NICARAGUA / Obama “grazia” Ortega, ma la sfida è solo rinviata

Dopo aver negato al Nicaragua la deroga (waiver) sulla trasparenza fiscale, gli Stati Uniti hanno concesso, invece, al governo di Daniel Ortega quella relativa alle proprietà di statunitensi all'estero, oggetto di confische e indennizzazioni. La decisione è arrivata dopo due mesi di tensioni. Continua, intanto, la sua marcia il processo elettorale delle municipali, previste per il prossimo Novembre, il cui esito è già stato “annunciato”. Una congiuntura all'insegna di pragmatismi e visioni poco lungimiranti, sia a Washington che a Managua.

Articolo di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


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La decisione dell'amministrazione Obama di concedere o meno la deroga (waiver) relativa alle questioni delle proprietà di statunitensi in Nicaragua (vedi numeri precedenti, ndr) era attesa sul filo di lana e così è stato; pochi giorni prima della scadenza di fine Luglio, il 26 per l'esattezza, il governo Ortega ha ricevuto la comunicazione ufficiale: concessa. Di conseguenza, fino al Luglio 2013, al Nicaragua non saranno applicate le sanzioni previste dalla legge Helms-Burton, del 1994, che avrebbe obbligato i rappresentanti degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie internazionali a criticare, votare contro o bloccare qualsiasi prestito richiesto da Managua, per il fatto che in Nicaragua ci sono cittadini statunitensi le cui proprietà sono state confiscate e non sono state ancora restituite loro o, quanto meno, indennizzate.
Come si ricorderà, l'altra deroga concessa dagli Stati Uniti ai Paesi con i quali coopera, relativa alla trasparenza fiscale, è stata negata al Nicaragua nel Giugno scorso, in ragione del fatto che il bilancio nazionale «non riporta in maniera integrale e certificata i fondi provenienti dal Venezuela» e perché «i fondi pubblici non devono essere usati per fini di parte e devono essere sempre sotto il controllo della Contraloría», l'organo pubblico preposto in tal senso. La sostanziosa cooperazione venezuelana che il governo riceve dal 2007 è stata, infatti, privatizzata dalla famiglia Ortega e dal partito di governo, e viene gestita con segretismo.
Negoziati dietro le quinte
Quest'anno, per la prima volta, Ortega si è venuto a trovare in difficoltà rispetto ad entrambe le deroghe a causa di una certa “fissazione” esistente a Washington, tra i congressisti sia repubblicani che democratici, su quanto sta accadendo in Nicaragua. A differenza degli anni precedenti, i criteri politici sono sembrati prevalere su quelli tecnici nella decisione di punire o meno Ortega.
Così, quando gli Stati Uniti non hanno concesso la deroga relativa alla trasparenza fiscale, che non aiuta la buona immagine internazionale in Nicaragua, ma ha poco impatto sull'economia nazionale, Ortega ha risposto con un'accesa e minacciosa retorica antimperialista. Al tempo stesso, però, in vista della decisione sulla seconda deroga, la cui mancata concessione avrebbe, sì, causato gravi problemi economici e comportato seri costi politici, il presidente nicaraguense ha agito pragmaticamente, ordinando alla Procura Generale della Repubblica, incaricata di risolvere i casi di beni confiscati, di sbrgiare le pratiche. Così, la PGR ha risolto in breve tempo 65 casi riguardanti 31 cittadini statunitensi; un record, in confronto ai soli 4 casi da questa risolti fino al Gennaio 2012.
Oltre a questo indubbio e positivo saldo tecnico, c'è stata probabilmente anche una negoziazione politica fra le parti, altrettanto pragmatica: da un lato, Ortega potrebbe ristabilire un po' di ordine nella malconcia istituzionalità nazionale, in cambio, dall'altro, della rinuncia a sanzioni da parte degli Stati Uniti.
La trattativa si è svolta dietro le quinte. Sul palco, davanti ai suoi sostenitori e alle telecamere, nel 33° anniversario della rivoluzione del 19 Luglio, quest'anno dedicato alla «eterna giovinezza, alla gioventù di tutti i tempi», sapendo che di lì a pochi giorni Washington avrebbe concesso la deroga, Ortega si è lasciato andare alla retorica, pur senza menzionare gli Stati Uniti: «Questo popolo non si vende né si arrende! Che sia chiaro a quanti pensano che con minacce o sanzioni di qualsiasi tipo piegheranno questo popolo! Questo popolo non rinuncerà a lottare per la sua libertà!».
Sordi alle lamentele di CallahanNei giorni precedenti la decisione di Obama, l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Nicaragua Robert Callahan si è battuto perché Ortega venisse sanzionato. In due lunghi articoli su periodici statunitensi ha cercato di dimostrare la doppia utilità della mancata concessione della deroga sulla proprietà, quest'anno.
Da un lato, ciò avrebbe posto un freno ad Ortega, che, secondo Callahan, «si propone di instaurare una versione della dittatura somozista e, qualora non fosse sottoposto a controlli, trasformerebbe il Nicaragua nel suo feudo personale, da lasciare in eredità ai suoi figli». Dall'altro, la mancata concesione avrebbe incoraggiato l'opposizione a unirsi e lavorare insieme per ripristinare «la trasparenza, il controllo sui conti e l'impero della legge».
Callahan non ha risparmiato critiche a destra e sinistra; ha bollato Ortega come «nepotista e corrotto», paragonandolo a Mussolini e Caligola, e l'opposizione come «incapace di unirsi intorno ad una persona, un progetto, un'idea». Secondo Callahan, Washington avrebbe dovuto applicare le sanzioni quest'anno, a mo' di test, e qualora la sanzione fosse stata efficace nel frenare Ortega e unificare l'opposizione, gli Stati Uniti avrebbero dovuto «prendere in considerazione la concessione della deroga fra un anno».
Non è stato facileTuttavia, l'amministrazione Obama non gli ha fatto caso. Ha vinto il pragmatismo. Come recita il comunicato del Dipartimento di Stato, la decisione «si è basata sull'interesse nazionale degli Stati Uniti e sugli sforzi del governo del Nicaragua per rispondere alle richieste relative alle proprietà di cittadini statunitensi».
Hanno pesato, quindi, criteri tecnici – i 65 casi risolti in fretta – e, pure, l'interesse nazionale di Washington, che si basa su tre aspetti, cui il Nicaragua si è adeguato: il rispetto delle leggi del libero mercato, il controllo dei migranti che passano per il Nicaragua diretti a Nord, e la collaborazione nella lotta al narcotraffico.
Una volta appresa la decisione di Washington, funzionari del governo e della élite imprenditoriale del Nicaragua hanno affermato che era auspicabile, logico e giusto che con tali ottimi risultati tecnici, Obama concedesse la deroga e che l'ansia e i dubbi delle settimane precedenti altro non erano che un'invenzione dei media. Tuttavia, la decisione non è stata facile e anche se il governo non lo ammette, solo un negoziato politico dietro le quinte può aver dato il via libera al waiver.
Chávez: il “socio utile”Il pragmatismo di Washington ha anche altri motivi. Obama preferisce attendere la sua rielezione. E aspettare anche di vedere quel che accadrà in Venezuela dopo la rielezione di Chávez, che Obama, ha già dichiarato di non considerare «una minaccia» per gli Stati Uniti.
Non senza ragione. A ben vedere, con pragmatismo, Chávez ha agito piuttosto come “socio utile” degli Stati Uniti. Oltre a fornire e vendere petrolio in modo del tutto normale agli Stati Uniti, lasciando enormi profitti nel Nord, il petrolio venezuelano fornito a prezzi sussidiati a tutta la regione dei Caraibi e offerto in via privilegiata al Nicaragua, in parte all'Honduras e al Salvador, funge da potente stabilizzatore sociale in Paesi con conflitti latenti di ogni genere. In altri termini, il generoso sostegno di Chávez ha evitato maggiori e gravi problemi sociali e nuove ondate di immigrati. Conveniva ad Obama una crisi in Nicaragua adesso, prima delle elezioni in casa sua e in Venezuela? No; per questo, Obama ha deciso pragmaticamente, senza mancare, tuttavia, di risaltare, nel documento che il Dipartimento di Stato ha inviato al governo di Ortega, la «preoccupazione» del suo governo per «i nuovi casi di invasioni di terre e altre forme di usurpazione di proprietà che evidenziano la condizione di deterioramento dello Stato di Diritto in Nicaragua».
Stesse macchine e stessi macchinistiIl deterioramento dello Stato di Diritto è evidente nel percorso istituzionale che porta alle elezioni municipali di Novembre, del tutto identico, con gli stessi macchinisti che muovono gli stessi ingranaggi, a quello che ha preceduto le elezioni generali del 2011. Gli stessi magistrati elettorali, misure amministrative del tutto analoghe per favorire il partito al governo, dichiarazioni delle autorità che cercano di far corrispondere la realtà al discorso ufficiale, all'insegna della normalità, dell'armonia e del consenso...
Ciò che dà un tono diverso allo scenario preelettorale di quest'anno sono, da un lato, l'apatia, la confusione e la disillusione dell'elettorato, più acute che nel 2011; dall'altro, l'assenza di candidati determinati in tal senso, anch'essi piuttosto apatici, e le tensioni e proteste tra coloro che aspirano a candidarsi, giacché quest'anno è aumentato il numero di cariche elettive: a Novembre, infatti, si voterà per eleggere 153 fra sindaci e vicesindaci e, per la prima volta, quasi 6 mila tra consiglieri municipali e i loro supplenti. E, per la prima volta, metà degli eletti saranno donne.
Fra timori e protesteÈ vero che le elezioni municipali suscitano sempre meno passione di quelle generali, in ragione del presidenzialismo del sistema nicaraguense: non è la stessa cosa eleggere un presidente della Repubblica che un sindaco e la sua squadra. Ma è anche vero che nei municipi tutti si conoscono e tale conoscenza diretta dei candidati dovrebbe motivare il voto. Tuttavia, nel misurare il disicanto preelettorale è evidente quanto pesino i brogli elettorali occorsi nelle ultime tre tornate elettorali consecutive: municipali 2008, regionali nella costa caraibica 2009, generali 2011; che, pragmaticamente, sembrano aver convinto gran parte della popolazione a non perdere il proprio tempo, nella convinzione che tanto i loro voti non saranno conteggiati o, comunque, non serviranno a scegliere.
«Il sistema elettorale nicaraguense è collassato, abbiamo il peggior sistema elettorale dell'America Latina»: tale valutazione, che l'organismo di osservazione elettorale nicaraguense Etica e Trasparenza, pronunciò ancora prima delle elezioni del 2011, sintetizza la mancanza di neutralità che si teme e ci si aspetta avrà il processo elettorale, e che fa prevedere una forte astensione in Novembre.
Nel campo del partito al potere, favorito da tale mancanza di neutralità e trasparenza, non mancano i dissensi rispetto alle candidature imposte dall'alto, in barba ai sondaggi svolti, alle proteste e alle denunce di corruzione che la base del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) di vari territori presenta alle porte della residenza presidenziale. Soltanto in Luglio, sono giunte a Managua delegazioni da Masaya, Jalapa, Potosí, Nagarote, Tisma, Madriz, Nindirí, Niquinohomo, Masatepe, El Jicaral, Somoto, Telpaneca, Tipitapa, El Realejo e Ciudad Sandino, per protestare contro le candidature loro imposte, denunciando il comportamento dei segretari politici locali e minacciando un “voto di castigo” o l'astensione qualora le loro voci non vengano ascoltate. Alla protesta si associano altri municipi che, tuttavia, non hanno (ancora) inviato proprie delegazioni nella capitale.
Candidature imposteMentre la maggioranza di coloro che vengono a protestare alla segreteria politica dell'FSLN, chiedono con megafoni, striscioni e cartelli «al Comandante Daniel e alla compañera Rosario» di essere ricevuti e ascoltati, nella convinzione che entrambi non sappiano quanto accade a livello locale, altri, pur con cautela, dichiarano ai media che informano su tali proteste che, invero, i candidati imposti sono selezionati proprio dal Coordinamento di Comunicazione e Cittadinanza, (presieduto da Rosario Murillo, moglie di Ortega, ndr).
Se così stanno le cose, ciò suppone un altro passo nella ristrutturazione dell'FSLN in cui è impegnata Rosario Murillo dal 2007 (leggi anche FSLN: fine di un ciclo o nuova mutazione? in http://www.ans21.org/index.php?option=com_content&task=view&id=541&Itemid=53; ndr), creando e dirigendo i Consigli del Potere Civico (CPC), nominando e sostituendo segretari politici, selezionando candidate e candidati a deputato, relegando quadri storici del Fronte e dando sempre maggiore rilevanza a donne che le sono fedeli e giovani senza alcuna esperienza politica: quelli nati negli anni '80, che saranno il 65% dei votanti nelle elezioni del 2016; un modo di garantirsi una base di sostegno per la sua candidatura presidenziale in quell'anno? Chissà...
Prova di forza anticipata?In questo senso, ha destato molta attenzione, agli inizi di Luglio, la comparsa in diversi punti di Managua e negli uffici pubblici di un manifesto di propaganda in cui Murillo appare da sola, anziché in coppia con Ortega: campagna personale anticipata? Prova di forza alll'interno del partito di governo? Così presto?
Tensioni non mancano. Come provano le franche parole, fino ad oggi mai pronunciate all'interno dell'FSLN, dal comandante guerrillero Manuel Calderón, defenestrato da sindaco di León (seconda città del Paese, ndr) nel Gennaio 2012, e da sua sorella Estela. «È stata Rosario Murillo a rimuovermi dall'incarico – ha affermato Manuel Calderón –. È stata lei a impartire l'ordine. Sono stato costretto a dimettermi perché non seguivo la linea politica che si stava profilando dopo le elezioni nazionali, a suo favore. La compañera Rosario Murillo aspira alla presidenza e attualmente sta lavorando per preparare tutte le condizioni in tal senso».
Sua sorella Estela, poetessa, ha aggiunto: «La destituzione di mio fratello si deve alle smisurate ambizioni personali della Primera Dama Rosario Murillo. È lei la causa principale della divisione interna al Fronte Sandinista, che sta mettendo da parte rivoluzionari che hanno costruito la storia di questo Paese. La rispetto come donna e come poetessa, ma non come leader del Fronte. Questo merito va a Daniel Ortega. Lei ha fabbricato un sacco di candidati, funzionari e attivisti politici “rosado chicha” (dal colore, simile al liquore prodotto dal mais fermentato, scelto da Murillo per le campagne elettorali, al posto del tradizionale rosso e nero della bandiera sandinista, ndr), a lei fedeli, che non hanno nulla a che vedere con la leadership rossonera».
Forse, per porre fine alle proteste per le imposizioni dall'alto, per coprire o risolvere qualsiasi tensione in questa ipotetica prova di forza, il 3 Agosto, dopo anni di inattività totale, l'FSLN ha convocato, da un giorno all'altro, l'Assemblea Sandinista Nazionale, per ratificare davanti allo stesso Ortega le alleanze dell'FSLN nelle elezioni municipali. Quindi, il 15 Agosto, il Congresso Sandinista anch'esso paralizzato da anni, è stato convocato per approvare le liste di candidati municipali che Ortega presenterà personalmente al Congresso.
Un nuovo modelloLa riorganizzazione dell'FSLN intrapresa da Murillo sta alterando l'equilibrio di potere nel partito di governo, favorendo la propria leadership. Secondo Dora María Téllez, Daniel Ortega «ha perso e ceduto potere» in questo suo secondo mandato: Ortega ha dalla sua la visibilità, ma il lavoro quotidiano di governo grava per intero su Murillo; mentre all'Assemblea Sandinista e al Congresso dell'FSLN non resta che istituzionalizzare i cambiamenti introdotti, alla presenza e con l'assenso formale di Ortega.
La coppia Ortega-Murillo secondo il modello dei Kirchner in Argentina? Forse. È un modello che ha fatto presa anche in Centroamerica: nel Salvador, con Mauricio Funes e Vanda Pignato; in Guatemala, con Álvaro Colom e Sandra Torres; in Honduras, con Manuel Zelaya e Xiomara Castro.
A tale modello si è riferito anche lo scrittore nicaraguense Sergio Ramírez: «L'America Latina nel 21° secolo appare un paesaggio molto eterogeneo, spesso grottesco, dominato dal fenomeno del traffico di droga, dall'arricchimento illecito, dal fascino per il denaro facile, dall'ambizione per il potere e, ora, per il nascente potere matrimoniale: i caudillos... e le loro mogli».
In gioco la partecipazione democraticaPartecipare, o meno, al gioco elettorale di Novembre – peraltro viziato fin dall'inizio – era il dilemma dell'opposizione negli ultimi mesi. Dei 18 “partiti”, quasi tutti ormai ridotti a simboli e bandiere, che il Potere Elettorale mantiene in vita solo per accreditare l'immagine di pluralismo, 7 si presentano alleati all'FSLN, mentre 6 si presentano da soli; tra essi, il Partito Liberale Costituzionalista (PLC), ancora guidato da Arnoldo Alemán.
Il dubbio principale, che ha suscitato un intenso dibattito nei media e che ha mantenuto l'FSLN sulle spine, riguardava la decisione del Partito Liberale Indipendente (PLI). Ebbene, il 23 Luglio, questo partito ha confermato che si presenterà alle elezioni. Da solo, però, non come Alleanza PLI (come nelle elezioni politiche del 2011, ndr). Di fatto, da almeno un paio d'anni, il PLI è “occupato” ed egemonizzato dai liberali del movimento Vamos con Eduardo, cioè Montealegre, che vanta una rappresentanza parlamentare di una ventina di deputati. Il PLI ha annunciato che si presenterà alleato di un piccolo partito nazionale, il Partito di Azione Civica (PAC), e altri due piccoli partiti della costa caraibica, il Partito Multietnico di Unità Costeña (PAMUC) e il Partito Indigeno Multietnico (PIM).
Si rompe così ufficialmente l'alleanza elettorale guidata da Fabio Gadea e Edmundo Jarquín, che pure aveva rappresentato un'esperienza pluralista inedita nel panorama nicaraguense, in grado di competere con successo nei confronti di Ortega nelle elezioni del 2011, costringendo l'FSLN a commettere brogli assai più sofisticati del 2008.
Due dei componenti dell'Alleanza PLI, il Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS) e le organizzazioni sociali raggruppate nell'Unione Civica per la Democrazia (UCD) non parteciperanno alle elezioni. Già in Febbraio, l'MRS aveva annunciato che non si sarebbe presentato, qualora non fossero stati sostituiti tutti i magistrati elettorali (ritenuti complici dei brogli, ndr). Tutti, però, sono rimasti ai loro posti. E così, in Luglio, la Convenzione dell'MRS ha ratificato la decisione di non presentarsi, alla vigilia della scelta di Montealegre.
Sia l'MRS che l'UCD hanno invitato la cittadinanza «a ripudiare la farsa elettorale», non partecipando al voto. Entrambi dichiarano che non si stancheranno di denunciare quanto accade nel Paese. Da parte sua, Gadea, intervistato più volte, ha ribadito che non vede alcun senso nel partecipare e annuncia che non andrà nemmeno a votare.
Le ragioni di entrambe le partiAll'interno di questa frammentata alleanza elettorale le ragioni pratiche si distribuiscono fra chi ha deciso di partecipare al voto e chi no. Quattro anni fa, l'MRS è stato privato della sua personalità giuridica e la sua base urbana, la più informata e disincantata, è orientata verso l'astensione. Non perde; vince solo se non partecipa.
La situazione del PLI è diversa. I liberali raccolti nel PLI – compresi quelli guidati da Maximino Rodríguez, separatisi dal PLC – sono riusciti nel 2011 a soppiantare il PLC dal cuore di molti elettori rurali liberali e anti-FSLN. È questa la base grazie alla quale il PLI può mantenersi strutturato e attivo come alternativa. Se il PLI non partecipasse, potrebbe perdere questa gente, molta della quale vive in una quarantina di Comuni situati in quello che viene chiamato “il corridoio della Contra”, fino ad oggi governati dai liberali, che non sono disposti a perdere questi municipi senza nemmeno partecipare al voto.
Il PLI perde di più se non partecipa, anche se partecipando non è detto che ottenga tutto ciò che si aspetta, dal momento che non conta più su figure quali Fabio Gadea, fondamentale per strappare al PLC l'elettorato liberale e rurale.
Risultati prevedibiliLa situazione del PLI è fragile. Sarà in grado di predisporre una rete di scrutatori in grado di vigilare in tutti i seggi? Il gruppo di “scrutatori indignati”, così autodenominatosi dopo la frode del 2011, ha annunciato che non parteciperà alla contesa, come fece un anno fa, correndo anche rischi fisici.
Avrà, poi, risorse sufficienti il PLI per permettere ai suoi candidati di fare campagna elettorale in tutti i 153 municipi?
La prevedibilità dei risultati e la mancanza di competitività che ciò annuncia – “L'FSLN vincerà, qualunque sia il candidato”, “Sappiamo già i risultati, l'unica cosa che manca sono le elezioni”: sono frasi ricorrenti – gioca contro la decisione di votare, candidarsi, spendere risorse, dedicare energie...
Pertanto, il PLI, i suoi dirigenti e Montealegre si sono visti obbligati a giustificare la loro partecipazione con molti argomenti. Ciò che non dicono pubblicamente è che si aspettano di ottenere dal partito di governo, prima delle elezioni, almeno due incarichi, attualmente vacanti nel Potere Elettorale a seguito della morte di due magistrati. Ortega sarebbe disposto in tal senso, anche per dare un po' di legittimità alle elezioni agli occhi della comunità internazionale, in particolare di Washington. Il PLI sarebbe pronto ad accettare questi due incarichi, sostenendo che in politica non ci sono mai spazi vuoti – “se non li accettiamo noi, andranno ad un altro” – e che il progetto di Ortega va frenato un passo alla volta.
Argomenti pro e controAltri argomenti agitano il dibattito pubblico sul presentarsi o meno alle prossime elezioni. «Se non ci presentiamo al voto – dice il PLI – perdiamo la personalità giuridica», come stabilito dalla legge elettorale. L'UCD risponde: «La storia dimostra che i partiti politici non hanno avuto bisogno del riconoscimento giuridico ufficiale per esistere e sviluppare una lotta vigorosa contro il sistema dittatoriale che li esclude». Sostenendo, inoltre, in riferimento all'FSLN, che «più reati commettano, prima se ne andranno», secondo il capogruppo parlamentare del PLI, Luis Callejas, che insiste sulla necessità di documentare i nuovi brogli (dando per scontato che ci sarannno, ndr) e che per questo è necessario partecipare.
Con un linguaggio allarmistico anche altri dirigenti del PLI avvertono che l'alternativa alla partecipazione sarebbe la guerra. Insomma, il voto o le armi: punto sul quale ha insistito anche Ortega in un suo recente discorso, con l'obiettivo di legittimare le elezioni. Ma nulla, nell'attuale Nicaragua, fa pensare alla possibilità, immediata o vicina, di una guerra contro Ortega.
A favore di un'alternativa al caos violento si è detto Eliseo Núñez Morales, dirigente del PLI, secondo il quale, dal momento che la gente non scende in piazza per protestare contro Ortega, non c'è altra strada che andare alle elezioni. Per tutta risposta i suoi ex alleati dell'UCD ribattono: «Elezioni o guerra è un falso dilemma. Esistono molte forme civili e pacifiche di lotta, che si possono combinare con l'uso intelligente degli spazi istituzionali legittimamente conquistati. Quest'altra via di lotta e mobilitazione civiche è quella che non si è voluto sviluppare... Nascondersi dietro l'apatia civica significa semplicemente abdicare alla responsabilità di essere un leader politico».
Tuttavia, nell'attuale Nicaragua nulla fa pensare che siano mature le condizioni per una lotta civica di massa per esercitare pressioni su Ortega. Dietro questa affermazione dell'UCD si percepisce una tacita allusione alla “agenda nascosta” fra Montealegre e Ortega, tra il PLI e l'FSLN, che preluderebbe ad una riedizione del “zancudismo” storico (cioè, l'alleanza con il potere, in cambio di quote di potere; di qui il riferimento alla zanzara – zancudo –, che crea fastidio ma non impensierisce più di tanto...; vedi numero scorso, ndr). Di ciò si è cominciato a parlare nel Maggio scorso: il PLI darebbe il proprio consenso parlamentare e legittimità elettorale in cambio di spazi istituzionali, che consentano a Montealegre di ergersi come leader dell'opposizione e presentarsi candidato alla presidenza nel 2016.
FSLN: con o senza AlemánTre mesi prima del voto, l'FSLN appare dunque più forte che mai e pronto a ottenere più dei 109 Comuni che già amministra. Ma ci sono forti tensioni al suo interno. Per questo, il vertice ha fatto così pochi cambiamenti nella scelta dei candidati. L'FSLN punta alla rielezione delle stesse, insipide autorità a Managua e in molti municipi confida in quanti li hanno governati negli ultimi quattro anni. Li porta alla rielezione incostituzionalmente, come incostituzionale è stata la rielezione di Daniel Ortega. Del resto, maggiore e provata sia la loro incondizionalità, meno problemi creeranno al presidente.
Il PLC, socio dell'FSLN nel patto durato tre lustri, cerca di rinascere in queste elezioni. E non sarebbe strano che ci riesca: Fabio Gadea, infatti, non è più in lizza a contendere i voti del PLC nelle zone rurali.
In risposta all'analisi dell'ex ministro Humberto Belli, che insiste sul fatto che se il PLI non partecipa a vincere sarà Alemán, l'UCD ribatte: «La chiave per la resurrezione politica di Alemán sarà sempre nelle mani di Ortega, con o senza elezioni. Ortega ha già studiato lo scenario elettorale e sa già quali Comuni ruberà e quali cederà ai partiti che parteciperanno, compreso il PLC».
Una situazione insolitaIn questo scenario, il PLI cercherà di mantenere il suo status di “seconda forza”, convinto di essere in migliori condizioni che nel 2011, pur pagando un alto costo politico tra i ceti urbani più informati.
La situazione preelettorale è insolita. Alcuni hanno proposto di sospendere le elezioni. Altri propongono che il PLI non presenti candidati nei capoluoghi dipartimentali, ma solo nei piccoli municipi, dal momento che i primi sono già “rubati”, mentre nei secondi è possibile una reale concorrenza.
È un continuo intrecciarsi di messaggi. Mentre l'influente gerarchia cattolica annuncia che quest'anno non inviterà al voto, lasciandolo alla coscienza di ciascuno, altri dicono che il voto è un diritto e un dovere; altri ancora sostengono che è un diritto, invece, astenersi e in queste circostanze sarebbe un dovere. Alcuni sostengono che partecipare è l'unica maniera concreta per rispondere, oggi, allo strapotere dell'FSLN; per altri, partecipare significa solo legittimare la farsa elettorale; alcuni, poi, sono sicuri che le elezioni non ci saranno, giacché le impediranno...
Clima di attesa La decisione di Obama di concedere la deroga ad Ortega, la decisione di Ortega di fare qualche concessione nelle trattative sottobanco con l'amministrazione Obama, e la decisione del PLI di partecipare alle elezioni sono decisioni all'insegna del pragmatismo, ma anche dal fiato corto.
Se Obama verrà rieletto, non verrà meno la “fissazione” di Washington sul Nicaragua, né renderà armoniose le relazioni con il Nicaragua di Ortega; peggio andrà se dovesse risultare eletto Romney. La Casa Bianca continuerà a concentrare la sua attenzione sul Nicaragua, mantenendo intatto il suo arsenale di pressioni e sanzioni per il futuro, in vista delle elezioni presidenziali del 2016. La concessione della deroga appare, dunque, un rinvio dei problemi.
Se il PLI partecipa alle elezioni, riuscirà forse a documentare la nuova frode, ottenere alcuni sindaci e consiglieri, ma potrebbe uscire con le ossa rotte dal confronto, vedendo eroso il suo capitale politico e aggravati i problemi che affliggono oggi l'opposizione nicaraguense. Anche la decisione del PLI di partecipare al voto appare, dunque, un modo di rinviare le questioni.
Se Ortega apporterà modifiche al Consiglio Supremo Elettorale e sostituirà finalmente, per consenso o meno, prima o dopo le elezioni, tutti o alcuni dei funzionari che occupano ancora incarichi nonostante il loro mandato sia scaduto – perché questo avrebbe negoziato in cambio del waiver –, ciò ridurrà il volume delle critiche, ma solo temporaneamente.
Il controllo sociale, l'autoritarismo politico e l'egemonia economica – basti un dato: gli Ortega controllano il 60% della produzione di energia elettrica nel Paese –, sono essenziali al suo progetto e continueranno a generare tensioni sociali, resistenze e opposizione. Anche Ortega avrà ottenuto soltanto un rinvio, nella grande incertezza che lo attanaglia: come sarà l'inevitabile transizione nel Venezuela post-Chávez, senza dubbio il fattore che può impensierire più seriamente il suo progetto.
A lungo termineCon l'evento elettorale non si concluderà la storia in cui il Paese sembra intrappolato. Né ne comincerà una nuova. Il giorno dopo il voto, i problemi – politici, economici, ecologici, sociali, culturali – del Nicaragua, che sembrano irrisolvibili per un deficit di volontà trasformatrice e un surplus di rassegnazione, saranno tutti lì, al solito posto, come il giorno prima delle elezioni.
Parafrasando Oscar Wilde, che diceva: «il socialismo richiede troppi pomeriggi liberi», Jorge Reichmann, ambientalista, sostiene che anche «la democrazia ha la stessa dimensione temporale: ci richiede tempo, molto tempo. Il tempo necessario per confrontare opinioni, per l'uso pubblico della ragione, per il libero dibattito, per la costruzione del consenso, per la verifica delle decisioni, per esigenze di responsabilità». Questi e altri processi, conclude Reichmann, se vissuti con qualità, «sono incompatibili con la fretta». Incompatibili con il pragmatismo poco lungimirante.