NICARAGUA / “No al Canale a tutti i costi”: la concessione, la costruzione della nazione e l'autonomia della Costa atlantica

«Quando la concessione del Canale è apparsa così, da un momento all’altro, approvata in tre giorni senza dibattito nell’Assemblea Nazionale (il parlamento monocamerale nicaraguense, ndr), nonostante fosse la decisione, forse, più importante della storia del nostro Paese, in seno all’Accademia delle Scienze ci è sembrato doveroso aprire un dibattito che contribuisse ad analizzare la situazione ed informare la società e quanti devono prendere le decisioni pertinenti. Dato che uno degli obiettivi dell’Accademia è esattamente quello di presentare le opinioni di scienziati e esperti affinché guidino i processi decisionali nazionali, abbiamo deciso di organizzare vari forum (siamo già al terzo) per analizzare i rischi e le opportunità – se presenti – connessi alla costruzione del Canale in Nicaragua. A Giugno, sono stato invitato al primo evento e vorrei condividere alcune delle preoccupazioni che, come campanelli d’allarme, mi sono permesso d’illustrare in quell’occasione.»
Sociologo, studioso di municipalismo, conoscitore della Costa caraibica e vicepresidente dell’Accademia delle Scienze del Nicaragua, Manuel Ortega Hegg mette in guardia sui costi che la costruzione del Canale Interoceanico comporterebbe per il Paese e, in particolar modo, per la Costa caraibica.

Traduzione di Barbara Todaro. Redazione di Marco Cantarelli.

 
Nel Giugno scorso, a seguito dell’approvazione della legge per la concessione canalera, la Legge 840, sono stati presentati decine di ricorsi per incostituzionalità. I primi a presentarne davanti alla Corte Suprema di Giustizia sono stati i rappresentanti dei popoli indigeni Mískito e Ulwa, e le autorità territoriali del governo Rama-Kriol della Regione Autonoma dell’Atlantico Sud. Si sentivano chiamati in causa perché tutti i possibili percorsi del Canale attraverserebbero quella zona del Paese. Nel ricorso, queste etnie segnalavano come la Legge 840 violasse le disposizioni della Costituzione della Repubblica e dello Statuto di Autonomia della Costa, che è la legge che stabilisce le basi dell’accordo per la costruzione della nazione nicaraguense e che riconosce i diritti legittimi delle etnie costiere, diritti che lo Stato nazionale deve salvaguardare, riconoscere e tutelare per garantire la convivenza nazionale.
La Legge che sancisce la concessione e questo primo ricorso contro di essa, proveniente da abitanti della Costa, mi hanno profondamente allarmato. Quali potrebbero essere le conseguenze della costruzione del Canale attraverso la costa caraibica, tali da far percepire a quelle popolazioni che si stanno violando i loro diritti?
Sono originario del Pacifico e agli inizi degli anni ‘80 sono arrivato nella Costa da studente inesperto; in seguito, ho fatto parte della Commissione Nazionale di Autonomia, che in quegli anni ha definito il regime autonomista, ed ho continuato a interessarmi a quelle regioni, dando seguito a quella politica e facendo studi e inchieste con una certa regolarità. In più, alla fine degli anni ‘80, ho assunto l’incarico – non facile – di responsabile del governo della Regione, che ha la sua sede a Bluefields. Ho consegnato il governo dell’attuale Regione Autonoma dell’Atlantico Sud al primo governo autonomo eletto, insediatosi nel Maggio del 1991.
I motivi esposti nel ricorso per incostituzionalità, presentato dai rappresentanti del Governo Territoriale Rama-Kriol contro la legge per la concessione canalera e le esperienze personali in quella regione mi spingono a lanciare un allarme: la concessione, così come è stata fatta, annulla gli sforzi che sono stati compiuti in questi anni su un tema quasi mai affrontato, ma che è centrale per il Paese, ovvero, la costruzione della nazione multietnica nicaraguense. La mia riflessione affronta questo tema in relazione alla recente concessione canalera.
Agli inizi degli anni ‘80, iniziai a compiere degli studi nella Costa Atlantica; in seguito, come membri della Commissione di Autonomia, abbiamo tentato di dare il nostro contributo, fornendo alcuni elementi chiave, utili per chi doveva prendere decisioni e per tutto il Paese, per capire questa regione e capire noi stessi in quanto nazione multietnica. Ecco alcuni degli interrogativi che a quel tempo hanno guidato il nostro lavoro: qual era la storia della Costa caraibica e perché era diversa dal resto del Paese? Perché il governo nazionale e le diverse etnie di questa regione erano in conflitto? Su quali basi stabilire un nuovo schema d’intesa nazionale? E, soprattutto, perché la Costa si era sollevata in armi formando un fronte di carattere etnico contro la Rivoluzione? In quegli anni di cambiamenti e durante la guerra, la Rivoluzione si è sentita costretta ad affrontare un tema fondamentale che prima di allora non era stato considerato: ossia, quali sono le condizioni necessarie per la costruzione di una nuova nazione nicaraguense?
Si è dovuto affrontare tale questione proprio perché c’era il timore, principalmente nella dirigenza del Fronte Sandinista, che la rivolta armata nella Costa Atlantica, assieme alle richieste degli altri insorti, prefigurassero un piano secessionista, con l’obiettivo, cioè, di separare quelle regioni dal resto del Nicaragua. Ricordo che, nel 1982, a un Congresso dell’Associazione Nicaraguense degli Scienziati Sociali (ANICS), dichiarai pubblicamente che il conflitto in atto nella costa caraibica era di natura etnica e che un intervento militare non avrebbe risolto la questione. Al contrario, concedere l’autonomia a quella regione, integrandola in uno Stato nazionale, sarebbe stata una scelta risolutrice.
Tale posizione era condivisa da un gruppo di scienziati sociali con i quali, attraverso percorsi diversi, eravamo giunti alla conclusione che fosse necessario approfondire la conoscenza della Costa caraibica. Di quel gruppo facevano parte il CIDCA (Centro de Investigación y Documentación de la Costa Atlántica), il CIERA (Centro de Investigaciones Económicas de la Reforma Agraria) e un’area del Centro de Investigaciones Culturales del Ministero della Cultura, che era sotto la mia direzione. A me sembrava chiarissimo che, anche se non si poteva escludere che la rivolta etnica contro la Rivoluzione potesse rispondere a un progetto separatista, la cosa più importante fosse che le richieste delle etnie in rivolta erano legittime. In quel momento, la grande sfida che abbiamo dovuto affrontare come Comisión de Autonomía è stata quella di distinguere una questione dall’altra: da una parte, c’era la rivendicazione di diritti legittimi, dall’altra c’era un possibile progetto separatista. All’epoca, fedele alla tradizionale tendenza  della sinistra del continente, la Direzione Nazionale del Fronte Sandinista bollava come “contro-rivoluzionario” e come “cospirazione del nemico” tutto ciò che non rientrasse nei suoi piani. Anche la questione della Costa atlantico-caraibica veniva interpretata nello stesso modo.
Naturalmente, non si poteva escludere che dietro le rivendicazioni di una parte dei combattenti non si nascondesse una cospirazione separatista. Non sarebbe stata la prima volta che, nel mondo, il colonialismo sfruttava i conflitti etnici con tale intenzione. Tuttavia, insistevamo nell’affermare che dietro al conflitto c’erano richieste storiche e legittime, che dovevano essere prese in considerazione. È importante capire che la difficoltà nell’identificare tali richieste era dovuta al fatto che le problematiche di carattere etnico emergevano continuamente e ciò avveniva in un contesto di estrema polarizzazione politica e sociale in cui si trovava il Paese, ovvero in guerra contro una rivoluzione. È altrettanto importante tenere in considerazione il contesto di una rivoluzione. Perché le rivoluzioni sono momenti storici in cui uno sente che tutto è possibile e che si possono azzardare soluzioni audaci che non appaiono fattibili in situazioni normali.  
E l’autonomia comportava una soluzione audace per affrontare un problema di convivenza. Credo che anche le etnie della Costa stessero sentendo e pensando la stessa cosa. Come Comisión de Autonomía abbiamo fatto molte interviste nella Costa caraibica allo scopo di migliorare, concretizzare ed, infine, attuare il progetto di autonomia. È va aggiunto che tra i vertici dell’Esercito Popolare Sandinista, che in quegli anni operavano nella Costa, alcuni furono i più lucidi nel capire quale cammino seguire per risolvere i problemi e sedare la guerra.
Mi riferisco al periodo tra il 1984 e il 1985. In risposta alla nostra inchiesta, ci dissero che erano d’accordo con noi: la soluzione non era militare, ma doveva essere di tipo politico, una politica integrale. I militari, a loro volta, ci dissero: “Non abbiate paura di progettare una politica integrale, ché della sovranità ce ne occupiamo noi”. Quel messaggio permise di andare a fondo nel riconoscimento delle rivendicazioni etniche delle popolazioni costiere.
Il regime di autonomia della Costa Atlantica venne sancito il 30 Ottobre 1987, con l’approvazione e la pubblicazione della Legge 28, “Statuto di Autonomia delle Regioni della Costa Atlantica del Nicaragua”. Tale legge è stata ritenuta così importante, al punto che può essere solamente riformata da una maggioranza speciale, ossia, dal 60% dei deputati dell’Assemblea Nazionale. Ciò spiega perché lo Statuto di Autonomia sia stato considerato un pilastro fondamentale, sul quale si poggia la nazione multietnica nicaraguense.
Per capire la necessità di un regime di autonomia nella Costa caraibica è necessario fare un salto indietro nel tempo. La Costa atlantico-caraibica è un esteso territorio che non fu mai conquistato o colonizzato dalla Corona spagnola. In epoca coloniale, i confini del Nicaragua arrivavano, a Nord, fino alla zona di Nuova Segovia e, da lì verso Est, il territorio era dominato dai mískitos, alleati degli inglesi e di altri gruppi etnici. Tra questi due spazi, divisi da una frontiera immaginaria, avvenivano frequenti incursioni, scaramucce e battaglie. Il territorio della Costa Atlantica, mai conquistato, ha usufruito di particolari regimi di autogoverno. L’alleanza formale tra i mískitos e gli inglesi dette origine, nel 1661, alla monarchia mískita e al rafforzamento dell’influenza inglese sul territorio, iniziata con l’occupazione di parte di esso nel 1633 e protrattasi per più di 200 anni. La monarchia durò fino al Trattato di Managua del 1860, grazie al quale gli inglesi riconobbero la sovranità del Nicaragua in quella regione e fu stabilito anche un particolare regime di autonomia di governo nella zona costiera, nota come la Riserva della Mosquitia. Tale regime fu mantenuto fino all’annessione militare di quel territorio al Nicaragua, ad opera di Rigoberto Cabezas (1894), ai tempi del governo liberale del generale José Santos Zelaya. Attraverso raggiri e sotterfugi politici, e avvalendosi della forza militare, i liberali incorporarono quell’immensa regione al Nicaragua. Per questo motivo, Rigoberto Cabezas è visto come un eroe in certi settori del Pacifico e come un traditore nella Costa caraibica.
Con l’annessione forzata della Costa Atlantica allo Stato nazionale, in tale regione iniziò un’altra fase storica. Non furono riconosciute le istituzioni e le leggi proprie della Riserva, né gli usi e i costumi, ma fu imposto alle etnie costiere il “modello di assimilazione” come politica di Stato. Ciò implicava l’abbandono delle loro identità come condizione necessaria per far parte dello Stato nazionale nicaraguense. A Bluefields, ad esempio, si proibì di parlare l’inglese creolo e si obbligò la popolazione ad usare solo lo spagnolo. Si riteneva che parlare lingue diverse impedisse la costruzione della nazione. La concezione nazionalista secondo cui ad ogni nazione corrisponde uno Stato impose l’assimilazione di queste etnie, di queste nazioni, obbligandole all’abbandono delle proprie culture, lingue, caratteristiche, come unica via per essere considerati membri della nazione nicaraguense.
Le popolazioni costiere hanno risentito del fatto che, con il riaccorpamento della Costa Atlantica alla Nazione, fossero loro imposti rappresentanti di governo provenienti da Managua, i quali ignoravano i loro usi e costumi. Come risentono ancora oggi del fatto che, nonostante abbiano dei governi locali, le decisioni riguardo alle loro regioni siano prese a Managua. Hanno anche risentito storicamente del fatto che tutte le risorse della Costa siano state saccheggiate a vantaggio delle compagnie transnazionali che funzionano come economie d’enclave, alleate dei potenti nicaraguensi del Pacifico.
Questo è stato il sentimento di sfiducia e diffidenza con cui la Rivoluzione si è dovuta confrontare nel 1979. Ricordo molto bene che quando intervistavamo le popolazioni costiere agli inizi degli anni ‘80, notavamo molto risentimento, una sfiducia radicata verso la gente del Pacifico. Ci chiamavano, e ci chiamano ancora, “gli spagnoli”, identificandoci in qualche modo con i nemici storici degli inglesi, loro alleati. E dato che la Rivoluzione aveva imposto nel Paese, come nella Costa, un modello unico di organizzazione sociale, basato sui CDS (Comitati di Difesa Sandinista) e sulle organizzazioni di massa sandiniste, ed un modello unico di riforma agraria, scoppiarono altri conflitti che portarono alla lotta armata di parte degli abitanti della Costa contro la Rivoluzione.
Scopo dell’autonomia era quello di creare delle basi diverse per integrare i caraibici alla nazione, affinché si sentissero in condizioni di uguaglianza e, allo stesso tempo, fossero rispettate le loro identità particolari. Il progetto d’autonomia è stato definito da una commissione nazionale – di cui ho fatto parte e che fu nominata dal governo del Fronte Sandinista – e da due commissioni regionali, una nel Nord e l’altra nel Sud della Costa Atlantica. A partire da un ampio processo di consultazioni, la commissione stabilì che il progetto politico autonomista della Costa Atlantica fosse guidato da tre principi basilari:
1) riconoscere che nella Costa c’erano delle istanze legittime e che le etnie ivi presenti avevano dei diritti che dovevano essere riconosciuti;
2) tale riconoscimento dei diritti doveva avvenire all’interno di uno Stato nazionale unico;
3) la costruzione di questa nuova nazione multietnica doveva avvenire sulla base di una socializzazione fondata su nuovi princìpi.
Il fatto che la Rivoluzione s’impegnasse a riconoscere il primo principio annullava l’idea del conflitto etnico della Costa caraibica come frutto di una cospirazione. E se la Rivoluzione riconosceva i diritti del popolo nicaraguense, avrebbe dovuto riconoscere anche i diritti specifici dei popoli della Costa: economici, culturali (come l’uso della lingua madre), politici (come l’autogoverno), identitari, etc..
Tra i diritti che dovevano essere riconosciuti, vorrei evidenziarne uno, che è quello che spiega meglio la sollevazione armata dei costeños contro la Rivoluzione negli anni ‘80: il diritto collettivo al territorio, ossia, il diritto delle etnie costiere di avere e mantenere il governo sui propri territori, di decidere sulla sorte e le risorse in essi disponibili, in quanto base concreta della loro identità culturale. Vorrei sottolinearlo anche perché la negazione del diritto al territorio è strettamente legata all’allarme che ha suscitato la costruzione del Canale in queste terre.
Prima del conflitto armato degli anni ‘80, l’unica rivendicazione delle organizzazioni della Costa che la Direzione Nazionale del Fronte Sandinista si rifiutò di riconoscere fu esattamente il diritto delle comunità indigene ad un territorio. Indipendentemente dal fatto che la rivendicazione non coinvolgesse tutte le etnie in quel momento e tralasciando altre considerazioni politiche, quella questione fu il motivo principale della sollevazione contro la Rivoluzione. La Direzione del Fronte pensava che la concessione di quel diritto avrebbe alimentato il separatismo. Malgrado la reticenza iniziale, in seguito quella rivendicazione è stata riconosciuta, bene o male, assegnando un territorio sul quale le popolazioni della Costa potessero esercitare i loro diritti all’autonomia e, più concretamente, riconoscendo alle comunità il diritto alla proprietà comunitaria nei territori indigeni. Ciò fu sancito dalla Costituzione e inserito nello Statuto di Autonomia, che specifica le modalità attraverso cui le due regioni autonome sono autogovernate dalle etnie. L’articolo 36.1 sancisce che «le proprietà comunitarie sono inalienabili; non possono essere donate, vendute, confiscate o ipotecate e sono imprescrittibili», fino al 2003, quando con la Legge 445 (Ley del Régimen de Propriedad Comunal de los Pueblos Indígenas y Comunidades Étnicas de la Costa Atlántica) ha sancito ancora meglio il diritto al territorio, stabilendo governi comunali e territoriali con funzioni amministrative.
Per gli indigeni, il territorio non è solo il terreno su cui costruire le case e seminare, bensì rappresenta la fonte di tutta la loro sussistenza: è il luogo dove cacciano e pescano e, perciò, è fonte di vita. È anche il luogo degli avi, dove si conserva la storia del loro popolo e dove si praticano le loro credenze. È il luogo dove si riproducono non solo materialmente, attraverso gli alimenti e l’acqua, ma anche dove avviene la loro riproduzione spirituale. L’identità di questi popoli è in stretta relazione con il territorio in cui vivono. In quanto parte essenziale della propria identità, la terra è considerata proprietà comunitaria, appartiene al gruppo e non all’individuo. Di conseguenza, non può essere considerata come una mercanzia, tanto meno come un bene soggetto all’appropriazione privata o ad essere alienato a favore di terzi.
Ricordiamo quello che significò, negli anni ’80, il trasferimento dei mískitos durante la guerra ad un altro territorio, in cui si supponeva sarebbero stati più al sicuro, ma nel quale mai furono felici, perché si sentivano lontani dal fiume Coco, dal loro territorio e dalle loro terre. Per quei popoli, per quanto molto rurali, il concetto di terra non è lo stesso che nel Pacifico, dove gli abitanti la pensano più o meno così: 'vivo qui, ma se mi offrono un terreno in un luogo migliore mi trasferisco… e via'. Nella cosmovisione indigena ciò che più si avvicina alla nostra concezione non è il concetto di terra, ma di territorio. È straordinaria la simbiosi tra l’essere umano indigeno e la Natura, che trasforma questo vincolo in identità, appartenenza,  spirito vitale permanente, ricordo, simbolo. Quando si arriva nella Costa si percepisce che dietro a quelle piccole comunità, apparentemente fragili e vulnerabili, esiste un’enorme forza culturale, strettamente vincolata al proprio habitat e alla propria cultura comunitaria. Ciò è ancora più evidente in quelle etnie numericamente più esigue, come i rama, davanti ai quali si avverte subito la forza della loro cultura ed identità.
Il rapporto degli indigeni con la Natura arricchisce la nazione nicaraguense. È una ricchezza per tutti il fatto che in Nicaragua ci siano comunità che coltivano un rapporto di amicizia con la Natura, che chiedono il permesso ad un albero prima di tagliarlo, che ritengono che esista una cittadinanza che va oltre quella umana, che è la cittadinanza della Natura, ricca di esseri viventi che hanno altrettanti diritti. Ci arricchiscono comunità che sanno che bisogna convivere e vivere con la Natura secondo gli stessi principi con i quali viviamo e conviviamo con gli esseri umani: con enorme rispetto, prendendosi cura della vita della Natura, così come ci si prende cura di una vita umana. Ci arricchisce che in Nicaragua ci siano dei popoli che hanno un’altra concezione dello sviluppo e rifiutano lo sviluppo depredatore. La ricerca di un altro tipo di sviluppo, amico della Natura, è oggi una bandiera alzata in molte parti del mondo. Le comunità indigene hanno sempre vissuto così e questo modo di vivere ha permesso la conservazione della biodiversità nel mondo, proteggendo tesori naturali che, con un’altra visione dello sviluppo, si sarebbero persi.
Il primo principio dello Statuto di Autonomia, o Legge 28, cioè il riconoscimento dei diritti, ha rappresentato un salto importante non solo nella costruzione della nazione, ma anche nella costruzione di una cittadinanza in senso etnico. Perché una cosa è accogliere una rivendicazione e un’altra riconoscere tale rivendicazione come un diritto che deve essere rispettato e tutelato – chiunque ci sia al governo centrale o a quello regionale –. Non si tratta, quindi, di una concessione, ma di diritti della persona, intesa sia in forma individuale sia collettiva, diritti che si possono far valere in qualsiasi circostanza.
Il secondo principio base dello Statuto di Autonomia sancisce che il riconoscimento di questi diritti legittimi non deve essere una scusa per separarsi dalla nazione e, pertanto, tali diritti devono essere esercitati in uno Stato nazionale unico. Tale formulazione non solo rassicurò la Direzione Nazionale del Fronte Sandinista, ma è diventato uno strumento fondamentale per le lotte indigene di tutto il continente. Perché una delle scuse dei governi latinoamericani per evitare di rispondere alle istanze degli indigeni sta nel ritenere che dietro alle richieste di autonomia si nasconda una volontà di separazione dallo Stato nazionale. Con lo Statuto di Autonomia si mostrò, allora, che in Nicaragua esisteva un modello in cui gli indigeni potevano esercitare i loro diritti senza il bisogno di dividersi e di costruire un altro Stato, per cui non c’erano scusanti per non riconoscere i loro diritti. Per questo motivo, l’esperienza nicaraguense nella Costa caraibica è stata di grande importanza, anche rispetto alle lotte indigene nel resto del continente.
Nel 1992, a 500 anni dall’avvento del colonialismo spagnolo, in Nicaragua si tennero varie commemorazioni. In quell’occasione, lo Statuto di Autonomia venne riconosciuto come un importante strumento che ha reso possibile la costruzione di nazioni multietniche, e non monoetniche come quelle cui c’eravamo abituati, quelle in cui i meticci impongono le loro condizioni al resto delle etnie, costringendole a rinunciare alle loro identità. Il Nicaragua dimostrava che era possibile costruire una nazione multietnica con diversi gruppi etnici, con lingue, tradizioni e culture diverse e che essi potevano sentirsi parte della nazione assieme al resto della popolazione. L’esempio del Nicaragua, nel 1992, ha avuto un forte impatto nelle lotte nel resto del continente, non solo degli indigeni, ma anche degli afroamericani. Tale impatto è stato evidente nel caso delle lotte indigene in México, Bolivia e Venezuela e possiamo affermare che i principi fondamentali dello Statuto di Autonomia del Nicaragua sono stati fonte ispiratrice per tutta l’America Latina, dove le lotte hanno ottenuto risultati diversi a seconda della storia e delle contesti di ogni Paese.
Il terzo principio dello Statuto stabilisce che la costruzione della nazione multietnica all’interno di uno Stato unitario è un processo a lungo termine che richiede una socializzazione permanente da parte di tutta la nazione, seguendo i principi di uguaglianza, fraternità, solidarietà, rispetto delle differenze e della diversità e dei diritti delle etnie. Tale processo di socializzazione presuppone una nuova educazione che parta dalla scuola per arrivare a cambiare la mentalità, a volte razzista e discriminatoria, dei nicaraguensi e spesso presente in quei libri di storia sui quali abbiamo studiato. Prima dell’approvazione dello Statuto d’Autonomia, la storia della Costa caraibica quasi non compariva nella storia nazionale. E se compariva, era a causa di qualche conflitto dove, il ruolo dei “cattivi” erano sempre appannaggio delle popolazioni costiere che attaccavano quelle del resto del Paese. Oppure, nella storia più recente, la Costa appariva come luogo d’esilio o confino degli oppositori del governo, o dove nascevano le ribellioni contro i governi. Una delle cose che raccomandammo allora fu precisamente la revisione dei nostri testi di storia, nell’ambito di un rinnovato sforzo di socializzazione costante e a lungo termine, a cominciare dalla scuola fino a raggiungere, attraverso i mezzi di comunicazione, le relazioni tra i cittadini e quelle dello Stato con la popolazione.
In Nicaragua c’è razzismo. Ho studiato il tema e sia la popolazione della Costa che quella del Pacifico, nonché del Centro/Nord del Paese, lo ammettono. Le popolazioni costiere lo percepiscono di più che nel resto del Paese; infatti, in queste zone, la percentuale di intervistati che riconosce l’esistenza di razzismo raggiunge il 70%. E anche se in Nicaragua le azioni razziste non sono così visibili, tanto meno così spudorate come in altri Paesi, ciò non toglie che esistano.
Riconosciuti i diritti legittimi delle etnie costiere con lo Statuto di Autonomia, nel 1990 gli abitanti della costa caraibica hanno scelto per la prima volta i loro rappresentanti nelle due regioni in cui, concretamente, si è divisa la Costa caraibica: ovvero, la Regione Autonoma dell’Atlantico del Nord (RAAN) e la Regione Autonoma dell’Atlantico del Sud (RAAS). Il sistema elettorale prevedeva che in ogni Consiglio Regionale, autorità massima di ogni Regione autonoma, ci fosse una rappresentanza di tutte le etnie – mískitos, sumu-mayangnas, ramas, creoli, garífunas – ed anche dei meticci del Pacifico insediati nella Costa caraibica, affinché tutti i gruppi potessero partecipare ai processi decisionali e tutelare i propri diritti. Da quel primo governo autonomo del 1990 sono passati già 23 anni e quasi 26 dall’approvazione dello Statuto di Autonomia.
Oggi, una delle grandi sfide che il progetto di autonomia deve affrontare è la presenza maggioritaria di “non indigeni” nella Costa. In qualsiasi parte del mondo, i progetti autonomistici portano con sé sempre due grandi sfide: la relazione tra le etnie e lo Stato nazionale e la relazione tra i diversi gruppi etnici all’interno della regione autonoma.  Nel caso della Costa caraibica, i sei gruppi etnici presenti si sono modificati, sia dal punto di vista demografico che politico, dal momento che la popolazione meticcia è ormai maggioritaria nella Costa. Alcuni indigeni ritengono che, dai tempi di Zelaya (il presidente liberale che “incorporò” la Mosquitia al resto del Nicaragua, agli inizi del Novecento, ndr) fino all’attuale governo del Fronte Sandinista, esista una politica condivisa da tutti i governi centrali, che spingerebbe deliberatamente alla migrazione dei meticci verso la Costa al fine di colonizzarla, riducendo così il numero degli indigeni.
Attualmente, assistiamo ad un rapido avanzamento della “frontiera agricola”, che arriva ormai alla Laguna de Perlas (nei pressi di Bluefields, ndr), dove il bosco è ormai scomparso dalla zona: ciò significa che comunità meticce del resto del Paese sono avanzate verso la Costa per stabilirsi in quei territori. Di conseguenza, il progetto, inizialmente pensato per garantire una rappresentanza egualitaria delle diverse etnie all’interno del Consiglio Regionale, è oggi totalmente superato, perché nei Consigli ci sono molti più meticci che rappresentanti degli altri gruppi etnici. Il che comporta che a prendere le decisioni fondamentali non siano più i gruppi etnici, ma i meticci che, un po’ alla volta, hanno colonizzato la Costa. Da ciò ha origine il diffuso malcontento e ci sono persone – fra cui il sottoscritto – convinte del fatto che sia giunto il momento di riformare lo Statuto di Autonomia per riportarlo al suo significato originario: ovvero, riconoscere alle comunità etniche il potere di autogovernarsi e di avere il controllo delle proprie risorse e dei propri territori.
Perché dietro tale migrazione interna si intravede l’obiettivo di strappare alle etnie della Costa il dominio dei loro territori. In ultima analisi, vedendole con un certo distacco e dal punto di vista economico, le autonomie non sono altro che regimi che stabiliscono chi detiene il potere sulle risorse di un territorio. L’autonomia costiera ha dato alle popolazioni della costa questo potere. In seguito, la grande sfida per queste popolazioni è stata quella di capire come rendere concreto tale diritto. Nella Costa c’è una costante disputa sulla questione della terra come risorsa. Oggi, uno dei conflitti che la Costa affronta, riguarda proprio la questione della terra. L’invasione di meticci che avanzano dalla zona centrale del Paese verso il territorio sumu-mayangna ha provocato enormi conflitti per le terre. Quasi ogni mese, si registra un morto a causa di questa diatriba. E poiché in queste terre a comandare sono i Comuni e il Consiglio Regionale, c’è una grande confusione. A conti fatti, chi comanda realmente è il governo centrale.
La grande sfida dell’autonomia non consiste solo nella costruzione della nazione multietnica, ma anche nella costruzione di un rapporto di convivenza tra le etnie della Costa. Perché nella storia della Costa Atlantica ci sono stati molti episodi che hanno generato un clima di rivalità. Il caso più noto risale a quando, nel momento di loro maggior espansione, i mískitos andavano a caccia, nel vero senso della parola, dei sumu-mayangnas, per venderli come schiavi nelle isole caraibiche. Ciò è rimasto impresso nella memoria storica della Costa, generando sfiducia verso i mískitos. Anche tra gli altri gruppi etnici ci sono dinamiche simili. Ho sempre detto alle popolazioni costiere che la sfida più grande non consiste solo nell’integrarsi con la nazione, ma nel cercare di eliminare le barriere storiche tra i gruppi etnici della Costa, in virtù delle nuove relazioni che il progetto autonomista ha favorito.
In uno studio che ho condotto nella Costa Caraibica quasi cinque anni fa, ho posto varie domande sull’identità e la nazionalità. Una di queste l’ho rivolta anche alle popolazioni del Pacifico. Ho chiesto loro quanto si sentivano diversi dalla gente dell’Atlantico, e viceversa. Nel Pacifico, per il 66% degli intervistati la gente della Costa era «molto diversa»; mentre, nell’Atlantico, il 74% si diceva «molto diverso» dalla gente del Pacifico.
Tali risposte indicano consapevolezza del fatto che ci siano differenze culturali, e di altro tipo, tra queste due zone del Paese. Ma ciò non dovrebbe significare una discriminazione negativa. I movimenti delle donne hanno dato una grande lezione a noi sociologi, antropologi e scienziati sociali, nell’insegnarci che la differenza non deve essere una scusa per creare delle disuguaglianze e che è possibile salvaguardare i diritti delle donne senza che ciò implichi necessariamente disconoscere i diritti degli uomini. Ma quei movimenti ci hanno anche insegnato che è possibile riconoscere i diritti delle donne se cambia la cultura maschilista tradizionale nei rapporti quotidiani tra donne e uomini. È possibile l’unità nella diversità: è quanto ci hanno insegnato le donne, a guardare il mondo con occhi diversi. Anche tra le etnie è possibile l’unità nella diversità e questo è un principio che, apertamente e coscientemente, ha guidato i lavori nell’ideazione dello Statuto di Autonomia. Oggi, ci sembra normale che in Nicaragua tutti parlino di una “nazione multietnica”, ma agli inizi degli anni ‘80 era considerata un’idea pericolosa, guardata con sospetto. Oggi, l’autonomia ci sembra scontata. Non è stato così fino a qualche anno fa, ma un po’ alla volta è diventata parte della cultura nazionale. Ci manca ancora molto per realizzare questa nazione multietnica; tutte le generazioni dovranno fare i conti con questo nuovo modello di nazione. È vero, ci sono molte differenze tra di noi, ma il fatto di essere diversi non ci dovrebbe rendere diseguali, né sul piano dei diritti, né sul piano delle opportunità.
Costruire una nazione multietnica è un’utopia realizzabile, ma il processo per realizzarla non è affatto semplice, anzi, è assai complesso, a lungo termine e necessita di molta attenzione. La convinzione che sia necessaria una cura costante per la costruzione della nazione nicaraguense ha suscitato in me un allarme quando ho visto con quale rapidità e senza un reale confronto sia stato pianificato il progetto di Canale, uno dei cui terminali sarebbe proprio nella Costa caraibica.
I processi di costruzione di nazioni multietniche sono molto fragili. In un testo degli anni ‘90, Rodolfo Stavenhagen, che fu relatore delle Nazioni Unite per i Diritti dei Popoli Indigeni, affermava che nel 1988, su un totale di 111 conflitti presenti negli Stati di tutto il mondo, 63 erano classificabili come conflitti interni, 36 dei quali erano definiti come «guerre di formazione degli Stati», ovvero, conflitti in cui intervengono un governo e un gruppo di opposizione che rivendica l’autonomia o la secessione a vantaggio di una etnia o di una regione particolare. Annotava, inoltre, come i conflitti tra Stati fossero diminuiti, a fronte di un aumento del numero di conflitti all’interno degli Stati, in particolar modo nei Paesi del Terzo Mondo. Quell’analisi è valida ancora oggi. Alcuni esempi ci permettono di giudicare la fragilità dei processi di costruzione di Stati nazionali multietnici. La Yugoslavia, ad esempio, importante esperimento di nazione multietnica, è scomparsa. La Cecoslovacchia non esiste più. Negli anni ‘80, sono stato in Cecoslovacchia a studiare la loro situazione, perché mi serviva per capire il caso del Nicaragua, ma oggi la Cecoslovacchia non esiste, si è divisa in due Repubbliche: la ceca e la slovacca. Il più grande esperimento di nazione multietnica che l’umanità abbia mai conosciuto, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, è, pure, scomparso. Rimane la Federazione Russa, ma ciò che era l’URSS, un esteso territorio che riuniva 130 nazionalità diverse, amministrato secondo un’unica struttura politico-amministrativa, non c'è più. Attualmente, conflitti di questo tipo sono presenti in Cina, in Vietnam e in vari Paesi africani. Ci sono dei conflitti anche in Canada e in Spagna, dove i catalani progettano la loro indipendenza mentre i baschi hanno tentato di ottenerla attraverso le armi.
La costruzione di nazioni multietniche è un processo molto delicato. Possono trascorrere degli anni di apparente tranquillità e stabilità, che fanno pensare alla fine delle tensioni, ma se si trascura il processo, se i principi fondamentali sui quali esso è stato fondato non si realizzano e se nel tempo non si migliora l’esercizio dei diritti e i meccanismi che garantiscono pari condizioni a tutti popoli interni alla nazione, i conflitti rinascono. Quando si trascura il processo, le etnie, pur di mantenere la propria identità, la affermano, opponendosi allo Stato nazionale, ed è allora che sorge il conflitto. Al contrario, quando si ha cura dell’integrazione della nazione e si rispettano i diritti riconosciuti, mantenendo le condizioni di uguaglianza, le etnie affermano le proprie identità non più contro lo Stato nazionale, perché sentono che vale la pena far parte di uno Stato che è disposto a offrir loro le condizioni per svilupparsi nel rispetto delle loro identità.
Da alcuni studi che ho svolto in questi anni, sembra che i gruppi etnici della Costa si sentano sempre più orgogliosi della propria identità, senza che ciò faccia venir meno l’orgoglio di sentirsi nicaraguensi. È accresciuta l’identità costeña, così come il sentimento di appartenenza alla nazione nicaraguense; il che potrebbe considerarsi il traguardo più importante del progetto autonomista. Gli abitanti della Costa avvertono che per affermare la propria identità etnica non è necessario andare contro la nazionalità nicaraguense; ciò rappresenta un risultato straordinario, frutto dell’autonomia. Ciò non significa che tutto funzioni e che nella Costa non ci siano critiche, anche forti, contro l’autonomia.
Più o meno ogni cinque anni, compio uno studio sulla Costa caraibica. Poco tempo fa, in collaborazione con l’IPADE (Instituto para el Desarrollo y la Democracia), abbiamo condotto un’ampia inchiesta e abbiamo visto come uno dei risultati più importanti del progetto di autonomia sia stato quello di accrescere la fiducia delle popolazioni costiere verso lo Stato nazionale e verso la nazione nicaraguense. Comparando i dati, possiamo notare come la fiducia sia andata aumentando. Rivelano anche che le popolazioni costiere ritengono che l’autonomia sia il sistema migliore di convivenza che hanno avuto fino ad oggi rispetto alle relazioni con lo Stato nazionale e in seguito all’annessione militare del XIX secolo. Ciò non toglie che questa gente sia scontenta dei risultati dell’autonomia: quando si arriva nella Costa e ci si trova a parlare non solo con gli accademici ma anche con la gente per strada, al mercato, tutti mostrano il proprio malcontento. Eppure,  quando si chiede: “Allora, l’autonomia non serve?”, di solito rispondono “Un momento! L’autonomia sì che serve, è la cosa migliore che abbiamo avuto. Il problema è che non siamo riusciti a far sì che i nostri  dirigenti governino per il bene della Costa, non siamo riusciti a far funzionare l’autonomia, perché imprigionata dai partiti politici del Pacifico e, oltretutto, c’è anche molta corruzione”. Secondo gli abitanti della Costa, i Consigli Regionali sono in mano al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), al Partito Liberale Costituzionalista (PLC), al Partito Liberale Indipendente (PLI), insomma, ai partiti del Pacifico. E le grandi decisioni che riguardano la Costa si prendono a Managua e non nella Costa. Il problema non è, dunque, l’autonomia. Che, anzi, andrebbe consolidata, sviluppando un processo di costruzione di una propria leadership. Qualcuno ha persino suggerito di far sparire dalla Costa i partiti nazionali.
Alla luce di questo quadro complessivo, torniamo ad occuparci della concessione canalera e dell’allarme che provoca, soprattutto perché minaccia il diritto al territorio. Durante gli anni ‘90 e dopo la Rivoluzione, nel processo di sviluppo del regime di autonomia della Costa sono state approvate altre leggi, sulle lingue, sulla medicina tradizionale, etc.. La più importante è stata la Legge 445 che, sancendo la proprietà comunitaria, trasferisce la base dell’autonomia dai Consigli Regionali alle comunità locali. Oltre a disciplinare per la prima volta nella storia del Nicaragua la proprietà comunitaria – la proprietà privata, invece, ha beneficiato di qualsiasi tipo di regolamentazione e di riforme agrarie – e oltre a riconoscerla come un bene collettivo e non individuale, tale legge riconosce ai governi territoriali e ai governi comunali funzioni amministrative. In tal modo, la divisione politico-amministrativa della Costa è divenuta più complessa, prevedendo un governo nazionale, governi regionali, governi municipali, governi territoriali e governi comunali. Non è difficile immaginare quanto sia complicato mettersi d’accordo su alcuni temi che ogni governo crede siano di sua competenza e su cui si sente in diritto di decidere. La Legge 445 è riuscita a sviluppare lo Statuto di Autonomia trasferendo il potere dai massimi dirigenti del Consiglio Regionale e dai rappresentanti delle etnie nei partiti, alla gente, alla rappresentanza di base, alla comunità. Tutto ciò è stato possibile grazie al potere concesso e alle funzioni assegnate ai governi comunali e a quelli territoriali.
Nella Costa caraibica, quelli che decidono all’interno delle comunità sono i leaders delle comunità, assieme alla gente della comunità. Ricordo che la prima volta che vi arrivai per fare uno studio, capitai a Karawala, alla foce del Río Grande, e da bravo figlio del Pacifico, nonostante la mia forma mentis da sociologo e antropologo e non trovando un’altra alternativa, iniziai a cercare alloggio nelle case. Mi mandarono subito dal capo della comunità e fu lui a decidere di sistemarmi in una scuola, uno spazio che la comunità aveva già predisposto per quelli che venivano da fuori.
Tutto quello che succede all’interno della comunità, lo decide la comunità stessa e ci sono delle norme interne, stabilite previamente e collettivamente, per cui i leaders della comunità devono solo svolgere compiti di tipo amministrativo. Alcuni anni dopo, quando ho dovuto ricoprire delle funzioni di governo nella Costa, sapevo che qualsiasi progetto, servizio o politica che avessi intrapreso, sarebbe passato prima al vaglio dell’assemblea comunitaria, in cui, solo dopo che tutta comunità veniva messa al corrente, si avviava una discussione che si chiudeva con un accordo. E una volta concluso quel processo, non c’era nient’altro da fare perché la comunità si stava già mobilitando; l’unica cosa che bisognava fare era consegnar loro il progetto e, in caso, portarlo avanti. Lo spirito comunitario è fondamentale nella Costa.
Il problema centrale della Costa identificato dalla Commissione di Autonomia consisteva nella sfiducia storica. Guadagnarsi la fiducia delle etnie costiere è stato conseguente al riconoscimento dei diritti legittimi da parte della Rivoluzione. Lo Statuto di Autonomia ha avuto un impatto così grande che appena se ne venne a conoscenza nella Costa, i gruppi etnici che si erano “sollevati” contro la Rivoluzione, abbandonarono le armi. Il primo fu il fronte militare costiero che percepì la politica autonomista come un accordo di pace e come un ampio consenso basato sul riconoscimento di diritti legittimi. La popolazione costiera sentì che su delle basi autonomiste era possibile costruire una nuova nazione includente che riconosceva i loro diritti e che permetteva loro di affermarsi sia come nicaraguensi, che come membri di etnie differenti integrate nel seno della nazione. Che succederebbe se si rompesse quest’accordo di principi e venissero rinnegati questi diritti? Qual è il messaggio che la concessione canalera manda alla Costa, stabilendo condizioni arbitrarie che i suoi abitanti percepiscono come una violazione dei propri diritti?
Nell’allegato che accompagna la Legge 840, legge della concessione per il Canale che è stata approvata a Giugno dai deputati del Fronte Sandinista, senza dibattito nell’Assemblea Nazionale, è contenuta una lettera del Consiglio Regionale della Regione Autonoma dell’Atlantico del Sud nella quale si avalla il progetto e si autorizza il governo nazionale a dare la concessione all’imprenditore Wang Jing, con tutti i privilegi e vantaggi che essa comporta. Nella Costa, mi hanno spiegato in che modo è stato dato tale avallo: la lettera, redatta a Managua, è arrivata al comitato regionale dell’FSLN nella RAAS che, il giorno dopo, si è riunito con il gruppo dei consiglieri del Fronte Sandinista nel Consiglio Regionale, che sono stati “invitati” ad approvare quel documento senza modificarlo di una virgola. Il giorno successivo, la lettera è stata presentata nel Consiglio Regionale ed è stata approvata senza alcuna modifica. In seguito, è stata rinviata a Managua per allegarla alla Legge della concessione canalera. Così mi è stato raccontato a Bluefields e non ho dubbi al riguardo.
La comunità creola, che ha presentato il primo ricorso per incostituzionalità contro la Legge 840 alla Corte Suprema di Giustizia, ha reso pubblico il malcontento di alcuni popoli e comunità etniche che si sentono schiacciati da una legge che considerano lesiva dei loro diritti. In particolare, l’articolo 12 della Legge li preoccupa, poiché stabilisce che si considera di interesse pubblico «l’espropriazione di qualsiasi bene immobile o diritto su un bene immobile che sia ragionevolmente necessario al fine di eseguire tutto o una parte del Progetto, sia esso [il bene] di proprietà privata, di proprietà comunale delle Regioni autonome o delle comunità indigene o di proprietà di qualsiasi entità governativa». Quell’articolo nega ai proprietari e alle comunità il diritto di essere ascoltati accordando, invece, tale diritto solo al governo regionale e a quello municipale anche quando, come in questo caso, non è richiesto il consenso o l’approvazione del Consiglio Regionale o della Municipalità per il procedimento di espropriazione. Per questo, i rappresentanti dei popoli indigeni mískito, ulwa e creolo, con le autorità territoriali del governo rama-kriol, ritengono che si stiano violando i diritti di proprietà su quelle terre, tradizionalmente occupate dalle comunità indigene, così come il loro diritto di accedere alle risorse naturali. Essi protestano per non essere stati consultati durante il processo di stesura della Legge e dichiarano, inoltre, che il contenuto degli articoli 5, 12 e 23 infrange i diritti di proprietà sulle terre «inalienabili», riconosciute legalmente e tradizionalmente occupate e utilizzate dai popoli indigeni e di origine africana della RAAS; impedisce loro l’accesso alle risorse naturali e ostacola il consenso libero, previo e informato di questi popoli su questioni che possono danneggiarli. Così violando 23 articoli della Costituzione Politica del Nicaragua e vari accordi internazionali di promozione e protezione dei diritti umani dei popoli nativi, sottoscritti e ratificati dallo Stato del Nicaragua – come la Convenzione 169 sui Popoli Indigeni e Tribali in Stati Indipendenti, dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, e la Convenzione Americana sui Diritti Umani dell’Organizzazione degli Stati Americani –.
Questi popoli ritengono che «lo Stato del Nicaragua, attraverso la legge 840, ha anticipato unilateralmente  il consenso ad una serie di azioni future che mettono in pericolo i popoli indigeni e quelli di origine africana della RAAS, all’interno del loro stesso territorio». Pertanto, «un’approvazione di questo genere implica che lo Stato acconsente e accetta, in anticipo rispetto alla sua realizzazione, studi, progetti e lavori infrastrutturali, a scapito di queste popolazioni, che nemmeno sono state interpellate». E, quindi, «appoggiando e avendo  interessi nella realizzazione del megaprogetto, l’Esecutivo e il Legislativo trascurano del tutto il loro obbligo pubblico di vigilare e mitigare le azioni che danneggeranno le risorse naturali del territorio durante l’attuazione del megaprogetto, negando il diritto di questi popoli e comunità a godere di un ambiente sano, come la Costituzione Politica del Nicaragua stabilisce».
Infine, secondo tali popoli, la Legge 840 viola i loro diritti politici nella gestione e partecipazione attiva nei processi decisionali, compromettendo la sopravvivenza di questi popoli e queste comunità nel violare l’effettivo «godimento, impiego e fruizione delle proprie terre e territori». I ricorrenti si rifiutano di considerare valida l’autorizzazione del Consiglio Regionale della RAAS, poiché il Consiglio non può decidere riguardo qualcosa che non gli appartiene, come le terre comunitarie indigene e di origine afroamericana, in pericolo a causa del progetto del Canale.
La legge della concessione per il Canale nega il diritto alla proprietà delle terre comunali, che per legge non possono essere sottratte e cedute. La concessione canalera rappresenta un vulnus alla concezione che i popoli indigeni hanno dei propri territori: una concezione del “territorio come continuità”, ignota nel versante Pacifico, dove i territori indigeni venivano visti come “vuoti”. Anche negli anni ‘80, quei territori “vuoti” furono assegnati dalla Rivoluzione a contadini meticci dalla riforma agraria, in quanto ritenute terre oziose, vuote, che potevano dunque essere ripartite. La concessione del Canale rivela di nuovo tale  concezione e si ripete la storia secondo cui altri decidono la sorte dei territori e delle risorse costiere senza tenere in considerazione i loro veri padroni.
A questo punto, è necessario ricordare il ricorso che la comunità sumu-mayangna di AwasTingni, composta da 142 famiglie circa, presentò contro lo Stato del Nicaragua a causa di una concessione che il governo centrale aveva dato ad una compagnia forestale coreana (SOLCARSA), per lo sfruttamento di 60 mila ettari di bosco del territorio comunale. Il conflitto sorse nel 1996. La comunità indigena denunciò il sopruso nei tribunali nazionali e venne ignorata, ricorse in appello e, di nuovo, non le fecero caso, quindi accusò lo Stato del Nicaragua davanti alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH). La quale, nel 2001, deliberò a favore della comunità indigena e quella sentenza obbligò lo Stato del Nicaragua a dare alla comunità un indennizzo monetario ed a risarcirla dei danni provocati dalla compagnia forestale, alla quale venne revocata la concessione. L’argomentazione della Corte si basava sul diritto della comunità indigena alla proprietà comunitaria e sull’obbligo dello Stato di consultare previamente la comunità. Sulla base di accordi nazionali e internazionali che il Nicaragua ha ratificato, la Corte diede ragione alla comunità: non c’era stata una consulta previa e informativa, prevista dalla legislazione, ed era stato negato il diritto collettivo alla proprietà della terra. La sentenza è andata oltre e, così facendo, ha creato un precedente nella giurisprudenza mondiale. Secondo la Corte, anche se la comunità non avesse avuto i titoli di proprietà di quelle terre comunali, il fatto che vi fosse insediata da tempo immemore e che la abitasse, era sufficiente a riconoscerle tale diritto di proprietà. La sentenza della Corte ha preteso dallo Stato la demarcazione e la legalizzazione dei titoli di proprietà delle terre comunali della Costa, un processo su cui si sta lavorando ancora oggi, non senza difficoltà. La Legge 445 si può spiegare solo come il risultato del caso AwasTingni.
Il caso AwasTingni contro lo Stato del Nicaragua ha creato un precedente di grande importanza per tutta l’America Latina. Attualmente, le lotte dei popoli indigeni presenti su tutto il continente resistono all’offensiva delle compagnie minerarie e allo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali, che ha trovato nei territori indigeni l’ultima frontiera di accumulazione di capitale. Infatti, grazie alla loro concezione rispettosa della Natura, le comunità indigene di tutto il continente hanno preservato risorse naturali molto preziose, tra cui risorse minerali, biodiversità, sorgenti d’acqua, etc.. L’estrazione e lo sfruttamento di queste risorse in nome del capitale è visto dalle potenti multinazionali minerarie, petrolifere e simili, come una grande opportunità di investimento. Tutti i governi, e fra essi quelli latinoamericani che si definiscono progressisti o di sinistra con maggiore intensità, mossi da una sete di “sviluppo”, hanno accolto e salutato gli investimenti estrattivi, dando serie di concessioni per lo sfruttamento delle risorse nei territori indigeni.  Dal Nord al Sud dell’America, Canada compreso, e specialmente dal Messico a Sud del continente, troviamo lotte di resistenza delle comunità indigene in difesa dei loro territori e delle loro ricchezze. Per queste lotte, la sentenza della Corte Interamericana e il caso AwasTingni sono un punto di riferimento preziosissimo. Molte di queste comunità in lotta non possiedono titoli di proprietà delle terre che abitano, ma la sentenza della Corte concede loro il diritto su questi territori.
Secondo gli esperti, la legge della concessione canalera viola più di 40 articoli della Costituzione della Repubblica. Contro questa legge, sono stati presentati 32 ricorsi per incostituzionalità, firmati da più di 180 persone. Una delle tante perle di questa legge consiste nell’articolo che stabilisce che nel giro di 18 mesi dovrà essere riformata la Costituzione e tutte le leggi del Paese che lo necessitano, affinché non vi sia nessun impedimento legale che ostacoli tale progetto.
Ciò significa che si riformerà anche lo Statuto di Autonomia. Se ci atteniamo al ricorso presentato dalle popolazioni costiere, vari sono gli articoli dello Statuto che entrano in conflitto con la legge per la concessione, incluso quello che stabilisce che la proprietà comunale non può essere toccata.
Lo Statuto di Autonomia sarà quindi riformato, non più per migliorare le condizioni delle etnie costiere integrandole nella nazione, ma per agevolare una multinazionale interessata all'affare del Canale ed ai progetti ad esso connessi, ovvero, favorire un business privato? Perché la concessione canalera stabilisce che il Canale non è un progetto negoziato tra uno Stato nazionale ed una compagnia privata, ma, ai sensi di tale legge, lo Stato cede tutti i diritti sul Canale e su tutti i progetti ad asso associati – un “canale secco” (ovvero, una linea ferroviaria), due porti, due zone franche, un oleodotto, un aeroporto – ad una impresa privata che avrà l’usufrutto del Canale per un periodo di 50 anni, dopo i quali il concessionario, e non lo Stato nazionale, deciderà se estendere il diritto per altri 50 anni.
Oltre alle riflessioni che abbiamo ascoltato all’interno dei forum organizzati dall’Accademia delle Scienze – dove sono stati analizzati i diversi aspetti della concessione canalera –, e soprattutto, oltre alle considerazioni di tipo giuridico, ritengo sia di grande importanza la seguente riflessione: la fragile costruzione della nazione, che il Paese ha intrapreso con il progetto autonomista per la Costa, è messa in pericolo dal Canale, la cui concessione costituisce una violazione lampante dello Statuto di Autonomia e dei diritti delle etnie costiere. Vale la pena costruire un Canale che diventerà uno strumento di separazione della nazione?
Il progetto di Canale contiene anche altri elementi dissociativi. Il Paese sarà spaccato in due da un enorme fossato di mezzo chilometro di larghezza che dividerà tutto il territorio e modificherà tutta la divisione politico-amministrativa che conosciamo oggi. Molti municipi saranno spezzati in due dal Canale. In un Paese che già conosce molte fratture e differenze tra le diverse zone, alcune considerate tra le più povere al mondo, altre mediamente sviluppate, il territorio nazionale sarà spaccato e questa nuova frattura rappresenterà una nuova sfida per la costruzione della nazione: ovvero, come unire un territorio diviso dal Canale, giacché il territorio costituisce la base principale sulla quale si costruisce la nazione. E il rischio aumenta se a questa nuova frattura aggiungiamo la totale negazione dei principi sui quali, dagli anni ’80, si è via via costruita sulla base del consenso la nazione nicaraguense. Lo ribadisco: di comune accordo. Perché lo Statuto di Autonomia è stato una delle leggi più consultate nella storia di questo Paese. È stato discusso  in ogni quartiere, comunità, ufficio… È stato discusso anche con chi aveva preso le armi. È stata una legge assolutamente partecipata. Disconoscere una legge come questa, che calpesta gli aspetti fondamentali dell’accordo sull’autonomia, come il dominio sul territorio delle comunità, è un fatto gravissimo.
Quali possono essere le conseguenze sociali della costruzione del Canale? È evidente che la sua costruzione provocherà dei cambiamenti nella struttura sociale del Paese a causa della presenza di nuovi gruppi economici legati a questo megaprogetto e agli altri megaprogetti ad esso correlati. Una nuova classe? È presumibile che ci saranno dei cambiamenti anche nella struttura economica e nell’apparato produttivo, perché, ad esempio, alcune zone oggi dedite all’allevamento nel Dipartimento di Chontales dovranno ridiventare boschi per raccogliere l'acqua necessaria al canale.
Anche sulla fattibilità economica del Canale rimangono aperti quesiti importanti. Ci sono studi che dimostrano che il Canale non sarebbe poi così redditizio, forse perché è finito il tempo dei canali in America Centrale e, come conseguenza del riscaldamento globale, le rotte che attraversano il Polo Nord, cioè che passano per l’Artico, collegheranno Oriente e Occidente in forme più dirette e meno costose. Ad un capitalista non interessa se in Nicaragua ci sia o meno un Canale, ma se esso sia redditizio e se valga la pena investire del denaro nell'opera. A chi investe interessa anche, e molto, che un progetto così costoso abbia un consenso nazionale per la riduzione del rischio. E, al momento, a queste condizioni, il progetto canalero non gode di tale consenso.
Tra i vari fattori bisogna considerare anche la fattibilità ambientale. Si è parlato molto delle conseguenze sulle nostre risorse idriche, in particolare sul Lago Cocibolca. Se si costruisce il Canale, dovremo dire addio alle Isolette di Granada: secondo gli esperti, le chiuse richiedono un innalzamento del livello del Lago di almeno due metri attraverso la costruzione di un’enorme diga all’altezza dello sbocco del Lago nel Río San Juan. Di conseguenza, le Isletas sparirebbero. Secondo gli esperti, a seguito della costruzione del Canale le acque del Cocibolca servirebbero solamente come mezzo di trasporto, giacché il rischio d’inquinamento provocato dalle grandi petroliere, renderebbe impossibile utilizzare quelle acque per altri scopi. In breve, non servirebbero più come acqua potabile. Ciò comporterebbe un grave danno per almeno 36 municipi di cinque dipartimenti del Paese che circondano il cosiddetto Bacino 69, che copre i nostri due grandi laghi, e che già si preparavano in un futuro non troppo lontano a bere l’acqua del Lago, come già accade a Juigalpa e a San Juan del Sur.
Alcuni esperti hanno proposto una soluzione alternativa per l’utilizzo delle acque del Lago del Nicaragua, un uso più produttivo rispetto al trasporto interoceanico. Da alcuni studi risulta che per il Nicaragua sarebbe assai più redditizio vendere l’acqua del Cocibolca a El Salvador e al Costa Rica; in altre parole, il Paese otterrebbe più risorse vendendo l'acqua che costruendo un Canale, di cui peraltro non saremo proprietari per i prossimi 100 anni – ammesso e non concesso che fra 50 o 100 anni, esso non venga “confiscato”, dal momento che la legge canalera permette al concessionario di non recedere dalla proprietà del Canale e degli altri progetti ad esso associato... –. Insomma, sono molti sono gli interrogativi e speriamo che gli studi di fattibilità siano in grado di rispondere ad ognuno di essi.
Nel Pacifico, tutti hanno giustamente sollevato grida di allarme in difesa del Lago Cocibolca, perché ogni percorso previsto per il Canale prevede l’attraversamento del Lago. Tuttavia, finora, nessuna voce si è levata in difesa della baia di Bluefields dove, a giudicare dal progetto, molto probabilmente sarà localizzata l’entrata del Canale. L'allarme è invece giustificato, perché la baia di Bluefields, oltre alla sua bellezza naturale e oltre ad essere una risorsa per la pesca artigianale, è una delle zone umide protette dalla Convenzione internazionale RAMSAR per la sua ricca biodiversità e la sua influenza negli ecosistemi locali e globali.
La Costa Atlantica è sempre stata abbandonata dallo Stato nazionale. È stata solamente vista come un serbatoio di risorse naturali da sfruttare a vantaggio di economie di enclave che non si sono mai occupate di distribuire i benefici al resto del Paese. E così sono arrivate le compagnie minerarie e forestali che, quando se ne andavano, lasciavano solo più povertà. In qualche zona, si vedono ancora i resti abbandonati di questi veri e propri progetti depredatori.  Il Canale sarà un’altra economia di enclave. Non sarà solo questo fossato di mezzo chilometro a dividere il Paese. Nella Costa, ad esempio, che è una regione dalle terre molto fragili i danni possono essere maggiori che in altre parti: infatti, ad entrambi i lati del fossato, si estenderà un territorio di 10 chilometri di larghezza che servirà a “seminare acqua” per rifornire il Canale. Questo territorio protetto non potrà essere usato dagli abitanti della Costa, né dal resto del Paese; sarà proprietà privata dei proprietari del Canale.
Per rispondere ai tanti e difficili interrogativi, ritengo che gli studi di fattibilità debbano essere molto approfonditi se si intende rispondere agli esperti che hanno manifestato le loro preoccupazioni, affinché, nel caso il Canale venisse realizzato, vengano minimizzati i rischi connessi al megaprogetto. Gli interrogativi devono essere esaminati dagli studi di fattibilità con responsabilità e precisione scientifica.
Mi preoccupa che qualche funzionario di governo possa pensare che dobbiamo avere il “Canale a qualsiasi costo”. Non può essere questo lo spirito. Un Canale a scapito della Costituzione, delle leggi, del Lago, dell’autonomia costiera e della costruzione della nazione, a costo di dividere il Paese e di avere una maggiore polarizzazione sociale?
Questa riflessione in realtà è un’allerta. Il sogno dell'élite del Nicaragua è stato storicamente quello di  costruire il Canale. È sempre stato un sogno, ma solo dell'élite, che è persino arrivata a considerare il Canale come la base della costruzione della nazione. Sarebbe paradossale che il Canale, proprio per le condizioni svantaggiose e lesive nei confronti dei diritti delle etnie del Costa caraibica, e non solo per questo, diventasse invece l’elemento di separazione della nazione.
I discorsi e la retorica ufficiale che hanno accompagnato l’approvazione della Legge 840 e la firma della concessione alla compagnia cinese di Wang Jing hanno parlato di una «profezia avverata», di «un giorno di miracoli e prodigi». Nel suo discorso al momento della firma dell’accordo con l’imprenditore cinese, il presidente Ortega ha affermato che il nostro popolo, che tanto ha sofferto, entra finalmente «nella terra promessa».
Credo che la prospettiva del nostro sviluppo non possa essere concepita come una porta magica. Tale idea cancellerebbe gli sforzi nazionali di medio e lungo termine che sono stati fatti per mantenere unito un tessuto sociale molto denso, che includa e metta al primo posto: l’educazione, il sostegno della scienza e la tecnologia, la creazione di posti di lavoro e la costruzione di un’autentica nazione multietnica, dove tutti sentiamo di avere pari opportunità, sostenuti da uno Stato che crea competenze e le sfrutta al meglio. Una nazione in cui tutti noi nicaraguensi, di culture e tratti somatici diversi, possiamo sentirci fratelli e vediamo garantiti i nostri diritti.