GUATEMALA / Militari sul banco degli accusati e discutibili proposte di riforma costituzionale

Nel 2012, la giustizia guatemalteca ha portato in tribunale tre generali, protagonisti degli anni più terribili della repressione, oggi “in pensione”: Efraín Ríos Montt, Héctor Mario López Fuentes e José Mauricio Rodríguez Sánchez.

Di Juan Hernández Pico. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


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Il processo contro Ríos Montt, 86 anni, ex capo di Stato (a seguito di un golpe) fra il 1982 e il 1983, è iniziato nel Febbraio scorso. Il 30 Agosto, la Sala IV de Apelaciones (equivalente alla nostra corte di appello, ndr) ha negato il ricorso presentato in sua difesa, secondo il quale i crimini di cui il generale è accusato sarebbero stati amnistiati con la legge di Riconciliazione del 1996; quest'ultima, hanno però sostenuto i giudici, non mette un “punto finale” alla questione, tanto che l'amnistia non comprende reati quali la tortura, le sparizioni forzose, il genocidio e altri crimini di lesa umanità.
Dal canto suo, Héctor Mario López Fuentes, 81 anni, è stato Capo di Stato Maggiore della Difesa dal 1983 al 1985.
Mentre José Mauricio Rodríguez Sánchez è stato a capo dello spionaggio militare, noto con la sigla  G-2, tra il 1983 e il 1985.
Crimini e massacriRios Montt è accusato di essere il mandante del massacro avvenuto in località Dos Erres, nel Dipartimento del Petén (nel Nord-Est del Paese, ndr), oltre a numerosi massacri compiuti nel cosiddetto Triangolo Ixil, cioè nei municipi di Nebaj, Cotzal e Chajul, nel Quiché, considerati atti di genocidio.
López Fuentes e Rodríguez Sánchez sono accusati di aver organizzato gli stessi massacri nel Triangolo Ixil, nell'ambito delle operazioni militari denominate Vittoria '82 e Fermezza '83.
Nel 1995, un anno prima della firma degli accordi di pace, una pattuglia dell'esercito arrivò alla comunità di rimpatriati Aurora 8 Ottobre, nel municipio di Chisec, in Alta Verapaz, e dopo un teso confronto verbale con gli abitanti, aprì il fuoco, uccidendo 11 persone, fra cui bambini, e ferendone altre 28. Il processo contro i membri della pattuglia si arenò presto e le pene comminate ai soldati furono annullate, secondo la tesi che tali reati fossero da considerarsi “comuni” e, quindi, i loro autori andassero amnistiati ai sensi della legge di riconciliazione nazionale.
In Guatemala, soltanto il sergente maggiore dell'Esercito, Noel de Jesús Beteta Álvarez, 30 anni, è stato condannato nel 1993 per l'assassinio dell'antropologa Myrna Mack, avvenuto l'11 Settembre del 1990. Dieci anni dopo, nel 2003, il colonnello Juan Valencia Osorio, ex capo dei servizi segreti dello Stato Maggiore Presidenziale è stato anch'egli condannato a 30 anni come mandante dell'assassinio di Myrna Mack. Ma quando la polizia si è presentata a casa sua per arrestarlo non c'era. Ancora oggi risulta latitante.
Infine, in sede di corte di cassazione della Corte Suprema di Giustizia, ultimo e definitivo grado del sistema giudiziario guatemalteco (come in Italia, ndr), sono stati assolti da questo crimine il generale Edgar Godoy Gaitán, capo dello Stato Maggiore Presidenziale, e il tenente colonnello Juan Guillermo Oliva Carranza, secondo nella gerarchia di comando a Valencia Osorio.
Nel 1999, sono stati condannati a 20 anni di carcere il colonnello Byron Lima Estrada e il capitano Byron Lima Oliva, suo figlio, per complicità nell'omicidio del vescovo Juan José Gerardi, avvenuto il 26 Aprile 1998. Il colonnello Lima Estrada è di recente tornato in libertà, grazie ad una riduzione della pena per buona condotta. Uscito dal carcere, ha dichiarato di voler lasciare il Paese, temendo per la sua vita. Il tribunale che ha condannato i due Lima ha lasciato aperta la causa giudiziaria contro altri ufficiali dello Stato Maggiore Presidenziale, ma il processo non ha avuto seguito.
Nell'Agosto 2011, sono stati condannati a più di 6 mila (!) anni di prigione tre ufficiali dell'esercito guatemalteco responsabili del massacro di Dos Erres.
Le ragioni di questi tre processiTranne che nel caso Mack, mai prima dei generali dell'esercito guatemalteco erano finiti in tribunale. Cosa ha reso possibile ciò ora? La risposta è almeno triplice.
In primo luogo, la lotta delle organizzazioni delle vittime, che per anni hanno chiesto che i militari venissero giudicati per le loro responsabilità penali, avendo tolto la vita ingiustamente a migliaia di cittadini.
In secondo luogo, la necessità per lo Stato di dimostrare che la giustizia è possibile in Guatemala, nonostante lo status privilegiato dei militari e le conseguenze che una loro condanna rappresenterebbe per l'Esercito.
In terzo luogo, il coraggio e l'onestà di alcuni giudici, uomini e donne, alla guida di tribunali ad alto rischio.
Ciononostante, è da notare come non sia stato ancora toccato il generale in pensione Benedicto Lucas García, sospettato di essere l'ideatore nonché l'autore della strategia di “terra bruciata”, avviata nel Paese nel 1981, accusato tra gli altri dalla Fondazione Rigoberta Menchú dinanzi alla giustizia spagnola. Benedicto Lucas García, capo di Stato Maggiore dell'Esercito durante la presidenza del generale Fernando Romeo Lucas García, già deceduto, si è formato nella scuola per ufficiali militari di Saint Cyr (la principale accademia militare francese, ndr) ed ha partecipato alla guerra contro gli indipendentisti  algerini, in Nord Africa, secondo sue stesse dichiarazioni. Toccare Benedicto Lucas significherebbe andare contro il più alto rappresentante dell'Esercito cui, nella memoria dei militari guatemaltechi, si deve la vittoria militare sulla URNG (l'Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca; l'alleanza guerrigliera degli anni '80-'90, ndr).
Solo capri espiatoriSi può dire che processare Ríos Montt, López Fuentes e Rodríguez Sánchez significhi dare una lezione importante all'Esercito? Non esattamente. Questi anziani militari possono essere considerati capri espiatori, soprattutto ora che il più politico dei tre, Efrain Ríos Montt, ha visto quasi dissolversi il suo partito, il Fronte Repubblicano Guatemalteco (FRG), che conta soltanto un deputato nel Congresso (parlamento monocamerale, ndr), e la cui più grande ambizione politica - la presidenza del Guatemala, da raggiungere mediante elezioni democratiche e inappuntabili - non è più alla sua portata. E neanche a quella di sua figlia, Zury Ríos Sosa, che non è riuscita ad accreditarsi politicamente come erede credibile di suo padre.
Ciò che si può osservare è l'ascesa vertiginosa dell'esercito sotto la presidenza di Álvaro Colom (2008-2012), fenomeno confermato nei primi otto mesi dell'attuale presidenza di Otto Pérez Molina. Nel bilancio statale per il 2013, viene assegnato alla Difesa il 23% in più rispetto all'anno precedente. Già durante il governo di Colom, quattro nuovi distaccamenti militari sono stati insediati in località vecchie (Playa Grande, Ixcán) e nuove (San Juan Sacatepéquez; in questo caso, a difesa del nuovo cementificio della famiglia Novella). Tutta la retorica sulla sicurezza del presidente Otto Pérez Molina è all'insegna di una terminologia militare, tanto che parla di task force.
35 riforme costituzionaliEdgar Balsells ed Edgar Pape hanno pubblicato nel Quaderno n. 45 della rivista Diálogo, della  FLACSO (Facoltà Latinoamericana di Scienze Sociali), inserito nel Periódico del 2 Settembre scorso, uno studio sul progetto di riforme costituzionali che il presidente Pérez Molina ha inviato al Congresso, di recente.
I quattro capitoli, comprendenti i 35 articoli di cui si propone la riforma costituzionale, sono: Rafforzamento del Sistema di Giustizia e Sicurezza, Trasparenza e Verifica, Miglioramenti Politici e Rafforzamento della Fiscalità e del Finanziamento.
Secondo alcuni osservatori, il titolo del quarto capitolo può trarre in inganno: le modifiche costituzionali non “rafforzano” alcunché, dal momento che non toccano il problema cruciale; cioè, dotare lo Stato di entrate tributarie che lo mettano in condizione di diventare socialmente efficiente, per migliorare la vita della maggioranza esclusa. Le riforme proposte nemmeno fanno riferimento all'obiettivo del 12% del PIL di raccolta fiscale, concordato negli accordi di pace e tuttora lontano dall'avverarsi. Balsells e Pape riconoscono l'importanza di aumentare il bilancio del sistema giudiziario dal 2% al 4% del totale e del Ministero Pubblico (degli Interni, ndr) dall'1% al 2% del totale.
In conclusione, affermano i due studiosi: «Abbiamo sviluppato riflessioni sociologiche e di economia politica che puntano al fatto che chiunque voglia variare gli effetti, deve modificare le cause... Quindi, non possiamo accettare il fascino di una riforma pensata per soddisfare la lobby delle élites politiche e corporative, ma preparare le condizioni perché un nuovo testo costituzionale, democratico e inclusivo, assuma la necessità di legittimare la volontà sociale di cambiamenti  economici, che necessariamente passano attraverso un “rafforzamento fiscale” basato sulla giustizia e sull'equità sociale».
Altri aspetti discutibiliÈ anche profondamente discutibile che si trattino nello stesso capitolo i temi della giustizia e della sicurezza, soprattutto quando la sicurezza è un tema di competenza del Potere Esecutivo, come la giustizia lo è del Potere Giudiziario.
È lodevole che si proponga un emendamento costituzionale che stabilisca che ministro della Difesa nazionale può essere un civile e non esclusivamente un militare. Invece, dove si ratifica che «l'esercito potrà sostenere le forze di sicurezza civili in operazioni di sicurezza interna» e si prevedono le forme di tale intervento, si omette di dire che, quando si incorpora a compiti di sicurezza interna, l'esercito deve adattarsi, nelle sue funzioni, alla dottrina della Polizia Nazionale Civile (PNC).
E quando si parla di PNC non si dice che questa dovrebbe funzionare secondo una propria dottrina, che nulla ha a che vedere con quella che regola il funzionamento dell'Esercito. Era questa una delle esigenze più sottolineate da Helen Mack (sorella di Myrna, ndr), quando ricopriva l'incarico di commissaria per la riforma della PNC, durante la presidenza Colom. È un peccato che nelle riforme non venga sottolineato che, civile o militare che sia il ministro della Difesa, l'Esercito deve sottomettersi all'autorità civile della Repubblica, anche quando il presidente è un generale in pensione, come nell'attualità.
Miniere e riformeUna delle riforme costituzionali proposte dal presidente Otto Pérez Molina affronta la questione delle miniere, di grande attualità in America Latina e in molte altre regioni del mondo.
La modifica recita: «Lo Stato potrà essere titolare di un massimo del 40% della proprietà o della partecipazione al patrimonio di qualsiasi impresa che sfrutti le risorse naturali». Finora allo Stato spettava l'1% dei profitti derivanti dallo sfruttamento minerario.
L'Università “Rafael Landívar”, consultata dal presidente, così come altre università del Paese, ha obiettato che la riforma dovrebbe dire: «Lo Stato dovrà essere proprietario di almeno il 40% della proprietà o della partecipazione patrimoniale di qualsiasi società che sfrutti le risorse naturali non rinnovabili». Dietro il testo minimalista della riforma proposta dal presidente, si cela probabilmente la dura reazione del settore privato rappresentato dal CACIF (l'organo politico della grande impresa privata guatemalteca, ndr).
Gli acuti conflitti suscitati in Guatemala dallo sfruttamento della miniera d'oro di San Miguel Ixtahuacán, in San Marcos, e dalle concessioni minerarie a San José del Golfo, prossimo alla capitale, così come quelli che si prevedono al moltiplicarsi di tali concessioni, aprono nuovi scenari. Come il resto del Centroamerica, il Guatemala non è stato terra di miniere d'oro e d'argento durante la colonia spagnola. Qui, lo “oro era la terra.
Ma, oggi, le esplorazioni delle grandi compagnie minerarie canadesi e statunitensi, e in generale dell'industria estrattiva di risorse naturali non rinnovabili, stanno scoprendo miniere in Guatemala e Centroamerica. Così, le miniere, l'acqua per progetti idroelettrici e persino l'acqua potabile, stanno diventando i nuovi “affari” che solleticano l'appetito delle grandi transnazionali.
Anche gli oli stimolano quegli appetiti: quanto è successo nel Nord dell'Honduras, nella valle dell'Aguán, si ripete oggi in Alta Verapaz, in Guatemala: grandi estensioni di terra vengono comprate a prezzi irrisori a migliaia di famiglie contadine indigene, per essere dedicate alla coltivazione di palma africana, da cui si ottengono vari oli. La grande Franja Tranversal del Norte (territorio che attraversa la parte settentrionale del Paese, ndr) è via via asfaltata dopo decenni di abbandono e ai lati delle strade vanno sorgendo le capanne di migliaia di famiglie, sfrattate dalle loro terre.
Presto aumenterà anche l'esplorazione petrolifera, oggi per lo più limitata a pochi pozzi nel Sud del Petén. Ciò minaccerà seriamente le riserve di biosfera, di grande importanza per il Guatemala e il mondo. Questi problemi e conflitti diventano più complessi dal momento che le terre ricche di minerali si intersecano con territori in cui vivono le popolazioni indigene, provocando proteste  e ricorsi basati giuridicamente sulla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).
Il ricordo di quanto successo nel caso della grande centrale idroelettrica sul fiume Chixoy stimola le lotte contro grandi e piccoli progetti idroelettrici sparsi in Huehuetenango e El Quiché. Lo scandalo dell'idroelettrica di Chixoy, che produce l'energia per illuminare città lontane, mentre i villaggi circostanti sono senza da 30 anni, fa sì che molte comunità indigene lottino contro i progetti idroelettrici, senza nemmeno proporsi un equilibrio razionale di vantaggi e svantaggi.
Una lotta difficileLe lotte per l'acqua e il legname, oggi globali, coinvolgono anche il Centroamerica. Da quando la maggior parte degli Stati centroamericani hanno ratificato la Convenzione 169 dell'OIL sui Popoli Indigeni e Tribali, i progetti idroelettrici, soprattutto quelli più grandi, come quelli minerari, si scontrano con l'opposizione di municipi e territori indigeni. Che chiedono di essere consultati prima che siano progettati e costruiti. Vari Paesi centroamericani, soprattutto El Salvador, si stanno avvicinando a una situazione di “stress idrico”. Si tratta di un grosso problema del prossimo futuro, aggravato dalla privatizzazione di sorgenti per la vendita di acqua in bottiglia e, soprattutto, dalla deforestazione cui, ad eccezione del Costa Rica, non si contrappongono efficaci progetti di riforestazione.
Le nuove impunitàL'impunità cui eravamo abituati anni fa era quella di chi violava i diritti individuali delle persone. Un'impunità drammatica i cui terribili effetti si contano in molte migliaia di vittime. Bisogna continuare a lottare per fa sì che tale impunità sia un incubo del passato. Ma l'impunità con la quale ci troviamo a dover fare i conti oggi è quella di chi sistematicamente viola i  diritti sociali, politici e culturali di grandi moltitudini. È necessario reagire con forza e lottare anche contro tali violazioni.  Per trovare il modo di approfondire la democrazia, superando gli enormi, attuali ostacoli.