ECUADOR / Vinte le elezioni, le nuove sfide della Rivoluzione Civica del presidente Correa


L'Ecuador sta vivendo una fase storica, che si iscrive nel contesto di rinnovata vitalità delle sinistre in America Latina. Il governo di Rafael Correa, recentemente rieletto alla presidenza con il 57% dei suffragi, dopo sei anni di mandato, ha impresso una svolta alla vita politica ed economica ecuadoregna, tanto da delineare una nuova identità politica: il correismo. Quali sono le prospettive del suo progetto di società?


Di Ivette Sosa, giurista e politologa della Facoltà Latinoamericana di Scienze Sociali (FLACSO), sede dell'Ecuador.
E di Armando Chaguaceda, storico e politologo dell'Università Veracruzana (México), Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali (CLACSO).
Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.


Il 17 Febbraio scorso, Rafael Correa è stato ratificato, per la terza volta ed, ora, a grande maggioranza, alla guida del governo ecuadoregno. Ottenendo più voti di tutti gli altri candidati messi insieme, Correa controlla, inoltre, il parlamento, tramite la sua organizzazione Alleanza Patria Orgogliosa e Sovrana (più comunemente nota nella forma abbreviata di Alleanza Paese, ndr), chiamata ora ad aiutarlo nel fra progredire l'agenda di cambiamenti politico-istituzionali tesi a superare quel che nella sua accesa retorica Correa definisce «la lunga e oscura notte del neoliberismo», vissuta dall'Ecuador a partire dai primi anni '80. Un processo che ha portato ad una crescente deistituzionalizzazione, tradottasi in una riduzione della spesa sociale e degli investimenti statali, nel collasso dei servizi pubblici, in una diffusa corruzione amministrativa, nell'inefficienza statale ed in una grave crisi di governabilità, in particolare dell'esecutivo.
Fin dalla sua ascesa politica a metà dello scorso decennio, Correa ha cercato di dare coesione alla protesta sociale, facendosi eco della necessità di superare la crisi di rappresentanza che erodeva il sistema politico, del diffuso rifiuto della politica, per come era condotta da dirigenti e partiti, nonché dell'importanza strategica di una contesa politica che si sviluppasse nello spazio legislativo, complicando le regole del gioco politico. In tale contesto, Correa ha proposto la sua “grande trasformazione”.
Un altro modello economicoL'incertezza e l'instabilità politiche, di lunga data in Ecuador, hanno condizionato la ricerca di una leadership forte, antisistema, e di un outsider rispetto al sistema politico. I partiti tradizionali in lotta fra loro nelle elezioni del 2006, hanno mostrato una tendenza calante nei consensi, mentre il binomio Rafael Correa – Lenín Moreno, proposti da Alleanza Paese (AP) – hanno ottenuto un notevole sostegno popolare al secondo turno, di fronte alla candidatura di Álvaro Noboa, politico e imprenditore di Guayaquil.
Nell'assumere la presidenza, Correa ha aperto la strada ad un processo costituzionale, introducendo il referendum per convocare, o meno, l'Assemblea Costituente ed i suoi membri, la stesura di una nuova Costituzione, anch'essa sottoposta a referendum, e l'elezione a incarichi di rappresentanza popolare. Ha preso così il via la cosiddetta Rivoluzione Civica.
Da subito, il nuovo governo ha abbandonato l'usurato modello economico vigente dagli anni '80 e scommesso sul nazionalismo economico, rinvigorendo la partecipazione dello Stato, in particolare nel settore petrolifero, espropriando le imprese private e arrivando a controllare l'80% dei ricchi giacimenti di gas.
Anche le relazioni commerciali con l'estero sono state oggetto di verifica e diversificate, cercando di superare la dipendenza dagli Stati Uniti e aprendo il Paese al commercio con l'America Latina, l'Europa, il Medio Oriente e la Cina.
Il superamento dei condizionamenti esterni, in particolare quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha significato la riduzione del debito estero ed una sua più efficace gestione.
Anche le politiche del lavoro e quelle sociali sono cambiate. Formalmente, sono stati eliminati sia il lavoro per conto terzi che la sottoccupazione; sono stati, invece, aumentati i salari ed è migliorata la protezione dei lavoratori; il tutto è stato successivamente sancito dalla Costituzione approvata nel 2008. È stata data priorità all'assistenza ai lavoratori informali, integrati a programmi di credito e servizi, e rafforzate previdenza e spesa sociale. Le politiche fiscali sulla rendita hanno contribuito ad una migliore redistribuzione della ricchezza.
Sono state, inoltre, introdotte forme di organizzazione, controllo e gestione per combattere l'incompetenza professionale e la corruzione diffusa fra i funzionari pubblici. La burocrazia dello Stato è stata snellita e ringiovanita; ed è migliorata la preparazione dei tecnocrati che occupano incarichi di direzione.
Nell'assegnazione di incarichi pubblici si è applicato il principio della parità di genere.
E, al fine di redistribuire la ricchezza, il governo ha varato un vasto programma di crediti e agevolazioni per gli investimenti pubblici. Sono state moltiplicate le opere infrastrutturali ed è aumentata la spesa sociale nei campi dell'istruzione e della sanità, mentre il cosiddetto “bonus per lo sviluppo umano” concesso ai più poveri ha beneficiato 1,9 milioni di persone, su 15 milioni di popolazione totale.
Tutto ciò ha contribuito ad un notevole aumento della qualità e del tenore di vita della cittadinanza.
Innegabili conquiste socialiNel campo dell'istruzione e della formazione di capitale umano, il governo ha attuato una riforma universitaria che ha migliorato di molto la qualità dell'istruzione superiore, esigendo maggiori standard di qualità alle università private, ormai del tutto mercificate (in pratica, ridotte a “fabbriche di diplomi”, a pagamento, ndr), dotando di maggiori fondi i programmi di borse di studio all'estero e di ricerca in sviluppo e tecnologia.
Le eccellenti esperienze raggiunte dai programmi governativi nel campo dell'assistenza alle persone disabili, riconosciuti a livello internazionale, sono oggi condivise con i Paesi della regione, grazie a tecnici ecuadoregni.
I risultati economici e sociali conseguiti durante i sei anni di governo Correa sono stati riconosciuti da organizzazioni internazionali, in particolare dalla CEPAL (Commissione Economica per l'America Latina) e dall'UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). Il PIL del Paese è cresciuto, facendo registrare il terzo miglior risultato in America Latina; ed è riuscendo anche ad invertire il flusso migratorio (è notizia di questi giorni il lancio di un programma di incentivi per il ritorno degli emigrati ecuadoregni, ndr).
L'opposizione interna ha apprezzato i programmi infrastrutturali e di spesa sociale, pur considerandoli populisti e insostenibili, mentre avverte sui pericoli che essi rappresentano per l'impresa privata, il libero mercato e la diversificazione degli investimenti.
Secondo alcuni osservatori, i successi del governo di Correa sono dovuti, in gran parte, alla congiuntura economicamente favorevole che ha accompagnato il suo mandato. Quel momento propizio potrebbe, tuttavia, vedersi frenato dalla mancanza di riforme strutturali profonde, mettendo così a repentaglio la redistribuzione della ricchezza e l'aumento del benessere sociale raggiunti.
Nuovo ruolo dello StatoTuttavia, il nuovo ruolo dello Stato perseguito dal governo Correa non può essere ridotto al mero “recupero” della sua funzione. Piuttosto, va inteso come una trasformazione che ha contribuito a far sì che gli interessi delle classi sociali e dei gruppi politici (fino a ieri, ndr) egemonici fossero rimpiazzati da un'ampia maggioranza di soggetti popolari e di classe media, con le loro corrispondenti, e nuove, dirigenze politiche.
Per alcuni, tra cui l'opposizione, queste modifiche possono essere riassunte in un crescente iperpresidenzialismo, nel caudillismo (autoritarismo tipico latinoamericano, ndr), nel populismo e nel clientelismo, che si traducono nella concentrazione di potere nell'esecutivo. Secondo quest'ottica, la concessione del citato “bonus per lo sviluppo” da parte del governo ecuadoregno viene considerata espressione della politica clientelare del governo. Secondo altri osservatori, che rappresentano varie posizioni di sinistra, le trasformazioni della struttura di classe hanno stabilito il dominio di un “capitalismo di Stato” e l'avvio di un modello “post/neoliberista”, che ha messo la parola fine alla crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali. Il politologo Simón Pachano definisce il processo in corso in Ecuador come una “transizione incerta”, dal momento che non avrebbe generato le condizioni istituzionali, né gli incentivi, perché i nuovi soggetti sociali possano operare nelle nuove condizioni, garantendo la riproduzione istituzionale.
La trasformazione politicaI precedenti di questo nuovo ciclo storico in Ecuador risalgono alla debolezza del sistema dei partiti e all'instabilità politica vissuta dal Paese, alla rottura dell'opposizione e alla sua incapacità di riarticolare gli interessi della popolazione. La lunga fase di erosione del sistema politico ecuadoregno ha devastato le principali forme di rappresentanza politica ed evidenziato le lacune istituzionali del processo politico. Ciò ha portato ad una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
Il governo della Rivoluzione Civica si è caratterizzato come plebiscitario, rispetto alle precedenti amministrazioni. Lungi dall'avere quell'accezione negativa che spesso si dà a tale caratteristica, ciò significa la ricerca delle basi legittime per realizzare le trasformazioni operate dal 2007. Se si guarda alle elezioni generali si osserva non solo l'aumento del sostegno al processo promosso dal governo, ma anche il consolidamento di Alleanza Paese nell'Assemblea legislativa, con tutti i benefici che ciò comporta per il progetto.
Nelle elezioni generali dell'Aprile 2009, il partito di governo raggiunse il 43,6% dei seggi nell'Assemblea, quota che non ha eliminato gli ostacoli all'adozione di leggi “essenziali” per far avanzare la Rivoluzione Civica. La composizione di quella Assemblea non ha, quindi, favorito la formazione di coalizioni stabili, sulla base di accordi programmatici e, sebbene Alleanza Paese si sia consolidata come partito egemone, ha sofferto la fuoriuscita di vari gruppi che inizialmente avevano aderito all'alleanza guidata da Correa.
Nelle elezioni svoltesi nel Febbraio scorso, vinte al primo turno, Alleanza Paese ha ottenuto 93 seggi, cioè più di due terzi dei voti necessari per far passare le leggi in parlamento, rispetto ai magri risultati dell'opposizione: Creare Opportunità (12 seggi), Partito Socialcristiano (7), Movimento Popolare Democratico e Pachakutik (6), Partito Società Patriottica (6), rappresentanti di ecuadoregni all'estero (6), infine Avanza  (4).
Questa preminenza del partito al potere accelererà il varo di leggi in attesa di approvazione (comunicazione, codice penale, modifiche alla legislazione in materia di previdenza sociale e ridistribuzione della terra), nonché di nuove leggi nel prossimo periodo. Tuttavia, la ridotta attività co-legislativa (fra governo e parlamento, ndr) e la diminuita deliberazione interna (al parlamento, ndr) potrebbero indebolire il potere legislativo e il processo “rivoluzionario” in sé, mentre potrebbero fare acqua le alleanze con altri partiti e potrebbe ridursi ulteriormente il già limitato controllo sulle attività dell'esecutivo.
D'altra parte, sebbene le elezioni siano riuscite a stabilizzare la presidenza, permangono alcune debolezze del disegno istituzionale che perpetuano la irregolare situazione politica: insufficiente produzione legislativa, complementare alla Costituzione; scarsa trasparenza e pochi contrappesi  politici; mancanza di spazi per un'adeguata gestione dei conflitti; provvisorietà delle nomine di vari funzionari statali in aree statali di grande importanza, ancora oggi. Tutto ciò dimostra la relativa instabilità del processo politico promosso dal governo.
La principale criticaNonostante l'ampia legittimità dell'amministrazione Correa, uno degli aspetti più criticati riguarda la  riforma dell'Assemblea Nazionale, creata dalla Costituzione Politica del 2008, con particolare riferimento alla giustizia. Sebbene la Costituzione abbia regolamentato i meccanismi per la sua applicazione, soltanto nel 2010, con un referendum, la questione è stata affrontata negli aspetti amministrativi e organizzativi della giustizia. Anche se tale riforma era necessaria per sostenere il nuovo modello di governo, l'iniziativa del governo, rappresentato dall'ex segretario personale del presidente Correa, Gustavo Jalk, ha messo in dubbio la neutralità del processo, al di là della legittimazione raggiunta tramite referendum. La riforma ha comportato, infatti, una riduzione dei poteri di controllo e di vigilanza sull'esecutivo da parte dell'Assemblea, trasferiti, in parte, al Consiglio di Partecipazione Civica e Controllo Sociale, mentre non sono state ancora nominate una serie di autorità negli organismi di controllo interni alla stessa magistratura.
Sinistra all'opposizioneL'immagine del governo ecuadoregno ha subito un colpo anche a seguito della rottura con vari  settori politici che inizialmente lo avevano sostenuto. Movimenti indigeni, contadini e sindacali, ceti medi e intellettuali di sinistra hanno ritirato il loro appoggio al governo dopo la Costituente, passando all'opposizione gruppi quali Rottura 25 (così chiamato perché sorto in occasione del 25° anniversario del ritorno alla democrazia del Paese, ndr), il Movimento Popolare Democratico (MPD) e la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador (CONAIE).
Durante il ciclo di instabilità politica precedente a Correa, un fattore significativo di smobilitazione sociale era rappresentato dalla svolta che la cittadinanza osservava nel “progetto” politico del governo e del presidente, una volta insediato al potere. In questo contesto, le proposte di rifondazione, redistribuzione e cultura civica della sinistra di allora si sono concentrate nella piattaforma programmatica dell'Alleanza Paese che ha portato alla vittoria il candidato Correa nel 2006.
Tuttavia, una volta giunto alla presidenza, in varie occasioni Correa ha preferito seguire la Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. L'amalgama programmatico del suo governo si è esteso anche al Piano di Sviluppo messo a punto dalla Segretaria Nazionale di Pianificazione e Sviluppo (SENPLADES), piattaforma fatta propria da Alleanza Paese, programma poi modificato, dopo l'Assemblea Costituente, da quello del Buen Vivir (Vivere bene).
Le differenze con il Venezuela e la BoliviaAnche se le diverse piattaforme presenti in Alleanza Paese coincidevano in aspetti sostanziali – quali l'anti-imperialismo, il nazionalismo, la redistribuzione della ricchezza ed un salario dignitoso per i lavoratori – il continuo mutare dei progetti politici e la personalizzazione delle proposte ha portato all'attuale scomparsa di progetto proprio della sinistra ed al suo frazionamento. Il ritiro del sostegno della sinistra a Correa è andato di pari passo con le trasformazioni del legislativo, di modo che la partecipazione è sempre più limitata alla ratifica delle decisioni ufficiali, alla socializzazione delle politiche di governo, e non a deliberare e costruire consenso. Vari analisti, come Pablo Stefanoni, osservano nel governo ecuadoregno una minore propensione alla promozione di politiche di partecipazione locale e nazionale, sia sul piano genuinamente innovativo che nel loro potenziale ricorso come fattore di mobilitazione, al pari di quanto accade in Bolivia e Venezuela, Paesi alleati dell'Ecuador.
La frammentazione della sinistra nello scenario politico ecuadoregno si accompagna con l'antica  decomposizione dell'opposizione, che non ha raggiunto consenso e unità come quella venezuelana, e con la disarticolazione, quasi lo svuotamento, della sua presenza nello scenario politico dei movimenti sociali autonomi e belligeranti che, invece, danno filo da torcere ad Evo Morales in Bolivia. In larga misura, tali disintegrazione e parzializzazione dell'agenda politica civica sono frutto dei condizionamenti e del peso preponderante della leadership di Correa nel definire l'agenda politica. Del resto, Correa ha dalla sua l'effetto positivo di una buona gestione dell'economia e delle politiche pubbliche, che contrasta con i risultati variabili che si osservano a Caracas e La Paz in questi stessi aspetti.
In guerra contro i mediaIl trattamento riservato dal governo ecuadoregno ai media privati è stato criticato come antidemocratico. Sia il linguaggio conflittuale di Correa, sia i processi cui sono andati incontro diversi quotidiani nazionali, canali televisivi e stazioni radio locali di opposizione al governo, hanno acuito l'immagine di polarizzazione politica, che non corrisponde ai risultati delle elezioni del 2013. È indubbio che il potere economico dei gruppi imprenditoriali, proprietari di tali media, abbia raggiunto livelli politici ed ideologici da sostituirsi ai partiti. Tuttavia, le pressioni alle quali i media sono stati sottoposti non solo violano la libertà di esercizio imprenditoriale, ma, ed è forse l'aspetto più grave, riducono anche le possibilità di informazione ed espressione autonoma dai media ufficiali, riproducendo vecchi schemi di controllo politico della stampa, presenti in precedenti esperienze autoritarie in America Latina e nel modello di subordinazione della stampa vigente a Cuba, e anticipa tratti egemonici nel campo della comunicazione simili a quelli osservati in molti dei Paesi dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA).
L'allineamento notoriamente antigovernativo dei media privati ed il loro legame con una classe politica imprenditoriale che una volta egemonizzava i destini del Paese, non costituisce ragione sufficiente per spezzare e indebolire le libertà ed i diritti civili in questo campo. L'esclusione e la derisione cui è sottoposta l'opposizione nei discorsi politici ufficiali limitano le opzioni di dialogo nazionale e rappresentano qualcosa di potenzialmente dannoso per il consolidamento del processo ispirato dal governo.
D'altro canto, certe critiche semplicistiche alla nascita di un sistema statale di media – tra cui i periodici El Telégrafo ed El Ciudadano, l'agenzia Andes, varie radio e televisioni pubbliche – volto a diffondere l'informazione ufficiale del governo, evidenziano gli interessi tendenziosi di parte dell'opposizione. Il rafforzamento dei media pubblici, la pratica della libertà di espressione e l'abbandono dei toni di disprezzo da entrambe le parti, sarebbero molto più salutari per la necessaria libertà di espressione nell'esercizio democratico del governo.
La legge sui mediaL'etica giornalistica cui mira il governo nella sua proposta di legge sui media, prevista dalla Costituzione del 2008, dovrebbe mettere in chiaro che essa lotta contro la “corruzione” di qualsiasi opinione, notizia ed informazione che limitino lo sviluppo della democrazia nel Paese, e non rivolgersi esclusivamente contro il “golpismo” dei media privati.
La questione più discussa della legge sui media proposta dal governo di Correa riguarda la definizione di “etica giornalistica”. La necessaria delimitazione dell'etica nelle comunicazioni può dare luogo a gravi lacune che favoriscono arbitrarietà amministrative e possono, persino, piegare la produzione mediatica agli interessi “supremi del processo rivoluzionario”. Qualcosa che rimanda alle “Parole agli Intellettuali”, rivolte da Fidel Castro all'intellettualità cubana nel 1961, che da allora hanno perpetuato il motto “Dentro la rivoluzione tutto, contro la Rivoluzione niente”.
Il fattore indigenoUn altro punto critico del governo Correa è costituito dalla mancanza di dialogo e dal blocco del negoziato con i movimenti sociali e indigeni. L'iniziale accoglimento da parte di Correa delle proposte delle organizzazioni popolari in generale, ed in particolare della CONAIE, aveva fatto pensare che l'alleanza tra il candidato al governo ed i popoli indigeni fosse garantita. Tuttavia, in varie circostanze, si è passati dall'appoggio all'opposizione aperta, nonostante il governo e il suo presidente vengano pubblicamente identificati con i simboli e i valori culturali dei popoli indigeni.
Con il ricorso alla lingua quichua nei suoi discorsi del Sabato, nell'indossare camicie ricamate con motivi allegorici della cultura indigena, con la nomina di indigeni ad incarichi ministeriali, Correa dà risalto e rinvigorisce la cultura pre-colombiana, in contrasto con l'ignoranza e il disprezzo dei precedenti presidenti. Ma la contesa fra gli elettori indigeni tra Pachakutik-CONAIE e Alleanza Paese, così come la cooptazione da parte del governo di dirigenti di organizzazioni indigene e leaders locali, hanno indebolito le relazioni fra le parti.
Al contempo, l'arrivo di altre organizzazioni indigene e contadine nell'Assemblea legislativa, come FENOCIN (Federación Nacional de Organizaciones Campesinas, Indígenas y Negras) e FEINE (Consejo de Pueblos y Organizaziones Indígenas Evangelicas del Ecuador) ha privato di unità la rappresentanza indigena in parlamento. Nei fatti, i progetti politici e le misure di ampio impatto sulle popolazioni indigene realizzate dal partito al governo hanno ridotto l'influenza di Pachakutik-CONAIE.
La questione miniereIl fattore scatenante della reciproca mancanza di fiducia è stato la posizione assunta dalla presidenza di fronte al rifiuto indigeno nei confronti delle attività minerarie, considerate da Correa indispensabili per ottenere risorse per il Paese. Da allora, Pachakutik sostiene proposte progressiste, opposte a quelle della destra, ma il suo voto a favore del governo non è più scontato e negli ultimi tempi si osserva un certo avvicinamento delle sue posizioni a quelle dell'MPD, all'opposizione.
L'esempio più recente della distanza tra organizzazioni indigene e governo è stato la cosiddetta “Marcia della Resistenza Plurinazionale. Per l'acqua, la vita e la dignità dei popoli”, promossa nel Marzo 2012 dalla CONAIE. La sollevazione nella regione amazzonica ecuadoregna è scoppiata a seguito della volontà del governo di intensificare l'attività mineraria nel Paese, nonostante l'opposizione delle popolazioni locali. La Marcia ha evidenziato sia il distacco di quei settori dalla politica nazionale, sia la polarizzazione della società.
La Marcia, che non è stata solo indigena, ha reso anche manifesta l'incapacità del governo di intavolare un dialogo con i leaders della CONAIE, nonché la necessità di ridiscutere le relazioni politiche tra le parti, soprattutto se si considera che il governo di Correa, fin dal suo inizio, è stato sostenuto agli indigeni, e che nel corso di questi sei anni il governo ha promosso iniziative a favore delle popolazioni indigene. D'altro canto, la Marcia è stata anche strumentalizzata dall'opposizione e da alcuni politici, che hanno soffiato sul fuoco della polemica.
È innegabile che le popolazioni indigene abbiano raggiunto maggiori spazi nella scena politica con il governo di Correa. Tuttavia, i rapporti tesi tra le due parti rivelano la disputa fra le esigenze di riconoscimento della differenza e l'aumento dei livelli di uguaglianza. Anche se molti sono i punti programmatici comuni tra organizzazioni indigene e governo, le differenti idee su come realizzarli aumentano gli ostacoli nella costruzione di accordi e alleanze, arrivando al punto di diventare fattore di avversità politica. L'assenza di una agenda indigena definita nel programma di governo allontana la possibilità di riconciliazione e di porre fine al conflitto, mentre esaspera la polarizzazione politica. Il riconoscimento del carattere pluriculturale dello Stato ecuadoregno resta così nella retorica letteraria della Costituzione, privo di riscontro nella realtà.
Ecuador: un protagonistaIl momento storico che vive l'Ecuador dal 2007 si iscrive nel processo di rifondazione, senza precedenti, della sinistra in America Latina. La costruzione della Rivoluzione Civica nell'ambito della democrazia rappresentativa coincide congiunturalmente ed è sostenuta politicamente dai governi del cosiddetto Socialismo del 21° secolo. L'attuale governo ecuadoregno ha impresso una svolta alla vita politica ed economica nazionale e segnato anche un nuovo corso nelle relazioni internazionali del Paese. La lotta intrapresa contro l'egemonia delle grandi imprese che occupavano la sfera politica e sociale in Ecuador è stata accompagnata dalla strategia di rendersi independente sul piano internazionale, nella ricerca di sovranità economica e politica.
L'Ecuador si è orientato verso l'unità latinoamericana – finanziaria, economica e politica –,  proiettandosi sulla scena internazionale come un Paese di indiscussi peso e leadership politici. L'Ecuador fa parte, tra l'altro, delle organizzazioni sovranazionali dell'America Latina e dei Caraibi come ALADI (Associazione Latinoamericana di Integrazione), MERCOSUR (Mercato Comune del Sud-America),  UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), Comunità Andina, ALBA, Alleanza del Pacifico, CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi), SELA (Sistema Economico Latinoamericanio e dei Caraibi). La base di integrazione regionale costituisce l'identità condivisa con i membri di questi organismi quanto a momento storico, condizioni economiche e sociali, lotte per l'indipendenza economica e politica, nazionale e regionale.
A seguito della malattia di Hugo Chávez, il presidente Correa ha parlato della necessità di rafforzare l'integrazione su basi dottrinali e programmatiche, che vadano al di là di una particolare leadership, come fattore chiave per la perpetuazione, il consolidamento e lo sviluppo dei piani di unità latinoamericana. L'Ecuador è stato beneficiato dai programmi di solidarietà stabiliti da accordi multilaterali tra le nazioni che danno vita all'Unità Latinoamericana e, a sua volta, ha condiviso alcuni progressi fatti dalla Rivoluzione Civica, con particolare riferimento a programmi di assistenza ai disabili.
“Il socialismo del buon vivere”Il successo di Rafael Correa e della Rivoluzione Civica nelle elezioni del 17 Febbraio 2013 comporta sfide politiche, economiche e sociali per il Paese e l'America Latina. Alleanza Paese  si è impegnata ad perseguire il “cambiamento” e consolidare il progetto “rivoluzionario”, nel solco delle proposte del “Socialismo del Buon Vivere”.
Il che significa inclusione sociale ed equità, istruzione, sanità, sicurezza, habitat e abitazioni “dignitose”, cultura, tempo libero, comunicazione sociale, scienza, tecnologia, conoscenze ancestrali come fonti di benessere ed unità nazionale. Inoltre, modifiche al modello costituzionale nel campo dei diritti e della giustizia sociale, nella governance decentrata, della interculturalità e della plurinazionalità.
Si può parlare di correismo?La schiacciante vittoria di Correa, rieletto con il 57% dei voti al primo turno, dopo sei anni di governo, testimonia non solo come non si sia logorata politicamente la sua leadership, ma che è sorta una nuova identità politica: il correismo. Tuttavia, sebbene sia riuscito ad imprimere una svolta alla prassi economica e politica ecuadoregna ed abbia restituito significato al discorso politico, il correismo affronta ora l'enorme sfida del consolidamento democratico, con un partito egemone ed una forte leadership.
Al riguardo, sorgono alcune domande sul futuro di questa identità politica: correismo è sinonimo di Rivoluzione Civica? La radicalizzazione implica necessariamente modifiche costituzionali per perpetuare la leadership al potere? La legittimità che deriva dalla maggioranza consente la privazioni delle libertà?
Sebbene alcuni osservatori diano per scontate le risposte a tali quesiti, sarebbe salutare per la democrazia, che formalmente accompagna il processo “rivoluzionario”, una presa di distanza dalle posizioni caudilliste che emergono con forza in America Latina. I problemi generati dal succedersi dei poteri caudillisti fanno deragliare i processi di democratizzazione e ripropongono fasi dittatoriali che si allontanano dai risultati positivi della globalizzazione e della mondializzazione, inevitabili processi in cui ci troviamo oggi.
Sebbene alcuni dei suoi sostenitori assicurino che il presidente Correa sia solito lavorare in squadra, non c'è dubbio che la sua forza e il suo carisma siano stati i principali fattori di implulso della Rivoluzione Civica. È indispensabile formare quadri politici che, nel quadro della democrazia rappresentativa, diano continuità al processo. Sebbene i cambiamenti prodotti necessitino l'approvazione urgente di leggi, la radicalizzazione che si propugna si scontra con il bavaglio alle organizzazioni sociali, sindacali e contadine che hanno giocato un ruolo fondamentale in questi sei anni e in tutta la storia democratica dell'Ecuador. Non sottolineare l'importanza di consolidare l'autonomia e le libertà concomitanti all'esercizio civico, minerebbe il carattere democratico del regime e finirebbe per incamminarsi verso l'autoritarismo.
Compiti per il futuroLa concentrazione di poteri, dato l'attuale rapporto di forze nell'Assemblea Nazionale e l'assenza di spazi adeguati per il dialogo e la ricerca di consenso, sebbene aiuti la messa in pratica delle politiche del governo, rappresenta una grave minaccia per la coesione nazionale, giacché alimenta la polarizzazione politica e non facilita l'espressione delle diverse correnti ideologiche e politiche della società ecuadoregna.
Il nuovo mandato presidenziale di Correa dovrebbe essere volto a consolidare politiche che lo riavvicino ai settori che gli hanno ritirato il loro sostegno, con particolare riguardo alla concertazione di accordi con i leaders e organizzazioni indigeni. Sebbene Correa abbia giustamente rilevato che la crescita economica della nazione si sia prodotta senza ricreare la dipendenza dagli organismi internazionali quali l'FMI o di altri Paesi colonialisti e interventisti, il modello produttivo-estrattivo e primario-esportatore va diversificato, e, soprattutto, va data priorità alla formazione di una classe imprenditoriale nazionale, alternativa all'oligarchia. Anche il modo di rapportarsi alla stampa e all'opposizione va modificato, non a favore del governo, che è sempre temporaneo, ma della democrazia rappresentativa, che si pretende di consolidare dal 1979.
Democratizzazione e autoritarismoLa Rivoluzione Civica rappresenta uno sforzo notevole, ancorché accidentato. Il processo di differenziazione dai precedenti progetti nazionali e dalle attuali piattaforme internazionali della sinistra, implica anche considerare che l'identità politica e l'identificazione comportano il riconoscimento dell'unità prima che delle discrepanze. Definire democratico un regime politico suppone il rispetto delle caratteristiche fondamentali della democrazia, dell'accordo di istituzionalizzazione del gioco democratico e la ricerca del perfezionamento autonomo della propria politica senza vanificare il progresso storico dei processi di democratizzazione.
Il processo in corso in Ecuador mescola elementi di civismo, come l'inclusione sociale, la  promozione dello sviluppo e, in misura minore, l'innovazione democratica con tratti centralistici e autoritari che minano il consolidamento democratico. Si tratta di un terreno di lotta, in cui, nonostante il crescente peso politico di Rafael Correa e Alleanza Paese, il gioco non è deciso in anticipo.

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