre modalità di “osservazione”: far di ogni elettore un osservatore, inaugurando anche l'osservazione digitale in rete; a tale scopo, ha già predisposto tutto l'occorrente – sito web, linea telefonica, etc. – per ricevere e diffondere i dati elettorali, nonché le eventuali anomalie che emergeranno, soprattutto in riferimento al processo di cedulación, cioè di iscrizione dei votanti.
“Ormai è tardi”Tra gli osservatori internazionali che storicamente hanno monitorato le elezioni in Nicaragua c'è preoccupazione. Una delegazione del Centro Carter, che ha partecipato come osservatore a tutte le elezioni nicaraguensi dal 1990 in poi, è giunta a Managua in Maggio e Giugno, chiedendo entrambe le volte di incontrare le autorità del CSE. Non è stata ricevuta. Nelle elezioni del 2006, vinte da Ortega, il Centro Carter venne invitato con mesi di anticipo, che gli permisero di monitorare l'intero processo elettorale e certificare, quindi, la sua trasparenza.
Per il rappresentante dell'Unione Europea in Nicaragua, Mendel Goldstein, è «difficile» che la UE mandi osservatori, data la tempistica annunciata dal CSE. Dal canto suo, l'ambasciatore degli Stati Uniti, Robert Callahan, ha dichiarato che «è troppo tardi per un'osservazione credibile». Aggiungendo in seguito: «Per noi, e ovviamente per il mondo e per gli stessi nicaraguensi, sarà un po' difficile accettare i risultati elettorali senza un'osservazione, perché un'osservazione credibile dà autenticità ai risultati elettorali... Non riesco a capire la riluttanza del governo alla presenza di osservatori nazionali e internazionali, è difficile da capire».
Pane e lavoroNel suo documento ufficiale, l'FSLN descrive la propria campagna elettorale in questi termini: «Questa è la Campagna del Bene Comune. La Campagna della Moltiplicazione dei Pani, in cui Dio opera Miracoli perché il Bene trionfi».
Il partito di governo sta “moltiplicando i pani” con regalie varie alla gente, in cerca di voti. Ma il “pane” cui la maggior parte della gente aspira è l'occupazione. La creazione di posti di lavoro è una delle promesse fin qui non mantenute dal governo, nonostante nel 2006 avesse proclamato “Disoccupazione Zero”. Quanto peserà questa promessa non mantenuta, questa causa in corso, sugli elettori, il 6 Novembre?
Il cammino delle elezioni non è lastricato solo di misteri e paure, ma anche di sfide. La creazione di posti di lavoro è una sfida che non riguarda solo l'FSLN, ma tutti i candidati e tutto il Paese; ha a che vedere con l'istruzione e, purtroppo, non c'è un dibattito serio su questo.
Nella sua retorica elettorale il candidato presidenziale Arnoldo Alemán promette la creazione di un milione di posti di lavoro in agricoltura, nel turismo, nelle zone franche maquiladoras (vedi  scheda sotto, ndr)...
Secondo Adolfo Acevedo, economista del Coordinamento Civico, tuttavia, la sfida non è tanto sul numero di posti di lavoro quanto sulla qualità degli stessi. Ciò richiede un impegno a lungo termine nel campo dell'istruzione, che nessun governo ha ancora fatto in Nicaragua. «I poveri – sostiene Acevedo – sono tali soprattutto perché hanno accesso principalmente a lavori precari e informali. Perché ci sia crescita economica e riduzione della povertà occorre creare posti di lavoro decenti, adeguatamente retribuiti, e nelle età appropriate... Soltanto circa il 20% della forza lavoro nicaraguense ha un diploma di scuola secondaria, il che equivale a circa 500 mila persone. Ci vorrebbero almeno 15-20 anni perché dalle scuole secondarie del Paese uscisse quel milione di persone cui dovrebbero andare i nuovi posti di lavoro decenti e ben remunerati che promettono i vari candidati».
Il timore di moltiTra i molti misteri, paure e ritardi, l'ultimo timore che attanaglia molta gente: la violenza che potrebbe scatenarsi durante la campagna elettorale, il giorno delle elezioni e quando saranno resi i risultati. Quanto è successo nel 2008 nel contesto delle elezioni municipali e quel che ne è seguito dimostrano che l'FSLN è disposto a tutto per restare al potere, anche organizzando gruppi violenti pronti ad attaccare qualsiasi espressione di opposizione e malcontento, al riparo dell'intervento della polizia.
Nel suo documento ufficiale, l'FSLN annuncia «La Campagna del Buon Cuore... Una Campagna senza Ira, una Giornata anti-Confrontazione... Noi saremo dove il sole è caldo, senza parole offensive verso alcuno, perché a nessuno è estranea o sconosciuta l'Opera del Signore in Nicaragua, attraverso questo governo e dei suoi servitori sandinisti». Speriamo.

L'approssimarsi delle elezioni aumenta l'incertezza che circonda da mesi questo appuntamento. Molti misteri sono ancora da chiarire. Molte domande restano senza risposta. E nuovi timori si profilano all'orizzonte.

Della redazione di envío. Traduzione e redazione in italiano di Marco Cantarelli.

Per leggere e/o stampare il n. 6/2011 in formato PDF, clicca qui.

Secondo il documento ufficiale della campagna elettorale del partito di governo, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) si presenta alle elezioni in una congiuntura, per esso, assai positiva. Lo deduce – stando al testo – perché «il Signore, nostro Dio, ha i suoi misteri e i suoi tempi». In effetti, vari sono i misteri che accompagnano il processo che porterà i nicaraguensi alle urne Domenica 6 Novembre 2011. A rendere ancor più accidentato il cammino, i timori e le incertezze, anche dell'ultima ora, quali l'improvvisa e grave malattia del presidente del Venezuela, Hugo Chávez.
Fin dall'insediamento alla presidenza di Daniel Ortega nel Gennaio 2007, il presidente Chávez è diventato il punto di riferimento onnipresente del nuovo governo dell'FSLN. Pochi giorni dopo, il Nicaragua entrò a far parte dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) e del gruppo di Paesi latinoamericani e caraibici riuniti in PETROCARIBE, cui il Venezuela assicura forniture di petrolio a condizioni assai favorevoli. E quelle che Chávez ha concesso al Nicaragua sono state particolarmente vantaggiose. Da quell'accordo nacque ALBANISA, un'impresa mista venezuelano-nicaraguense di cui PETRONIC, cioè l'impresa statale per il petrolio del Nicaragua, detiene il 49% delle azioni, mentre il restante 51% è detenuto dalla compagnia statale Petróleos de Venezuela (PDVSA). Anche se entrambe le società sono statali, ALBANISA è gestita a tutti gli effetti come una società privata. La creazione di altre società, anch'esse statali, ma amministrate da mani private, sotto l'ombrello di ALBANISA – ALBA-Alimenti, ALBA-CARUNA (credito agrario), ALBA-Forestale, ALBA-Trasporti e altre ancora –, tutte volte alla realizzazione di vari progetti in Nicaragua, fra cui la costosissima raffineria di petrolio, El Supremo Sueño de Bolívar, che a regime dovrebbe essere in grado di raffinare 150 mila barili di petrolio al giorno, hanno portato nel Gennaio 2010 il direttore generale di ALBANISA, il venezuelano Rafael Paniagua, ad ammettere pubblicamente che con fondi dell'ALBA il partito di governo ha comprato il Canal 8 della tv nazionale, estendendo così ai media gli affari dell'ALBA in Nicaragua (vedi sotto, ndr). In quell'occasione, Paniagua dichiarò con franchezza al quotidiano El Nuevo Diario: «Stiamo facendo il nostro lavoro e l'unica cosa che posso dire è che ALBA è qui per restarci, perché il nostro progetto in Nicaragua è un progetto di Paese. E costruire un Paese non è poco». Quelle dichiarazioni gli valsero aspre critiche da tutti i settori del Nicaragua, compresi funzionari governativi, e, di conseguenza, il suo licenziamento immediato. Tuttavia, le sue parole centravano il bersaglio: l'ALBA stava occupando sempre più spazi e il circolo di potere nel partito di governo stava diventando, con le risorse economiche venezuelane, un nuovo e potente gruppo economico.
I fondi dell'ALBA in Nicaragua non sono mai stati oggetto di una revisione indipendente e sono stati utilizzati da Ortega, dalla sua famiglia e dal gruppo che oggi controlla l' FSLN in modo del tutto discrezionale. Fra il 2007 e il 2008, si è diffusa nell'opinione pubblica l'esigenza di trasparenza sulla quantità e sull'uso di tali, ingenti risorse, che hanno cementato la fusione e confusione fra Stato, Governo, Partito e Famiglia del presidente. Tuttavia, tale richiesta si è sempre scontrata contro un muro di segreti, tanto che ancora oggi tutto ciò che riguarda l'aiuto venezuelano resta un “mistero”.
Nel gennaio 2010, l'ex sindaco di Managua, Dionisio (Nicho) Marenco, che fu tra i negoziatori dell'accordo petrolifero con il Venezuela, riconobbe come le risorse di ALBANISA rappresentassero una ricchezza immensa, circondata però da mistero: «In Nicaragua, non c'è un ricco che abbia più dell'ALBA. Neanche mettendo insieme tutte le banche nazionali si arriva alla capacità economica che implica l'importazione di petrolio. Ma, come la si gestisce? Chi la governa? Dove si investe? Come si paga? Questo è il vero mistero da risolvere, per ragioni di interesse nazionale, perché un giorno si dovrà comunque pagare per tutto ciò... Io non so come venga gestito. Suppongo in maniera non proprio efficiente perché nessuna azienda di tali dimensioni può essere gestita come una drogheria. Devi avere una struttura, qualcuno al suo vertice che sia visibile, bisogna sapere cosa sta facendo, va sottoposta a controlli. Così com'è, mi sembra che sia gestita come un sacco pieno di soldi sotto il tavolo».

Qualche numero

Qualche luce sul “mistero” arrivò un anno dopo, quando, nell'Aprile scorso, sotto la pressione del Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale del Nicaragua (BCN) ha dovuto presentare una relazione sulla cooperazione che il Nicaragua riceve dal Venezuela. Secondo tale rapporto – pur considerato incompleto e generico da economisti indipendenti –, nel 2010 il Nicaragua ha potuto disporre di risorse di provenienza venezuelana per 511 milioni dollari, 69 milioni in più rispetto al 2009. Di tale somma, 337 milioni erano rappresentati da quanto resta nelle casse del governo nicaraguense in ragione del vantaggioso accordo petrolifero firmato con Caracas. Altri 163 milioni corrispondevano a linee di finanziamento a medio termine di cooperazione bilaterale e i restanti 11 milioni a investimenti venezuelani diretti in Nicaragua. Secondo la BCN, le risorse derivanti dal petrolio e dalla cooperazione bilaterale venezuelani sono state destinate a progetti sociali e produttivi.
Il Venezuela copre il fabbisogno annuale nicaraguense di petrolio. Grazie alla gestione del greggio, il partito di governo è diventato il maggior importatore di carburante ed è ormai il più grande produttore di energia termoelettrica del Paese, che a sua volta vende ai vari distributori di energia elettrica privati, chiudendo così il ricco giro d'affari. Con fondi dell'ALBA, il partito di governo ha finanziato anche alcuni programmi sociali e, pure, clientelari; ha alimentato le casse della cooperativa ALBA-CARUNA; ha sovvenzionato l'energia elettrica e il trasporto pubblico a Managua; dal Maggio 2010, poi, concede un bonus mensile di 30 dollari, a integrazione del salario di oltre 150 mila dipendenti pubblici. Non ha torto il presidente Ortega quando dice che l'ALBA ha permesso al Nicaragua di far fronte alla crisi che investe la sua fragile economia.

Ci pensa il Venezuela

In tal senso, non si contano i ringraziamenti di Ortega all'ALBA e a Chávez, espressi in ogni suo discorso nei quattro anni di governo: “grazie all'ALBA il Nicaragua viene illuminato, senza patire più interruzioni della corrente elettrica; grazie a Chávez, abbiamo nuovi mercati solidali con prezzi equi; grazie al Venezuela si stanno costruendo case e strade per la gente”; e così via. Altrettanto ricorrente nella retorica presidenziale è l'espressione «grazie a Dio esiste l'ALBA!» in riferimento a qualsiasi problema che affligga il Nicaragua e che Chávez promette di risolvere.
Non c'è dubbio che, sebbene molte promesse non siano state mantenute, la cooperazione venezuelana basata sull'accordo petrolifero è stata di tale portata che nessun governo in Nicaragua ha avuto così tante risorse extra a disposizione. Ortega ha avuto l'eccezionale opportunità di affrontare la sfida storica di contribuire in modo significativo al superamento della povertà in Nicaragua. Tuttavia, le sue priorità sono state gli investimenti del gruppo imprenditoriale ALBANISA e le spese dell'apparato del suo partito.
Quando, nel Novembre 2008, l'opposizione documentò i brogli realizzati dall' FSLN nelle elezioni municipali, la cooperazione europea, che tradizionalmente appoggiava finanziariamente le misure di riequilibrio del bilancio nazionale, fece un passo indietro. In seguito, anche diversi Paesi europei dichiararono conclusa la loro collaborazione con il Nicaragua: Svezia, Danimarca, Olanda, Finlandia, Norvegia, Austria... optarono per andarsene dal Nicaragua, dopo anni di intensa collaborazione. E anche se non era l'unica ragione, la crisi di governabilità evidente nella frode elettorale, pesò sulle loro agende.
Quando, sempre a causa dei brogli elettorali, venne meno anche il contributo del Millenium Challenge Account – il programma statunitense noto in Nicaragua come Cuenta Reto del Milenio, cioè Conto Sfida del Millennio –, per “consolare” i produttori della regione nordoccidentale del Paese che beneficiavano di tale programma, il presidente Ortega disse loro che avrebbe creato il programma ALBA-Solidale, per portare a termine con fondi venezuelani i progetti economici e sociali lasciati incompiuti dalla cooperazione statunitense; promessa, peraltro, solo parzialmente mantenuta.
Negli ultimi vent'anni, il Nicaragua ha ricevuto una media di aiuti internazionali di 300 milioni di dollari l'anno. Nel 2010, le donazioni si sono ridotte alla metà, anche per la crisi di governabilità successiva ai brogli elettorali, che ha costretto il governo a cercare prestiti per riequilibrare il bilancio. Con la conseguenza, però, di indebitarsi ulteriormente.
Nei fatti, ad ogni ritiro della cooperazione europea, il governo ha sempre fatto capire, in maniera diretta o indiretta, che le risorse venezuelane avrebbero colmato tali lacune e sostituito tutte le mani amiche che hanno scelto di andarsene, criticando le “condizioni” poste al Nicaragua da europei e statunitensi, ed elogiando, per contrasto, la generosità incondizionata dell'ALBA.

Tempistica incerta

In questo contesto di crescente dipendenza dalle risorse venezuelane è impossibile che la malattia di Chávez e le conseguenze che ne potrebbero scaturire nel prossimo futuro, non generino incertezza nel governo Ortega. Chávez si è sempre dimostrato un governante capace di scelte personali più che istituzionali, che finora non ha pensato a costruire la propria successione. La sua salute, scossa dalla malattia e certamente anche dal trattamento terapeutico che ha subito, le nuove priorità che tale condizione gli chiederà e tutto ciò che influenzerà la ristrutturazione al vertice del governo venezuelano, fin da ora e in vista delle elezioni presidenziali del 2012, si ripercuoteranno sicuramente su Ortega e sul suo gruppo.
Prima o poi, in Venezuela si chiederanno i conti dei generosi sostegni, privi di ogni controllo, che Chávez ha dilapidato per il mondo grazie a quella miniera d'oro su cui è seduto che è il petrolio. E anche in Nicaragua, prima o poi si chiederanno i conti e bisognerà pagarli. Nel 2007, quando Ortega andò al governo, Chávez e l'ALBA avevano una solidità che oggi il Venezuela non ha più, non solo perché il suo presidente è malato, ma perché la crisi che affronta è assai più complessa. E se quanto possa accadere in Venezuela in ragione dello stato di salute di Chávez non impedisce all'FSLN di continuare ad elargire regalie al fine di conquistare i voti che gli servono in Novembre, dal momento che tali risorse sono già fisicamente in Nicaragua o sono già state contrattate, sono le prospettive a preoccupare, nel caso che Ortega venga rieletto.

E l'impresa privata?

La malattia di Chávez genera timori non soltanto nel candidato Ortega e nell'FSLN, ma anche nell'élite imprenditoriale nicaraguense, fedele alleata di Ortega, il quale le ha garantito stabilità macroeconomica e sociale, creando così un buon clima per gli affari, quasi al riparo dei venti della crisi internazionale. Questo vento di bonaccia è stato reso possibile da Chávez. Grazie alle risorse venezuelane, Ortega è stato in grado di dare alcune risposte ai bisogni sociali, senza toccare le imposte. Se Ortega è riuscito ad evitare di dover affrontare il nodo del problema fiscale in Nicaragua è grazie agli aiuti venezuelani. In tal senso, i fondi dell'ALBA hanno, nei fatti, disincentivato il governo dall'intraprendere quelle riforme fiscali di cui il Nicaragua ha bisogno.
Ma l'élite imprenditoriale ha goduto anche di altri vantaggi: l'apertura del mercato venezuelano ai prodotti nicaraguensi, soprattutto carne e latticini, ha permesso al Nicaragua di far fronte meglio alla crisi finanziaria che ha colpito il potere d'acquisto del mercato statunitense, principale partner commerciale del Paese centroamericano.
Il Venezuela è ormai il secondo mercato per le esportazioni nicaraguensi. Ma il mercato alternativo e “solidale” venezuelano e i suoi “prezzi equi” si sono tradotti in profitti per i soliti noti: i grandi monopoli che controllano le esportazioni. Ad esempio, quattro mattatoi controllano l'89% delle esportazioni di carne, mentre per quanto riguarda i prodotti lattiero-caseari, tre aziende controllano il 63,7% delle esportazioni, secondo dati forniti ad envío da Francisco Pérez, ricercatore dell'Istituto Nitlapán dell'Università Centroamericana (UCA) di Managua. In questo contesto, la malattia di Chávez può suscitare paura e insicurezza, e chissà qualche defezione, fra i rappresentanti del grande capitale nicaraguense, così beneficiato dall'ALBA. Timori che potrebbero portare a ridiscutere alleanze politiche e modificare scelte elettorali.
Ma i problemi di salute di Chávez non si ripercuteranno anche sui tradizionali elettori dell'FSLN e sui nuovi elettori, che per anni sono stati “educati” a vedere nell'ALBA l'alternativa per lo sviluppo del Nicaragua, nei petrodollari di Chávez la soluzione a qualsiasi crisi e in Chávez stesso una sorta di padrino, il classico “zio ricco”?

Previsioni e sondaggi

Altre incertezze, forse persino maggiori, hanno preceduto i timori causati nel partito di governo dalla grave malattia di Chávez. L'FSLN non è, poi, così sicuro della sua vittoria, come recita la sua costosa propaganda. Se lo fosse, sarebbe un “mistero” il suo comportamento, che sembra motivato dalla paura di perdere. Invero, i suoi timori hanno una logica. Dopo l'esperienza acquisita con i brogli elettorali del Novembre 2008 e dopo la controversa decisione della Corte Suprema del 2009 che ha consentito ad Ortega di ricandidarsi, il disegno era il seguente: le urne avrebbero dato la vittoria di Ortega con una maggioranza parlamentare qualificata, mentre al secondo posto si sarebbe piazzato Alemán ed il suo Partito Liberale Costituzionalista (PLC); ciò avrebbe permesso di riattivare il patto bipartitico nell'assemblea legislativa, soprattutto nel caso in cui l'FSLN non avesse raggiunto la maggioranza qualificata di 56 deputati, ma solo quella semplice di 47.
Tale schema pare oggi saltato. Stando ai sondaggi che attribuiscono il secondo posto al liberale Fabio Gadea, in coppia con Edmundo Jarquín, del Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS), che guidano la composita Alleanza PLI-UNE (Partito Liberale Indipendente – Unità Nicaraguense per la Speranza). Poco a poco, Gadea sta conquistando consensi nella base del PLC e crescendo nei sondaggi, mentre Alemán vede scendere le intenzioni di voto a suo favore. Così, la scelta tra cinque opzioni di voto si va riducendo e polarizzando intorno a due: l'FSLN e il gruppo Gadea.

Un voto di massa?

In un quadro di polarizzazione, è forte anche il timore che si produca un massiccio voto “contro” Ortega, che metterebbe in dubbio l'attesa vittoria dell'FSLN, giacché il sentimento anti-Ortega, più di quello anti-FSLN, è sempre stato maggioritario nel Paese. «Se l'FSLN resta sui valori del suo “tetto massimo”, oggi aumentato grazie ai programmi sociali, e se la gente che avversa l'FSLN va a votare e vota maggioritariamente per un altro candidato, il Fronte non ha alcuna possibilità di vincere», sostiene Raúl Obregón, direttore dell'istituto di sondaggi M&R.
Lo hanno percepito chiaramente i vescovi della Conferenza Episcopale che, da settimane, insistono sul “dovere” dei cattolici di andare a votare, nonostante tutte le irregolarità che circondano il processo elettorale, cercando così di evitare quell'astensione che favorirebbe l'FSLN. «Nonostante l'incostituzionalità e l'illegalità della nomina di uno dei candidati – in un chiaro riferimento ad Ortega –, la mancanza di credibilità del Consiglio Supremo Elettorale, le irregolarità nel rilascio dei documenti elettorali, la mancanza di fiducia nella classe politica, che si è dimostrata incapace di risolvere i problemi del Paese, nonostante tutto ciò bisogna andare a votare», ha dichiarato il vescovo ausiliare di Managua, Silvio Báez. Da parte sua, il vescovo di Chontales, René Sándigo, ha rincarato la dose: «se i cittadini non votano, il gruppo più organizzato di un particolare partito vincerà largamente. Ma se la cittadinanza vota e non vince, allora sarà evidente la frode elettorale». Pertanto, «dobbiamo votare, perché nelle attuali circostanze del Nicaragua non farlo significa scegliere il male maggiore», ha concluso il nuovo vescovo di Matagalpa, Rolando Álvarez.
Le irregolarità e le illegalità con cui il governo ha organizzato il processo elettorale – brogli nel 2008, permanenza nei loro incarichi di magistrati elettorali del tutto screditati, difficoltà di ogni tipo nelle operazioni di registrazione degli elettori – spingono verso l'astensione parte dell'elettorato, che avverte il rischio di legittimare una farsa con il proprio voto. Del resto tale percezione dell'opposizione è quella che più conviene attualmente al partito di governo, il quale farà di tutto per evitare un'affluenza massiccia al voto.

Paura di perdere

Quanto s'è visto in questo mese è un'ulteriore prova del timore che ciò accada. L'FSLN, che già controlla l'apparato elettorale, ha irrigidito ancor di più tutte le sue strutture elettorali.
Il 3 Giugno, il Consiglio Supremo Elettorale (CSE) ha reso noto la localizzazione dei Consigli Elettorali Regionali (CER) sulla costa caraibica e di quelli Dipartimentali (CED), che chiaramente favorisce l'FSLN, in violazione delle disposizioni di legge tese a garantire l'equilibrio e il pluralismo nella formazione di tali istanze.
Quindi, i CED hanno nominato i presidenti dei Consigli Elettorali Comunali (CEM), dimostrando pari parzialità ed ingiustizia. Purtroppo, c'è da temere che le cose andranno così anche nella nomina dei presidenti di seggio, cioè delle circa 13 mila Juntas Receptoras de Votos (JRV), assegnate in maggioranza all'FSLN. Sarà un fattore cruciale nel giorno delle elezioni: tutte le operazioni relative al voto ed ai registri elettorali – ricorsi, annullamenti di schede, etc. – si decideranno, di fatto, nelle JRV, dopodiché passeranno per l'approvazione ai CEM e, quindi, ai CED. È seguendo tale iter che i risultati potrebbero “aggiustarsi”. In pratica, tutte le decisioni saranno prese dai funzionari di seggio del partito di governo. E l'unico ostacolo sarà rappresentato, nei seggi, dagli scrutatori nominati dall'opposizione, che però già nel 2008 ebbero serie difficoltà ad intervenire.
Indagando su quanto accaduto nelle elezioni del 2008, il Gruppo Civico Etica e Trasparenza ha presentato nel Maggio scorso un documento in cui si individuano 1.284 seggi elettorali che sarebbero particolarmente esposti a operazioni fraudolente, dal momento che in essi l'FSLN non ha mai vinto, anzi, in quei seggi gli elettori hanno sempre votato in maggioranza schiacciante contro l'FSLN.
Il presidente Ortega, i portavoce del governo e il CSE hanno ripetutamente dichiarato che i migliori osservatori elettorali saranno gli scrutatori dei partiti. Contraddicendosi e rimarcando il controllo già esistente, il CSE ha però rifiutato l'accreditamento dei supervisori nazionali proposti dalla Alleanza PLI-UNE e dal PLC, Dionisio Palacios y Alejandro Samaniego. Entrambi sono stati funzionari del CSE e ciò conferisce loro esperienza, competenza e “occhio” per individuare e segnalare le irregolarità e gli abusi che venissero commessi durante le elezioni. Tuttavia, per negare loro l'accreditamento, il CSE ha incredibilmente addotto una norma inventata per l'occasione: avendo lavorato nel CSE non possono fare i supervisori dei partiti.

Niente testimoni

Nonostante tale controllo o, forse, proprio per come potrebbe essere interpretata questa camicia di forza il giorno del voto, il CSE insiste nell'impedire che vi siano osservatori elettorali indipendenti. Se, come recitano i sondaggi realizzati da Siglo Nuevo, l'istituto demoscopico del partito di governo, l'FSLN vincerà con oltre il 50%, resta un “mistero”, che si spiega solo con la paura di perdere, perché il CSE non voglia ammettere osservatori e, nel caso venissero alla fine ammessi, il ritardo con cui saranno invitati e rese note le condizioni imposte agli stessi.
Non vogliono testimoni? Non ascoltano la gente? Eppure, da un anno a questa parte i sondaggi parlano chiaro: tre quarti della popolazione è favorevole alla presenza di osservatori.
Solo a metà Agosto, il CSE pubblicherà le condizioni per l'osservazione elettorale e inviterà, di conseguenza, le organizzazioni internazionali. Sarà probabilmente tardi. Dei due gruppi di osservatori nazionali, solo l'Istituto per lo Sviluppo e la Democrazia (IPADE) ha annunciato che farà richiesta di accreditamento. Al contrario, il Gruppo Civico Etica e Trasparenza ha già detto che opterà piuttosto per altre modalità di “osservazione”: far di ogni elettore un osservatore, inaugurando anche l'osservazione digitale in rete; a tale scopo, ha già predisposto tutto l'occorrente – sito web, linea telefonica, etc. – per ricevere e diffondere i dati elettorali, nonché le eventuali anomalie che emergeranno, soprattutto in riferimento al processo di cedulación, cioè di iscrizione dei votanti.

“Ormai è tardi”

Tra gli osservatori internazionali che storicamente hanno monitorato le elezioni in Nicaragua c'è preoccupazione. Una delegazione del Centro Carter, che ha partecipato come osservatore a tutte le elezioni nicaraguensi dal 1990 in poi, è giunta a Managua in Maggio e Giugno, chiedendo entrambe le volte di incontrare le autorità del CSE. Non è stata ricevuta. Nelle elezioni del 2006, vinte da Ortega, il Centro Carter venne invitato con mesi di anticipo, che gli permisero di monitorare l'intero processo elettorale e certificare, quindi, la sua trasparenza.
Per il rappresentante dell'Unione Europea in Nicaragua, Mendel Goldstein, è «difficile» che la UE mandi osservatori, data la tempistica annunciata dal CSE. Dal canto suo, l'ambasciatore degli Stati Uniti, Robert Callahan, ha dichiarato che «è troppo tardi per un'osservazione credibile». Aggiungendo in seguito: «Per noi, e ovviamente per il mondo e per gli stessi nicaraguensi, sarà un po' difficile accettare i risultati elettorali senza un'osservazione, perché un'osservazione credibile dà autenticità ai risultati elettorali... Non riesco a capire la riluttanza del governo alla presenza di osservatori nazionali e internazionali, è difficile da capire».

Pane e lavoro

Nel suo documento ufficiale, l'FSLN descrive la propria campagna elettorale in questi termini: «Questa è la Campagna del Bene Comune. La Campagna della Moltiplicazione dei Pani, in cui Dio opera Miracoli perché il Bene trionfi».
Il partito di governo sta “moltiplicando i pani” con regalie varie alla gente, in cerca di voti. Ma il “pane” cui la maggior parte della gente aspira è l'occupazione. La creazione di posti di lavoro è una delle promesse fin qui non mantenute dal governo, nonostante nel 2006 avesse proclamato “Disoccupazione Zero”. Quanto peserà questa promessa non mantenuta, questa causa in corso, sugli elettori, il 6 Novembre?
Il cammino delle elezioni non è lastricato solo di misteri e paure, ma anche di sfide. La creazione di posti di lavoro è una sfida che non riguarda solo l'FSLN, ma tutti i candidati e tutto il Paese; ha a che vedere con l'istruzione e, purtroppo, non c'è un dibattito serio su questo.
Nella sua retorica elettorale il candidato presidenziale Arnoldo Alemán promette la creazione di un milione di posti di lavoro in agricoltura, nel turismo, nelle zone franche maquiladoras (vedi  scheda sotto, ndr)...
Secondo Adolfo Acevedo, economista del Coordinamento Civico, tuttavia, la sfida non è tanto sul numero di posti di lavoro quanto sulla qualità degli stessi. Ciò richiede un impegno a lungo termine nel campo dell'istruzione, che nessun governo ha ancora fatto in Nicaragua. «I poveri – sostiene Acevedo – sono tali soprattutto perché hanno accesso principalmente a lavori precari e informali. Perché ci sia crescita economica e riduzione della povertà occorre creare posti di lavoro decenti, adeguatamente retribuiti, e nelle età appropriate... Soltanto circa il 20% della forza lavoro nicaraguense ha un diploma di scuola secondaria, il che equivale a circa 500 mila persone. Ci vorrebbero almeno 15-20 anni perché dalle scuole secondarie del Paese uscisse quel milione di persone cui dovrebbero andare i nuovi posti di lavoro decenti e ben remunerati che promettono i vari candidati».

Il timore di molti

Tra i molti misteri, paure e ritardi, l'ultimo timore che attanaglia molta gente: la violenza che potrebbe scatenarsi durante la campagna elettorale, il giorno delle elezioni e quando saranno resi i risultati. Quanto è successo nel 2008 nel contesto delle elezioni municipali e quel che ne è seguito dimostrano che l'FSLN è disposto a tutto per restare al potere, anche organizzando gruppi violenti pronti ad attaccare qualsiasi espressione di opposizione e malcontento, al riparo dell'intervento della polizia.
Nel suo documento ufficiale, l'FSLN annuncia «La Campagna del Buon Cuore... Una Campagna senza Ira, una Giornata anti-Confrontazione... Noi saremo dove il sole è caldo, senza parole offensive verso alcuno, perché a nessuno è estranea o sconosciuta l'Opera del Signore in Nicaragua, attraverso questo governo e dei suoi servitori sandinisti». Speriamo.

BREVI

    PODER MEDIÁTICO

Después de la compra por el FSLN del Canal 8 de la televisión nacional – según se dijo entonces con recursos del ALBA –, en junio salió al aire un nuevo canal televisivo (Canal 13) en manos de la familia presidencial. En estos años la familia Ortega-Murillo se ha constituido en un imperio mediático. Carlos Enrique y Daniel Edmundo Ortega Murillo dirigen el Canal 4, después que Rafael Ortega Murillo, al frente de la empresa Nueva Imagen negociara en 2007 con el poderoso empresario mexicano Ángel González, abriéndole las puertas al espectro televisivo nicaragüense. Juan Carlos Ortega Murillo dirige el Canal 8, Maurice Ortega Murillo dirige la productora de televisión RGB Media y ahora, junto a sus hermanas Camila y Luciana, dirige el nuevo Canal 13, que transmite 24 horas. También el Canal 91 pertenece a la familia, aunque aún no tiene un perfil definido. Al salir al aire el Canal 13, la presidenta del Centro Nicaragüense de Derechos Humanos (CENIDH), Wilma Núñez, declaró: «Se debe recordar que el monopolio empresarial está prohibido por las leyes nicaragüenses. También la Ley de Probidad sanciona al funcionario público que invierte en empresas familiares, pero la Contraloría General de la República no ve nada».

    ORTEGA A CHÁVEZ

El 4 de julio el Presidente Ortega envió al Presidente Chávez un mensaje de saludo por el Bicentenario de la Independencia venezolana, en el que entre otras cosas dice: «En la víspera del 5 de julio te saludamos contentos de verte de regreso en Venezuela, en ese franco proceso de mejoría que la Razón Amorosa del Mundo acompaña con todo el corazón. Celebramos doblemente, con vos fortalecido en tu salud, y feliz en tu Patria, el Bicentenario de aquellas formidables Epopeyas y las victoriosas jornadas de esta Época, que representan la definitiva Independencia, no sólo de Venezuela sino de toda esta América Indígena, Negra, Mestiza, Criolla. América-Esperanza, América-Triunfante, América-Sueños-en-Realización, América, Fulgores y Esplendores de banderas y convicciones que vuelven irrevocables, e irrenunciables, las Rutas marcadas por tanto afán de Justicia y de Luz... Comandante-Presidente, Hermano, Jefe de esa trascendental Revolución Bolivariana, te saludamos desde el ALBA, con el Sol del Amanecer iluminando ya los destinos de esta América que vibra, sueña, ama, rezando a Jesucristo y viviendo ya los Nuevos Días de este otro Tiempo de Construcción, profunda y definitiva, del Cristianismo, el Socialismo y la Solidaridad».

    INSEGURIDAD EN CENTROAMÉRICA

El 22 y 23 de junio se celebró en Guatemala la Conferencia Internacional de Apoyo a la Estrategia de Seguridad de Centroamérica, con la que la región espera recibir recursos financieros para 22 proyectos (profesionalización de las fuerzas de seguridad, adquisición de armamento y equipos de alta tecnología, atención a las cárceles, prevención juvenil, etc.). El cálculo de los recursos necesarios era de 6,500 millones de dólares. Al final, los organismos internacionales se comprometieron a aportar solamente 2 mil millones de dólares en créditos blandos, donaciones y apoyo técnico. Según el informe Crimen y violencia en Centroamérica: un desafío para el desarrollo, presentado por el Banco Mundial antes de la Conferencia, se calcula que 70 mil centroamericanos están integrados en más de 900 pandillas o maras. Según el Programa de Naciones Unidas para el Desarrollo (PNUD), la tasa de homicidios en Centroamérica (33.3 por cada 100 mil habitantes) es la más alta del mundo. La inseguridad centroamericana está estrechamente vinculada a las actividades del narcotráfico y del crimen organizado. La participación del Presidente Ortega tuvo un matiz moralizante: «Hay que ir a la raíz del problema y la raíz del problema está, como lo dijo Su Santidad Juan Pablo II, en el capitalismo salvaje que promueve el consumismo y crea condiciones sicológicas y socio-culturales en las sociedades desarrolladas, que se vuelven vulnerables a adquirir la coca, el crack, la heroína y las más diversas formas de envenenamiento moral y físico del ser humano».

    EMBARAZOS ADOLESCENTES

El Instituto de Investigación Internacional Guttmacher, con sede en Estados Unidos, que promueve con sus estudios la salud sexual y reproductiva, realizó entre 1990 y 2005 una investigación, publicada en 2010, sobre la maternidad de adolescentes en Nicaragua, que concluye que ese país tiene una de las tasas de embarazos adolescentes más alta del mundo. El estudio calcula que, aproximadamente, el 50% de las mujeres nicaragüenses da a luz antes de cumplir 20 años. El embarazo precoz puede afectar severamente la salud de las adolescentes y también la de las criaturas que nacen de ellas. Igualmente, trastorna la educación de estas muchachas. En algunos casos, el embarazo no deseado, por ser producto de violación, provoca suicidios. Las salidas a este grave problema – que no ha mejorado desde que se hizo la investigación, sino que ha empeorado – son una educación que incluya una formación sexual integral y oportunidades de proyectos de vida personales que muestren a las adolescentes que sus vidas tienen otros sentidos y no sólo el de ser madres cuanto antes. Según la investigación, que analizó toda la información oficial, nacional e internacional, disponible, el problema es reconocido por las autoridades, pero no se plantean soluciones.

    LÁMINAS DE ZINC

Según Nelson Artola, director del Fondo de Inversión Social de Emergencia (FISE) en el año  2010 el gobierno regaló 1 millón 30 mil láminas de zinc y 206 mil libras de clavos en todo el país a 103 mil familias pobres, sobre todo de áreas rurales, para que techen adecuadamente sus viviendas. En 2011 la meta es similar. En este proyecto se han invertido 550 millones de córdobas (unos 25 millones de dólares) proporcionados por el fondo ALBA, que se nutre de las ganancias del convenio petrolero con Venezuela. Se estima que el Plan Techo ha beneficiado a 618 mil personas. Las diez láminas de zinc por familia las entrega personalmente el cardenal Obando y Bravo. El 1 de junio, en una sesión de trabajo con el gabinete ampliado, secretarios políticos del FSLN y alcaldes, Rosario Murillo comentaba así esta tarea que el gobierno le ha encomendado: «El Cardenal Miguel, 85 años va a cumplir este año y anda de arriba para abajo porque ha sabido identificar en este Proyecto el Proyecto que opta preferencialmente por los pobres. Nosotros tenemos que estar agradecidos y reconocidos y verlo como un ejemplo viviente. No descansa, sirviendo a la gente todo el tiempo. Vamos a hacer verdaderas fiestas locales cuando llegue Su Eminencia, a rendirle homenaje y entregarle las Llaves de la Ciudad. Es una personalidad mundial y llega a los municipios y es un lujo, un honor, un privilegio que un Cardenal de la Iglesia Católica visite un municipio...».

    CASAS PARA DAMNIFICADOS

110 familias de varios distritos de Managua, que lo perdieron todo en 2010 a consecuencia de las intensas lluvias de ese invierno, fueron trasladadas de los albergues en donde han permanecido refugiadas durante casi un año a Villa Dignidad, un complejo de casas construidas en la zona de Sabana Grande. En Villa Dignidad serán construidas 926 casas para familias damnificadas. Las viviendas, de 36 metros cuadrados, tienen dos cuartos, una sala-comedor-cocina y un baño y están amuebladas. Aún quedan muchas familias por reubicar. El gobierno afirma que estas casas se construyen con fondos del ALBA.

    CATEDRAL DE LEÓN

El 28 de junio la UNESCO declaró por unanimidad Patrimonio Mundial a la Catedral de León, como «expresión de la transición de la arquitectura barroca a la neoclásica». La construcción de la Catedral, la mayor de Centroamérica, inició en 1747 y duró 113 años. «Debemos agradecer a nuestros indígenas que la construyeron y es por ellos que debemos preservarla», fue uno de los comentarios del obispo de León, Bosco Vivas, al conocer y celebrar la noticia. En la Catedral están enterradas una mujer (esclava) y 26 hombres, entre ellos tres poetas: Rubén Darío, Salomón de la Selva y Alfonso Cortés. Con esta declaratoria, la UNESCO se compromete a apoyar al gobierno de Nicaragua cuando la Catedral requiera mejoras. En el conjunto de imágenes valiosas que guarda la Catedral sobresale el llamado “Cristo Negro de Pedrarias”, una de las imágenes más antiguas del país. La tradición dice que fue traída a Nicaragua en 1528 por el conquistador español Pedro Arias de Ávila.

SCHEDA / COSA SONO LE MAQUILADORAS O MAQUILAS

Il termine deriva dall’arabo makíla (stessa pronuncia in castigliano); anticamente indicava la quota di macinato che il contadino riconosceva al proprietario del mulino per il suo servizio.
Nell’attualità, con maquila o maquiladora si indica quella fabbrica in cui il capitale straniero, in via diretta o, più spesso, tramite imprese locali subcontrattate, controlla l’intero ciclo produttivo e la commercializzazione finale del prodotto.
Ma, a differenza di altre fabbriche di assemblaggio, nelle maquilas è lo stesso proprietario a fornire la materia prima che vi viene lavorata.
Di solito, le maquilas sorgono in zone franche, prossime a porti marittimi ed aeroporti, da cui il prodotto prende la rotta dei paesi del Nord.
Per attrarre le fabbriche maquiladoras, i governi  dei paesi del Sud del mondo sono soliti offrire fortissime agevolazioni fiscali e vantaggi di ogani tipo. Una zona di forte insediamento di maquilas è la frontiera nord messicana, soprattutto a seguito della firma del trattato NAFTA (North American Free Trade Agreement), sul libero commercio fra USA, Canada e México.
In America Centrale, le maquilas sono, soprattutto, tessili. Vi lavorano, in grande maggioranza, donne giovani e giovanissime, sottoposte a pesanti pressioni psicologiche e, persino, a molestie  sessuali. In tali  fabbriche, la sindacalizzazione è, di fatto, vietata. Le condizioni lavorative sono perlopiù insalubri e il clima generale che vi si respira è autoritario e, spesso, repressivo.
Un termine crescentemente usato in Italia – perché anche in Italia vi sono maquilas... – per indicare questo tipo di imprese è “laboratori contoterzisti”.
Una delle caratteristiche di tale fenomeno produttivo, figlio della globalizzazione neoliberistica, è l’estrema volatilità del capitale investito in queste fabbriche. In altri termini: la bassa professionalizzazione richiesta, il più o meno basso (a seconda dei casi) investimento in macchinari, la grande disponibilità di manodopera a buon mercato, la ipersensibilità rispetto ai vantaggi relativi offerti da altri governi, sono tutti fattori che fanno sì che queste fabbriche possano essere spostate facilmente da un Paese all’altro, quando le condizioni produttive locali non siano più ritenute convenienti da chi detiene il controllo della catena produttiva.
Ciò resta vero. Tuttavia, con il passare degli anni, molte maquilas vanno via via perdendo il loro carattere di “provvisorietà”. E sebbene, ogni tanto, qualcuna di esse chiuda o si trasferisca altrove, le fabbriche maquiladoras danno lavoro a migliaia di persone e la loro produzione è ormai una variabile economica importante in tutti i Paesi che le ospitano. Tanto che è difficile immaginare una loro improvvisa, totale e definitiva uscita dalla scena economica. Tra le conseguenze di ciò, il fatto che, con il passare del tempo, una nuova generazione, soprattutto, di lavoratrici vada forgiando una “classe operaia femminile”, alle prese con il maschilismo imperante tanto nelle fabbriche come nelle società centroamericane.