CENTROAMÉRICA / Come fermare il flusso di migranti, soprattutto minori, verso gli Stati Uniti?

Washington ha stanziato cospicui finanziamenti a favore della cosiddetta Alleanza per la Prosperità dei Paesi del Triangolo Nord, vale a dire Honduras, Guatemala ed El Salvador. L'obiettivo è migliorare le condizioni di vita locali per disincentivare la partenza di migranti centroamericani, soprattutto di minori non accompagnati che cercano di ricongiungersi ai propri familiari che già risiedono, in gran parte in forma illegale, negli Stati Uniti. Il proposito è buono, ma: riusciranno i Paesi centroamericani a soddisfare le condizioni poste dagli Stati Uniti per ricevere tali aiuti? Ciò, infatti, richiede una decisa volontà politica di sradicare corruzione, impunità, violenza diffusa ed inefficienza amministrativa, piaghe che questi tre Paesi si portano dietro da tempo.

Di Roberto Cajina, consulente civile in materia di sicurezza, difesa e governabilità democratica, membro della Giunta Direttiva di RESDAL (Rete di Sicurezza e Difesa di America Latina).
Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Il 15 Dicembre 2015, dopo quasi un anno di negoziati, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato aiuti per 750 milioni di dollari a favore del Piano Alleanza per la Prosperità del Triangolo Nord (PAP-TN). Nel Febbraio 2015, il presidente Obama aveva sollecitato 1 miliardo di dollari. In Honduras, il presidente, Juan Orlando Hernández ha commentato euforico: «È tempo di raccolto per il Triangolo del Nord!». Forse, l'entusiasmo per tale somma, gli ha giocato un brutto scherzo, perché prima di raccogliere, è necessario seminare e, prima ancora, preparare il terreno.

Non sarà facile

Tale approvazione di fondi è solo l'inizio di una “stagione di semina”, che non sarà facile sia per il Dipartimento di Stato sia per i governi dei Paesi centroamericani del Triangolo Nord. Il Congresso degli Stati Uniti ha non, infatti, firmato un “assegno in bianco”. Per accedere a questi 750 milioni di dollari, il Segretario di Stato, l'amministratore di USAID (l'agenzia federale per gli aiuti internazionali, ndr) e i governi di El Salvador, Guatemala ed Honduras dovranno aprire, passo dopo passo, un complesso sistema di serrature prediposte dai legislatori statunitensi per ottenere l'atteso risultato: frenare, o almeno ridurre, il flusso di migranti illegali, adulti e bambini non accompagnati, verso gli Stati Uniti.
La corruzione, l'impunità, la diffusa violenza e l'inefficienza amministrativa che questi tre Paesi si portano sulle spalle generano seri dubbi circa la capacità dei rispettivi governi di utilizzare in modo efficiente quelle risorse, promuovendo e imprimendo una svolta radicale nella loro tradizionale cultura politica, imponendo trasparenza, impero della legge, sicurezza ed efficienza amministrativa.

Un lungo elenco di passi preliminari

Il fatto che gli aiuti siano stati approvati non significa la loro erogazione immediata. Parte dei fondi impegnati sarà disponibile soltanto dopo che il Segretario di Stato John Kerry avrà presentato un piano di spesa pluriannuale ai competenti comitati del Congresso, prima del 30 Settembre 2016. Tale piano dovrà specificare come queste risorse saranno utilizzate in ogni Paese, gli obiettivi e gli indicatori di progresso, un calendario per l'attuazione della Strategia di Impegno degli Stati Uniti in America Centrale, un ombrello istituzionale sotto il quale possa trovare formalmente riparo il PAP-TN, gli importi precedentemente assegnati per legge al Dipartimento di Stato per sostenere tale Strategia ed una descrizione di come le risorse autorizzate completano, fanno da leva e differiscono dai fondi che ciascuno dei Paesi apporterà – si stima che i tre Paesi contribuiscano agli investimenti per circa 2,8 miliardi di dollari nel solo 2016 –, nonché dai contributi di altri donatori, comprese le organizzazioni finanziarie internazionali.
Fino al Novembre 2015, l'unica cosa nota era la ripartizione del miliardo di dollari sollecitato da Obama che il Dipartimento di Stato intendeva fare: 400 milioni (40%) per promuovere lo sviluppo economico, 300 milioni (30%) per aumentare la sicurezza e 300 milioni (30%) per promuovere la democrazia. Non era, invece, noto l'importo assegnato a ciascuno dei tre Paesi. Il fatto che il Congresso abbia approvato una quota pari al 75% di quanto sollecitato dalla Casa Bianca non dovrebbe implicare una drastica modifica delle percentuali di quella suddivisione, anche se la riduzione di 250 milioni di dollari obbligherà a ridiscutere la ripartizione per Paesi. Di conseguenza, le commissioni tecniche dovranno rivedere programmi e progetti, obiettivi, costi e indicatori.

Non si gioca con lo “zio Sam”

Il primo requisito – il piano pluriannuale di spesa – richiederà del tempo, almeno fino a fine Settembre 2016, e richiederà una stretta e franca collaborazione tra gli attori coinvolti. Da un lato, il Dipartimento di Stato, l'USAID, il Banco Interamericano de Desarrollo e la Inter-American Foundation – questi due ultimi forniranno assistenza tecnica a sostegno della Strategia –. Dall'altro lato, i governi dei tre Paesi. I dati che i governi centroamericani forniranno dovranno essere trasparenti, scevri da qualsiasi sospetto di manipolazione e maliziosi accomodamenti, perché con i dollari dello Zio Sam non si gioca...
Per impegnare il 25% dei fondi, pari a 187,5 milioni di dollari, il Segretario di Stato dovrà certificare e informare i competenti comitati del Congresso che i governi dei paesi del Triangolo Nord effettivamente informano i loro cittadini dei pericoli della traversata verso gli Stati Uniti, combattono il traffico di esseri umani e il contrabbando, migliorano la sicurezza delle frontiere e cooperano con le agenzie degli Stati Uniti e di altri governi della regione per facilitare il rimpatrio e la reintegrazione degli immigrati clandestini che siano giunti negli Stati Uniti, che non possono essere considerati rifugiati secondo il diritto internazionale.

Una lunga lista di condizioni

Inoltre, un ulteriore 50% dei fondi (375 milioni di dollari) sarà messo a disposizione dei Paesi solo dopo che Kerry avrà certificato e informato i competenti comitati del Congresso che i governi di El Salvador, Guatemala e Honduras stanno adottando misure efficaci per creare un ente autonomo pubblicamente responsabile che svolga una supervisione del Piano; che combatta la corruzione, il che implica indagare e perseguire quei funzionari sospettati di corruzione; che attui le riforme, le politiche e i programmi per migliorare la trasparenza e rafforzare le istituzioni pubbliche, aumentando la capacità e l'indipendenza dei rispettivi sistemi giudiziari e delle procure; che predisponga ed attui un piano per la creazione di una forza di polizia civile professionale e responsabile, che limiti il ruolo dei militari nella sicurezza interna; che tuteli i diritti dei partiti politici di opposizione, dei giornalisti, dei sindacalisti, dei difensori dei diritti umani e altri attivisti della società civile perché possano operare senza interferenze; che aumentino le entrate del governo, il che comprende l'attuazione delle riforme fiscali e il miglioramento dei servizi doganali; e che risolva le controversie commerciali con gli Stati Uniti, in particolare relative alla confisca di beni.

Ci sarà la volontà politica?

In teoria, tali condizioni sono superabili, ma ciò richiede, da parte del Dipartimento di Stato fermezza nelle sue relazioni con i governi di El Salvador, Guatemala e Honduras. E da parte dei governi di questi tre Paesi, serietà, trasparenza e, soprattutto, volontà politica per trasformare radicalmente l'ancestrale cultura politica di questi tre Stati, bollati in passato come banana republics, caratterizzati da caudillismo, clientelismo politico, corruzione diffusa, mancanza di trasparenza, esclusione e impunità, il tutto condito con alti livelli di povertà, criminalità, violenza e insicurezza.

La prima serratura che dovrà essere aperta

Nella sua attuazione, il PAP-TN sarà soggetto ad un doppio controllo: da un lato, quello del Segretario di Stato, che esaminerà periodicamente i progressi dei governi nell'adempimento dei requisiti stabiliti dal Congresso ed informerà i rispettivi comitati prima della fine dell'anno fiscale 2016, cioè il prossimo 30 Settembre; dall'altro, quello esercitato dall'ente autonomo di ogni Paese, come prescritto dalla legge.
Sulla base dei parametri stabiliti, il Segretario di Stato dovrà determinare se ogni governo avrà fatto sufficienti progressi. In caso contrario, dovrà sospendere, in tutto o in parte, l'assistenza prestata e informarne per iscritto i comitati del Congresso. Se il governo adotta le opportune misure correttive, il Segretario può ordinare di continuare il finanziamento dopo aver informato le commissioni.
La decisione del Congresso degli Stati Uniti condiziona l'accesso a 562,5 milioni di dollari, cioè il 75%, e lascia liberi 187,5 milioni di dollari, vale a dire il 25%, dei fondi approvati. Resta da vedere quando il Segretario di Stato presenterà ai comitati del Congresso il piano pluriennale di spesa, che rappresenta il primo lucchetto che i governi del Triangolo Nord devono aprire se vogliono iniziare “la stagione della semina”... Ma, per l'epoca del “raccolto” manca ancora molto!

I conti che non tornano

Senza indicare come o da chi abbia ottenuto tali cifre, Rocío Tábora, viceministra di Credito ed Investimenti Pubblici del ministero delle Finanze dell'Honduras, ha dichiarato nel Gennaio 2016 che il PAP-TN concederà 93 milioni di dollari all'Honduras, 95 milioni a El Salvador, 102 milioni al Guatemala e 10 milioni al Nicaragua. Tábora ha, pure, accennato all'esistenza di un fondo di 183,5 milioni di dollari a sostegno della creazione di opportunità economiche, della prosperità e della governabilità, fondi che sarebbero assegnati congiuntamente e non individualmente ai singoli Stati; nonché di altri 222 milioni di dollari per iniziative di sicurezza regionale.
Giorni dopo, Roberto Lorenzana, Segretario Tecnico della Presidenza di El Salvador, ha reso noto che nel corso di una riunione in Guatemala dei presidenti dei tre Paesi con il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, si sarebbe proceduto alla seguente distribuzione dei fondi: 65 milioni di dollari a El Salvador, 98 milioni all'Honduras e 112 milioni al Guatemala; per un totale di 275 milioni. Nessun accenno a fondi destinati al Nicaragua.
Non solo i due conteggi non corrispondono, ma entrambi superano la quota di 187,5 milioni di dollari sulla quale il Congresso degli Stati Uniti non pone condizioni per l'assegnazione. Il divario aumenta ulteriormente se si sommano i 405,5 milioni di dollari che, secondo la viceministra Tábora, sarebbero destinati ad iniziative comuni per creare opportunità economiche e prosperità, e migliorare governabilità e sicurezza.
Secondo quanto pubblicato a metà Gennaio 2016 da un quotidiano honduregno, senza citare la fonte, i 750 milioni di dollari saranno così distribuiti: 299,4 milioni (40%) per programmi di sviluppo, 183,5 milioni (24%) in assistenza economica e 222 milioni (30%) per iniziative di sicurezza.
Tutte queste presunte distribuzioni dei fondi appaiono dubbie, non solo perché non coincidono, ma perché non fanno menzione del 30% destinato alla “promozione della democrazia”, mentre abbondano le voci “programmi di sviluppo” e “assistenza economica”.
È evidente che l'assistenza approvata dal Congresso degli Stati Uniti è diretta specificamente ad affrontare i fattori che causano la “espulsione” di migranti: povertà, iniquità, mancanza di opportunità, esclusione sociale, violenza, insicurezza.
Tuttavia, nella complessa equazione del fenomeno della massiccia migrazione di minori non accompagnati e indocumentados, che ha molte cause, c'è un fattore chiave che sfugge alla visione staunitense: come affrontare la riunificazione familiare, il più cruciale dei fattori che attraggono i migranti, stimolato dai genitori dei minori che vivono ormai negli Stati Uniti e che sono, nella maggioranza dei casi, in condizioni di illegalità.
È, infatti, questo fattore a mantenere vivo il flusso di bambini e di una quantità non precisata di adulti verso la frontiera sud degli Stati Uniti. Giacché i minori non prendono da soli la decisione di migrare, ma sono attratti e indotti a farlo dal desiderio di ricongiungersi con i propri cari.

Un'ondata inarrestabile

La tendenza all'aumento del flusso di minori verso gli Stati Uniti è iniziata tra gli anni fiscali 2012 e 2013, quando esso si è più che raddoppiato, passando da 10.146 a 20.805 persone, fino a raggiungere il suo picco critico nell'anno fiscale 2014, con 67.339 bambini, il 76,78% dei quali provenienti dai Paesi del Triangolo Nord. Anche la cattura di interi nuclei familiari è aumentata del 4,93% negli anni fiscali 2014 e 2015, passando da 61.334 a 64.363.
Dal Giugno 2014, il numero di bambini centroamericani non accompagnati arrivati alla frontiera degli Stati Uniti è diminuito, pur restando prossimo ai più alti livelli di sempre. Quindi, nel Settembre 2015, è tornato a crescere, tanto che la polizia di frontiera degli Stati Uniti ha arrestato il 111% in più di bambini non accompagnati provenienti dal Triangolo Nord rispetto al Settembre 2014.

Solo un'illusione

I dati di Ottobre e Novembre 2015, mesi che già competono all'anno fiscale 2016, ci consentono di proiettare una riduzione dell'arrivo di bambini alla frontiera statunitense nell'anno fiscale 2016, che termina il 30 Settembre. Al contrario, l'arrivo di nuclei familiari sembra destinato ad aumentare di circa l'8%. Tuttavia, la riduzione del numero di minori non accompagnati che raggiungono il confine messicano-statunitense non evidenzia un rallentamento del flusso migratorio illegale di bambini soli e indocumentados provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras, e quanto è successo finora non è che un'illusione che Stati Uniti ed Honduras cercano di accreditare come un “successo”.

Il muro di contenzione messicano

Qual è la causa di tale riduzione? Con la messa in atto del cosiddetto Piano Frontiera Sud da parte del governo di Enrique Peña Nieto, che conta su un'assistenza statunitense tanto generosa quanto poco trasparente sull'impiego dei fondi, sulle unità coinvolte, sulle attrezzature e sull'addestramento ricevuto, il México è diventato un vero e proprio “muro di contenzione” dell'ondata migratoria proveniente dai Paesi del Triangolo Nord.
Secondo dati ufficiali, fra il 1 Gennaio e il 31 Dicembre 2014, il México ha espulso 85.651 centroamericani: 15.933 salvadoregni, 30.209 guatemaltechi, 33.517 honduregni; l'80,01% maschi e 19,98% femmine. Si tratta di un aumento del 21,27% rispetto al 2013 del cosiddetto “ritorno assistito”, eufemismo utilizzato dall'Unità di Politica Migratoria del Centro Studi Migratori della Segreteria di Governo messicana, per evitare di pronunciare il termine “deportazione”.
Due dei principali risultati di uno studio pubblicato nel Novembre 2015 da WOLA (Washington Office on Latin American) mettono in evidenza il ruolo che gli Stati Uniti hanno affidato al México.
Il primo: «Tra il Luglio 2014 e il Giugno 2015, le catture di migranti centroamericani ad opera del governo messicano sono aumentate del 71% rispetto allo stesso periodo dell'anno prima, prima cioè del lancio del Programma Frontiera Sud».
Il secondo: «Mentre il México ha catturato un 67% in più di minori non accompagnati provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras tra l'Ottobre 2014 e il Settembre 2015 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, le autorità statunitensi ne hanno arrestati il 45% in meno nello stesso periodo».

Centinaia di retate

Due giorni prima del Natale 2015, The Washington Post ha reso noto l'intenzione del governo statunitense di realizzare una serie di retate di centinaia di famiglie di immigrati provenienti dai Paesi del Triangolo Nord, adulti e minori entrati illegalmente negli Stati Uniti dall'inizio del 2014, condotte da agenti dell'ICE (US Immigration and Customs Enforcement). Secondo il giornale, il direttore del Dipartimento di Sicurezza Nazionale (Homeland Security, DHS) avrebbe esercitato pressioni sull'Amministrazione Obama a favore di tale decisione, soprattutto dopo che un tribunale aveva ordinato al DHS di rimettere in libertà alcune famiglie incarcerate in centri di detenzione gestiti da quel dipartimento.
In realtà, l'idea di tale campagna risale al 20 Novembre 2014. In quella data, il direttore del DHS aveva inviato una nota al direttore incaricato di ICE, al Commissario delle Pattuglie di Frontiera (Border Patrol) e al Segretario assistente del DHS, dando loro istruzioni sulle Politiche per l'arresto, detenzione ed espulsione di immigrati privi di documenti, in cui si dettagliavano le priorità nell'applicazione della legge sulla immigrazione civile; priorità 1: minacce alla sicurezza nazionale, di frontiera e pubblica; priorità 2: autori di reati minori e trasgressori delle leggi sull'immigrazione; priorità 3: altre violazioni in materia di immigrazione.
Quel memorandum dettagliava e sottolineava anche gli aspetti relativi all'arresto, alla detenzione ed espulsione di altri stranieri che si trovassero illegalmente negli Stati Uniti, l'esercizio del potere discrezionale della pubblica accusa nei confronti di immigrati illegali, l'implementazione di tale misure.

“Una misura disumana”

A seguito di quella notizia, varie organizzazioni di difesa dei diritti degli immigrati ed ecclesiali degli Stati Uniti hanno protestato contro quella che hanno definito una «misura arbitraria e disumana». In risposta, i portavoce delle istituzioni coinvolte hanno giustificato la decisione presa sulla base del memorandum del Direttore del DHS nel Novembre 2014. E lo stesso Segretario del DHS ha giustificato le retate in una dichiarazione pubblica nella quale ha enfaticamente sottolineato che le frontiere degli Stati Uniti «non sono aperte all'immigrazione clandestina e chi viene qui illegalmente, sarà rispedito nel suo Paese, ai sensi delle nostre leggi e valori». Di conseguenza, ha dichiarato il DHS, i partners nazionali ed internazionali degli Stati Uniti stanno prendendo provvedimenti: espulsione (deportazione), maggiore sicurezza alle frontiere, applicazione di misure severe contro i trafficanti di esseri umani, aumento della cooperazione degli Stati Uniti con il México, incremento della campagna mediatica sui rischi della migrazione illegale, creazione di alternative sicure e vie legali, tra le quali l'approvazione del finanziamento all'Alleanza per la Prosperità del Triangolo Nord.

“Riconosco il dolore che provocano”

Alla fine della sua dichiarazione, il segretario del DHS, Jeh C. Johnson, ha avuto un moto di contrizione: «So che molti condannano con forza il nostro sforzo di applicare la legge, considerato molto severo, mentre altri dicono che ciò non è sufficiente. Riconosco anche la realtà di dolore che queste deportazioni in effetti causano, ma dobbiamo applicare la legge secondo le nostre priorità. In ogni momento ci sforziamo di farlo in linea con i nostri valori e principi fondamentali di decenza, imparzialità e compassione».
Apparentemente, la nuova ondata di immigrazione di minori non accompagnati e nuclei familiari fra il Settembre e il Dicembre 2015 è stata il motivo principale per cui il DHS ha iniziato le retate di migranti centroamericani in vari Stati dell'Unione durante le feste di fine anno. In quei quattro mesi, 17.370 bambini non accompagnati sono stati catturati alla frontiera meridionale degli Stati Uniti, più del doppio dello stesso periodo del 2014, quando erano stati 7.987. Anche l'arrivo di nuclei familiari ha visto un'impennata rispetto allo stesso periodo del 2014: più 187%.
Realizzate di notte o all'alba, le retate hanno gettato nel panico le comunità di migranti e fatto infuriare importanti alleati democratici di Obama. È chiaro che esse non risolvono la crisi, ma sono un monito per quanti in Centroamerica continuano a tentare il pericoloso viaggio verso gli Stati Uniti.

Rassegnazione e giustificazioni

Nei Paesi del Triangolo Nord, le organizzazioni di difesa dei diritti umani e diritti dei migranti hanno condannato le retate, mentre le reazioni dei governi di El Salvador, Guatemala e Honduras sono state di rassegnazione e, persino, di giustificazione. I loro ministri degli esteri si sono affrettati a negare si trattasse di “deportazioni di massa”, preferendo il termine “selettive”, riguardanti cioè migranti illegali con problemi pendenti con la giustizia e che avessero già ricevuto un'ordine di espulsione. E mentre il Commissario nazionale per i diritti umani dell'Honduras abbozzava una lieve critica delle retate e delle espulsioni, dichiarandole «incompatibili» con l'Alleanza per la Prosperità del Triangolo Nord, la primera dama(cioè, la moglie del presidente honduregno, ndr) Ana García si è limitata a dire: «tratteremo con dignità i migranti deportati».
Da parte sua, il ministro degli Esteri di El Salvador Hugo Martínez è stato l'unico ad osare criticare la politica migratoria degli Stati Uniti, sostenendo che «incoraggia la migrazione da alcuni Paesi e punisce quella di chi proviene da altri Paesi», alludendo chiaramente alla Legge di Aggiustamento Cubano: «si tratta di una legge discriminatoria, un doppio standard per l'immigrazione per il quale, ovviamente, abbiamo sia pubblicamente che privatamente manifestato la nostra insoddisfazione. Quel che noi vorremmo è che tutti i migranti centroamericani fossero trattati allo stesso modo».

Consolati “in allerta”

I ministeri degli esteri dei tre Paesi si sono affrettati a mettere in allerta le loro reti consolari negli Stati Uniti e hanno dato istruzioni ai loro connazionali su cosa fare e come comportarsi (diritti e doveri) qualora funzionari di migrazione bussassero alle loro porte. Una lista dei consolati negli Stati Uniti con i rispettivi numeri telefonici è stata, inoltre, diffusa in comunicati ufficiali.
L'Assemblea Legislativa (cioè, il parlamento monocamerale, ndr) del Salvador ha approvato un pronunciamento sulle retate annunciate da Washington, sollecitando un incontro con l'ambasciatrice degli Stati Uniti nel Paese perché quest'ultima «spiegasse» i dettagli delle «nuove disposizioni in materia di migrazione»; una delegazione parlamentare salvadoregna si sarebbe dovuta, inoltre, recare a Washington per incontrare funzionari del governo e legislatori statunitensi. Ed un invito agli parlamenti centroamericani ad “agire in blocco” contro tali misure è stato anche lanciato. Tuttavia, tutto ciò si è rivelato retorica fine a se stessa, dal momento che l'ambasciatrice degli Stati Uniti non è stata convocata dal parlamento salvadoregno, né i parlamentari si sono recati a Washington, né hanno agito come un sol blocco con i colleghi centroamericani, come avevano prospettato.

Gli effetti della lettera a Obama

Le buone intenzioni sono una cosa e la realtà un'altra. I primi deportati sono cominciati a tornare nei rispettivi Paesi per via aerea il 4 Gennaio 2016. Tutto sembrava indicare che niente e nessuno potesse cambiare il corso degli eventi quando, invece, le retate sono state interrotte, anche se solo per breve tempo. È accaduto dopo che 146 rappresentanti democratici nel Congresso, il 12 Gennaio 2016, hanno inviato una lettera al Presidente Obama, condannando con forza le operazioni del DHS contro madri e bambini rifugiati di El Salvador, Guatemala e Honduras.
«Le operazioni del DHS – si legge nella lettera – hanno generato paura e panico diffusi nelle comunità di immigrati e hanno un grave impatto che va al di là degli obiettivi dichiarati delle espulsioni. Queste operazioni generano preoccupazioni sul dovuto iter processuale, che comprende il necessario diritto ad una consulenza legale per le madri e i bambini dopo la loro cattura, mentre è noto che agenti del DHS stanno utilizzando tattiche ingannevoli per avere accesso a residenze private. Per questi e altri motivi riteniamo che questa operazione debba essere immediatamente sospesa fino a quando non saremo in grado di garantire che nessuna madre o minore saranno rispediti nei loro Paesi di origine dove potrebbero affrontare persecuzione, tortura o morte».
Nel frattempo, attraverso i loro consolati negli Stati Uniti, i governi di El Salvador e Honduras sono riusciti a frenare temporaneamente l'espulsione di nuclei familiari ancora sotto processo nei tribunali di immigrazione.
La lettera dei congressisti democratici esortava il presidente Obama a «fermare immediatamente l'applicazione di misure nei confronti di madri e minori centroamericani e a prendere misure per impegnarsi in uno sforzo globale con i partners dell'emisfero per far fronte a questa crisi regionale dei rifugiati in forma umanitaria adeguata». La Casa Bianca non ha risposto direttamente alla lettera, né il DHS ha dato segnali di voler porre fine alle deportazioni di centroamericani, minori e adulti, iniziata ai primi del 2016.

Per la prima volta, non sono definiti “illegali”

Tuttavia, la lettera ha avuto alcuni effetti immediati, anche se non definitivi. Il giorno dopo, in una conferenza presso la National Defense University, il Segretario di Stato John Kerry ha dichiarato, senza aggiungere maggiori dettagli: «Sono lieto di annunciare che abbiamo in programma di espandere il programma di ammissione di rifugiati negli Stati Uniti, al fine di aiutare le famiglie e gli individui più vulnerabili di El Salvador, Guatemala e Honduras», con il proposito di «offrire loro un'alternativa sicura e legale rispetto al viaggio pericoloso che molti sono tentati di iniziare e che li rende facile preda di trafficanti di esseri umani che non hanno altro interesse che il loro profitto». Poco dopo, il Dipartimento di Stato ha emesso una nota assicurando che il governo degli Stati Uniti «collaborerà con il l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e le ONG per identificare le persone che necessitano di rifugio o di protezione».
Anche se non si sa che tipo di collaborazione svilupperanno il Dipartimento di Stato e l'agenzia dell'ONU per i rifugiati (UNHCR), né in quali Paesi verranno aperti dei centri di accoglienza, la decisione del Dipartimento di Stato rappresenta una novità, giacché è la prima volta che Washington non si riferisce ai migranti centroamericani come a stranieri illegali (ilegal aliens) e, implicitamente, riconosce trattarsi di una crisi di rifugiati e, di conseguenza, di una crisi umanitaria, e non una questione di migrazione o sicurezza nazionale, come è sempre stata trattata dalle autorità statunitensi.
Prima degli annunci del Segretario Kerry e del Dipartimento di Stato, alti funzionari di quest'ultimo avevano dichiarato a The New York Times che l'Amministrazione Obama ha chiesto aiuto alle Nazioni Unite per identificare gli immigrati che cercano di sfuggire alla violenza in Centroamerica, prima che inizino il viaggio verso gli Stati Uniti, sperando che l'ONU apra dei centri di accoglienza in diversi Paesi latinoamericani frenando così il flusso di famiglie che attraversano illegalmente il confine sud degli Stati Uniti. «Secondo tale piano – a detta dei funzionari – l'UNHCR lavorerà con il governo degli Stati Uniti per creare centri di accoglienza nei Paesi vicini, in cui i migranti saranno temporaneamente fuori pericolo», aggiungendo che «ogni anno migliaia di migranti, forse fino a 9 mila, provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras potrebbero eventualmente stabilirsi negli Stati Uniti», mentre altri rifugiati potrebbero essere inviati anche ad altri Paesi.
Per The New York Times, è questa la risposta dell'Amministrazione Obama «alla furiosa reazione dei congressisti democratici e dei difensori dei diritti dei migranti a seguito degli arresti e delle deportazioni di donne e bambini centroamericani durante le feste di fine anno, dopo che non erano riusciti ad ottenere asilo negli Stati Uniti».

“Non è la soluzione”

Dopodiché, si è appreso che 55 tribunali di immigrazione degli Stati Uniti hanno emesso 10.142 ordini di espulsione nei confronti di minori non accompagnati centroamericani arrivati negli Stati Uniti nel 2014, attraversando il confine con il México. L'88% di queste sentenze è stato emesso in contumacia, il che significa che circa 9 mila di questi bambini o stanno con i loro genitori e, quindi, non hanno partecipato alle udienze per timore di essere deportati o non potevano permettersi le spese di rappresentanza legale.
Il piano annunciato da Kerry è stata “l'asso nella manica” che il vicepresidente Joe Biden ha giocato al vertice con i presidenti dei tre Paesi del Triangolo Nord, convocato in occasione dell'insediamento del Presidente guatemalteco Jimmy Morales il 14 Gennaio 2016, per discutere del Piano Alleanza per la Prosperità. In quella circostanza, i tre capi di Stato centroamericani hanno sollevato la questione delle retate di immigrati dei loro Paesi che, secondo il ministro degli Esteri salvadoregno, «non risolveranno la situazione migratoria», perché «l'unica soluzione sostenibile e duratura è una riforma migratoria integrale per quanti sono già negli Stati Uniti e l'implementazione del Piano dell'Alleanza per la Prosperità del Triangolo Nord per quanti sono ancora nei loro Paesi di origine, al fine di migliorare le condizioni di vita e motivare le persone a rimanere».
L'ampliamento del programma rifugiati è un passo importante per affrontare la crisi, ma non la risolve perché i centri di accoglienza che l'UNHCR aprirà nel Triangolo Nord e nei Paesi vicini prenderanno in considerazione solo i casi di coloro che fuggono dalla violenza criminale. Ma, cosa accadrà ai bambini che fuggono dalla violenza criminale e che hanno i genitori che risiedono illegalmente negli Stati Uniti?

Né Donald Trump, né Hillary Clinton

Se è vero che molti bambini, giovani e adulti di El Salvador, Guatemala e Honduras vivono sotto la minaccia di bande (maras) e narcotrafficanti, e che tale insicurezza è uno dei fattori che li spinge a partire, le misure prese dal governo degli Stati Uniti non avranno alcun effetto su coloro che emigrano per motivi economici o perché sospinti dal più convincente dei fattori: l'urgenza del ricongiungimento familiare.
La questione migratoria è diventata uno dei temi più caldi della campagna elettorale degli Stati Uniti. Nel campo repubblicano, lo xenofobo Donald Trump ha cercato di conquistare il voto dei bianchi e si è detto favorevole alle deportazioni di massa. Nel campo democratico, l'ex Segretaria di Stato Hillary Clinton ha cercato di assicurarsi invece il voto latino. Tuttavia, nessuno dei due ha sollevato la necessità di una vera riforma migratoria negli Stati Uniti, come invece aveva fatto Obama nel suo discorso alla Nazione il 20 Novembre 2014.

Il fattore principale

Non c'è dubbio che i fattori che favoriscono la migrazione sono ancora saldamente radicati in El Salvador, Guatemala e Honduras. Il 750 milioni di dollari approvati dal Congresso degli Stati Uniti per il PAP-TN, oltre a tutte le risorse proprie che i tre Paesi investiranno per ridurre la povertà, la disuguaglianza, la mancanza di opportunità, l'esclusione sociale, la violenza e l'insicurezza, potrebbero contribuire a migliorare sensibilmente le condizioni economiche e sociali, e favorire ragionevoli livelli di sicurezza mediante la riduzione degli alti livelli di criminalità.
Tuttavia, gli ingenti aiuti economici non sortiranno alcun effetto sull'urgenza di ricongiungimento familiare, che è il più forte dei “fattori di attrazione”. La complessa questione migratoria non troverà soluzione fino a quando questo problema non verrà risolto.

Più dubbi che certezze

Il PAP-TN offre un futuro promettente a salvadoregni, guatemaltechi e honduregni?
Creare un organismo responsabile per vigilare sul Piano non sembra essere un grosso problema, ma saranno capaci i governi di El Salvador e Honduras – perché in Guatemala, il governo e la Commissione Internazionale contro l'impunità (CICIG) lo stanno già facendo – in grado di combattere efficacemente la corruzione e perseguire i funzionari sospettati di corruzione?
Riusciranno i tre governi del Triangolo Nord ad attuare riforme, politiche e programmi per rendere più trasparente l'amministrazione pubblica, rafforzare le istituzioni, rafforzare l'indipendenza del sistema giudiziario?
Saranno davvero disposti a creare forze di polizia civile professionali e responsabili, considerando che i tentativi fatti finora sono stati fallimentari?
Sapranno limitare il ruolo degli eserciti in materia di pubblica sicurezza?
Sapranno davvero proteggere i diritti dei partiti di opposizione, di giornalisti, sindacalisti e altri attivisti della società civile, in modo che possano agire liberamente e senza ostacoli?
E in contesti economici caratterizzati dalla presenza di vasti settori informali, come faranno ad aumentare le entrate fiscali?
Riusciranno a ripristinare onestà e trasparenza nella gestione delle dogane?
Nessuno può azzardare risposte positivamente a tali domande perché gli oscuri precedenti dei tre attuali governi suscitano più dubbi che certezze.