NICARAGUA / 25 anni dopo gli accordi di pace di Esquipulas: bilancio fra luci e ombre

Tanti sono gli anni passati dalla firma degli accordi noti come Esquipulas 2, che aprirono la via alla fine negoziata dei conflitti che affligevano allora l'America Centrale di allora e che si proponevano di porre le basi per costruire nella regione una “pace stabile e durevole”. Spunti per un bilancio, dall'osservatorio Nicaragua, a 25 anni da quello storico evento.

Articolo di envío. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


Per leggere e/o stampare il numero 9/2012 in formato PDF, clicca qui
La pallottola d'argento è una munizione carica di simbolismo per lo straordinario potere di distruzione che le è stato attribuito nel corso della storia. Balas de plata è il titolo di un romanzo, pubblicato nel 2008, del messicano sinaloense Elmer Mendoza, che nel 1999 era già considerato nel suo Paese come «il primo narratore a cogliere davvero l'effetto della cultura del narcotraffico in México». Nel celebrare le “nozze d'argento” di Esquipulas 2, prendiamo proprio il titolo del suo romanzo a simbolo, per comprendere la realtà del Nicaragua e del Centroamerica, sempre più penetrati dai distruttivi proiettili d'argento del narcotraffico.
La fine delle guerre7 agosto 1987: un rullo di tamburi saluta l'ingresso dei cinque presidenti dell'America Centrale nel Palazzo Nazionale del Guatemala. Dopo aver ascoltato i cinque inni nazionali dei Paesi dell'istmo, il presidente del Costa Rica, Oscar Arias, legge il testo della Procedura per stabilire una pace stabile e durevole Centroamerica, che include gli accordi firmati dai cinque governanti. La lettura è seguita da un'ovazione di cinque minuti, mentre, dietro, i presidenti Arias, Cerezo (del Guatemala, ndr), Ortega (del Nicaragua, ndr), Duarte (del Salvador, ndr) e Azcona (dell'Honduras, ndr) firmano gli impegni.
Erano gli accordi di Esquipulas 2. Diversi anni dopo quella firma, tra pressioni, ostacoli, alti e bassi, il loro risultato più importante è stato propiziare la fine dei conflitti militari in America Centrale. In Nicaragua nel 1990, con la sconfitta elettorale del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Nel Salvador, nel 1992, con gli accordi di pace tra il governo di ARENA (Alleanza Repubblicana Nazionalista) e l'FMLN (Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale), firmati in México. In Guatemala, nel 1996, con gli accordi di pace firmati tra il governo e la URNG (Unione Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca).
Dopo decenni di insurrezioni, guerre e guerriglie nella regione, motivate dalle scandalose disuguaglianze economiche e sociali, e dalle violazioni sistematiche dei diritti civili e politici della popolazione, gli Accordi di Esquipulas non solo scommisero sulla cessazione dei conflitti armati, ma furono una proposta integrale, che andava alle radici dei conflitti, proponendo democratizzazione, riconciliazione, pluralismo, elezioni eque, sviluppo con giustizia sociale... E tanti altri sogni che sono rimasti tali.
Persistenza della violenza25 anni dopo Esquipulas non ci sono più guerre in Centroamerica tra governi insediati e forze irregolari che li contrastano. Tuttavia, non c'è una pace consolidata e quella traballante che c'è non sembra poter durare a lungo. Se è vero che le uccisioni extragiudiziali e le torture ai danni degli oppositori nelle carceri clandestine sono cosa del passato, la violenza persiste nella regione sotto varie forme: perché le democrazie elettorali raggiunte sono fragili mentre la democrazia economica resta un'utopia apparentemente irraggiungibile; e perché hanno fatto la loro ricomparsa in Centroamerica i colpi di Stato, come in Honduras, e le frodi elettorali, come in Nicaragua.
L'America Centrale è, oggi, considerata la regione più violenta del mondo. L'Honduras ha il record mondiale di omicidi, il Guatemala quello dei femminicidi e nel Salvador ci sono più morti per omicidio di quanti ce ne fossero negli anni della guerra. Gli indici di violenza sessuale e di genere raggiungono punte agghiaccianti.
Il termine “organizzato” (riferito a popolo, ndr) che in quegli anni designava l'opzione di persone disposte a dare la propria vita per un cambiamento nei loro Paesi, parola che monsignor Romero elevò a categoria etica nelle sue omelie, ha cambiato significato ed ora si accompagna ad un altro termine: “crimine”. Ormai, la criminalità organizzata domina, in forma organizzata, in tutti i Paesi centroamericani. Il narcotraffico si va impadronendo delle istituzioni che Esquipulas ha creato e cercato di democratizzare. Parimenti, proliferano il traffico di armi, la tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale, il traffico di legname che consuma i pochi boschi rimasti... Non sono le proposte del sistema di integrazione centroamericano, vuota retorica in bocca a governi che non hanno alcuna volontà politica di tradurle in realtà, ad aver unito la regione. Sono, piuttosto, i cartelli del narcotraffico quelli che più rapidamente hanno superato frontiere, dogane, ideologie e obsoleti nazionalismi. Le “nozze d'argento” di Esquipulas le celebrano oggi i narcos con balas de plata...
Il brodo di coltura della violenzaLa lenta crescita economica della regione, l'infima preparazione scolastica delle popolazioni centroamericane e gli insufficienti investimenti per migliorarla, la mancanza di volontà dei governi nel realizzare una riforma fiscale che faccia pagare le tasse alla grande impresa privata, la crisi sociale in cui versa la maggioranza povera della regione, sono il brodo di coltura della radicata violenza con cui oggi tocca convivere.
La speranza suscitata da Esquipulas che la fine dei conflitti armati avrebbe generato quello che allora era chiamato “il dividendo della pace”, non si è tradotta in realtà per la maggior parte dei centroamericani, che oggi non sono rifugiati politici, ma migranti per motivi economici in cerca di opportunità che non trovano nella loro terra d'origine.
In questo contesto di persistente violenza, il Costa Rica, tra i firmatari di Esquipulas, rimane un'eccezione. Certamente, perché 40 anni prima di quegli accordi si è lasciato alle spalle le sue guerre civili, optando per abolire l'esercito ed investire in maniera sostenuta, con lungimiranza, nell'istruzione dei suoi abitanti.
Una congiuntura propiziaGli accordi di Esquipulas hanno segnato una tappa storica: il Centroamerica si è unito prendendo le distanze dalla politica aggressiva del governo degli Stati Uniti, che finanziava la guerra dei contras in Nicaragua: in quegli anni, il Congresso degli Stati Uniti votò ben 23 volte a favore del finanziamento, a suon di milioni di dollari, delle forze irregolari che Reagan chiamava “combattenti per la libertà”. Inoltre, il governo degli Stati Uniti sosteneva militarmente - per 2 milioni di dollari al giorno - anche il governo del Salvador, in lotta contro l'FMLN, e aveva trasformato l'Honduras nella sua “portaerei” regionale, nonché retroguardia strategica dei Contras. Nella consapevolezza che gli accordi legittimavano il governo dell'FSLN in Nicaragua, il presidente Reagan cercò di boicottarli con varie iniziative; senza riuscirci, però.
La congiuntura a livello continentale contribuì a rendere possibile Esquipulas. Fin dal 1983, México, Colombia, Venezuela e Panamá, uniti nel Gruppo di Contadora (dal nome dell'isola panamegna in cui si erano riuniti la prima volta, ndr), si sforzavano di raggiungere un accordo di pace. Nel 1986, i democratici vinsero le elezioni legislative negli Stati Uniti. Il governo di Reagan si avviava alla sua conclusione, alle prese con lo scandalo noto come Iran-Contras, quando la CIA fu scoperta dedita al traffico di armi e droga per finanziare i Contras.
Nel 1986, in Guatemala venne eletto Vinicio Cerezo, primo presidente civile dopo sanguinose dittature militari. In Costa Rica, era stato eletto Oscar Arias, il quale, preoccupato per le conseguenze della guerra in Nicaragua nel suo Paese – presenza di basi controrivoluzionarie, esodo di profughi, traffico di armi - si alleò con Cerezo per promuovere quello che un anno dopo si sarebbe chiamato Esquipulas 2.
Anche la congiuntura mondiale aiutò: la perestrojka scuoteva l'URSS e il muro di Berlino ormai vacillava. La Guerra Fredda, il quadro ideologico che alimentava le guerre centroamericane - stava per finire.
L'inizio della fineSenza la rivoluzione in Nicaragua, il processo di unità centroamericana sfociato nella proposta di Esquipulas 2 non avrebbe avuto luogo. La Rivoluzione Sandinista contava sul sostegno e sulla simpatia di governi e società di tutto il mondo che desideravano che quel processo rivoluzionario potesse svilupparsi in pace, senza guerra, mentre per altri governi e società in tutto il mondo, l'autoritarismo totalitario del modello sandinista era visto come un “cattivo esempio” che generava timori e che andava, dunque, frenato.
Il caso Nicaragua - in quegli anni, il Paese centroamericano fu una sorta di “ombelico” del pianeta - spiega perché gli accordi di Esquipulas ricevettero un sostegno mondiale unanime fin dall'inizio: tutta l'America Latina, tutta l'Europa, l'Unione Sovietica e Cuba, il Movimento dei Non Allineati, l'Organizzazione degli Stati Americani, un settore importante di congressisti statunitensi... Tutti scommisero su Esquipulas e, in quella scommessa, l'obiettivo centrale era, fondamentalmente e contraddittoriamente, il Nicaragua: per alcuni si trattava di porre fine alla guerra, per altri di dare scacco alla Rivoluzione.
Così, il Nicaragua è stato il Paese centroamericano in cui gli effetti di Esquipulas si sono mostrati prima e in maniera più significativa. Anche se, ufficialmente, l'Esercito insisteva già dal 1986 sul “declino strategico della controrivoluzione”, il Paese era devastato economicamente; il governo dell'FSLN vide, dunque, in Esquipulas la più veloce e sicura via diplomatica per raggiungere finalmente una pace negoziata. Quello che non vide fu il grado di esaurimento politico che accompagnava il disastro economico. Gli accordi di Esquipulas 2 segnarono l'inizio della fine della Rivoluzione.
Quando Ortega fu uno statistaA Esquipulas 2 seguì Esquipulas 3, svoltasi a San José, Costa Rica, nel Gennaio 1988: i cinque presidenti confermarono gli impegni di pace e democrazia sottoscritti cinque mesi, in forma «incondizionata ed unilaterale», «totale e senza scuse». Fra i cinque Paesi presenti, era evidente come sul Nicaragua si esercitassero le maggiori pressioni; da suo governo si esigevano risultati, sia per quanto riguarda il cessate-il-fuoco con le forze controrivoluzionarie, sia nel processo di dialogo con le forze di opposizione al progetto rivoluzionario.
Nel Marzo 1988, i Contras e l'Esercito sandinista firmarono i primi accordi a Sapoá, località alla frontiera con il Costa Rica. Allo stesso tempo, il governo rivoluzionario e l'opposizione conversavano sulla democratizzazione dello scenario politico.
Per superare la lentezza con cui in tutta la regione avanzava il processo di Esquipulas, sospinto dalla rovina economica nazionale, il governo nicaraguense assunse un ruolo da protagonista del processo e riuscì, dopo cinque rinvii consecutivi, a far convocare un nuovo vertice presidenziale: Esquipulas 4, celebrato a La Paz, El Salvador, nel Febbraio 1989.
In quell'incontro, cui assistessero i cinque presidenti, Daniel Ortega, comportandosi da statista seriamente preoccupato per la popolazione da lui rappresentata, annunciò diverse misure, tra cui un impegno di cui mai avrebbe immaginato le conseguenze: il Nicaragua anticipava di sette mesi le elezioni presidenziali, legislative e municipali, e «mediante una serie di meccanismi specifici, che comprendevano la presenza di osservatori delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione degli Stati Americani», garantiva «la purezza del processo elettorale» che sarebbe culminato il 25 Febbraio 1990. Il "fantasma" della sconfitta inattesa che si consumò quel giorno è ancora vivo nella mente dei dirigenti dell'attuale governo e di una generazione di militanti dell'FSLN.
Integrazione e beghe di paeseDei cinque presidenti che firmarono gli accordi di Esquipulas, in questi anni, ne sono morti due: Duarte e Azcona; solo Daniel Ortega continua a governare e, tra l'altro, l'anniversario di Esquipulas è coinciso con la sua presidenza pro tempore, per un periodo di sei mesi, del Sistema di Integrazione Centroamericana (SICA), creato nel 1993, in ritardo, ennesimo risultato delle illusioni suscitate da Esquipulas.
Così, a Managua, si è commemorato il 25° anniversario di Esquipulas nel contesto del SICA; all'evento ufficiale, Ortega era accompagnato da Vinicio Cerezo. Oscar Arias, invece, non è stato invitato, perché, cinque lustri dopo, non ci fossero più dubbi sulla storica antipatia di Ortega nei suoi confronti. Erano presenti anche i presidenti di El Salvador, Mauricio Funes, e Porfirio Lobo, dell'Honduras. Non erano presenti gli attuali presidenti del Guatemala e del Costa Rica, che, in loro rappresentanza, hanno inviato delegazioni diplomatiche. Temi della riunione del SICA: i cambiamenti climatici e la sicurezza alimentare, civica e democratica; su nessuno di questi argomenti si è andati oltre le solite dichiarazioni retoriche.
In interviste concesse a media internazionali, Cerezo si è detto convinto della necessità di sottoscrivere un «altro Esquipulas», argomentando, con certo ottimismo, che in America Centrale «abbiamo pace, democrazia e sviluppo e ciò che ci manca è la qualità di queste tre variabili». Colui che era suo vicepresidente nel 1987, Roberto Carpio Nicolle, ha centrato il suo intervento sul tema importante dell'integrazione regionale ed ha messo il dito sulla piaga, segnalando la mancanza di volontà politica delle élites centroamericane: «Esaltiamo tanto l'integrazione - ha affermato -, ma poi insceniamo lotte da piccolo villaggio», scaricando la responsabilità di tale processo di disgregazione sul Parlamento Centroamericano, altra creatura nata dagli accordi di Esquipulas, come «simbolo di libertà, indipendenza e riconciliazione cui aspiriamo in America Centrale», ma che, in realtà, è un'istituzione piuttosto costosa, emblematica del fallimento degli ideali di Esquipulas, dovuto alla negligenza dei governanti centroamericani.
Pace e CostituzioneNelle commemorazioni di Esquipulas in Nicaragua, è parsa interessante la convivenza e il contrasto fra due eventi svoltisi a Managua. Mentre Daniel Ortega presiedeva la riunione del SICA, senza neanche far riferimento ai significati più profondi di Esquipulas, in un altro posto della capitale, suo fratello, Humberto, ex capo dell'esercito, firmatario degli accordi di Sapoá con la Contra, non meno protagonista, dunque, di quel processo, rifletteva più a fondo sull'attualità di quel processo di pace, in un evento promosso dalla Fondazione Esquipulas, patrocinato dall'Ambasciata di Francia, dall'Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti e dal Consiglio Superiore dell'Impresa Privata (COSEP) nicaraguense.

Com'è nel suo stile, Humberto Ortega è uscito dal suo silenzio e dal suo ritiro dalla scena pubblica per inviare un messaggio a suo fratello presidente, sottolineando aspetti della democratizzazione proposta da Esquipulas come soluzione alla guerra, che oggi sono gravemente deteriorati in Nicaragua: «La pace che abbiamo conquistato con le armi oggi si può difendere solo con lo Stato di Diritto. Le armi ci hanno dato l'indipendenza e la libertà, ma le leggi sono le uniche che possono garantirci che la libertà venga mantenuta e sostenuta... Di fronte alle espressioni sbagliate ed autoritarie che, in maggiore o minor grado, ogni potere ha, dobbiamo saper rispondere... In tutto il mondo, il potere lo si affronta non solo con le idee, ma anche con la pressione sociale, in forme non violente, nel quadro del rispetto dell'ordine e della legge...».

«Dobbiamo esigere - ha proseguito - dalla nostra classe politica e dal potere costituito, attraverso diverse forme di pressione, il rispetto della Costituzione, dello Stato di Diritto, delle libertà per le quali sono morti, da una parte e dall'altra, migliaia di nicaraguensi... Un governo forte come quello di Daniel (Ortega, ndr) dovrebbe dare la dovuta importanza al problema della polarizzazione politica attuale, come si dà alla macroeconomia... Senza una Costituzione che si rispetti, che maturi e che si rafforzi sempre più, senza uno Stato di Diritto che sia davvero rispettato e messo in pratica, andremo incontro a seri problemi nel dare continuità a questo sforzo di pace; perché il più grande successo di Esquipulas è stato quello di aver raggiunto la pace, con una Costituzione ed un esercito che ha saputo dimostrare come non importasse la sua origine sandinista...».
Passi indietroTra le 17 riforme alla Costituzione che 25 anni fa proponeva l'opposizione politica nicaraguense al governo rivoluzionario di Daniel Ortega per rendere effettivi gli impegni di democratizzazione assunti ad Esquipulas, ce n'erano 8 che, oggi, sono nuovamente richieste dall'opposizione ad Ortega, in questo suo incostituzionale terzo mandato. Il fatto che siano di nuovo nell'agenda dell'opposizione è un chiaro segno dei passi indietro sperimentati dal Nicaragua in campo politico.
25 anni fa, si chiedeva al governo una norma che impedisse la rielezione alla presidenza della Repubblica, una riforma del Potere Elettorale, l'indipendenza del Potere Giudiziario, garanzie per il diritto di proprietà, limitazioni ai poteri del presidente della Repubblica, l'autonomia universitaria e quella municipale, la separazione tra Stato, partito FSLN ed esercito.
Nonostante il divieto di rielezione consecutiva e per un terzo mandato fosse diventato, anni dopo, un principio costituzionale, tale norma è stata violata da Ortega, attraverso una risoluzione del 2009, ritagliata su sua misura dai magistrati del suo stesso partito nella Corte Suprema di Giustizia.
Mai tante anomalieIl Potete Giudiziario, diventato un organo bipartitico in forza del patto tra Alemán e Ortega a fine anni '90, è ora sotto il pieno controllo dell'FSLN.
A fine Agosto scorso, l'ex presidente della Corte Suprema negli anni '80, Roberto Argüello, si è detto amareggiato nel constatare come siano diffusi nel Potere Giudiziario clientele e nepotismi, essendo diventato abitudinario nominare figli e parenti di magistrati alla guida di tribunale, in aperto contrasto con la legge.
Argüello si riferiva anche al fatto che gran parte dei magistrati della Corte siano ancora ai loro posti, nonostante i loro incarichi siano scaduti. «Nei miei 55 anni di esercizio della professione nei tribunali e, per di più, essendo stato un magistrato della Corte Suprema di Giustizia, mai ho visto tante anomalie, o cose simili, nel Potere Giudiziario. Dobbiamo renderci conto dei danni che stanno causando alle istituzioni del Paese e allo Stato di Diritto. Ci fanno vergognare agli occhi della comunità internazionale».
Dal partito-Stato allo Stato-famigliaIl diritto di proprietà, a differenza di quanto accaduto negli anni della Rivoluzione, quando si sviluppò una politica attiva di confisca di proprietà di somozisti, controrivoluzionari e oppositori, è di nuovo in crisi sotto questa presidenza di Ortega. Ma non si tratta più di confische legali. Quanto di occupazioni illegali di proprietà, specialmente terreni, alcuni di particolare valore economico, spesso sottratti con la forza, che poi finiscono nelle mani di persone vicine al circolo di potere. Alcuni di questi abusi sono denunciati dai media, ma molti si dibattono, senza clamore, in tribunali, i cui giudici sono schierati a favore degli interessi dell'FSLN.
25 anni fa, i poteri del presidente Ortega erano praticamente assoluti. Tanto che si governava a colpi di decreto. Soltanto nel 1995, le riforme costituzionali trasferirono al Potere Legislativo un buon numero di facoltà, riequilibrando la bilancia dei poteri. Tuttavia, una volta tornato al governo nel 2007, Ortega ha fatto nuovamente massiccio ricorso ai decreti. In questo suo nuovo mandato, iniziato nel 2012, contando ormai sulla maggioranza assoluta e incondizionata nell'assemblea legislativa, ottenuta in modo fraudolento, non ha più bisogno di farlo: sebbene chiami “iniziative di legge” quelle che manda al parlamento, in pratica l'esecutivo continua a governare per decreto.
L'autonomia universitaria, ripristinata nel 1990, oggi appare indebolita a causa del controllo che il partito al governo esercita sulle organizzazioni studentesche universitarie, per mezzo di prebende, e per la sempre più limitata libertà di insegnamento nelle università pubbliche.
L'autonomia municipale, nata dalla Rivoluzione nel 1988, come parte del processo di democratizzazione propugnato da Esquipulas, è attualmente sotto assedio del partito al governo, che cerca di minare e manipolare le sue leve.
La fusione Stato-partito FSLN, identificazione che ha caratterizzato il modello rivoluzionario, si presenta oggi sotto un altro segno. La comandante guerrillera Dora María Téllez, già ministra del governo rivoluzionario e dirigente dell'FSLN in quegli anni, lo definisce così: «Negli anni '80, abbiamo avuto davvero un partito-Stato. Oggi no, è peggio: abbiamo uno Stato-famiglia».
Il collasso elettoraleLa riforma del Potere Elettorale - richiesta dall'opposizione al governo rivoluzionario e da questo accettata, ai sensi degli accordi di Esquipulas - fu così autentica che il Potere Elettorale del 1990 garantì la purezza con cui si contarono i voti che sloggiarono l'FSLN dal potere.
Meno di dieci anni dopo, quel Potere Elettorale, concepito come base di una pace stabile e durevole, è andato declinando per il patto siglato tra Daniel Ortega e Arnoldo Alemán a fine anni '90, che ha rappresentato un attentato contro il pluralismo, avendo soppresso la possibilità di liste civiche e propiziato una legge elettorale tesa a perpetuare il bipartitismo, stabilendo rigide norme che impediscono la nascita e lo sviluppo di nuove opzioni politiche.
Il definitivo collasso del sistema elettorale è stato, quindi, sancito dalle due frodi elettorali organizzate dall'FSLN, che oggi controlla tutte le strutture di potere dello Stato. 25 anni dopo, torna così ad essere una richiesta di tutta la società, non solo dell'opposizione, ma anche di settori dell'FSLN, un cambio del Potere Elettorale per restaurarne la credibilità.
Queste strane elezioniQuest'anno, in cui si commemora il 25° anniversario di Esquipulas, sono previste elezioni municipali in Nicaragua. Vi partecipano 16 dei 18 partiti esistenti, la maggior parte di essi alleati dell'FSLN, che cercano così di sopravvivere. Vale la pena chiedersi se i 4 che non si sono alleati siano riusciti a soddisfare le rigorose norme previste dalla legge elettorale o se, piuttosto, abbiano ottenuto “via libera” giusto per consentire al governo di dire che la campagna elettorale si è svolta in un clima di pluralismo e reale competizione.
Sono elezioni strane, che riflettono il collasso del sistema elettorale nicaraguense. L'FSLN arriva alle elezioni, dopo mesi di proteste organizzate in una quarantina di municipi di 11 dipartimenti del Paese, dove i militanti hanno rifiutato i candidati che la coppia presidenziale ha imposto loro, senza consultarli o, dopo averli consultati, ignorati.
Per tacitare le lamentele, nel Congresso dell'FSLN, celebrato il 15 Agosto scorso, Ortega non ha reso noti i nomi dei prescelti, sostenendo che «nell'FSLN non importano le persone, ciò che conta è il progetto», dando così ad intendere che, essendo la vittoria assicurata grazie al controllo del Potere Elettorale, non importa chi siano i candidati del partito - corrotti o meno, popolari o meno, con leadership o meno -, nonostante sia proprio nelle elezioni locali che la scelta delle candidature può rivelarsi decisiva, dal momento che gli elettori del municipio conoscono da vicino i candidati e possono controllarli democraticamente.
Per scelta o per nomina?Le due organizzazioni per i diritti umani, CENIDH e CPDH, hanno già fatto sapere che non rivolgeranno un appello al popolo nicaraguense, perché esso eserciti il suo diritto di voto. Stessa posizione è stata espressa dalle organizzazioni della società civile che formano l'Alleanza PLI. Anche se il “partito” PLI partecipa al voto. In alcuni ambienti, si sostiene che se votare è un diritto e un dovere, anche non farlo lo è, nelle circostanze in cui si sviluppano queste elezioni.
Secondo la presidente del CENIDH, Vilma Núñez, non ha senso chiamare al voto: «Queste elezioni non sono valide perché organizzate e gestite da un organismo decaduto, dal momento che i magistrati elettorali continuano illegalmente nei loro incarichi, scaduti da mesi. E, quindi, commettono un illecito, prolungando in maniera indebita le loro funzioni».
Dal canto suo, il Movimento di Rinnovamento Sandinista (MRS), che si è presentato con l'Alleanza PLI nelle ultime elezioni politiche, insiste sulla necessità di continuare a lottare, ma si batte anch'esso per l'astensione: «In Nicaragua, è venuta meno la via elettorale. Oggettivamente, non ci saranno elezioni, giacché non vincerà chi avrà preso più voti, ma chi si vedrà assegnare voti dai funzionari di fatto del Potere Elettorale», ha dichiarato il deputato dell'MRS Víctor Hugo Tinoco.
Mai un ambiente pre-elettorale è parso così strano e scoraggiante. In questo contesto, in cui non c'è praticamente spazio istituzionale che il partito di governo non abbia occupato, e con la democrazia elettorale a suo tempo conquistata, ma oggi praticamente persa, l'opposizione politica nicaraguense appare debole e dispersa, incapace di organizzare e mobilitare la popolazione, priva di un progetto alternativo che faccia uscire dal conformismo, dalla rassegnazione e dalla passività quanti, e sono sempre più, sono scontenti per le sorti del Paese.
Generazioni frustrateNegli accordi di Esquipulas 2 si proclamava solennemente e ribadiva con forza «che la pace e lo sviluppo sono inseparabili». Gli accordi di pace esaltati quel giorno in Guatemala furono dedicati «ai giovani d'America, le cui legittime aspirazioni alla pace e alla giustizia sociale, alla libertà e alla riconciliazione, sono state frustrate per molte generazioni».
25 anni dopo, il Nicaragua continua ad essere il Paese più povero dell'America Latina, secondo solo ad Haiti. Le legittime aspirazioni delle due generazioni nate e cresciute dopo gli accordi di Esquipulas continuano ad essere frustrate. Secondo tutti i sondaggi, un lavoro che garantisca uno stipendio fisso e dignitoso, sicurezza sociale e opportunità di miglioramento della propria vita, continua ad essere la principale rivendicazione della popolazione; 7 nicaraguensi su 10 non hanno tale lavoro e sono dediti ad attività di ogni tipo nella diffusa economia informale. È un problema crescente: nel 2009, erano 200 mila le persone in questa situazione, oggi sono 500 mila.
Secondo l'ultimo sondaggio di M&R, 7 nicaraguensi su 10 hanno familiari che sono emigrati in cerca di lavoro in Costa Rica, Stati Uniti, Spagna e altri Paesi. Parte dei salari che guadagnano all'estero vengono trasformati in rimesse, inviate in Nicaragua per consentire la sopravvivenza al 70% di famiglie nicaraguensi.

Meno poveri, più ricchi: estremiAnche se il reddito pro capite è un indice che nasconde le differenze sociali, indica pur sempre qualcosa. E questo dice che se il Nicaragua continuasse a crescere al ritmo degli ultimi quattro anni (2,8% medio annuo), i nicaraguensi raggiungerebbero il reddito pro capite dei vicini costaricensi fra 50 e 70 anni, pur supponendo che quest'ultimo non crescesse affatto.
Il governo sostiene che si sta riducendo la povertà estrema. Può essere vero, anzi probabilmente lo è; ma è altrettanto vero che sta aumentando l'estrema ricchezza: secondo il rapporto mondiale sui super ricchi (World Wealth Ultra 2011-2012), redatto dalla società Wealth-X, in Nicaragua ci sono 180 super ricchi, che posseggono fortune personali per almeno 30 milioni di dollari ciascuno. In questa speciale classifica, il Nicaragua supera El Salvador che ne conta 140, ma, a sua volta, è superato dall'Honduras, che ne ha 185, e dal Guatemala, che ne ha 310. Non sono disponibili dati su Costa Rica e Panamá. Questa la situazione nelle “nozze d'argento” di Esquipulas.
Tale situazione è responsabilità di tutta la classe politica nicaraguense, di coloro che hanno firmato gli accordi di Esquipulas 25 anni fa, di chi ha cominciato a metterli in pratica ma poi li ha abbandonati, di chi è succeduto loro. Ma anche della classe imprenditoriale nazionale e di tutti coloro che hanno avuto qualche responsabilità nella società, per trasformare la situazione e non l'hanno fatto. La gioventù cui erano dedicati quegli accordi, soprattutto l'ultima generazione, è quella che meno responsabilità ha.
Il futuro sta nell'istruzioneIl Coordinamento Civico e varie organizzazioni sociali non hanno dubbi su quale cammino prendere con determinazione per il futuro del Paese: investire nel capitale umano, far diventare priorità nazionale la qualità dell'istruzione pubblica, sfruttare a proprio vantaggio il fattore demografico del Paese per i prossimi 25 anni. Si tratta, infatti, della fase demografica più strategica della storia nicaraguense recente: in cui ci sono meno bambini e anziani, ma abbondano giovani e persone adulte che lavorano o che stanno per raggiungere l'età lavorativa. Se non si investe nell'istruzione di bambini e giovani perché abbiano un lavoro di qualità, fra 25 anni il Nicaragua entrerà nella fase di invecchiamento della sua popolazione; un punto senza ritorno: sarà più vecchia e continuerà ad essere povera.
Con le straordinarie risorse della cooperazione venezuelana - 500 milioni di dollari all'anno -, il governo dell'FSLN ha avuto negli ultimi cinque anni un'occasione unica per affrontare la sfida storica di ridurre in modo significativo la povertà in Nicaragua. Per quanto tempo ancora potrà contare sulla cooperazione venezuelana? La priorità dovrebbe essere, comunque, uno sforzo nazionale per migliorare l'istruzione. Finora, grazie agli aiuti venezuelani, le priorità del governo Ortega sono state finanziate le spese dell'apparato del suo partito e gli investimenti del gruppo imprenditoriale dell'ALBA, legato alla sua famiglia e affini.
Muro di contenimento del narcotraffico?Il 25° anniversario di Esquipulas vede la regione centroamericana invasa, prigioniera, “integrata” dal narcotraffico internazionale. La piaga avanza anche in Nicaragua, il Paese considerato più sicuro della regione, dove presidenza della Repubblica e forze di sicurezza, esercito e polizia, ogni giorno ribadiscono come un'efficace “politica di Stato” contro il narcotraffico abbia fatto del Paese un “muro di contenimento” regionale. Tuttavia, il tragico e fortuito omicidio di Facundo Cabral in Guatemala, nel Luglio 2011, e tutte le rivelazioni che ne sono succedute mostrano un'altra realtà: la presenza attiva, ben organizzata e ormai radicata, diffusa nel territorio e nelle istituzioni, del narcotraffico in Nicaragua.
Il 22 Agosto scorso, è iniziato a Managua il processo contro Henry Fariñas - cui erano dirette le pallottole che hanno ucciso Cabral - e contro altre due dozzine di persone legate a quella trama, accusate di riciclaggio di denaro, associazione a delinquere e narcotraffico. Stando a quel che si sa del processo, pare evidente che sul banco degli imputati non ci sono tutti quelli che dovrebbero starci...
A conferma di ciò, il 20 Agosto sono stati fermati al confine tra Honduras e Nicaragua sei costosi veicoli, unità mobili dotate di eccellenti apparecchiature di trasmissione, che riportavano sulle fiancate il logo di Televisa; in essi, viaggiavano 17 uomini e una donna, sedicenti giornalisti della potente catena televisiva messicana. Nascosti nella carrozzeria dei veicoli, sono stati trovati 9 milioni e mezzo di dollari. Partita dal México, la carovana aveva già attraversato le frontiere di Guatemala, El Salvador e Honduras. E, secondo fonti costaricensi, negli ultimi due anni, era già passata 16 volte per il Nicaragua, diretta o di ritorno dal Costa Rica, sempre proveniente da Nord. Insomma, circolava liberamente per un Centroamerica così “integrato”: trasportando droga e/o soldi? Per chi?
La carovana è stata fermata in Nicaragua, mentre i capi delle polizie di tutta la regione erano riuniti a Managua per coordinare le strategie di lotta al narcotraffico. L'operazione ha rappresentato un momento di gloria per la polizia del Nicaragua. Tuttavia, sorge spontanea la domanda: perché è intervenuta solo ora, se la carovana aveva destato sospetti in almeno altre 32 occasioni? Secondo Aminta Granera, commissaria capo della polizia nicaraguense, quest'ultima da tempo seguiva la pista e, stavolta, è stata messa in allerta da una telefonata anonima. Errori e limiti dei controlli migratori alle frontiere o complicità nelle dogane nelle istituzioni?
Difficile credere che la catena messicana Televisa, monopolio televisivo legato al PRI e a Peña Nieto - presidente che guiderà «un governo corrotto, complice di quelli che stanno distruggendo il México», secondo López Obrador (candidato del PRD, di centrosinistra, che ha denunciato brogli nelle recenti elezioni presidenziali, ndr) - nulla abbia a che fare con ciò. Del resto, si sa che i cartelli centroamericani coinvolti nel caso Cabral-Fariñas non sono altro che “filiali” dei potenti cartelli messicani.
Nei prossimi mesi, emergeranno probabilmente nuovi elementi e interessanti rivelazioni. Per ora, ciò che dimostra il caso Televisa, e come aveva già anticipato il caso Cabral-Fariñas, il “muro di contenimento”, di cui si vanta il Nicaragua, presenta numerose e ampie crepe.
Pallottole d'argentoA metà Agosto, ha fatto visita a Managua il messicano Carlos Barrachina, esperto di sicurezza e professore all'Università di Quintana Roo. La sua conferenza, organizzata dall'Istituto di Studi Strategici e Politiche Pubbliche (IEPP) non poteva non destare preoccupazioni. La sintesi del suo intervento, sul ruolo che attualmente riveste il Centroamerica nel panorama del narcotraffico internazionale, pubblicato dal quotidiano La Prensa, è desolante. Quattro sono state le sue conclusioni:
1) la guerra contro la criminalità organizzata sta appena cominciando a colpire il Centroamerica, ma nessuno dei Paesi dell'area, né nel loro insieme, sono in grado di affrontarla.
2) Gli aiuti statunitensi ed internazionali sono insufficienti e combattere il crimine, secondo le modalità richieste, significa suscitare la guerra in tutta la regione, senza che questa abbia le armi per difendersi.
3) Il Centroamerica è la regione ideale perché i narcos, alle prese con problemi in México e Colombia, possano consolidarsi; cacciarli dalla regione sarà molto più difficile che sradicarli da quei Paesi.
4) È un mito che il Centroamerica sia una rotta di transito o una stazione di servizio per i narcotrafficanti: ormai tutti sono consumatori; non solo gli Stati Uniti consumano, ma consuma anche tutto il Centroamerica e ciò peggiora le cose, perché i cartelli non si contendono più solo rotte, ma mercati.
In conclusione (nostra): 25 anni dopo Esquipulas sono cessate le guerre, ma la pace militare non ha portato pace sociale, né sviluppo, e siamo ormai entrati in una nuova fase, quella delle pallottole d'argento.