GUATEMALA / Pérez Molina e la depenalizzazione (o legalizzazione) delle droghe

Comunque la si pensi, il presidente guatemalteco ha il merito di aver posto il problema. Tuttavia, cosa c'è dietro la sua proposta di depenalizzare, se non legalizzare del tutto, dal consumo allo spaccio, le droghe in America Centrale? Un passo del genere, senza alcuna riflessione previa, rischia di aprire un vaso di Pandora dalle conseguenze incontrollabili; al contrario, da un dibattito consapevole potrebbero scaturire decisioni responsabili e aprirsi una via per la pace, di cui non c'è traccia nella regione centroamericana.

Articolo di Juan Hernández Pico. Traduzione e redazione in italiano di Marco Cantarelli.


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Era inevitabile che la proposta del neoeletto presidente del Guatemala, il generale in pensione Otto Pérez Molina, di discutere della depenalizzazione, e persino della legalizzazione, delle droghe in Centroamerica, si traducesse in titoloni dei mass-media, non solo nella regione centroamericana, ma in tutto il mondo. Si tratta di una proposta insolita per un presidente centroamericano, almeno nella sua finalità di far convergere sulla stessa sei dei sette capi di Stato della regione – al solito, il Belize viene sempre trascurato dal Guatemala – e farne un punto all'ordine del giorno del recente Vertice delle Americhe, svoltosi a Cartagena de Indias (Colombia), in Aprile. In quel contesto, il presidente colombiano Juan Manuel Santos si è detto convinto della necessità di discutere della proposta guatemalteca, così come di altre che aiutino ad affrontare le conseguenze più violente del narcotraffico.
Non è la prima volta che una proposta innovativa in materia di droga viene presentata a livello presidenziale. Nel vertice dei presidenti centroamericani del 2010, l'allora neoeletta presidente del Costa Rica, Laura Chinchilla sostenne che non era una buona politica utilizzare le scarse risorse a disposizione dei Paesi centroamericani nella lotta al narcotraffico, quando gli Stati Uniti non forniscono aiuti sufficienti perché tale lotta abbia prospettive di successo.
Napolitano e Biden: no e sìLa reazione degli Stati Uniti non si è fatta attendere. Janet Napolitano, segretaria del Dipartimento di Sicurezza Nazionale, ha bollato senza mezzi termini la proposta di Pérez Molina, negando la sua convenienza e opportunità, lasciando intendere che sarebbe come dare carta bianca al crimine organizzato: un vaso di Pandora dal quale, una volta aperto, si diffonderebbe una specie di epidemia che colpirebbe la salute di migliaia di giovani e adulti nelle Americhe.
Tuttavia, gli Stati Uniti hanno preso sul serio il polverone sollevato dalla proposta guatemalteca. Non solo hanno inviato la stessa Janet Napolitano in America Centrale, ma anche il segretario di Stato aggiunto per la lotta al narcotraffico, William Brownfield. E nel vertice dei presidenti centroamericani, svoltosi il 7 Marzo in Honduras, il vicepresidente degli Stati Uniti Joseph Biden, presente all'incontro, ha dichiarato di comprendere il senso di frustrazione dei centroamericani di fronte alle numerose vittime della lotta al narcotraffico, apparentemente senza risultati. Pur difendendo la posizione ufficiale degli Stati Uniti, Biden è sembrato disponibile a discutere del problema.
Cosa c'è nel fondo?Cosa ha portato Pérez Molina ad aprire un dibattito su quale siano i migliori metodi per combattere il narcotraffico e il consumo di droga nella regione? La prima risposta a tale domanda è che Pérez Molina, come tutti, è sempre più convinto del fallimento della strategia militare di lotta a questo fenomeno, ormai globalizzato. Ma vi sono anche altre ipotesi plausibili.
La prima è che, con la sua proposta, Pérez Molina starebbe cercando di spingere gli Stati Uniti ad incrementare i loro aiuti economici e militari in misura assai superiore rispetto ad oggi.
Un'altra ipotesi è che Pérez Molina, nello spirito della Capitanía General dei tempi della Colonia, voglia esercitare un ruolo egemonico in Centroamerica, assurgendo a leader regionale capace di mantenere, agli occhi dei guatemaltechi, la promessa di far vivere al Guatemala e al Centroamerica una nuova epoca, in questo 2012 in cui si chiude un'era maya di 13 baktunes (pari a 400 anni di 360 giorni, ndr).
Un'altra ipotesi da considerare è che, essendosi sentito tradito come militare negli anni '90 dal presidente Clinton e costretto a firmare una pace che gli rubava la vittoria militare, Pérez Molina stia ora proponendo un dibattito nell'ottica nazionalista propria dei militari.
In tal senso, l'audace proposta potrebbe anche mirare a stendere un velo sulle accuse di violazione dei diritti umani commesse durante la guerra, che incombono su Pérez Molina. Si è parlato molto, inoltre, del fatto che in qualche momento della sua carriera militare, o successivamente, Pérez Molina avrebbe avuto collegamenti con il narcotraffico. Qualche anno fa, dapprima sua moglie e suo figlio e, quindi, sua figlia hanno subìto attentati: all'epoca, si disse che a commetterli fossero dei narcotrafficanti cui non erano stati versati ingenti proventi frutto di un affare di droga. Si tratta di voci, mai sostenute da prove, che, comunque, in queste vicende non sono facili da apportare.
L'esperienza antiguerriglieraProviamo, tuttavia, ad analizzare le motivazioni della proposta di Pérez Molina da una prospettiva più razionale.
Pérez Molina ha combattuto una guerra contro un nemico illegale – per lui e per i suoi colleghi, anche se non per una parte importante del popolo guatemalteco –, un nemico illegittimo, che aveva trovato nella clandestinità il modo di ampliare la sua lotta sociale rivoluzionaria e difendersi dallo stigma di illegalità che accompagna l'uso delle armi, dichiarato monopolio dello Stato, e dallo stigma della “sovversione”, allora sinonimo di “comunismo”, temutissimo fantasma in un Paese che non temeva gli orrori del capitalismo, nello stato di accumulazione primitiva allora vigente.
Il generale e i suoi colleghi hanno vinto militarmente quella guerra, ma non sono riusciti a distruggere il loro nemico. Nonostante il nemico guerrigliero abbracciasse chiaramente la filosofia e l'ideologia marxiste, lo Stato guatemalteco e l'esercito nazionale che allora guidava e rappresentava lo Stato, non ha avuto altra scelta che sedersi al tavolo dei negoziati. L'opinione pubblica internazionale considerava più pericoloso di un armistizio il carattere terroristico e genocida dei mezzi usati da quell'esercito e da quello Stato contro i diritti umani. Anche perché la tendenza del mondo occidentale a promuovere governi democratici, anche se solo sul piano formale, non era più minacciata dal polo che negli anni della Guerra Fredda aveva rappresentato l'Unione Sovietica. Ed anche Cuba aveva cessato di essere una potenziale esportatrice di rivoluzioni.
Tale esperienza personale e istituzionale ha portato Pérez Molina ed i suoi colleghi alla disillusione di “aver vinto la guerra, ma perso la pace”. Naturalmente, esageravano la vittoria militare, dal momento che non erano riusciti ad annientare il nemico, ma solo a stringerlo nell'angolo, relativamente. E perché la loro orrenda violazione dei diritti umani ed umanitari, che vanno rispettati in ogni guerra, aveva privato di ogni legittimità la loro guerra.
Hanno perso la pace perché nell'accordo di riconciliazione nazionale e nella corrispondente legislazione non sono riusciti ad includere, come in Argentina e Uruguay negli anni '80 e in El Salvador negli anni '90, la decisione politica di mettere un “punto finale” che garantisse ai militari di poter voltar pagina, facendo calare l'oblio sui crimini di lesa umanità da essi commessi: genocidio, sparizioni forzate, torture. Invece, hanno dovuto accettare che la spada della giustizia e contro l'impunità continuasse a pendere sulle loro teste. Che tale spada sia ancora tagliente lo dimostrano la recente condanna dei militari autori del massacro di Dos Erres, nel Petén, la condanna dei militari responsabili del massacro di Plan de Sánchez in Rabinal, Baja Verapaz, la prigione e i processi contro alcuni generali che si trovavano al vertice della catena di comando durante la guerra, tra i quali lo stesso generale Efraín Ríos Montt. Non è irragionevole ritenere, quindi, che Pérez Molina non voglia coinvolgere l'esercito, la Polizia Nazionale Civile, la disastrata Aviazione Nazionale e la piccola Marina del Guatemala, in una guerra che causerebbe prevediblmente innumerevoli vittime, ma senza prospettive di vittoria, contro una forza economico-militare ancor più clandestina di quanto non fosse la guerriglia. Una guerra contro un impero globalizzato, con capacità di autofinanziarsi e dotarsi di armi assai superiore a quella che ebbe la seconda leva guerrigliera fra gli anni '70 e '90.
Narcoaffari globaliSi è soliti definire “selvaggio” il capitalismo nella sua fase di accumulazione primitiva. Al solito, esso viene socialmente stigmatizzato. E pure ecclesialmente: così lo chiamò e condannò, ad esempio, Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica del 1991, in commemorazione del centenario della prima enciclica sociale Rerum novarum. Il vescovo brasiliano Pedro Casaldáliga aggiunge lapidario: «Ogni capitalismo è selvaggio»; quella è la sua natura.
Lo provano, in Guatemala, le resistenze ad aumentare il salario minimo; gli scandalosi profitti delle aziende farmaceutiche; la minaccia della grande impresa di fare colpi di Stato qualora venga introdotta una tassazione progressiva; l'espulsione di braccianti dalle piantagioni di caffè senza alcun indennizzo; l'inumano ritmo di lavoro nelle maquilas (le fabbriche “contoterziste”, a capitale straniero, ndr); l'ideologia della superiorità per giustificare la crescente disuguaglianza tra quanti traggono i maggiori vantaggi dal sistema e quanti non ricevono niente dallo stesso.
E lo prova abbondamente la prima grande crisi del capitalismo globale, con milioni di persone espulse dal lavoro e dalle loro case, in molti Paesi del mondo, a causa di prodotti finanziari senza alcuna regolamentazione statale.
Lo prova l'intensa lotta del capitalismo selvaggio neoliberista per ridurre fino ad eliminare la tassazione per i più ricchi: è questa la bandiera del Partito Repubblicano fin dai tempi di Ronald Reagan.
La prova più grande di un capitalismo che funziona senza regolamentazione, legge e compassione è data dai narcoaffari globalizzati e armati. Affrontare tale fenomeno con le armi, sulla base di una strategia militare, è pura follia. Il México è lì a dimostrarlo. Qualsiasi capobanda ucciso o imprigionato, sia esso del cartello di Sinaloa o di quello del Golfo, o della Familia Michoacana, de Los Zetas o di qualsiasi altro cartello o banda, viene immediatamente sostituito da un altro. I narcos hanno imparato la “lezione colombiana”: quando il cartello di Medellín, preso alla sprovvista, perse il suo capo Pablo Escobar, esso entrò in declino.
Otto Pérez Molina lo sa perfettamente: la guerra, oggi, è contro una multinazionale capitalista globalizzata. Da tale consapevolezza può essere scaturita la sua proposta di depenalizzare, e persino, legalizzare le droghe.
Frustrati per Iraq e AfghanistanQuando il vicepresidente statunitense Joe Biden, nel suo incontro con i presidenti centroamericani in Honduras, riconosce la frustrazione dei centroamericani di fronte alle migliaia di vittime nella lotta al narcotraffico, senza che alcun risultato sia raggiunto, fa intuire anche un altro dei motivi per cui la depenalizzazione e la legalizzazione delle droghe siano diventate oggetto di dibattito. Tale ragione si chiama Iraq e Afghanistan, Paesi in cui gli Stati Uniti hanno investito somme enormi nelle guerre ivi condotte, dissanguando sia la gioventù statunitense arruolata in quei conflitti che, in maggior misura, quella dei Paesi coinvolti, senza peraltro riuscire a debellare il radicalismo islamico, nonostante l'eliminazione extragiudiziale di Osama Bin Laden.
Le avventure militari degli Stati Uniti, finora il Paese economicamente più potente del mondo, hanno imposto un onere finanziario enorme, che lo ha portato ad essere prossimo a cedere il primato alla Repubblica Popolare Cinese. 40 anni fa, la guerra in Vietnam finì con conseguenze simili: gli Stati Uniti persero allora oltre 58 mila vite e una guerra in cui i vietnamiti persero tra 4 e 6 milioni di persone, oltre a subire giganteschi danni ambientali, fra l'altro, causati dall'uso massiccio dell'Agent Orange (l'Agente Arancio, dal colore delle strisce presenti sui fusti usati per il suo stoccaggio durante il trasporto: un defoliante contenente diossine, altamente tossico, cancerogeno e teratogeno, ndr). Per oltre un decennio gli Stati Uniti hanno dovuto fare i conti con la cosiddetta “sindrome del Vietnam”.
Maggiori aiuti economici?Per formazione ed esperienza militare, Pérez Molina sa, o dovrebbe sapere, che i piccoli Paesi centroamericani – in America Centrale vivono circa 40 milioni di persone, meno di un settimo della popolazione statunitense e un terzo di quella messicana – sono impotenti sul piano repressivo nei confronti del narcotraffico e della sua penetrazione nelle istituzioni pubbliche e private della regione. Incapaci di eliminare o almeno ridurre tale minaccia, i Paesi centroamericani hanno però un grande potenziale quanto ad accumulare vittime. È un'ipotesi ragionevole che Pérez Molina, senza essere pienamente convinto della correttezza del dibattito che propone, stia inviando un messaggio agli Stati Uniti, perché questi forniscano maggiore assistenza economica e finanziaria, sia in proprio sia tramite le istituzioni finanziarie multilaterali, nello sviluppo di progetti che migliorino la qualità di vita della popolazione nella regione e creino posti di lavoro, al fine di evitare la tentazione di tanta gente di partecipare al narcotraffico, come forma di vita, lavoro e progresso economico.
Solo un aiuto integrale di questo tipo disincentiverebbe la popolazione centroamericana, e guatemalteca in particolare, dall'emigrare negli Stati Uniti, attraverso il México; ciò indebolirebbe, inoltre, i gruppi armati del narcotraffico, come Los Zetas, dediti a sequestrare i migranti, ricattandoli o minacciandoli perché entrino nelle loro fila, trasformandoli in carne da cannone, o uccidendoli se rifiutano, come sembra sia successo ai 72 assassinati a Tamaulipas, nel 2011.
Avrà messo in conto Pérez Molina che, una volta depenalizzate le droghe, gli scontri armati tra bande di narcotrafficanti verrebbero meno per reciproco sterminio?
Avrà tenuto in considerazione Pérez Molina che quanto il narcotraffico smetterebbe di accumulare, in ragione degli astronomici prezzi oggi raggiunti dalle droghe in quanto prodotti clandestini, illegali e puniti, potrebbe comunque guadagnarlo, ma in sicurezza, godendo dei profitti in pace?
Stati Uniti e El SalvadorDopo aver lanciato la sua proposta, che ha subito fatto il giro del mondo, Pérez Molina ha convocato per il 24 Marzo ad Antigua i presidenti centroamericani per discuterne. Alla riunione erano presenti, tuttavia, soltanto i presidenti Martinelli e Chinchilla, rispettivamente di Panamá e Costa Rica. Assenti gli altri tre. Secondo Pérez Molina, il governo statunitense avrebbe boicottato l'incontro, tramite il presidente salvadoregno. Perché Mauricio Funes, presidente di El Salvador, e Porfirio Lobo e Daniel Ortega, presidenti di Honduras e Nicaragua, avrebbero boicottato il vertice di Antigua, con la loro assenza, rendendo così improbabile che il tema entrasse nell'agenda del vertice di Cartagena?
Dopo aver, all'inizio, appoggiato la proposta di Pérez Molina, il presidente Funes si è prontamente defilato quando il governo degli Stati Uniti l'ha respinta. Per Funes, che insiste nel difendere la sua decisione come autonoma, la depenalizzazione delle droghe non è un modo per affrontare il problema. Tuttavia, secondo altre fonti, Funes non può assumere posizioni politiche in contrasto con gli Stati Uniti, in quanto El Salvador è diventato loro “partner privilegiato per lo sviluppo” nella regione. Non va dimenticato, in tal senso, che Funes è stato ricevuto da Obama all'inizio del suo mandato e lo stesso Obama ha scelto El Salvador per la sua visita in America Centrale. Inoltre, gli Stati Uniti stanno prorogando, anno dopo anno e senza grossi problemi, lo status di Protezione Temporanea (TPS) per 18 mesi agli immigrati salvadoregni, entrati clandestinamente negli Stati Uniti prima del 13 Febbraio 2001.
Strategia “colombiana”?Funes ha negato che la sua assenza ad Antigua sia stata un segnale di resa alla strategia antidroga del gigante del Nord, sostenendo piuttosto che è stato Pérez Molina ad aver modificato l'agenda dell'incontro, in cui si sarebbero dovute discutere unicamente delle alternative nella lotta al narcotraffico, con l'ausilio di esperti, ma senza elaborare una proposta centroamericana da presentare al vertice di Cartagena.
Non è improbabile che il presidente Funes stia pensando ad una strategia alternativa nel Salvador, come quella applicata in Colombia: accerchiamento e annientamento del cartello di Medellín in cambio di qualche accordo del governo con il cartello di Cali. Nei fatti, in Colombia, una volta eliminato Pablo Escobar, il governo strinse un “patto” (evidentemente, non scritto, ndr) con i Rodríguez Orejuela di Cali, lasciando loro libertà di azione in territori ristretti e con l'impegno che il cartello assumesse comportamenti meno sanguinari. Quindi, durante il governo Samper, che pure fu accusato di aver ricevuto denaro per la sua campagna elettorale dal cartello di Cali, anche quest'ultimo cartello venne decapitato, con l'estradizione dei fratelli Gilberto e Miguel Rodríguez Orejuela negli Stati Uniti, anche se sulla base di un accordo che prevede la riduzione della pena nei loro confronti.
Lobo e OrtegaLa lotta per la leadership in America Centrale è un altro dei motivi che, probabilmente, hanno spinto il presidente Funes a non andare ad Antigua.
Ciò potrebbe anche spiegare la rapidità con cui il presidente dell'Honduras Porfirio Lobo ha detto di no. Lobo è attualmente presidente del Sistema di Integrazione Centroamericana (SICA) e a lui sarebbe toccato convocare gli altri presidenti. In altri termini, Lobo non poteva accettare che il presidente guatemalteco si sostituisse a lui in tale ruolo.
Alcuni giorni dopo, Funes, Lobo e Ortega si sono incontrati nel Salvador per discutere dello sviluppo del Golfo di Fonseca, lo specchio di oceano Pacifico che i tre Paesi condividono e che, come essi ben sanno, è uno dei corridoi utilizzati dai narcotrafficanti per trasportare droghe negli Stati Uniti.
Il caso del presidente Daniel Ortega, che non solo non si è recato ad Antigua ma ha avuto le parole più forti contro la proposta di Pérez Molina – «Significherebbe legalizzare il crimine, ammettere la nostra sconfitta. E noi, fedeli al motto di Sandino “Non mi vendo, né mi arrendo”, di fronte al narcotraffico e alla criminalità organizzata, diciamo: non ci vendiamo, né ci arrendiamo», ha dichiarato – è stata interpretato in Nicaragua come un altro segnale che Ortega non intende “disturbare” gli Stati Uniti, nella fragile posizione in cui si trova, essendo sotto esame dei congressisti repubblicani e democratici a seguito della frode elettorale che gli ha permesso di intraprendere il terzo mandato alla presidenza. Nei fatti, quei parlamentari chiedono all'amministrazione Obama di sanzionare Ortega. Secondo Hugo Torres, generale nicaraguense in pensione, «il panorama interno e internazionale si è complicato per Ortega e, data l'incertezza circa l'approvazione di due deroghe economiche che quest'anno gli Stati Uniti devono concedere al Nicaragua, Ortega non vuole creare problemi, che mettano a repentaglio le possibilità di finanziamento che dipendono da tali deroghe».
Le responsabilità USALa domanda chiave è, dunque: perché gli Stati Uniti non mettono in campo maggiori forze di polizia o militari sul proprio territorio per affrontare il narcotraffico, essendo la loro popolazione la principale cliente di droghe al mondo?
La complessità data dal sistema di governo federale e governi statali negli Stati Uniti, per cui alcuni reati possono essere perseguiti dal governo federale, vale a dire interstatalmente, mentre altri possono esserlo solo dalle polizie di ciascuno Stato o locali, spiega in parte il problema. Tuttavia, la Drug Enforcement Administration (DEA) condivide con il Federal Bureau of Investigation (FBI) la lotta al narcotraffico ed è l'unica agenzia del governo statunitense a poter perseguire i narcotrafficanti al di fuori degli Stati Uniti. Non pochi dei suoi oltre 5 mila agenti speciali – l'altra metà dei suoi dipendenti sono burocrati o amministrativi – si teme siano stati corrotti dal narcotraffico. Alla memoria torna la vicenda di Manuel Antonio Noriega, ”uomo forte” di Panamá a lungo al servizio degli interessi statunitensi, deposto dai marines che invasero il Paese del Canale nel 1989. Ovviamente, è molto difficile se non impossibile, ottenere prove di tale corruzione, qualora ci fosse. Tuttavia, non si può escludere che essa sia resa possibile dall'enorme disponibilità di denaro in mano al narcotraffico. Senza dimenticare che nel XIX secolo l'impero britannico e le altre potenze occidentali provocarono le cosiddette “guerre dell'oppio” per vendere droga in Cina, assuefare alle droghe la sua popolazione e fare del Celeste Impero una preda più facile da dominare.
Droga: status symbolPer questi motivi, secondo alcuni esperti, la principale ragione della fragilità della lotta degli Stati Uniti contro l'impero della droga nel loro territorio sta nel fatto che il consumo di stupefacenti da parte di un segmento importante e potente della popolazione di quel Paese sia diventato un'abito culturale talmente radicato da non poter essere scalfito, né significativamente ridotto. In breve, le droghe sono diventate ciò che l'alcool era durante il proibizionismo, o quello che è sempre stato il buon tabacco (sigari cubani, pipe scolpite, sigarette costose); uno status symbol, anche se tale simbolo è stato proprio, in passato, della “sottocultura” degli hippies, dei gruppi musicali e delle stelle del cinema.
Le radici di tale abito culturale spiegherebbero il limitato budget annuale della DEA: 2 miliardi e 415 milioni all'anno, secondo Wikipedia: meno della metà del bilancio annuale dello Stato guatemalteco. Poiché la produzione di eroina e cocaina avviene lontano dagli Stati Uniti, nel cosiddetto Triangolo d'Oro del Sud-Est asiatico, in Afghanistan, Bolivia, Perù, Ecuador e soprattutto Colombia, mentre a quanto pare negli Stati Uniti si produce solo la meno dannosa delle droghe, la marijuana, è facile proiettare su altri paesi la responsabilità, ed anche la colpa, dei danni che il consumo di droghe arreca alla salute dei cittadini degli Stati Uniti, specialmente dei giovani. Ed è facile esigere dai Paesi produttori o da quelli per i quali transitano le droghe, maggiori sforzi nella lotta al narcotraffico, mentre il governo degli Stati Uniti può attribuirsi i successi nei processi contro i narcotrafficanti estraditati o delle operazioni della DEA all'estero; vittorie che lasciano intravedere lo scandalo della vendita di armi da guerra ai narcotrafficanti alla frontiera con il México, come esca per individuare i loro rifugi: il governo messicano ha protestato più volte con gli Stati Uniti per la scarsa vigilanza esercitata sulla vendita di armi negli Stati di frontiera quali California, Arizona, New Mexico e Texas.
I diritti riconosciuti dal secondo e dal nono emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti non possono essere addotti come impedimento al controllo sulla vendita di armi. Il nono emendamento stabilisce che la Costituzione non può privare i cittadini dei diritti acquisiti prima della sua elaborazione e approvazione, compreso il diritto ad avere e portare armi per autodifesa. Il secondo emendamento, inoltre, recita: «Essendo una milizia ben addestrata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto del popolo a possedere e portare armi non sarà violato». È chiaro che nessuno di questi due emendamenti autorizzano la vendita di armi a persone che si sospetta le usino al di fuori degli Stati Uniti per difendere il narcotraffico verso gli Stati Uniti.
Legalizzare o depenalizzare?In questo dibattito è importante chiarire i concetti. Legalizzare le droghe significa che la produzione, il possesso, il consumo, lo stoccaggio, il commercio all'ingrosso e al dettaglio, l'importazione e l'esportazione diventano completamente legali, e che lo Stato grava tali attività con imposte, tariffe, accise e dazi.
Se si desse una parziale legalizzazione, vorrebbe dire che il possesso e il consumo in determinati luoghi o nella propria casa, diventano legali, pur restando illegali la produzione e il commercio di droga.
Depenalizzare la droga significa, invece, che, pur vigendo l'illegalità, assoluta o parziale, la responsabilità di commettere azioni illegali, e pertanto vietate, si trasferirebbe dal campo penale a quello amministrativo; ad esempio, mediante sanzioni, multe, confische; oppure, altre misure che il diritto potrebbe sviluppare, come un periodo di servizio sociale inflitto al trasgressore; o ancora, limitazioni all'esportazione e importazione, e alla commercializzazione, condizioni speciali per la distribuzione, come il divieto di vendita ai minori di 18 anni, come avviene con l'alcol in molti Paesi, altri obblighi imposti ai consumatori...
La necessaria istituzionalitàC'è un aspetto di questa questione estremamente importante. Secondo esperti che hanno ricoperto incarichi governativi in materia di sicurezza e giustizia in alcuni Paesi centroamericani, quando si propone la depenalizzazione o, persino, la legalizzazione delle droghe, supponendo che la misura venisse adottata nell'area che va dalla Bolivia al Canada, per esempio, bisognerebbe chiedersi se negli Stati che adottassero tali disposizioni esista la sufficiente istituzionalità perché ciò non diventi controproducente per la sicurezza e la salute di tutta la popolazione.
È fondamentale, in tal senso, la questione della solidità istituzionale degli Stati. Tenendo conto, tra l'altro, che in materia di droghe, lo Stato se la deve vedere non solo con il narcotraffico, ma con la vasta gamma di criminalità organizzata. I capi e gli impiegati del narcotraffico non sono normali imprenditori capitalisti, ma una delle molte multinazionali in cui il crimine organizzato si specializza a livello mondiale, al di fuori di leggi e regolamenti, e utilizzando armi e banche per la gestione degli affari.
Non pochi narcotrafficanti hanno stretto alleanze con trafficanti d'armi, di persone, di organi, di legname pregiato, con catene illegali di adozione di bambini, con trafficanti di scorie nucleari o altre sostanze nocive per l'ambiente, con mercanti di beni di lusso, etc..
Per affrontare la depenalizzazione delle droghe o la loro legalizzazione e continuare ad essere in grado di perseguire altri traffici letali proibiti, sarebbero necessari pubblici ministeri capaci e onesti, tribunali di giustizia di qualità, protetti dalla corruzione, corpi di polizia riformati, compagnie private di sicurezza non contaminate dalla criminalità, partiti fondamentalmente onesti, poteri dello Stato e funzionari pubblici immuni alla corruzione, e, nel caso, sempre eccezionale, che vengano utilizzati per garantire la sicurezza pubblica, eserciti fedeli alla Costituzione e rispettosi dei diritti umani.
Per affrontare la depenalizzazione o la legalizzazione delle droghe è anche necessario che la società civile eserciti vigilanza e partecipazione civica, onesta e coraggiosa, in funzione del controllo sociale e della denuncia dei reati e di chi li commette.
In tutte le istituzioni e tutti i Paesi esiste corruzione. Non solo in America Centrale. C'è crisi sociale anche nelle società civili di tutto il mondo. Pochi Paesi raggiungono gli standard della Norvegia e, tuttavia, è stato proprio in Norvegia che nel 2011 un “pazzo” fanatico ha distrutto le vite di decine di persone, in gran parte giovani.
Pretendere l'incorruttibilità assoluta come prerequisito per la legalizzazione o depenalizzazione droghe sarebbe chiaramente utopistico nel peggiore dei sensi: sarebbe una fantasia impossibile. Aspettare di avere una istituzionalità statale e sociale utopica per poter poi applicare strategie meno repressive e meno militari per combattere il narcotraffico può paralizzare un'alternativa innovativa.
Le droghe più pericoloseNel riflettere sulla legalizzazione delle droghe, si deve tener conto di quali siano le più pericolose. Secondo una ricerca pubblicata nella migliore rivista medica britannica, The Lancet, su una scala da 1 a 100 di pericolosità per la salute pubblica e privata l'alcolo figura al primo posto (72), l'eroina al secondo (55), il crack al terzo (54), la metamfetamina in cristalli al quarto (33), la cocaina al quinto (27) e il tabacco al sesto (26). La cannabis, da cui derivano la marijuana e l'hashish, chiude la lista (20). Altre droghe assai usate oggi, come l'ecstasy, o ieri, come LSD, figurano molto al di sotto (9 e 7, rispettivamente), il che non vuol dire però che non siano letali in casi specifici.
In Centroamerica abbondano soprattutto l'alcol, quindi crack e marijuana, dato il basso potere d'acquisto della maggioranza della popolazione.
In ogni caso, è importante attenersi a questi dati scientifici, anche quando non è possibile riferirli automaticamente alla situazione centroamericana. La saggezza popolare, prima della ricerca scientifica, sa perfettamente che poche droghe minacciano la sicurezza pubblica – si pensi alla guida in stato di ebbrezza – e la vita familiare come l'alcol, che colpisce tutte le classi sociali e che abbonda in tutti gli ambienti urbani e rurali. Ciononostante, questa droga gode di uno status senza confini politici e sociali e sono legali il suo commercio e consumo, con la sola eccezione dei minori di età.
Per una “vita decente”Non c'è dubbio che rappresenti una novità che un presidente centroamericano, con un passato di militare, abbia acceso questo dibattito necessario. Com'è una novità anche il fatto che altri due presidenti della regione, Panamá e Costa Rica, lo sostengano in questo. E sebbene la depenalizzazione delle droghe senza riflessione e senza dibattito sarebbe certamente come aprire un vaso di Pandora, un dibattito informato e consapevole sull'argomento può aprire un percorso per la pace, che oggi non c'è.
Come direbbe Boaventura de Sousa Santos, che altro vorremmo in Centroamerica se non dibattere e praticare “una conoscenza prudente per una vita decente”? Con queste parole, l'intellettualie latinoamericano intendeva dire che nella società di oggi, rivoluzionata dalla scienza, non basta il paradigma scientifico di una conoscenza prudente, ma si richiede anche di contribuire ad un paradigma sociale, per una vita decente.