AMERICA / Chi teme il voto dei latinoamericani "clandestini" negli Stati Uniti?

L'alleggerimento in materia di immigrazione annunciato dal presidente Obama nel Novembre 2014 prevede la sospensione dell'espulsione di oltre 5,2 milioni di indocumentados, come vengono comunemente denominati i latinoamericani entrati illegalmente negli Stati Uniti (in Francia, si direbbero sans papiers; in Italia, “clandestini”, termine che, lungi dal rappresentare la realtà di migliaia di persone che tutto fanno meno che nascondersi nella nostra società, deriva dalla legislazione che istituisce il reato di “immigrazione clandestina”, ndr).  Questa boccata di ossigeno potrebbe beneficiare circa 850 mila cittadini centroamericani. Tuttavia, le misure adottate da Obama lasciano fuori altri 5,8 milioni circa di persone. Cosa succederà ora? Per gli immigrati latinoamericani, conquistare il diritto di voto è determinante per il loro futuro negli Stati Uniti. E quando, finalmente, potranno votare, a chi farà paura il loro voto?

Di José Luis Rocha.
Traduzione e redazione di Agnese Cantarelli.



Il 4 Novembre 2014 si sono svolte negli Stati Uniti le elezioni di metà mandato. Si tratta di elezioni che, di solito, registrano una minore affluenza rispetto alle presidenziali. Infatti, si è recato alle urne soltanto il 36% dei potenziali elettori, vale a dire un 22% in meno dell'affluenza registrata nelle presidenziali del 2012 e un 26% in meno rispetto a quelle del 2008. Tuttavia, tali elezioni sono importanti perché in esse si decide su temi sensibili e perché, inoltre, sanciscono i rapporti di forza che consentono al presidente in carica di governare con un parlamento a suo favore oppure – come di fatto è successo, confermando tutti i pronostici – di dover remare contro un Potere legislativo dominato dall'opposizione.
L'obiettivo istituzionale di queste elezioni era il rinnovamento dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e di 36 dei 100 seggi del Senato. Gli statunitensi hanno eletto anche i governatori in 36 Stati, designato 46 corpi legislativi statali e altri incarichi di livello intermedio. E in alcuni Stati si è votato su temi quali il salario minimo, l'aborto, il controllo delle armi e la legalizzazione della marijuana a scopo terapeutico o ricreativo. Costate 3,7 miliardi di dollari, sono state le elezioni più care della storia degli Stati Uniti e quelle che hanno registrato la minore affluenza, dal 34% che si è recato alle urne nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale. Il 36% di participazione significa, inoltre, una brusca caduta rispetto al 41% delle analoghe elezioni svoltesi nel 2010.
Qual è il peso elettorale dei latinoamericani?Il 4 Novembre scorso si sono svolti anche 146 referendum a livello statale per decidere su questioni assai diverse, dalla legalizzazione della marijuana al salario minimo. Non c'è stato, però, alcun referendum sugli immigrati – in maggioranza latinoamericani – nonostante il fatto che, con un 7% di interessati al tema, ciò figuri al quinto posto tra le questioni che stanno più a cuore agli statunitensi, dopo l'economia (17%), il malgoverno (16%), la disoccupazione (10%) e l'accesso alla sanità (8%).
Forse, il referendum sugli immigrati latinoamericani – di cui i politici non possono non tenere conto – è rappresentato dai sondaggi: il 79% vuole qualche forma di regolarizzazione per gli illegali, il 62% che sia concessa loro la cittadinanza e il 17% la residenza; mentre il 19% chiede che siano espulsi. O, forse, il referendum si tiene tutti i giorni per la strada, dove si esprime con gesti che vanno dalle umiliazioni quotidiane alle bonarie pacche sulle spalle e ai contratti, dalle iniziative in difesa dei loro diritti alla loro accettazione tra i fedeli delle diverse chiese...
In ogni caso, il destino degli immigrati latinoamericani illegali e il cammino verso la loro regolarizzazione sono segnati – nel bene e nel male – dal fatto che, come gruppo etnico, non sono solo oggetto di votazione. Gradualmente, sono diventati un visibile e udibile segmento elettorale, cui rivolgere proposte specifiche. E dal momento che possono pagare con voti tale interesse, il loro potenziale, elettoralmente parlando, è andato crescendo. In queste elezioni, 25,2 milioni di essi hanno avuto la possibilità di votare, l'11% di tutti i potenziali elettori. Si tratta di più del doppio del 1994 (10,3 milioni) e più del triplo del 1986 (7,5 milioni). Rispetto al 2010, quando rappresentavano il 10% dell'elettorato, i latinoamericani votanti sono aumentati di 3,9 milioni. In questa occasione, hanno rappresentato tra il 17% e il 9,5% dell'elettorato in 4 degli Stati dove sono stati eletti i governatori: Florida, Colorado, Connecticut e Illinois.
E quanto pesano elettoralmente i centroamericani? Un milione e 600 mila cittadini statunitensi di origine centroamericana in età di voto rappresentano ancora una minima parte dell'elettorato statunitense: lo 0,76%. Ma il loro peso relativo tra i potenziali elettori latinoamericani è cresciuto fino a superare il 7%. Il loro ridotto peso elettorale si deve, in parte, all'effettiva quantità di popolazione e, in parte, al fatto che non tutti dispongono di documenti legali e, quindi, hanno minore accesso alla cittadinanza piena.
Se il 70% della popolazione statunitense è costituito da potenziali elettori, mentre il 45% dei latinoamericani lo sono, soltanto il 39% dei centroamericani è abilitato al voto: il 54% dei nicaraguensi, il 40% dei salvadoregni, il 36% degli honduregni e il 35% dei guatemaltechi.
Nonostante tali numeri, alcuni centroamericani hanno raggiunto posti di rilievo nel governo federale e nelle amministrazioni locali. Spicca la figura di Hilda Lucía Solís Sequeira, congressista di origine messicano-nicaraguense eletta nella zona est di Los Angeles, per otto anni nel Senato della California e, quindi, ministra del Lavoro nel primo mandato Obama. E il guatemalteco David Campos, nato a Puerto Barrios, emigrato clandestinamente negli anni '80, all'età di 14 anni. Nella sua esperienza di legislatore – tra gli altri incarichi di rilievo nel governo locale – ha appoggiato e redatto progetti di legge sullo status di “città santuario” di San Francisco, sul trasporto pubblico gratuito per i giovani con scarse risorse economiche e sul programma CleanPowerSF, orientato a fornire a San Francisco più energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili.
I latinoamericani votano o si astengono?Il destino degli immigrati latinoamericani dipende dalle loro preferenze politiche e dalla possibilità che possano far inclinare l'ago della bilancia da una parte o dall'altra.
Circa il loro comportamento elettorale, spicca la scarsa affluenza alle urne: nel 2010, soltanto il 31,2% dei registrati ha votato, una percentuale di molto inferiore a quella degli afroamericani (44%) e dei bianchi (48,6%). Secondo il Pew Hispanic Center, due sono le cause principali dell'astensionismo latinoamericano. In primo luogo, i giovani sono soliti essere meno propensi ad andare a votare e, fra la popolazione di origine latinoamericana, la gioventù ha un grosso peso demografico (il 33% dei potenziali elettori latinoamericani ha tra 18 e 29 anni; in confronto al 18% che si registra fra i votanti bianchi, al 21% degli asiatici e al 25% degli afrodiscendenti). In secondo luogo, quasi la metà dei potenziali elettori latinoamericani vive in California e Texas, Stati che non sono stati campi di battaglia decisivi nelle recenti elezioni presidenziali, il che ha avuto come conseguenza in questi Stati un’attenzione nei confronti dell'elettorato latinoamericano relativamente scarsa.
Anche altri elementi spiegano la minore attenzione dei politici verso il voto dei latinoamericani. Per esempio, in Florida si è votato sulla legalizzazione della marijuana. In questo Stato, i latinoamericani sono più del 17% dei potenziali elettori. Ma sulla questione marijuana si dividono quasi a metà, come del resto fa l'elettorato medio. Una situazione simile si è registrata anche sul tema dell'aborto in Colorado, dove i latinoamericani costituiscono il 14,2% dei potenziali votanti. In Alabama e Washington si è deciso sul controllo delle armi, che è ben visto dai latinoamericani (62%) in misura assai superiore alla media dell'elettorato (45%). In questi Stati, però, i latinoamericani rappresentano l'1,6% e il 6,1% dei potenziali elettori. In altri Stati, per diverse ragioni, non aveva senso investire per conquistare il voto latinoamericano. Tuttavia, questa analisi è basata sull'offerta politica, sulle reazioni del mercato elettorale ai "prodotti politici" e agli incitamenti dei grandi partiti e dei loro leaders. Gli elettori, però, possono avere delle motivazioni per votare o meno che nulla hanno a che vedere con gli inputs dei politici. Questi motivi possono essere presunti quando il comportamento elettorale medio viene analizzato ai fini di individuare le differenze in base alla nazionalità di origine. Quasi la metà dei cubani registrati vota. Tra i messicani, soltanto il 28,7%. È presumibile che la media tra i centroamericani sia inferiore a quella dei messicani, tenendo conto che solo il 34% dei messicani que risiedono negli Stati Uniti è nato all'estero, situazione nella quale si trova il 47% dei nicaraguensi, il 60% dei salvadoregni, il 65% dei guatemaltechi e il 78% degli honduregni. Il maggiore o minore grado di integrazione legale di un gruppo nazionale nel suo insieme può essere un fattore influente sull'uso del diritto di voto. E tale inserimento, probabilmente, influisce anche sulle preferenze politiche di ciascun gruppo.
Per chi votano: democratici o repubblicani?Si stima che il 62% dei latinoamericani abbia votato per i democratici, il che evidenzia una chiara preferenza se si considera che solo il 38% dei bianchi li ha votati. Tuttavia, tale preferenza è minore di quella espressa dagli afroamericani, pari all'89%, che da molti anni costituiscono la base fedele ai democratici.
Negli ultimi anni, il Sud si è polarizzato in modo inverso rispetto al passato: i bianchi per i repubblicani e i neri per i democratici. Il voto dei latinoamericani è diviso tra un apprezzamento – forse, in diminuzione – verso i repubblicani e una dubbiosa predilezione per i democratici, basata sul loro approccio benevolo verso gli immigrati. Nel segreto dell'urna sono combattuti fra il senso di gratitudine per la lontana amnistia che Reagan concesse negli anni '80 e la scommessa sulla veridicità delle attuali promesse dei democratici di una riforma migratoria che includa una prospettiva di cittadinanza per milioni di indocumentados.
Nella misura in cui i latinoamericani sono più vicini ad immigrati illegali, più essi tendono ad orientarsi verso i democratici. Ciò si deve, in parte, al fatto, che, secondo i sondaggi, essi ritengono i democratici in grado di occuparsi meglio di immigrazione, economia e politica estera, mentre, dall'altra, accusano i repubblicani di aver bloccato la riforma migratoria. È una simpatia che si mantiene, ma che ha una certa fragilità, visibile nel 63% dei latinoamericani che non approva la politica di espulsioni di Obama, fatto comprensibile in un contesto in cui una persona su quattro ha un conoscente che è stato espulso o detenuto ai sensi dall'ICE (Immigration and Customs Enforcement) nel 2013. Tale simpatia si è vista nel voto per eleggere i governatori degli Stati. I latinoamericani hanno votato per i democratici in misura maggiore rispetto alla media di ogni Stato: in California il 73% rispetto al 59%, in Florida il 58% rispetto al 47%, in Georgia il 53% rispetto al 45%, a New York il 69% rispetto al 54% e in Texas il 55% rispetto al 39%. I repubblicani osservano il consenso dei latinoamericani verso i democratici con estremo timore e da posizioni contrastanti, anche polarizzate tra coloro che scommettono di ribaltare questa situazione e far proprio l'appoggio latinoamericano, e coloro che vogliono dissolverlo attraverso le espulsioni. L'allineamento partitico degli immigrati – per nazionalità e religione – è sempre stato una costante del sistema politico statunitense. Scozzesi e irlandesi presbiteriani formarono una triade indissolubile con i repubblicani della Virginia fra il 1800 e il 1824. Elessero tre presidenti: Jackson, Polk e Buchanan. Gli irlandesi cattolici sono stati base sociale fedele ai democratici per oltre un secolo.
Una vasta maggioranza di tedeschi appoggiò i democratici prima del 1850 e quindi, in un tira e molla pieno di attriti – ma con l'opzione anti-schiavista come denominatore comune –, Lincoln li conquistò portandoli alla causa repubblicana. Tra il 1881 e il 1890, arrivarono negli Stati Uniti 1.451.970 tedeschi e, insieme a molti dei loro predecessori, essi diedero un sostegno leale che permise ai repubblicani di conquistare e mantenere la Casa Bianca dal 1896 al 1930. Gli scandinavi – soprattutto norvegesi e svedesi – erano di base democratici, ma la Guerra Civile li spinse verso i repubblicani per le stesse ragioni dei tedeschi: lotta alla schiavitù, predilezione per la vita di campagna e attento corteggiamento da parte dei politici repubblicani.
Doppia moralità: quella del "padre severo" e quella dei "genitori premurosi"Da dove viene questa preferenza latinoamericana per i democratici, quali prospettive di sostenibilità presenta nel medio periodo e cosa implica per le aspettative di regolarizzazione dei milioni di latinos senza documenti?
L'esperto di linguistica cognitiva George Lakoff ritiene che nell'approccio ai temi migratori si sia imposta tra i repubblicani una spinta più conservatrice, mentre tra i democratici prevalgano inclinazioni più liberali. La polarizzazione del voto del Sud può essere considerata un indicatore in tal senso. Cosa significa ciò secondo Lakoff? Questi distingue tra Strict Father morality e Nurturant Parent morality: cioè, la moralità del padre severo e quella del genitore premuroso.
Le posizioni sulle politiche pubbliche sono modellate dal tipo di moralità che le sottende. Lakoff lavora su schemi mentali che inquadrano il pensabile. Nell'affrontare il tema dell'immigrazione, coloro che pensano nel quadro cognitivo del padre severo partono dal fatto, per loro incontrovertibile, che gli immigrati illegali hanno infranto la legge e, quindi, devono essere puniti. Coloro che li contrattano non fanno altro che assecondare il proprio interesse, cosa pur necessaria e per questo non si può dire che stiano facendo qualcosa di male. Dal punto di vista della metafora della nazione vista come una grande famiglia, gli immigrati illegali non sono cittadini. Per questo gli statunitensi possono dire: non sono figli della nostra famiglia. Sperare che forniamo cibo, casa e cure mediche agli immigrati illegali è come sperare che si dia da mangiare, dormire e cure ad altri bambini del vicinato che entrano a casa nostra senza permesso. Essi non sono stati invitati, non hanno niente da fare qui. E noi non abbiamo la responsabilità di farcene carico. Grosso modo, questa posizione riflette la prospettiva di molti statunitensi e in modo particolare della parte bianca che è diventata base sociale dei repubblicani, settore che si oppone ai benefici federali per i nuovi arrivati e crede con fermezza che gli adolescenti centroamericani che beneficiano della DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) o di altri provvedimenti, siano entrati negli Stati Uniti giusto per insediarsi nei loro Stati.
Secondo la moralità dei genitori premurosi, gli immigrati, persone senza potere e privi di cattive intenzioni, sono visti come bambini innocenti bisognosi di cure. La maggioranza degli immigrati illegali rientra in questa categoria. Essi sono visti come povera gente innocente in cerca di miglior vita, spesso sfruttati, come quando, ad esempio, vengono portati negli Stati Uniti da datori di lavoro disposti a violare le leggi pur di incrementare i propri profitti. Inoltre, essi rendono possibile l'incremento della base tributaria, consentendo così alle famiglie della classe media di avere due entrate, con cui possono provvedere alla pulizia della casa, all'assistenza dei bambini, al giardinaggio e al fast food, a basso costo. E dato che, storicamente, gli immigrati illegali hanno finito per diventare cittadini, essi dovrebbero essere visti come cittadini in via di formazione.
Nella metafora della nazione concepita come una famiglia, lasciare questi "bambini" per strada sarebbe immorale.
Reagan e Bush: padri severi; Obama: padre premurosoCiò che Lakoff vuole sottolineare con questa distinzione è che i politici non stanno facendo minimamente un calcolo dei costi-benefici o, più semplicemente, si lasciano indicare il cammino da coloro che si afferrano a questo calcolo. La morale radicata nelle agende conservatrici e liberali è ancorata a determinati schemi mentali. Lakoff evidenzia come i politici creino – e vendano al grande pubblico – immagini che fanno riferimento a questi schemi, che spesso nulla o poco hanno a che fare con ciò che gli stessi politici mettono poi in pratica. Assumendo il ruolo di padri severi, Reagan e Bush gridavano contro lo spreco dei democratici, mentre al tempo stesso aumentavano le spese militari, facendo salire di 3 mila miliardi di dollari il debito nazionale. La spinta liberalizzatrice è servita a ridurre le tasse per i più ricchi. In realtà, quanto sperperato per spese militari e la riduzione delle tasse non erano coerenti con la loro insistenza su di una politica di austerità e ordinamento fiscale. Queste incoerenze, tuttavia, non fecero sì che Reagan si sentisse immorale o imbonitore, perché esse non erano tali dal suo punto di vista: erano guidate dal suo ruolo di padre severo che adotta misure drastiche per proteggere la propria famiglia-nazione, minacciata dal comunismo. Oggi, questa famiglia-nazione appare minacciata dal terrorismo e dal narcotraffico. Niente di più coerente con l'idea che i padri severi innalzino muri alle frontiere e rafforzino la vigilanza. La loro preoccupazione si nutre di “studi” che dimostrano come i mareros (cioè, i componenti delle maras, cioè le bande giovanili; in altri Paesi conosciuti anche come pandilleros, da pandilla, ndr) siano gruppi addestrati da terroristi in Afghanistan, intenti ad aprire corridoi per trasportare droga e migranti dal Sudamerica fino a Los Angeles.
La battaglia ideologica nella politica di partito si sviluppa, in parte, nella concorrenza fra chi vende un'immagine più appetibile – nel quadro del pensiero dominante – al proprio elettorato. Se è pur vero che né i democratici, né i repubblicani possono essere pienamente identificati con uno di questi quadri di riferimento, è altrettanto ovvio che i discorsi di Obama sono quelli di un “padre premuroso”, mentre quelli dei repubblicani sono propri di un “padre severo”. A ciò va aggiunto che dalle fila repubblicane sono usciti i più hollywoodiani paladini della xenofobia: lo sceriffo Joe Arpaio, la governatrice Jan Brewer e il senatore Russel Pearce, tutti dell'Arizona. Questi e molti altri rappresentano il lato più sgradevole del padre severo e presumibilmente quanti li hanno eletti – Arpaio è ormai al suo sesto mandato come sceriffo della contea di Maricopa – si sentono rassicurati da tale volto.
Il problema è che quanti votano la pensano diversamente. I discorsi fatti con il linguaggio del padre severo possono raccogliere molti voti nella nicchia conservatrice WASP (White, Anglo-Saxon Protestant; cioè, bianchi, anglosassoni e protestanti, ndr), ma pochi in altri ambiti. Forse, questo discorso cerca di preservare la base repubblicana conservatrice del Sud e, al contempo, di tradursi in provvedimenti politici che frenino la crescita della base democratica.
La paura dei piccoli numeriPer quanto riguarda il mantenimento della base conservatrice del Sud, il discorso fa appello ad un tipo di paura analizzata otto anni fa dall'antropologo indiano Arjun Appadurai nel suo La paura dei piccoli numeri (in realtà, si tratta di un capitolo del libro edito in italiano con il titolo “Sicuri da morire”, Meltemi Editore, 2005; ndr), un libro molto profondo che studia il timore che le minoranze etniche suscitano nei gruppi dominanti che percepiscono questi “altri” come una minaccia alla purezza etnica, razziale e culturale che mina l'essenza stessa della nazione. Un narcisismo predatore cerca di porre fine a queste differenze, che sono macchie nell'immacolato tessuto nazionale.
Appadurai analizza l'eliminazione violenta di tali differenze. Ma gli etnocidi sono solo l'aspetto più tragico di queste operazioni di pulizia. Ce ne sono altri: il freno alle migrazioni, l'esilio geografico di gruppi etnici, l'integrazione, e così via. Alcuni politici repubblicani indirizzano il proprio discorso contro l'immigrazione a quanti si aggrappano a questo narcisismo nazionalista.
Per quanto riguarda il mantenere stabile o diminuire la base democratica, i repubblicani possono coltivare un timore. In questo caso, non verso piccoli numeri, bensì verso numeri molto grandi e crescenti dell'elettorato latino e del suo potenziale futuro.
Vediamo alcuni dati che possono motivare tali paure. I latinoamericani sono l'11% dei potenziali elettori negli Stati Uniti. In Texas sono il 27,4%, superati solo dal New Mexico dove sono il 40,1%. Tuttavia, il Texas rappresenta il 7,5% dei cittatini in età di voto. È una piazza forte dove i latinoamericani, grazie ad una regolarizzazione di massa, potrebbbero diventare l'ago della bilancia, in quanto essi, in Texas, rappresentano il 38,2% della popolazione e, di conseguenza, una regolarizzazione aumenterebbe il loro peso elettorale. Il Texas è uno di quegli Stati dove esiste un enorme divario tra la percentuale di latinoamericani sul totale di abitanti (17%) e la percentuale degli stessi sul totale dei potenziali elettori (11%).
Texas, California e Nevada sono gli unici Stati dove tra le due categorie ci sono più di dieci punti percentuali. Il Nevada, tuttavia, è uno Stato che non raggiunge i 2 milioni di votanti. Mentre la California è una piazza forte dei democratici.
Texas: una terra contesaCon i suoi 26 milioni di abitanti, 16,5 milioni elettori e 9,96 milioni di latinoamericani, il Texas è un cangiante campo di battaglia. È il secondo Stato più popoloso dell'Unione e, forse, l'unico dove la legalizzazione di massa dei latinoamericani potrebbe produrre una sostanziale differenza, qualora tutti gli altri fattori rimanessero costanti; e, più di ogni altro fattore, la propensione dei latinoamericani verso i democratici.
Se il 70% dei latinoamericani in Texas fosse costituito da potenziali elettori, come accade a livello nazionale su tutta la popolazione statunitense, dopo una regolarizzazione ci sarebbero 2 milioni e 432 mila latinoamericani in più con diritto di voto. In caso di un'ipotetica amnistia migratoria rispetto all'attuale popolazione, i potenziali elettori latinoamericani passerebbero da 4 milioni e 540 mila a 6 milioni e 972 mila in cinque anni o poco più. Se a questi sommassimo i nuovi elettori latinoamericani che si aggiungerebbero in ragione della loro maggiore età anagrafica, l'impatto dell’amnistia si moltiplicherebbe.
Supponiamo che solo il 60% di questi 2 milioni e più eserciti il proprio diritto elettorale. Avremmo 1.459.200 nuovi voti, quantità più che sufficiente perché il Texas cessi di essere una piazza sicura per i repubblicani per convertirsi in un terra contesa, come la Florida, il Colorado e l'Arizona, per citare solo quegli Stati con una forte presenza latinoamericana e molto popolosi. A loro volta, se si verificassero le stesse variazioni, questi Stati smetterebbero di essere territori combattuti per diventare piazze forti democratiche. L'effetto che questa rivoluzione democratica avrebbe in decine di seggi elettorali è prevedibile: in base alle attuali simpatie dei latinoamericani, il Congresso si colorerebbe per molti anni di un blu democratico, forse per decenni. La situazione sarebbe alquanto disperata per i repubblicani se i nuovi votanti – per gratitudine, per esempio – eleggessero i democratici anche in percentuale maggiore di quello che attualmente già fanno i latinoamericani. I due Stati più popolosi – California e Texas – diventerebbero proprietà politica indiscussa dei democratici.
12 milioni... di repubblicani o democratici? Prendiamo le elezioni presidenziali del 2012. Le hanno vinte i democratici con 65,9 di voti contro i 60,9 milioni dei repubblicani. Se il 65% – anziché l'attuale 44,6% – dei quasi 53 milioni di latinoamericani, dopo l'amnistia migratoria e gli anni necessari per ottenere la cittadinanza, fossero potenziali elettori, ci sarebbero 10.773.800 potenziali elettori in più. Supponendo che, di essi, solamente la metà eserciti il proprio voto, secondo le preferenze manifestate dai latinoamericani nel 2012 (69% per Obama e 21% per Romney), questi nuovi elettori darebbero come risultato 69,6 milioni di voti per i democratici e 62 milioni per i repubblicani. La proiezione di questo scenario sulle future elezioni preannuncia il fatto che i repubblicani potrebbero passare decenni senza accedere alla corrispondenza dello studio ovale. È chiaro che si richiede la confluenza di molti elementi per far sì che tale scenario potenziale diventi realtà. Ma la politica è l'arte del possibile e, per questo, ciò che importa non è quanto succederà realmente, bensì gli scenari possibili che i politici immaginano e accumulano come materia prima per i loro calcoli. E questo è uno scenario che può avere molto seguito tra i repubblicani più conservatori, dato che scaturisce dalla paura – e che a sua volta la moltiplica – di essere ridotti a piccoli numeri. Forse, più di altre categorie, quella dei politici vive nella caverna platonica, formando le proprie opinioni in base alle apparenze. Ed è proprio una caratteristica della vita politica che le percezioni pesino tanto o comunque di più delle condizioni oggettive: la percezione di un reato anziché l'indice di criminalità, l'opinione su una gestione anziché gli obbiettivi raggiunti, l'immagine dei corrotti più che gli atti di corruzione. Come ben sapeva e diceva Voltaire, la calunnia si lascia sempre qualcosa alle spalle.
Questo mondo di percezioni è il campo dove confluiscono la paura di alcuni WASP di diventare minoranza e il timore dei repubblicani di rimanere confinati nel ruolo di grandi secondi per un lungo periodo di tempo o, addirittura, di vedersi estinti come partito.
Nel 2007, durante un dibattito in compagnia di Gayatri Chakravorty Spivak, la filosofa statunitense Judith Butler disse: «Una delle cose che preoccupa del movimento per la legalizzazione, per come si sta articolando di questi tempi, è che potrebbe creare 12 milioni di repubblicani, cosa che non credo che accada. Ma non c'è nulla che lo impedisca». I repubblicani temono che questo movimento crei 12 milioni di democratici, il che è altamente improbabile, ma che ha precedenti storici. Può essere lo scenario che i repubblicani vogliono evitare a tutti i costi. L'approccio di alcuni repubblicani ha rafforzato il nativismo, nello stile più rustico dei Know-Nothings, uno dei movimenti più curiosi della storia degli Stati Uniti.
Il Know-Nothing Party: un movimento anti-cattolicoL'immigrazione negli Stati Uniti era continua e sostenuta. La novità che allarmava la popolazione WASP, bianca, anglosassone e protestante, era l'enorme percentuale di cattolici tra gli immigranti. Più di un terzo di quelli arrivati tra la fine del decennio 1830-1840 e quasi la metà dei 1,7 milioni giunti tra il 1841 e il 1850 erano cattolici irlandesi. Insieme a quanti arrivarono nel decennio del 1860, formavano un quadro dove la metà – o quasi tre quinti – degli immigranti erano cattolici.
Manipolando abilmente il panico suscitato da questa incipiente tendenza nel panorama religioso nacque un movimento nativista e anti-cattolico, popolarmente noto come il Know-Nothing Party (ufficialmente denominato American Party), iniziato come una sorta di società segreta, tanto da meritarsi quell'ironico appellativo, giacché quando i suoi membri venivano interrogati sulle attività del movimento, questi invariabilmente rispondevano “I know nothing” (“Non so nulla”, ndr) . I suoi membri di secondo livello si impegnavano mediante giuramento – a seconda delle rispettive possibilità – a mandare via tutti gli stranieri e i cattolici dagli uffici governativi. I loro propositi dichiarati erano controllare l'influenza straniera, purificare le urne elettorali e contrastare i tentativi di escludere la Bibbia dalle scuole pubbliche.
Gli storici hanno identificato tre componenti nel nativismo americano: la xenofobia, l'anticattolicesimo – con radici nelle rivalità religiose e nazionali europee – e il razzismo, nutrito dalla convinzione della supremazia razziale anglosassone. A ciò si aggiungono il suo carattere ricorrente, il suo fondamento nella fede che la società può e deve assimilare gli immigrati, il suo uso e abuso da parte della destra radicale. Agli inizi del XIX secolo, assimilazione significava – in luoghi come Newark – rispettare il Sabbath della maggioranza presbiteriana, che non solo disapprovava il consumo domenicale di birra, ma che lo aveva dichiarato illegale. La passione per la birra dei nuovi arrivati tedeschi urtava contro questa ordinanza puritana.
Assimilazione significava anche che i tedeschi non dovevano celebrare le messe nella loro lingua e che gli irlandesi dovevano rinunciare alle loro processioni tipicamente cattoliche. Fino a metà del XIX secolo, per punire la loro riluttanza ad abbandonare i propri costumi, durante la processione del giorno di San Patrizio, era consuetudine che dei vandali impiccassero una effigie del santo, con un rosario di patate al collo ed una bottiglia di whisky nel taschino.
Samuel Morse e la sua furia contro i cattolici Condivisa dalla parte dominante della popolazione, la furia nativista non era cosa nuova. Nel 1754, all'apice dello slancio nativista a Filadelfia, ci furono iniziative di legge per escludere quasi tutti gli immigrati tedeschi. Successivamente, alcune iniziative xenofobe si focalizzarono sulla richiesta di 21 anni di residenza negli Stati Uniti per ottenere la nazionalità. Tale fu lo slogan della campagna elettorale del Partito Nativista nel 1834. A New York, uno dei primi attacchi di stampo nativista fu condotto da Samuel Morse, noto oggi come l'inventore del telegrafo, ma all'epoca più famoso come politico che cercava di limitare l'immigrazione dai paesi cattolici. Samuel era figlio del reverendo Jedediah Morse di Charlestown, il quale, terrorizzato dall'arrivo di tedeschi cattolici, aveva pronunciato un sermone contro i Bavarian Illuminati. Nel 1834, con lo pseudonimo di Brutus, Morse pubblicò sul New York Observer dodici lettere che in seguito raccolse in un libro intitolato Foreign Conspiracy Against the Liberties of the United States (La cospirazione straniera contro le libertà negli Stati Uniti, ndr), opera che conobbe una notevole diffusione fino al decennio del 1860. In quest'opera, Morse attaccava la fondazione austriaca Leopold per il suo deciso sostegno ai missionari e ai poveri della chiesa cattolica nel Nuovo Mondo, esortando all'unificazione del protestantesimo contro le scuole e le associazioni cattoliche e le tolleranti leggi sull'immigrazione.
La chiesa cattolica veniva presentata come un insieme di preti e prelati, in cui i laici dovevano solo obbedire e pagare, ma senza esercitare alcun tipo di autorità. «Possiamo stare sicuri – diceva Morse – che uomini così abili come i gesuiti non falliranno nell'usare il potere riposto nelle loro mani per creare grave danno alla Repubblica». Il polemico volume di Morse cadeva sul terreno fertile dell'avversione che l'arrivo degli irlandesi stava già suscitando nella Grande Mela e diede la carica ideologica che alimentò il fuoco con cui folle inferocite uccisero cattolici, bruciarono case di irlandesi, ridussero in cenere vari conventi e chiese, e gettarono monumenti nel fiume Potomac, compreso uno storico omaggio papale.
Nel 1855, William Russel Smith, congressista del Know-Nothing dell'Alabama, si rivolse ai suoi colleghi con queste parole: «Io non impedirei agli stranieri di giungere alle nostre coste, ma voglio avere il privilegio di selezionarli in base alla loro classe. Non voglio i delinquenti parassiti del continente europeo. Non voglio che una moltitudine di poveri, affetti da pestilenze sulla loro pelle e affamati nelle loro gole, consumi il pane quotidiano dei nostri poveri nativi. La carità inizia in casa e proibisce l'arrivo di questi vampiri sbandati e piagnucolosi. Il nemico è fortissimo. È per questo che ogni nativo deve adempiere al proprio compito e che ciascun protestante sia una sentinella sulle torri di guardia della libertà».
Per americanizzare e cristianizzare i cattoliciDietro queste iniziative ed invettive c'era una società civile rigorosa e intraprendente, fondata in gruppi che Tocqueville elogiò per essere la garanzia necessaria contro la tirannia della maggioranza.
La Louisiana Native American Association anticipò di quasi due decenni le denunce del congressista Russel Smith. Nel 1826, i protestanti della costa orientale fondarono la American Home Missionary Society per diffondere i valori e le tradizioni dell'est degli Stati Uniti e per salvare l'ovest dal cattolicesimo, in quanto temevano che gli agenti di Roma fossero decisi ad estendere i domini papali e il loro credo monarchico, a danno degli ideali repubblicani del protestantesimo.
Nel 1844, The Boston Ladies' Association for Evangelizing the West mostrò la propria preoccupazione per la situazione di irlandesi, tedeschi e scandinavi. Si domandava se la morale, la religione e la cultura del New England sarebbero potuti fiorire nelle praterie occidentali, dove proliferava l'erba cattiva e nociva dell'ateismo, del radicalismo, del cattolicesimo e dell'intemperanza dei nuovi arrivati, le cui idee puramente negative contrastavano con le idee libertarie americane. Bisognava, dunque, americanizzare e cristianizzare i cattolici. Per far sì che i fedeli aprissero i loro portafogli, i pastori e i missionari del New England non esitarono a dipingere un affresco degli insediamenti dell'Est rovinati dalla barbarie. Le antiche colonie mostravano un sentimento di superiorità nei confronti dei nuovi arrivati. Come osservò lo storico George M. Stephenson, nel 1922, tutti parlavano di loro, ma nessuno a loro.
Un sintomo della paura di vedersi ridotti a piccoli numeri Echi recenti di queste paure e di questo manicheismo si possono trovare nelle due opere che più fama hanno dato a Samuel Huntington, il politologo di Harvard ormai scomparso: The Clash of Civilizations (tradotto in italiano con il titolo Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 2000; ndr) e Who are we?.
Secondo Edward Said, la prima opera è il maldestro ingrossamento, fino a trasformarlo in libro, di un articolo in cui Huntington sostiene che le cause fondamentali dei conflitti mondiali non verranno da motivazioni ideologiche o economiche, ma si svilupperanno sul terreno culturale, e che lo scontro tra civiltà dominerà una politica globale segnata dalla lotta tra il Nord liberale, democratico e in gran parte cristiano, e una politica secolarizzata, con il Sud e l'Est autocratici, in gran misura islamisti e con modelli di governo direttamente o indirettamente teocratici.
Who are we? è una riflessione sull'identità WASP degli statunitensi, che presenta in forma raffinata e sistematica timori popolari di fronte all'immigrazione dei latinoamericani: sono principalmente cattolici, sono poveri in un paese con ampia classe media e hanno mostrato poca capacità e volontà di adattamento che, come minimo, prevederebbe l’abbandono della lingua spagnola e la rinuncia ai matrimoni endogeni e alle loro usanze esotiche.
La massiccia presenza e la crescita dei latinoamericani rappresentano una sfida per il credo fondativo e per il nucleo culturale statunitense. Una sfida all'identità nazionale. Persino i conservatori latinoamericani, come Enrique Krauze nel suo Huntington: el falso profeta, hanno criticato la sua visione, ritenuta più sibillina che scientifica. Krauze ribatte a ciascuna delle tesi di Huntington – pur concedendo che «la migrazione dovrà arrestarsi ad un certo punto e anche regredire» – con uno zelo degno di miglior causa. Le tesi di Huntington formano un discorso che si serve delle immagini e categorie di un quadro di riferimento conservatore e fanno appello allo “inconscio cognitivo” dei più timorosi per creare obiettivi, piani, azioni e giudizi. Questo discorso è un sintomo di un gruppo sociale – e di un settore accademico – guidato dalla paura di vedersi ridotto a piccoli numeri, ad essersi sommerso e diluito in un mare di estranei.
I nativisti del XIX secolo facevano appello con notevole successo a questi quadri di riferimento. I loro sforzi plasmarono il Native American Party, nato come American Republican Party, nel 1843. Due anni dopo, l'American Party dei Know-Nothings ottenne notorietà e, poco a poco, divorò il corpo dell'Order of United Americans, suo gemello ideologico. Crebbe e svanì come la schiuma. Nel 1850, l'American Party aveva un consiglio esecutivo in ogni Stato e territorio. In soli quattro mesi – dall'ottobre 1854 al febbraio 1855 – il partito passò da 50 mila a 120 mila iscritti. A New York, la propensione a proibire o permettere scuole cattoliche poteva favorire o affondare una carriera politica. Nel 1854, i governatori del Massachusetts e della Pennsylvania erano Know-Nothings, così come tutti i membri del senato del Massachusetts e 375 su 379 dei suoi rappresentanti. L'anno successivo, i Know-Nothings governavano Rhode Island, Connecticut, New Hampshire, California e Kentucky, e poco dopo anche Tennessee e Louisiana. Non meno di 100 congressisti condividevano i punti di vista dell'American Party.
Perché vinsero i nativisti in Massachusetts? La schiacciante vittoria di queste idee in Massachusetts divenne proverbiale per gli storici. Vari fattori la spiegano. Nella costa Est, solo New York e New Orleans potevano competere con Boston come vie di accesso per i nuovi immigrati. In soli cinque anni (1850-1855) il numero di stranieri sul totale della popolazione bianca passò dal 16,6% al 21,79%, in maggioranza irlandesi, dal momento che sebbene in tutti gli Stati Uniti i nati in Irlanda fossero il 43%, in Massachusetts erano il 71,41%. Per la prima volta, il voto degli irlandesi diede una possibilità ai democratici, in quello che era stato un bacino di consensi per i Whigs, il partito rivale dei democratici, la cui disintegrazione a metà del XIX secolo lasciò campo aperto a nuovi giocatori e singolari combinazioni di nativisti, conservatori e antischiavisti.
Proprio per la loro enorme dimensione ed il loro ampio ventaglio programmatico, i Whigs si divisero in diverse correnti nell'affrontare i temi caldi del momento: i cambiamenti socio-economici causati da una rapida industrializzazione e urbanizzazione, gli scontri tra le diverse anime del partito – schiavisti nel Sud e favorevoli al lavoro libero nel Nord – e la conciliazione tra il lavoro libero proprio del capitalismo con l'autogoverno popolare, nel contesto di un boom di immigranti plebei.
I Know-Nothings offrivano una piattaforma semplice, focalizzata sul tema dell'immigrazione come capro espiatorio. Un'offerta capace di unificare il protestantesimo anti-cattolico e xenofobo, che permise loro di assorbire la parte più conservatrice dei Whigs.
Soprattutto in Massachusetts, c'era molta prevenzione e abbondavano le prove contro il loro capro espiatorio: i lavoratori nativi temevano che l'affluenza di irlandesi attentasse ai salari industriali in Massachusetts, dove essi superavano la media nazionale.
Nel 1851, lo Stato del Massachusetts investì una fortuna (212 mila dollari) per aiutare le famiglie povere prive di residenza legale. Dei 10.267 richiedenti, 8.527 erano stranieri o figli di stranieri. Il censimento del 1850 mostrò come nessun altro Stato raggiungesse il peso che per il Massachusetts rappresentava l'aiuto agli stranieri più poveri.
Questi rappresentavano solamente il 16,6% della popolazione, ma, allo stesso tempo, il 53,5% dei delinquenti. Tutte queste circostanze concorsero ad accrescere il sentimento di ansia, che faceva il paio con l'oratoria nativista dei Know-Nothings.
Anche in Louisiana, le vittorie dei Know-Nothings – e la loro capacità di far propria la base sociale dei Whigs, frammentati in una caotica miriade di gruppi a causa del dibattito sulla schiavitù –, furono travolgenti e si attribuiscono alla risonanza che il messaggio nativista ottenne nello Stato che registrava una più alta percentuale di stranieri nel Sud.
Il Tea Party, oggi, incarna quelle ideeLa preponderanza dei Know-Nothings nello scenario politico fu effimera. Fra il 1857 e il 1860, conobbero una repentina uscita di scena. Quando il tema della schiavitù divenne il principale spartiacque dell'opinione pubblica e dell'offerta programmatica dei partiti, il dibattito dell'American Party perse rilevanza ed il loro desiderio di soddisfare i principali protagonisti della disputa finì per frammentarli.
Si integrarono ai partiti che erano sopravvissuti. Una percentuale nient'affatto disprezzabile (28%) dei voti che Lincoln raccolse nel 1860 in Massachusetts venne addirittura da ex Know-Nothings. E, sebbene alcuni sostengano che quei voti fossero solo una piccola parte del totale dei Know-Nothings, è provato che tra i primi repubblicani vi fossero connotati nativisti, la qual cosa non risparmiò tensioni nell'approccio tattico all'American Party. Secondo un'altra interpretazione, il loro declino si produsse proprio per il troppo successo: i Know-Nothings sono stati identificati come uno dei principali fattori alla base della drammatica riduzione del flusso migratorio che ebbe luogo nella seconda metà del decennio del 1850, essendo nel 1855 meno della metà rispetto all'anno precedente e passando da 425.833 a 121.282 nel 1859.
Il nativismo ha avuto molte riedizioni. L'ondata di odio contro i giapponesi all'inizio del XX secolo fece sì che gli storici parlassero di una rinascita dello spirito Know-Nothing. E sempre agli inizi del XX secolo, il nativismo contava su strascichi dal secolo precedente: la United Order of American Mechanics, la Junior Order of American Mechanics e la Patriotic Order of Sons of America. Tutti questi avevano militanti esclusivamente nativi e piattaforme politiche che coincidevano con il pensiero Know-Nothing. Oggi, il Tea Party è visto come la più fresca reincarnazione dell'American Party.
Il Tea Party ha ritirato fuori dalla cassa delle anticaglie il requisito dei 21 anni di residenza per ottenere la cittadinanza e il rifiuto della stessa ai figli di indocumentados che nascano in territorio statunitense. L'appoggio del Tea Party alle leggi anti-immigrazione dell'Arizona e dell'Alabama è stato cruciale. La forza del sentimento anti-immigrati che incarna non può essere trascurata.
Nonostante la loro retorica incendiaria, alcune delle aspirazioni dei Know-Nothings appaiono piuttosto modeste. Uno dei militanti del tempo, proprietario di schiavi, dichiarò: «Il nostro errore fu non aver convertito in reato il trasferimento di un irlandese quando codificammo come pirateria portare un africano». L'attuale legge contro il traffico illegale di persone – fortemente appoggiata dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) – rappresenta la realizzazione del sogno di quello schiavista xenofobo. La storia ha posto qualche decennio tra noi e i Know-Nothings. Ma alcuni dei loro sogni più rosei si sono realizzati.
La morale della favola dei Know-Nothings è che la piattaforma politica di opposizione ai migranti è molto debole. Il suo successo ha limiti spazio-temporali molto ristretti. La xenofobia come piattaforma politica può portare ad un harakiri politico. I partiti nativisti vanno scomparendo, ma i danni causati durante la loro rapida apparizione possono essere immensi.
Negare il diritto di voto: una discriminazione legalizzataIl nativismo sopravvive in una delle strategie che fino ad oggi i repubblicani hanno adottato per impedire che diventi realtà la loro paura di essere ridotti a piccoli numeri. Si è sbagliato Wallerstein quando, nel 2012, riportò un'affermazione di Jeb Bush con la quale era d'accordo: «A meno che i repubblicani non collaborino alla riforma migratoria, non potranno contare di vincere le elezioni nazionali (e quelle in molti Stati)». Perché Bush e Wallerstein si sono sbagliati? Perché i repubblicani hanno fatto ricorso a vecchie modalità di manipolazione dei numeri in modo da rendere gli immigrati più o meno influenti. È una strategia di antica tradizione. Nel 1849, il governo della California aveva la potestà di decidere chi avesse il diritto di voto: tutti gli uomini bianchi cittadini degli Stati Uniti e tutti gli uomini bianchi cittadini del Messico, secondo quanto stabilito dal trattato Guadalupe Hidalgo. Nello stesso anno, nel New Mexico, che allora includeva l'Arizona, la élite dei latinoamericani restrinse la cittadinanza in terra statunitense agli uomini bianchi liberi. Anche in Texas il tema del suffragio si era risolto mediante la distinzione tra “messicani bianchi” e “messicani indios”, considerando i primi come discendenti degli spagnoli e i secondi come figli di Moctezuma.
È certo che queste forme di discriminazione così spudorate appartengano al passato. Tuttavia, persistono sotto altre spoglie. Anche se in forme differenti, la stessa cosa continua a succedere con i neri, soprattutto in Florida. Con la differenza che là, però, si ha la certezza di chi sia il vero danneggiato, giacché è risaputo che l'89% degli afroamericani tende a votare per i democratici.
Florida: il razzismo legalizzatoIn Florida, un nero su tre ha precedenti criminali e questo Stato è uno dei sette che nega agli ex detenuti il diritto di voto non appena usciti dal carcere. Fra 400 e 600 mila adulti, in Florida, sono stati privati del diritto di voto per precedenti criminali. In Maine e Vermont si permette, persino, di votare ai reclusi. Se gli ex detenuti avessero votato del 2002, Al Gore avrebbe vinto in Florida con un margine di 60 mila voti e, con ciò, la Presidenza.
Abbiamo qui un esempio di un altro tipo di vittoria del populismo punitivo. Negare questo diritto agli ex detenuti – soprattutto, sapendo che essi appartengono ad un gruppo sociale discriminato – equivale ad una soppressione parziale della cittadinanza. Ciò riporta alla memoria il parlamento di un personaggio di Chester Himes in Cotton comes to Harlem(tradotto in italiano con il titolo Soldi neri ladri bianchi, Marcos y Marcos, 1996, ndr): «Dovrei entrare lì e dire a quel vecchio colonnello: vuole che torni nel Sud, vero? E lui risponderebbe: esatto, ragazzo. Ed io: mi lascerà votare? E lui: ovvio, ragazzo, vota pure tutto quello che vuoi, a patto che non metti i tuoi voti nelle urne».
Per questo motivo, nel suo saggio Riflessioni su Little Rock (1959), Hannah Arendt scrisse: «Mi sono chiesta: cos'è che esattamente distingue il cosiddetto stile di vita del Sud dallo stile di vita nordamericano rispetto alla questione razziale? E la risposta è, semplicemente, che sebbene la discriminazione e la segregazione razziale siano la norma in tutto il paese, solo negli Stati del Sud sono imposti legalmente».
In realtà, anche se in modo dissimulato, la discriminazione legalizzata è presente in tutto il Paese. È tutt'uno con il sistema elettorale statunitense, tanto che risulta quasi impossibile distinguere l'una dall'altro.
La manipolazione dei distretti elettoraliVediamo come funziona questo sistema discriminatorio. Il Congresso degli Stati Uniti si divide in due camere: il Senato e la Camera dei Rappresentanti. Ogni Stato ha una quantità fissa di due senatori che lo rappresentano. Invece, i 435 rappresentanti vengono ripartiti in modo proporzionale tra tutti gli Stati, secondo l'effettiva quantità di popolazione che risulta dal censimento nazionale realizzato ogni dieci anni.
Posto che ogni Stato deve essere suddiviso in distretti – uno per ogni rappresentante – con uguale numero di abitanti, con il numero dei rappresentanti assegnati ad ogni Stato varia il numero dei distretti, dei suoi confini e delle dimensioni geografiche. Il potere legislativo degli Stati il cui numero di rappresentanti aumenta o diminuisce, deve assegnare la posizione, la superficie e i confini dei nuovi distretti. Nel corso della storia degli Stati Uniti, le ridefinizioni dei distretti si sono prestate ad abusi. Quando un partito controlla entrambe le camere è molto probabile che proceda ad una redistribuzione che tolga seggi al partito rivale.
Protagonista del caso più famoso di carrierismo partitico nel disegnare i distretti fu Elbridge Gerry, vicepresidente degli Stati Uniti e governatore del Massachusetts, che definì la democrazia come il peggiore dei mali politici. Nel 1812, il suo partito sfruttò il controllo delle camere del Massachusetts per disegnare i distretti a proprio favore. Un distretto situato nella contea di Essex era talmente contorto che assomigliava ad una salamandra, al punto che una vignetta satirica di un periodico federalista gli affibbiò l'epiteto di Gerry-mander(il neologismo rappresenta la fusione di due termini: quello di Elbridge “Gerry” e “salamander”, salamandra, ndr).
Da allora, la creazione di tali distretti è chiamata gerrymandering. Confrontata con ciò che le tecnologie informatiche permettono di fare oggi, la prima salamandra distrettuale risultò un'opera modesta. Un celebre esempio di gerrymanderismo in California è quello di un cosiddetto “distretto Gesù”, in quanto bisognava camminare sulle acque per passare da una parte all'altra parte dello stesso.
Il gerrymanderismo è la più completa rappresentazione della poesia La soluzione di Bertold Brecht, nella quale afferma che se il governo può recuperare la fiducia di un popolo solamente raddoppiando gli sforzi, sarebbe più facile che il governo dissolvesse il popolo e che ne eleggesse un altro. Attraverso l'ingannevole disegno dei distretti elettorali i politici possono scegliere i propri potenziali votanti. Di fatto, si è dato il caso di politici che hanno evitato certi quartieri e sceltone altri dove avevano simpatizzanti sicuri.
Grazie al gerrymanderismo si fa sì che il totale dei voti in uno Stato e il totale dei voti in un Paese non corrispondano alle effettive battaglie per i distretti e per i seggi dei rappresentanti. Nel 2000, i democratici ottennero più voti dei repubblicani. Tuttavia, vinsero solo in 179 distretti, 12 in meno dei repubblicani. Questi ultimi, nel 2004 ottennero il 53,3% dei seggi, avendo però la metà dei voti.
Quando i "clandestini" contano nel censimento, ma non alle urneIl gerrymanderismo è uno stratagemma che usa gli immigrati "clandestini" – compresi quelli che hanno solo il TPS o il permesso di soggiorno – come peso morto che non vota, ma che conta per i distretti e i rappresentanti. In altri termini, indocumentados e residenti contano nel censimento, ma non all'ora di votare.
È emblematico il caso del Texas. Per 130 anni, i democratici hanno dominato la Camera dei Rappresentanti del Texas. Nel 2002, questo bastione è caduto nelle mani dei repubblicani grazie ad una campagna elettorale costata 5 milioni di dollari. Da quella posizione, i repubblicani hanno ridisegnato i distretti. Nel 2004, il loro gerrymanderismo fece sì che la delegazione di rappresentanti texani non fosse più composta da 15 repubblicani e 17 democratici, bensì da 21 repubblicani e 11 democratici. Così, i repubblicani strapparono ai democratici 6 seggi nel Congresso. Ciò ha permesso, per esempio, ai repubblicani di approvare il CAFTA (Central American Free Trade Agreement, l'accordo di libero commercio fra Stati Uniti e Centroamerica, ndr) con 217 voti contro 215.
La crescita della popolazione in Texas – dovuta principalmente all'insediamento di indocumentados – ha dato a questo Stato quattro seggi in più alla Camera. Il Texas è lo Stato che ha fatto registrare la maggiore crescita in tutto il Paese nell'intervallo fra i censimenti del 2000 e del 2010 e ciò si deve, in parte, al milione e 464 mila di "clandestini" (92% latinoamericani, di cui 9% centroamericani), dato che quasi la metà di essi non risiede in questo Stato da più di 9 anni. In ogni caso, delle 3.360.071 persone che testimoniano la crescita demografica del Texas in quel decennio, il 65% è dato da latinoamericani.
La popolazione del Texas è cresciuta del 20,5%, mentre i latinoamericani sono aumentati del 42%, i non cittadini del 39% e i centroamericani del 186,7%, passando da 146.723 a 420.683. Il gerrymanderismo ha fatto tutto il resto, facendo in modo che, nel 2014, la delegazione texana dei rappresentanti fosse di 25 repubblicani e 11 democratici. In un decennio, i repubblicani hanno guadagnato quattro seggi in più grazie al Texas.
Una strategia repubblicana che può ritorcersi controÈ un dato di fatto che, in Texas, i repubblicani raccolgano più voti popolari. Ma, solo le distorsioni nel disegno dei distretti riesce a far sì che con il 59,2% di voti essi ottengano il 69,4% dei seggi alla Camera bassa federale.
La presenza di "clandestini" ha avuto un effetto simile – anche se meno spettacolare – in Florida, Stato che ha guadagnato due seggi in più nella ripartizione del 2010, uno in più per partito. Là, i centroamericani sono il 24% dei 632 mila immigrati illegali. Lo stesso effetto si riscontra in distretti come Laredo, dove i latinoamericani rappresentano la maggioranza della popolazione, ma non la maggioranza dei votanti.
In Texas, nel 2010, 2.816.530 persone non godevano di cittadinanza. Esse sono state tenute in conto per calcolare i rappresentanti, le tasse, i sussidi e altre voci, ma non per le urne. La popolazione latina è aumentata del 42%, ma i votanti latinoamericani sono cresciuti solo del 28%. Su questo divario e sul gerrymanderismo stanno scommettendo alcuni politici repubblicani.
L'ironia di questi incrementi divergenti è che sono proprio i politici xenofobi a risultare eletti e fare le leggi: più immigrati si insediano negli Stati dove il gerrrymanderismo sfrutta il divario tra coloro che sono inclusi nel censimento ma non vanno alle urne, e più politici vengono eletti per varare politiche che castigano quell'insediamento. I politici penalizzano una migrazione della quale approfittano, giocando con numeri bassi, medi e alti. Tuttavia, la presenza di "clandestini" è un'arma a doppio taglio: nel presente dà beneficio, ma nel futuro si ritorce contro. A meno che non si imponga – foss'anche per ragioni tattiche – la corrente repubblicana più amichevole con gli immigrati.
George Bush: uno yankee del Connecticut alla corte dei sudistiPer i repubblicani la situazione è piuttosto complicata. A metà del XX secolo, il controllo che esercitavano sul Congresso si fondava sull’elettorato del Nord. Quattro decenni più tardi, la maggior parte dei loro seggi nel Congresso erano del Sud. Evangelici del Sud. Il Grand Old Party ha diluito il proprio conservativismo. I battisti più conservatori hanno visto in questo partito una piattaforma per difendere il fondamentalismo biblico e per opporsi ai rapporti sessuali prima del matrimonio e all'omosessualità. Si sono presentati come gruppo sociale adatto – essendo compatto – a fungere da bacino elettorale. Bush lo ha corteggiato presentandosi come un paladino dei valori tradizionali che il promiscuo Clinton e la sinistra culturale avevano vilipeso. Da yankee del Connecticut, Bush si è cambiato le scarpe firmate Prada per indossare stivali a punta ed è rinato cristiano del Sud per sancire la sua alleanza con quella che Susan George chiama la destra cristiana, alla quale poi ha elargito i suoi favori, concedendole influenti incarichi nella giustizia. La base sociale della destra cristiana aveva pagato in anticipo: nel 1994, l'80% dei bianchi evangelici del sud ha votato per i repubblicani. In sei degli Stati del sud, solamente la Southern Baptist Convention raggruppa il 30% o più della popolazione e in altri tre non meno del 25%. In un sistema politico che presenta crescenti aspetti teocratici e con un 40% di cristiani statunitensi che crede in un imminente Armageddon, l'offerta morale e bellicosa di Bush ha avuto un considerevole seguito. Tuttavia, queste opzioni di Bush non hanno significato una rinuncia ai latinoamericani. Durante le sue campagne elettorali, Bush junior ha partecipato a festival e feste latinoamericane a Chicago, Milwaukee e Filadelfia, ha cantato The Star-Spangled Banner (l'inno statunitense, ndr) in spagnolo e ha portato dal Texas la banda mariachi denominata Viva Bush.
Arbusto – Bush in spagnolo – è stato il nome dato ad una delle sue prime imprese. Insediata nello stesso edificio in cui suo padre aveva fondato Zapata. Un nipote mezzo latinoamericano, George P. Bush, conferisce più credibilità alle simpatie dei Bush per i latinoamericani. Bush è davvero pro-immigrati, dicono alcuni noti attivisti per i latinoamericani e per gli immigrati. I Bush hanno coltivato la base ispana nel Sud. Due fratelli di Bush, governatori del Texas e della Florida, parlano spagnolo e hanno posto dei latinoamericani in posizioni chiave dei rispettivi governi. La conclusione dell'analista repubblicano Kevin Phillips è che i neri non sono stati strategicamente essenziali per la famiglia Bush, ma i latinoamericani invece sì: Here was realpolitik at work.
Quali effetti avrà la riforma migratoria?Secondo un recente sondaggio, i repubblicani recupererebbero il voto latino con la riforma migratoria. John Boehner, rappresentante dell'Ohio e portavoce della Camera dei Rappresentanti, ha contrattato dei consiglieri per studiare la questione e tirare fuori dalle secche la riforma migratoria. Forse, per strappare l'iniziativa ad Obama, dopo aver bloccato la votazione della riforma nella Camera che presiede. Forse, aspettando quanto è successo: un Congresso dove i repubblicani hanno la maggioranza nelle due camere, vantaggio grazie al quale possono presentare la riforma come una conquista repubblicana.
Allo stesso tempo, si sono moltiplicate le iniziative come quelle che precedettero la campagna presidenziale di Obama nel 2012: annunci in televisione dove si diceva ai latinoamericani di non lasciarsi ingannare dalle promesse di Obama, la presidenza sotto la quale sono avvenute più espulsioni nella storia degli Stati Uniti. Un annuncio conteneva citazioni di Jorge Ramos in cui si affermava che Obama non aveva mantenuto le sue promesse e insisteva sul fatto che con amici come lui non c'era bisogno di nemici: «Basta con le bugie, Sig. Obama». Con lettere piuttosto visibili, lo sketch era firmato da Nevada Hispanics, ma con caratteri più piccoli si diceva che era stato pagato da American Principles in Action, un movimento sedicente conservatore.
Mediante tale annuncio hanno mandato a dire di voler farla finita con la narrativa semplicista dei votanti latinoamericani che parlano di cattivi repubblicani e buoni democratici. Nella campagna attuale, tra gli altri, The Economist ha definito Obama “il presidente delle espulsioni” («Deporter-in-chief», nell'originale, ndr), incolpandolo dell'espulsione di una cifra record di immigrati che renderà meno dinamica l'economia americana.
Forse, i repubblicani mancano di una posizione coerente sul tema migratorio. Ma non vi è dubbio che abbiano lavorato effettivamente su due fronti: da un lato, hanno ottenuto che Obama accelerasse le espulsioni, così da poterlo presentare ai latinoamericani come il cattivo del film, e, dall'altro, si sono proclamati paladini del controllo delle fronterie e delle comunità sicure di fronte alla loro base repubblicana conservatrice.
Il piano Obama: un respiro di sollievo per metà dei "clandestini"Di fronte alla prospettiva di passare alla storia con l'odioso titolo di “presidente delle espulsioni”, Obama ha utilizzato il suo margine di manovra. Con i piedi legati, ma non le mani, da un potere legislativo che ora controlla meno di prima, è ricorso agli strumenti a disposizione dell'esecutivo e li ha annunciati in conferenza stampa il 20 Novembre scorso: l'applicazione della Deferred Action for Childhood Arrivals (DACA), del Temporary Protected Status (TPS) e sue espansioni; sospensione delle espulsioni e permessi di lavoro per i genitori di bambini che sono cittadini americani o che hanno residenza legale, e per coloro che sono stati portati negli Stati Uniti quand'erano bambini. Questo alleggerimento significherebbe, secondo il Migration Policy Institute, la sospensione dell'espulsione per oltre 5,2 milioni di immigrati illegali. Il Pew Research Center calcola che degli 1,7 milioni di centroamericani indocumentos, 850 mila (51%) potrebbero farne richiesta: 425.250 salvadoregni, 194.250 guatemaltechi e 171.500 honduregni sono tra i possibili beneficiari, corrispondenti al 63%, 37% e 49% dei "clandestini" delle rispettive nazionalità.
Da subito, Obama è stato accusato da John Boehner di adottare misure unilaterali che sabotano le possibilità di un accordo bipartitico sulla riforma migratoria. Seconda nella catena di successione di Obama secondo la legge, Boehner ha accusato Obama di agire come un imperatore e di rovinare la sua gestione come Presidente. Lo ha minacciato con un controattacco dalla camera bassa, senza specificarne la natura. I repubblicani parlano di “amnistia dell'esecutivo” e disapprovano le sue “misure anticostituzionali”. Ma non hanno una posizione monolitica – o almeno non così dispersa –, per la quale Boehner, forse, stava cercando di guadagnare tempo.
Per il momento, si osserva una eterogeneità statale che opera su posizioni che l'opinione pubblica percepisce come polarizzate: un Esecutivo che offre un respiro di sollievo a quasi la metà degli immigrati illegali e un Legislativo che continua a rimandare la riforma migratoria e che è ossessionato dal controllo delle frontiere.
Il diritto al voto determinerà il futuro dei latinoamericaniArendt scrisse: «Strettamente parlando, il suffragio e il diritto a essere eletto per un incarico sono gli unici diritti politici e, in una democrazia moderna, costituiscono la vera quintessenza della cittadinanza. A differenza di tutti gli altri diritti, civili o umani, non si possono concedere ai residenti stranieri».
Con la loro prolungata permanenza e il loro accesso a numerose risorse statali e private, gli immigrati "clandestini" hanno mostrato che negli Stati Uniti quelli non sono gli unici diritti politici. Tuttavia, sì, sono diritti importanti per il loro futuro status e sono diritti che in qualche occasione si concedono agli stranieri, con o senza documenti, come succede nel Maryland. Nel contesto attuale, il diritto al suffragio è determinante per il futuro degli immigrati latinoamericani. Senza nulla togliere ai suoi enormi vantaggi, va segnalato che le misure di Obama lasciano fuori 5,8 milioni di indocumentados. Sono rimasti esclusi dalla “amnistia” anche i genitori degli adolescenti beneficiari del DACA, il che lascia aperte le porte a future separazioni familiari. D'altra parte, la sospensione delle espulsioni è solamente un piccolo passo nel lungo cammino verso la cittadinanza. E sebbene sia il passo che in questa congiuntura importa di più ai latinoamericani, in un contesto di minore pressione, chi concederà loro la residenza e li metterà su un cammino più deciso verso la cittadinanza, sarà colui che metterà la ciliegina sulla torta e se ne prenderà i meriti.
Storicamente, la fabbrica di cittadini è stata la stessa fabbrica di voti: nel 1860, Tammany Hall – filiale di New York del Partito Democratico dal 1829 – aprì un ufficio di naturalizzazione in un salone e in un mese inviò quasi 60 mila richieste alla Corte Suprema di New York, che le approvò, citando le parole dello xenofobo New York Tribune, «con una solennità non superiore a quella necessaria in un'impresa di confezionamento di Cincinnati per convertire un maiale in una cassa di braciole».
La lotta tra repubblicani e democratici scioglierà il nodo?Il nodo gordiano della mancanza di documenti può sciogliersi sul campo di battaglia della politica, negli scontri tra i partiti. La massiccia presenza latina e il suo crescente peso politico possono dare il via alla gara per conquistare il voto latino. Finora, i politici contrari all'immigrazione dal Sud, che cercano di compiacere la propria base sociale WASP, hanno mantenuto un orientamento xenofobo e hanno potuto giocare con la ripartizione dei "clandestini" che contano come popolazione, ma non come elettori. Questa è stata – e lo sanno bene – una soluzione temporale. Per questo i repubblicani giocano su due fronti. A volte assecondano la propria base WASP con dichiarazioni xenofobe, ma al contempo mandano segnali di avvicinamento ad un bacino elettorale imprescindibile. I democratici lavorano affinché i latinoamericani diventino il più possibile simili a coloro che, in questo momento, sono per essi gli afrodiscendenti: una leale base elettorale. Attivisti e accademici hanno avanzato proposte interessanti per sciogliere questo nodo: che vengano contati solo coloro che contano anche nel voto. Che nel calcolo per assegnare i rappresentanti, le imposte e i sussidi, il peso di ogni Stato sia misurato in base alla quantità di voti. Così facendo, si stimola la partecipazione politica, si elimina il divario tra peso demografico e peso elettorale, e si impedisce ai politici di approfittare dei "clandestini" che contano nel censimento, ma non nelle elezioni.
Il centro della questione è che i migranti, una volta entrati, contano nella ripartizione e sono fonte di potere. La corrente predominante dei repubblicani cerca di mantenerli in una condizione di privazione dei diritti simile a quelli dei neri del sud del XIX secolo, ma non solo non evitano – bensì favoriscono – che, in qualche modo vengano trattati come membri della comunità: per il calcolo dei rappresentanti, per il calcolo delle imposte e pure dei sussidi federali che le istituzioni pubbliche locali ricevono. Il sistema mantiene una ambivalenza incoerente rispetto ai propri principi, insostenibile nel lungo periodo. Gli immigrati illegali, sono così, sotto un certo aspetto, quasi cittadini. Sono già cittadini, ma non ancora pienamente. Come trasformare in realtà uno status che hanno potenzialmente? Questo processo passa attraverso un accordo bipartitico. Entrambi i partiti desiderano conquistarsi i latinoamericani. Finora i democratici hanno dimostrato una posizione più coerente. La dipendenza repubblicana dal Tea Party e la base sociale conservatrice sono ostacoli che impediscono loro di mostrare segnali chiari e univoci.
Obama sta vincendoPer il momento, Obama sta vincendo la partita grazie ad un tour de force che i suoi devoti pro-immigrati aspettavano da tempo. Il prezzo che dovrà pagare nei rapporti con un Congresso in mano ai repubblicani – che già ha annunciato rappresaglie – è una misura dell'importanza che il voto dei latinoamericani ha per i democratici. La strada da percorrere affinché i "clandestini" vengano registrati è ancora lunga. Chi registrerà questi immigrati illegali, ne trarrà giovamento perché raccoglierà il loro voto. Sarà, allora, premiata la resistenza dei "clandestini", l'appoggio che gli attivisti hanno dato loro e il riconoscimento con il quale alcuni mezzi di comunicazione li hanno presentati all'opinione pubblica americana.