«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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CENTROAMERICA / Lavoratrici nelle zone franche: quando il sogno si trasforma in incubo

In Centroamerica, zona franca è sinonimo di maquiladoras o, più semplicemente, maquilas. Il termine deriva dall’arabo makíla (e così si pronuncia anche in spagnolo). Anticamente, stava a indicare la quota di macinato che il contadino lasciava al proprietario del mulino per il suo servizio. Oggi, per maquila si intende un'impresa in cui il capitale straniero, in via diretta o, più spesso, tramite imprese locali subcontrattate, controlla l’intero ciclo produttivo, per il quale fornisce anche la materia prima di lavorazione – a differenza delle fabbriche di assemblaggio –, nonché la commercializzazione finale del prodotto.
Per attrarre le maquiladoras, i governi dei paesi del Sud del mondo offrono ogni tipo di agevolazione fiscale e altri vantaggi. Di solito, le zone franche in cui si insediano le maquilas sorgono in prossimità di porti ed aeroporti, dai quali il prodotto prende poi facilmente la rotta dei paesi del Nord. Una zona di forte insediamento di fabbriche maquiladoras è la frontiera messicana con gli Stati Uniti. In Centroamerica, le maquilas sono soprattutto, anche se non esclusivamente, tessili. In queste fabbriche, la sindacalizzazione o è vietata o, se consentita, innocua. In esse, vi lavorano, in grande maggioranza, donne giovani e giovanissime, sottoposte a condizioni lavorative spesso insalubri, pesanti pressioni e, persino, abusi sessuali, come documenta l'articolo che segue, frutto di una serie di incontri con il Movimento delle Donne Occupate e Disoccupate “Maria Elena Cuadra” e con le stesse lavoratrici delle zone franche, dai quali è scaturita una Agenda Concertata dei Diritti Umani e del Lavoro delle Lavoratrici delle Industrie Maquiladoras di Nicaragua, El Salvador, Honduras e Guatemala. (m.c.)

Di Veronica Gutiérrez, economista specializzata in economia e questioni di genere.
Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

È interessante ricordare come si sia sviluppata in Nicaragua l'industria della zona franca. Nel 1979, alla caduta della dittatura di Somoza, c'erano nel Paese soltanto 12 maquiladoras, tutte tessili, che occupavano circa 8 mila persone. Con l'avvento della rivoluzione, 7 di quelle imprese chiusero i battenti, mentre le 5 rimanenti continuarono a dare lavoro a circa 3 mila persone. Negli anni '80 non arrivarono altre maquilas. Al contrario del resto del Centroamerica dove, in quegli anni, l'industria maquiladora tessile conobbe una rapida crescita, sviluppando una solida infrastruttura.
Negli anni '90, con il governo Chamorro, il panorama economico nicaraguense si trasforma. Il mercato viene liberalizzato, viene modificata la legislazione in materia ed il Paese si apre agli investimenti esteri diretti. Tanto che, in quegli anni, si assiste in Nicaragua ad un boom della costruzione di infrastrutture, volte a creare le condizioni per attrarre investimenti esteri diretti, fra cui le zone franche. Fra il 1990 e il 1996, al termine del governo Chamorro, ne sorsero 19. Dal 1997 al 2001, durante il governo di Alemán, le zone franche crebbero fino a diventare 43. Quindi, sotto il governo Bolaños raddoppiarono, arrivando a 95. Da allora, si iniziò a considerare il Nicaragua un Paese attrattivo per gli investimenti, in breve, “competitivo”. E lo era davvero perché offriva manodopera a basso costo. Un'operaia honduregna della maquila mi raccontava che, in quegli anni, aveva partecipato ad un incontro in cui il presidente nicaraguense Bolaños si era rivolto agli investitori delle zone franche, dicendo loro: «Venite in Nicaragua, venite ad investire, vi troverete la manodopera più economica della regione».
Oggi, secondo dati del 2014 dell'Associazione Nicaraguense dell'Industria Tessile (ANITEX), in Nicaragua ci sono 110 imprese di zona franca, in cui lavorano tra 110 mila e 130 mila lavoratori. E l'attuale governo si dice entusiasta di attrarne sempre di nuove. Ci sono industrie maquiladoras della concia e delle calzature, del tabacco a Estelí, di arnesi per automobili a León, di prodotti agro-industriali, e stanno cominciando ad operare pure dei call centers, ma il settore tessile e dell'abbigliamento resta quello più corposo. E ci si aspetta che cresca ancora, perché si vorrebbe che non vi fossero solo aziende in cui si cuciono pezzi di vesturio, ma che confezionano vestiti al completo; per la qual cosa, tra l'altro, il Nicaragua dovrebbe tornare a produrre cotone in quantità industriale, pur sapendo quale disastro ecologico abbiano causato le coltivazioni del passato.Una vera crescita economica? Secondo i media, il Nicaragua sta vivendo un boom. Cionostante, aggiungono gli stessi, il problema principale del Paese è la disoccupazione. Nei fatti, le alternative alla disoccupazione sono la migrazione, il lavoro informale autonomo e il lavoro nelle zone franche. Tuttavia, quest'ultime rappresentano un piccolo palliativo, dal momento che attualmente impiegano meno del 5% della popolazione economicamente attiva del Paese.
L'attuale governo è quello che, più di ogni altro, ha aperto le porte al capitale straniero, promuovendo l'immagine del Nicaragua come paese attrattivo e competitivo per il suo “clima favorevole agli affari”.
Tra i fattori che il Nicaragua può vantare, c'è la sicurezza: non c'è alcun conflitto armato nel Paese, non c'è criminalità organizzata, non ci sono sequestri, scioperi, dimostrazioni... Tutto suona favorevole agli investitori. Di certo, il Nicaragua è in condizioni di sicurezza pubblica migliore degli altri paesi centroamericani, ad eccezione del Costa Rica, ma meglio del México e di alcuni Paesi latinoamericani. Questa situazione attrae, inoltre, professionisti esperti, persone che forse non troverebbero lavoro nei loro Paesi ma che vengono in Nicaragua ad occupare incarichi dirigenziali in molte delle imprese di capitale straniero che vi arrivano.
Il clima favorevole alle maquiladoras si deve anche, in gran parte, al fatto che tali imprese godono di esenzioni fiscali. Esse non devono pagare tasse per dieci anni, non solo per ciò che producono, ma per tutta la materia prima che acquistano per la produzione. Il 90% della materia prima utilizzata nelle zone franche nicaraguensi proviene dall'estero. Le maquilas non pagano imposte, né comprano beni di produzione nazionali. Se almeno si stabilissero in qualche municipio ed acquistassero beni prodotti a livello nazionale, genererebbero una dinamica economica vantaggiosa per il Paese. Invece, praticamente, le zone franche sono enclavi, che funzionano come territori autonomi all'interno del Paese, anche se mantengono rapporti con i ministeri del Lavoro, della Sanità, della Previdenza Sociale, e consumano energia e acqua.
Ma il fattore che viene propagandato come più favorevole in Nicaragua è la sua abbondante manodopera disoccupata e, soprattutto, a basso costo. In Nicaragua, la popolazione economicamente attiva è di 2,9 milioni di persone, di cui il 77% ha meno di 39 anni. Ogni anno entrano nel mercato del lavoro migliaia di giovani. E siccome non ci sono altre opportunità di lavoro, il Paese diventa particolarmente attrattivo per quanti investono nelle zone franche. Le imprese maquiladoras contrattano ragazze e ragazzi di età compresa tra i 16 e i 30 anni. Molti di questi giovani sono diplomati e laureati. Secondo uno studio effettuato da Pro Nicaragua, l'agenzia statale per promuovere il Nicaragua all'estero, il 10% dei giovani nicaraguensi parla inglese, il che rappresenta un'altro attrattivo per gli investitori.
Il dividendo demografico
Nei fatti, le maquilas, unica fonte di occupazione di massa che prospera in Nicaragua, si stanno “mangiando” il dividendo demografico. È la maquila ad approfittarne, captando il capitale umano più giovane, che è quanto di meglio abbia un Paese. Nel contesto dell'attuale modello di “sviluppo economico”, tutto basato sui numeri – prodotto interno lordo in crescita, aumento delle esportazioni e degli investimenti esteri – ci si sta dimenticando dello sviluppo umano e si sta regalando la gioventù nicaraguense alla maquila.
Secondo l'ultimo studio sui rischi del mercato del lavoro, pubblicato da The Economist Intelligence Unit, il Nicaragua figura al secondo posto in America Latina nella graduatoria dei Paesi dove gli investimenti esteri corrono meno rischi. Tale indice misura diversi fattori: il potere dei sindacati, le restrizioni salariali e contrattuali – il che significa che in Nicaragua non c'è alcuna restrizione salariale, né contrattuale per il datore di lavoro –, l'assenza di scioperi, la disciplina sul lavoro, le buone opportunità di affitto delle infrastrutture in cui insediare l'impresa industriale, mentre le controversie di lavoro si risolvono senza problemi... Né mancano le agevolazioni perché in Nicaragua proliferino le società cosiddette “rondine”, vale a dire, che arrivano, iniziano a produrre, ma dopo un po' migrano in un altro Paese che offra condizioni più favorevoli, oppure cambiano ragione sociale, licenziando i lavoratori, che così non possono reclamare il rispetto dei loro diritti.
È
grazie a tutti questi vantaggi che il Nicaragua risulta molto attrattivo e competitivo per gli investitori esteri. In America Latina, solo Haiti offre manodopera a più basso costo. Perché allora la maquila non investe ad Haiti? Perché nel Paese caraibico non ci sono le infrastrutture che offre il Nicaragua e gli investitori dovrebbero investire per costruirle. Ma questi non vanno ad Haiti anche perché la manodopera nicaraguense vanta un livello di istruzione più alto, il che fa sì che comprenda più rapidamente il lavoro che deve fare. Ad Haiti la paga oraria è di 86 centesimi di dollaro. In Nicaragua, si pagano 1,05 dollari l'ora. A livello mondiale, soltanto in Bangladesh, Vietnam e nella Cina rurale, la paga oraria è inferiore ad un dollaro.

Dal 1° Gennaio 2015 non sono più vigenti le tariffe preferenziali note come TPL (Tariff Preference Level) che gli Stati Uniti avevano concesso al Nicaragua, unico fra i Paesi membri del CAFTA (Central American Free Trade Agreement, l'accordo di libero commercio fra Stati Uniti e Centroamerica, ndr), a beneficio soprattutto delle zone franche tessili. Tuttavia, la cessazione delle TPL non sta avendo l'impatto negativo che ci si aspettava. Sì, è diminuita la produzione e circa 7 mila persone hanno perso il lavoro, il che paradossalmente fa aumentare il carico di lavoro del personale rimanente. Ma si temeva un impatto maggiore. La crisi finanziaria del 2008-2009 ha avuto effetti molto più negativi: nelle zone franche, varie imprese hanno chiuso e sono andati persi 30 mila posti di lavoro.
In realtà, anche senza TPL, grazie ai bassi salari che il governo permette di applicare in queste aziende e alla “disciplina del lavoro” che vi regna, il Nicaragua continua ad essere interessante e competitivo.
In tutto il Paese, la maggioranza dei sindaci accoglie con entusiamo gli investitori che volessero insediare una zona franca nel loro territorio, giacché ritengono che essa darà lavoro a molte persone. Tuttavia, essi non pensano alle conseguenze che le condizioni di lavoro nella zona franca causano alla salute dei giovani del luogo.
Pesanti condizioni di lavoro
Se si accetta la triste realtà che sono le zone franche ad approfittare del dividendo demografico, vediamo ora come lavorano i giovani nicaraguensi, in particolare le donne, che sono la maggioranza nelle maquilas, con le quali sono più a contatto e ho condiviso queste riflessioni. Inoltre, farò riferimento a imprese maquiladoras di altri paesi in America Centrale.
In alcune di queste aziende le donne realizzano fino a 20 mila movimenti ripetitivi al giorno. La ripetizione continua di movimenti e le posture forzate del corpo durante ore, giorni e mesi, hanno come conseguenza disturbi a muscoli ed ossa, che possono rendere una persona invalida per tutta la vita. Nelle maquilas, l'udito delle lavoratrici è compromesso dall'assordante rumore delle vibrazioni delle macchine. In alcune aziende tessili, nell'aria fluttua la peluria prodotta dai tessuti che vengono lavorati, senza che le operaie siano dotate di mascherine. In altre aziende, esse si vedono costrette a manipolare o inalare sostanze chimiche che sono tossiche, che vengono usate indiscriminatamente. Nelle imprese, le temperature sono molte alte in spazi molto ristretti e scarsamente illuminati, oppure molto basse in luoghi altrettanto chiusi. Nel caso dell'impresa Costa Caribe, le donne che vi lavorano i gamberi devono indossare stivali di gomma in spazi molto aperti e freddi; di conseguenza esse accusano problemi respiratori e patiscono di micosi ai piedi a causa dell'umidità permanente in cui si trovano.
Nella maquila il ritmo di lavoro è estenuante. Alle lavoratrici sono richieste mete di produzione esigenti. Quando alcune aziende ricevono commesse di grandi dimensioni, da consegnare in pochissimo tempo, si ricorre alle formule cosiddette “4x4” e “3x4”. Nel primo caso, si lavora quattro giorni consecutivi, riposando i successivi quattro. Nei quattro giorni di lavoro, si lavora praticamente 24 ore, con una breve pausa di poche ore. La fabbrica è aperta giorno e notte, non chiude, non si ferma. Mentre un gruppo riposa, un altro lavora, e viceversa. Le mete di produzione sono spesso irraggiungibili. Ogni operaia deve, ad esempio, cucire 3 mila colletti di camicia. E se è in grado di cucirne solo 1.500, deve fare gli straordinari per raggiungere quell'obiettivo, senza però che le ore extra le vengano pagate, giacché quella era la meta prefissata. Gli straordinari vengono pagati solo quando le operaie vanno oltre l'obiettivo di produzione prefissato dall'azienda.
Le giornate di lavoro sono sfiancanti, con poca o nessuna autonomia di movimento. In alcune aziende i servizi igienici vengono chiusi a chiave, restando aperti solo un'ora al mattino ed una al pomeriggio. Il resto del giorno restano chiusi. Come se si potesse programmare il proprio corpo per andare in bagno... Quando stavamo discutendo l'agenda dei diritti del lavoro delle lavoratrici della maquila, abbiamo appreso che in una maquiladora honduregna alle donne veniva richiesto di andare a lavorare con i pannolini, di modo che non dovessero andare al bagno durante la giornata lavorativa. La protesta delle donne ha impedito che tale abuso si concretizzasse.
In alcune aziende, non si rispettano le pause pranzo. E se qualcuna si intrattiene più del tempo previsto, a pranzo o al bagno, le viene decurtato il salario. Ogni ritardo viene annotato.
Per lavorare ci si ammalaMolte sono le malattie derivanti da tali condizioni di lavoro. In Honduras, l'organizzazione delle donne CODEMUH ha condotto uno studio sulla salute delle donne che lavorano nelle maquilas.
Sono emersi disturbi muscolo-scheletrici, derivanti dal fatto di assumere la stessa posizione per ore, ripetendo continuamente lo stesso movimento; malattie della pelle; malattie respiratorie (polmonite e broncopolmonite) causate dal dover respirare in ambienti chiusi e insalubri per molte ore; gastriti, coliti, malattie delle vie urinarie malattie come cistiti, dovute al mancato rispetto delle pause pranzo, alla indisponibilità dei servizi igienici, alla disidratazione conseguente all'impossibilità di bere acqua; inoltre, disturbi agli occhi, ipertensione, mialgie e nevralgie.

Sono state osservate anche complicazioni prima e dopo il parto. Le donne incinte, o che allattano, svolgono le stesse mansioni nelle stesse condizioni delle altre lavoratrici, mettendo a rischio la loro salute e quella della loro creatura. In alcune imprese vengono loro impediti controlli medici prenatali e post-natali, e quando ciò è consentito, esse devono “restituire” il tempo che è durato la visita medica, lavorando di più, nonostante le giornate lavorative siano già intense; ciò provoca in vari casi ipertensioni, preeclampsie, emorragie...
In Guatemala, un'organizzazione di donne ha condotto uno studio in un municipio rurale dove vari bambini presentavano problemi di deformazione: ebbene, lo studio ha scoperto che quei bambini erano figli di lavoratrici nelle maquilas e che il loro stare piegate per ore per raccogliere ortaggi, mantenere a lungo la stessa posizione, inalare e manipolare i prodotti chimici usati dall'azienda durante la gravidanza, causava le deformità infantili.
Le condizioni di lavoro nelle maquilas sono causa, inoltre, di invecchiamento precoce in coloro che vi lavorano a lungo. Si è constatato che i lavoratori soffrono di stress e di vari disturbi psicologici dovuti al lavorare sotto pressione, al dormire male, al dover sopportare rumori... E sebbene molti di tali disturbi siano provocati dalle condizioni di lavoro, essi non sono considerate malattie del lavoro dalla previdenza sociale.
Al carico di lavoro in azienda bisogna, poi, aggiungere il peso che attende le donne al loro ritorno a casa, dal momento che non si sono fatti molti progressi nella corresponsabilità degli uomini nei lavori domestici. Questo doppio peso è anche causa di violenza domestica.
In questo quadro, le maquilas provocano in migliaia di giovani donne problemi di salute che possono durare tutta la vita. Senza considerare che migliaia di giovani donne e uomini restano al palo, non potendo crescere sul piano professionale, né continuare a studiare. Impedite dagli orari di lavoro e dalla stanchezza con cui escono dal lavoro. La maggioranza delle imprese lavora anche il sabato fino all'una del pomeriggio, il che impedisce ai giovani di studiare anche nei corsi sabatini.
Salari bassissimiNelle
maquilas, gli stipendi sono molto bassi. Secondo dati ufficiali che attesterebbero il “successo economico” del Nicaragua, tra il 2010 e il 2014 le esportazioni dalle zone franche sono raddoppiate, mentre i salari di chi produce le merci che vengono esportate sono rimasti fermi. Secondo Doing Business 2015, a Panamá, il Paese con la migliore economia della regione, il salario minimo nelle industrie della zona franca è di 520 dollari al mese (circa 472 euro, ndr). In Costa Rica, è di 359 dollari (circa 326 euro, ndr). In Guatemala, 288 dollari (circa 262 euro, ndr). In Honduras, 265 dollari (circa 241 euro, ndr). Nel Salvador, 210 dollari (circa 191 euro, ndr). In Nicaragua, 141 dollari (circa 128 dollari, ndr).

Quel che guadagnano le donne nelle zone franche nicaraguensi non arriva a coprire il 30% del costo del paniere minimo. Per questo, una delle richieste delle lavoratrici nelle maquiladoras è che la questione del salario minimo venga inclusa nei negoziati della Commissione del Salario Minimo, che si riunisce due volte l'anno con la partecipazione di funzionari del governo, sindacati e imprenditori.
Non manca, poi, la discriminazione nei confronti delle donne nelle zone franche. I posti di lavoro meglio pagati sono appannaggio degli uomini: i supervisori e i capilinea – responsabili, cioè, di ogni linea di macchine in cui lavorano le donne – sono per lo più uomini. Le donne vedono così limitate le loro possibilità di ascendere nella scala lavorativa e “fare carriera”.
In alcune aziende non solo non c'è rispetto, ma sono all'ordine del giorno umiliazioni, maltrattamenti, minacce di licenziamento, violenze e molestie sessuali.
In tutte le aziende, sia gli uomini che le donne vengono perquisiti in tutto il corpo, sia all'entrata che all'uscita, per evitare che “rubino” qualche pezzo. Questo contatto fisico quotidiano, esercitato dai guardiani, si presta ad abusi sessuali. Le donne lavoratrici devono affrontare tale umiliazione quotidianamente. E, a seconda dell'interesse che un supervisore possa avere nei confronti di una lavoratrice, si moltiplicano i gesti e gli sguardi morbosi e le continue pressioni.
Nelle cliniche dove il personale medico è contrattato dall'impresa, spesso, non si presta attenzione ai certificati medici (che le donne ottengono presso altri ambulatori, ndr) e vengono sottovalutate le malattie le cui cause le lavoratrici attribuiscono al loro lavoro. Il sussidio che esse ricevono per i giorni di malattia concessi, è detratto dal salario. Una delle richieste delle donne è che le cliniche in cui sono visitate non stiano all'interno dell'azienda e, qualora lo fossero, che il personale medico non faccia parte dell'impresa, che sia specializzato in medicina del lavoro e, pure, sia a rotazione, vale a dire che non sia sempre lo stesso personale nella stessa azienda.
In alcune imprese, il congedo per maternità non è retribuito. Altre non forniscono alcuna copertura previdenziale. Altre, invece, pur trattenendo i contributi previdenziali dalle buste paga dei lavoratori, poi non li versano alla previdenza sociale.
In alcune aziende, i pagamenti vengono effettuati mediante una tessera ma, quando le lavoratrici vanno in banca per prelevare il loro salario, si accorgono che l'importo non è corretto; e di fronte alle loro proteste, l'impresa nega qualsiasi responsabilità, facendosi scudo della firma che le lavoratrici hanno apposto sulla ricevuta.
Nei contratti è previsto un periodo di prova, che in molte aziende dura tre mesi e, a volte, fino a sei mesi. Durante tale periodo, alle lavoratrici viene pagato il salario, ma senza alcuna prestazione sociale. Sebbene non sia legale, ciò è di fatto la norma, e nessuno protesta per paura di perdere il lavoro. Per questo, una delle richieste delle lavoratrici è che quando un'impresa decide di insediarsi nel Paese, essa deve essere obbligata a versare un deposito, a copertura degli oneri sociali dei lavoratori qualora la stessa azienda lasciasse il Paese o cambiasse ragione sociale.
Invero, non in tutte le aziende si verificano tali abusi. Negli incontri che realizziamo con le lavoratrici della maquila chiediamo alle donne di dirci il nome dell'impresa, proprio per non generalizzare. Risulta che in qualche azienda più “avanzata”, alle donne vengono offerti alcuni servizi medici: mammografie, pap test, esami della vista e altri controlli.
Un'altra delle richieste delle donne è che quando il Ministero del Lavoro decide di visitare un'impresa per effettuare dei controlli, non chiami prima quest'ultima per avvisarla dell'intenzione. Secondo le lavoratrici, gli ispettori dovrebbero giocare sul fattore sorpresa e, inoltre, non limitarsi ad intervistare i capilinea, che raccontano meraviglie dell'azienda, o quelli del sindacato, che non denunciano alcunché, ma le stesse lavoratrici. Alcune donne sostengono che molte aziende, quando vengono a conoscenza della prossima visita del Ministero, espongono le migliori macchine di lavoro, accendono l'aria condizionata e forniscono alle lavoratrici l'equipaggiamento protettivo adeguato. Ma quando gli ispettori se ne sono andati, si torna alle macchine più vecchie e rumorose e l'aria condizionata viene spenta. E quando il Ministero del Lavoro trova qualche irregolarità cosa fa? Manda un avviso all'impresa. Niente di più, né viene dato seguito al caso, come sarebbe necessario per migliorare le condizioni lavorative.
Dato questo livello di sfruttamento, grazie ai molti vantaggi e a queste condizioni di lavoro, le maquilas hanno distorto il mercato del lavoro nazionale. Non si può considerare il lavoro nelle maquilas come un lavoro decente, se si lavora nelle condizioni in cui si trova la maggioranza di queste imprese. Per questo, il Movimento delle Donne “Maria Elena Cuadra” fa suo lo slogan “Lavoro sì, ma con dignità”. Questo vogliono ottenere le donne e questo è ciò per cui lottano.
Storicamente, i sindacati sono stati lo strumento più utile per difendere i diritti del lavoro dei lavoratori. Purtroppo, quelli oggi presenti nelle zone franche non sono affatto combattivi. In alcune imprese, poi, l'organizzazione sindacale è proibita e quanti cercano di organizzarsi vengono licenziati.
Timidi passi avantiÈ vero che se paragoniamo le condizioni di lavoro attuali con quelle degli anni scorsi, si osservano miglioramenti. Ci raccontava un'operaia che una volta i capilinea schiaffeggiavano le donne per rimproverarle. Ciò non è più consentito. Se qualcuno picchia una lavoratrice, questa può denunciarlo. È un passo avanti. Prima, a tutte le donne che volevano lavorare nelle zone franche veniva chiesto di sottoporsi ad un esame per sincerarsi che non fossero in stato di gravidanza e, in base ad esso, decidevano se assumerla o meno. In alcune aziende è ancora così, ma se la donna denuncia e rende pubblica tale prassi, l'azienda va incontro a problemi. Per questo, questo abuso è andato scomparendo, essendo vietato dal Ministero del Lavoro.

Vi sono stati progressi, ma anche passi indietro, giacché prima non c'erano le giornate 4x4, che sono espressioni della cosiddetta “flessibilità sul lavoro”, ben vista da alcuni. Inoltre, sta prendendo piede un'altra forma di flessibilità del lavoro: la sottocontrattazione (subappalto o, come suol dirsi oggi in inglese “outsourcing”, ndr). Ad esempio: una maquila tessile riceve una commessa importante di uniformi e, quindi, subappalta a doña María (un nome di fantasia, ndr), la quale ha 10 donne che lavorano per lei, la fornitura di 300 divise. Quindi, l'impresa contratta anche doña Panchita (idem, ndr), cui chiede altre 300 uniformi e così, poco a poco, raggiunge l'obiettivo. Ovviamente, doña María e doña Panchita vengono pagate, ma chi paga l'energia elettrica, l'acqua, il costo macchina, fa loro sostenuto? Quest'ultime, non certo la grande impresa. La quale nemmeno versa le prestazioni sociali a doña María e doña Panchita, né alle donne che hanno lavorato per loro.
Anche in Nicaragua sta prendendo piede questa forma di subappalto, più sviluppato nel resto del Centroamerica. In alcuni Paesi latinoamericani, questa forma di laboratori familiari che lavorano per grandi imprese è predominante. Si dice che ciò vada a “beneficio” delle donne, perché così non escono di casa, perché così possono continuare a prendersi cura dei loro figli e stare così più tranquille. Ma, non c'è dubbio, si tratta di un'altra forma di sfruttamento economico e di doppia giornata lavorativa.
Non potrebbe il Nicaragua creare altre opportunità di lavoro per i suoi giovani? Il Rapporto sullo Sviluppo Umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD), pubblicato nel 2011 e dedicato ai giovani, fornisce qualche suggerimento. Il primo, è un investimento consistente nell'istruzione tecnica per preparare meglio i giovani, in modo da consentire loro di ottenere posti di lavoro più dignitosi e meglio remunerati.
Nella zona franca del Costa Rica, le imprese formano i propri lavoratori. Là, sorgono maquiladoras di computer, telefoni cellulari, materiale informatico, attrezzature tecnologiche, che richiedono manodopera specializzata, che gode quindi di migliori salari. Il Nicaragua dovrebbe investire di più nell'istruzione tecnica. E non solo in quella fornita da INATEC (l'Istituto Nazionale Tecnologico, ndr). Piuttosto, andrebbero creati istituti tecnici in tutti i dipartimenti (province, ndr), in cui preparare i giovani ad una varietà di professioni tecniche e non solo insegnare alle donne a fare torte e tagliare i capelli. C'è, infatti, bisogno di un'istruzione tecnica che non sia basata sulla divisione sessuale del lavoro. La gioventù nicaraguense dovrebbe essere preparata come manodopera qualificata. Così si trarrebbe vantaggio dal dividendo demografico.
Il governo dovrebbe, inoltre, sostenere le piccole e micro imprese. Il settore del turismo, ad esempio, è promettente per sviluppare filiere produttive nelle comunità, perché dove arriva il turista traggono beneficio gli agricoltori, gli artigiani, i lavoratori dei servizi, e altri ancora. Ma, attualmente, la legge sul turismo offre incentivi fiscali solo alle grandi aziende turistiche.
È un peccato che in zone tradizionalmente dedite all'artigianato, e di ottima fattura, si stiano insediando zone franche. Ad esempio, nei cosiddetti “villaggi bianchi” (nei territori intorno a Masaya e Granada, ndr) ci sono famiglie che vantano una preziosa tradizione nella lavorazione di mobili, amache, oggetti di artigianato. Lì c'è un sapere accumulato nel corso di generazioni, dall'enorme valore culturale. Tuttavia, oggi, i giovani di questi villaggi non vogliono più lavorare nell'azienda di famiglia. Vedono che quanti lavorano nella zona franca hanno il cellulare di ultimo grido, vestono alla moda, e allora si illudono, non vogliono più saperne delle attività tradizionali, ma preferiscono andare a lavorare nella maquila senza conoscere le conseguenze che ciò avrà per loro sul piano della salute.
Il fatto è che quei cellulari, a volte i più cari, sono venduti a credito alle ragazze e ai ragazzi della maquila. In pratica, il loro costo viene detratto ogni mese dal salario, perché ciò faccia da esca e attragga nuovi giovani alla maquila. Sanno che le loro maestranze sono giovani e così le seducono.
Il dividendo demografico ha una scadenza. Dopo il 2040, il Nicaragua non avrà l'opportunità che ha oggi e ci saranno più anziani di quanti saranno i giovani in età lavorativa. Allora, finirà il dividendo demografico. Per questo, il governo dovrebbe offrire alternative di lavoro nei municipi. L'istruzione tecnica e il sostegno allo sviluppo di micro e piccole imprese impedirebbe che i giovani nicaraguensi fossero costretti a lavorare nelle zone franche, non avendo altra scelta. Dalle università, dovrebbero uscire professionisti in grado non solo di lavorare per “don Fulano” (Tizio, ndr), ma capaci di avviare una propria piccola impresa. Mentre in tutto il Paese dovrebbero sorgere scuole tecniche per sviluppare nuove competenze nella gioventù nicaraguense.

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