CENTROAMÉRICA / I motivi per cui le donne emigrano non sono solo economici

Le analisi sulla migrazione centroamericana sono centrate soprattutto sui fattori economici, sulla violenza criminale e sulla persecuzione politica. Poco si soffermano sulle espressioni comuni, a volte sottili, della violenza sessista. Il numero crescente di donne centroamericane che lasciano i propri Paesi stimola una riflessione profonda sulle cause associate al maschilismo e ad altri meccanismi di controllo cui sono sottomesse le donne nelle nostr società.

Karina Fonseca Vindas, direttrice del Servizio gesuitico per i migranti del Costa Rica. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

Decenni dopo la fine dei conflitti armati in America Centrale, commuove dover constatare come si ripetano i trasferimenti forzosi di popolazioni nei tre Paesi del cosiddetto Triangolo Nord (Guatemala, El Salvador e Honduras), che cercano rifugio in altri Paesi, fuggendo da persecuzioni politiche, povertà, abusi sessuali e dalla violenza scatenata da bande criminali armate dedite ad estorsioni, ricatti e minacce.
Nonostante gran parte delle statistiche sui migranti non appaiano disaggregate per sesso, è senz'altro in aumento il numero di donne che ogni anno cercano di scappare dalle molteplici manifestazioni di violenza che le colpiscono direttamente. Per questo, preoccupa il fatto che restino invisibili gli abusi specifici che tante donne patiscono in seno alle loro famiglie e che non si tenga conto della dimensione emotiva, fisica e patrimoniale della violenza che il crimine organizzato suscita fra le donne. In questo senso, la nozione di “violenza generalizzata” con cui spesso si analizza il contesto centroamericano non è sufficiente a spiegare quanto sta accadendo.

"Non posso raccontarlo”

Dice Silvia (nome fittizio), migrante salvadoregna, che a 18 anni è stata vittima di abusi sessuali reiterati da parte di tre mareros (componenti, cioè, di una mara, una delle bande di giovani dai caratteristici tatuaggi che coprono l'intero loro corpo, ndr), i quali l'hanno minacciata di uccidere i suoi due fratelli piccoli se non si fosse sottomessa a loro: «Non posso raccontare ai miei genitori cosa è successo, non sia mai! Non saprei come guardarli in faccia. Sono andata all'incontro con la psicologa qui (in un centro di assistenza, ndr), la quale mi ha detto che se lo dico nella dichiarazione è più facile che mi concedano lo stato di rifugiata, ma io non voglio che ciò figuri nella mia pratica di migrazione. Se un giudice la leggesse di fronte a mio papà mi vergognerei molto. L'ho fatto perché non avevo alternative. La mia famiglia non si è accorta di niente ed io l'ho taciuto. E quando mio papà mi ha detto che prendessimo su quel che potevamo perché all'indomani saremmo partiti per il Costa Rica, ero contentissima, ho pensato che le mie sofferenze sarebbero finite e nessuno mi avrebbe più ricattato. Mio padre faceva il tassista e siamo dovuti venire via perché ormai troppo quel che gli estorcevano i mareros per lasciarlo lavorare. Almeno, non ha saputo niente della mia situazione».
In molte occasioni, le esperienze di violenza sessuale all'interno della famiglia e quelle provocate da bande criminali non vengono riconosciute come cause sufficienti per chiedere asilo. E anche i Paesi che si suppone abbiano una politica di accoglienza favorevole in questioni di genere, di solito, scartano tali richieste per la scarsa informazione disponibile su tali violenze o per la mancanza di sensibilità da parte delle autorità migratorie “competenti” che emettono i decreti. Varrebbe la pena studiare quali siano i motivi per rifiutare la concessione di asilo per causa di violenze di genere a favore di donne che hanno sopportato esperienze traumatiche nei Paesi da cui scappano. E anche se non si dispone di tale ricerca, non è difficile sospettare che buona parte degli argomenti rafforzino le basi di una cultura patriarcale ancora persistente nel mondo.
In uno studio del 2013, Cadenas globales de cuidados (Catene globali di attenzione), promosso dalle Nazioni Unite, le sue autrici segnalavano come in Nicaragua, Paese che pure non patisce le gravi violenze che affliggono i Paesi del Triangolo Nord, il 25% delle donne che lasciano il Paese lo fanno a causa di violenze in famiglia. E se ne vanno senza avere la possibilità di ottenere un diverso trattamento migratorio nel Paese di destinazione e senza poter dimostrare la situazione di rischio da cui hanno deciso di fuggire.
Nel 2012, nel libro La dignidad vale mucho (La dignità vale molto) si leggeva la testimonianza di Celia, una giovane nicaraguense che ha sofferto ripetuti tentativi di violenza sessuale da parte del fratello: «Quando mio padre se ne accorse, lo sgridò: 'cosa stai facendo?', brandendo un machete; io mi misi a piangere, non capivo cosa stesse succedendo; solo ora mi rendo conto di quel che sarebbe successo se mio padre non fosse arrivato in quel momento». Anni dopo, Celia è andata a trovare la sua madre biologica e, mentre riposava su un'amaca, ha sentito qualcuno che la toccava. Svegliatasi di colpo, ha visto che era suo fratello: «”L'hai fatta franca una volta, ma stavolta no”, mi ha detto. Io non so dove ho trovato le forze e ho preso un'arma che era nella casa e gli ho sparato. Dio mi ha evitato di diventare l'assassina di mio fratello, perché l'ho solo ferito... Dopodiché me ne sono andata». Dapprima, da León, Celia è andata a Managua, dove ha trovato lavoro come domestica e, quindi, è emigrata in Costa Rica.

Honduras: cifre allucinanti

Secondo dati recenti dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), le donne rappresentano il 43% dei migranti honduregni. Dietro la loro decisione di emigrare, le pessime condizioni di vita, la violenza di genere o, comunque, legata all'orientamento sessuale, l'aumento della criminalità organizzata e del narcotraffico, cui si sommano l'impunità regnante e la corruzione, che hanno un impatto particolare su donne e bambine.
Nel 2013, in Honduras sono state assassinate 636 donne, pari ad un aumento del 263,4% rispetto al 2005, quando si verificarono 2,7 femminicidi ogni 100 mila abitanti; rapporto salito al 14,6 nel 2013. Nel 2014, le donne assassinate sono state 526 e nel 2015, 471. Attualmente, ogni 16 ore viene assassinata una donna in Honduras. Allarmante è anche l'aumento delle denunce di scomparsa di donne e bambine honduregne. Nel 2008, le donne desaparecidas erano state 91; nel 2013, 347. A queste cifre allucinanti, bisogna sommare 155 denunce per ingiusta privazione della libertà personale, sequestro e traffico di essere umani.
Per quanto riguarda i reati sessuali, delle 3.017 denunce del 2015, l'86,6% dei casi riguardava donne, per un totale di 2.612. Non va dimenticato che una delle “ragioni” per cui si è considerati “nemici” o “traditori” nella logica delle bande criminali è la “resistenza” opposta nei loro confronti: che nel caso di donne o ragazze significa il rifiuto delle avances sessuali di mareros e narcotrafficanti. “Resistere” in tal senso può comportare una “condanna a morte” o altre gravi violenze. In questi casi, l'emigrazione risponde ad una strategia di sopravvivenza.

El Salvador: un insieme di violenze

Secondo dati della polizia salvadoregna, nel 2015, sono stati registrati 575 femminicidi. Nel 2014, erano stati 292. La capitale San Salvador, un milione e mezzo di abitanti, è la città che registra più casi: 223. Secondo dati della Commissione Economica per l'America Latina (CEPAL), il tasso di femminicidi in El Salvador è di 5,7 ogni 100 mila abitanti, superato solo dall'Honduras.
E come in Honduras, le cause della violenza, in tutte le sue forme, contro le donne sono molteplici, complesse e aggravate dal clima di impunità, insicurezza, sfiducia nelle autorità e dalle attività di gruppi delinquenziali. Non è difficile concludere che uno dei principali motivi per cui le donne salvadoregne si vedono forzate ad andarsene dal Paese sia questa sommatoria di violenze.

Fuggire, ma dove?

Una decina di anni fa, il Canada concedeva importanti opportunità per ottenere lo status di rifugiate alle donne salvadoregne vittime di violenza di genere. Ma anche quella finestra si è andata chiudendo e, oggi, il governo canadese dà priorità ai rifugiati che provengono da Paesi teatro di conflitti bellici. Ciò ha portato le donne salvadoregne e honduregne a considerare Panamá, Costa Rica e Nicaragua come le mete più accessibili per cercare protezione internazionale, se non hanno possibilità di andarsene negli Stati Uniti o in altri Paesi.

Costa Rica: sempre più meta di rifugiati

Non si dispone di dati ufficiali recenti per sapere quante donne centroamericane abbiano chiesto e/o ottenuto lo status di rifugiate in questo Paese. Tuttavia, è degno di nota che, a fine 2015, per la prima volta negli ultimi decenni, le domande in tal senso di centroamericani, uomini e donne, fossero la maggioranza dei casi presentati durante l'anno.
Secondo ACNUR, nel 2015, le richieste di asilo in Costa Rica sono state 2.203, pari ad un aumento del 176% rispetto al 2013 e del 16% rispetto al 2014. Nel 2016, le richieste sono state 4.470. Fra esse, 1.470 avanzate da salvadoregni. Le concessioni dello status di rifugiato in Costa Rica non arrivano al 30% dei casi, cifra molto bassa di fronte alla crescente domanda. Ciò lascia molte persone in un limbo giuridico, senza possibilità di tornare nel proprio Paese e con poche altre opzioni per regolarizzare la propria posizione migratoria, dati gli alti costi e i farraginosi requisiti che caratterizzano le pratiche migratorie in Costa Rica.
Claudia (nome fittizio) è arrivata in Costa Rica con il marito e due figlie piccole a metà 2016. Avevano con sé soltanto pochi vestiti di ricambio. Per sfuggire alle estorsioni delle maras di San Salvador hanno deciso di abbandonare tutto: «La decisione l'abbiamo presa il giorno prima di partire. Mio marito aveva avviato una piccola attività di vendita di alimenti e si era rifiutato di pagare il pizzo. La mara ci ha dato 24 ore per lasciare la casa. Così, senza dire niente a nessuno siamo partiti. Avevano messo gli occhi sulle bambine: i mareros ci avevano mandato a dire che avrebbero ucciso loro o mio marito... Non pensavamo fosse così difficile in Costa Rica. Ci avevamo detto che c'erano organizzazioni che aiutavano i richiedenti asilo, ma non c'è andata molto bene, non siamo riusciti a trovare lavoro e abbiamo dovuto cambiare casa tre volte perché non riuscivamo a pagare l'affitto mensile. Ma il peggio è venuto quando ci hanno respinto la richiesta di asilo. Tuttavia, nonostante la durezza che ci è toccata, qui si sta tranquilli. Là, uno camminava guardandosi intorno circospetto, stando attento se qualcuno lo seguisse o ascoltasse; a noi è rimasta quella paura».

In migliaia verso gli Stati Uniti

La rotta verso gli Stati Uniti che intraprendono migliaia di centroamericani privi di visto di ingresso legale è una lunga e tortuosa esperienza attraverso varie frontiere.
Negli ultimi anni, diversi ricercatori hanno evidenziato come il México si sia convertito in muro e ostacolo per i migranti. E luogo dove vengono violati i diritti di queste persone, soprattutto se donne, le quali rappresentano il 20-30% dei migranti. L'irrigidimento dei controlli migratori in questo Paese ha scatenato una crescita vertiginosa di arresti, respingimenti e deportazioni. A loro volta, le reti criminali, la corruzione e l'inefficienza degli apparati statali dei Paesi di transito hanno reso la migrazione irregolare un affare assai lucrativo e, pertanto, sempre più pericoloso.
Non si dispone di dati precisi sulla quantità di donne e uomini in transito verso gli Stati Uniti o altre mete. Per varie ragioni: la gente attraversa la frontiera clandestinamente, le statistiche ufficiali non riportano il sesso di quanti vengono catturati, la gente si sposta continuamente senza lasciare traccia di sé o ricorrendo a nomi falsi. Secondo dati ufficiali e organizzazioni della società civile, già nel 2005 si stimava un flusso in ingresso in México di 150-400 mila migranti centroamericani l'anno, di cui il 20% donne.

Da Haiti al Brasile, fino al Costa Rica

Oltre al crescente esodo di centroamericani, nella regione si osserva anche un flusso migratorio di persone provenienti da altre regioni, per le quali il Centroamerica è terra di transito.
È il caso di Marie (altro nome fittizio), che ha lasciato il suo Paese natale, Haiti, nel 2013 nel quadro del programma di aiuti offerti dal governo brasiliano a seguito del terremoto che colpì l'isola caraibica. Marie si era sistemata a Santa Catarina, nel Sud del Paese carioca. Si era decisa a partire confidando che la ripresa dell'economia brasiliana, stimolata anche dalla costruzione delle infrastrutture previste per i mondiali di calcio del 2014 e delle olimpiadi del 2016, avrebbe generato molte opportunità di lavoro.
Marie ha lavorato come cameriera in vari alberghi, coltivando il sogno di inviare denaro ai tre figli lasciati a Port-au-Prince a carico di una sorella. Tuttavia, a causa della crisi economica e politica brasiliana, Marie è rimasta disoccupata e indebitata, come altre migliaia di donne haitiane in quel Paese. «Se avessi saputo cosa mi aspettava, non sarei mai andata in Brasil», dice oggi Marie, che si trova in Costa Rica.
Con molti altri haitiani, Marie, 36 anni, ha attraversato vari Paesi, percorrendo migliaia di chilometri: Perú, Ecuador, Colombia, Panamá... Infine, Costa Rica. Il punto più difficile della peripezia, racconta, è stato quello fra Colombia e Panamá, noto come il “tappo di Darién” (dal nome della regione di frontiera fra i due Paesi, dove inizia l'istmo centroamericano, ndr), circa 150 chilometri di lunghezza in cui la carretera panamericana si interrompe davanti ad una densa foresta tropicale.
Dice Marie: quanti percorrono questa rotta a piedi diretti negli Stati Uniti spesso non hanno idea di dove si trovino, quale Paese stiano attraversando e che distanze dovranno percorrere. Nel Darién i rischi sono tantissimi: serpenti e felini, fame e sete, la possibilità di perdersi nella giungla... Marie lo racconta tra singhiozzi e pianti. Dice di aver visto gente morire sul cammino: «È la cosa più dura che mi sia capitata nella mia vita».
Il sogno di Marie è arrivare in Canada, dove chiedere asilo; ciò, nonostante sappia che le sue vicissitudini, per quanto traumatiche esse siano, non corrispondono ai requisiti perché le sia concesso tale status. Tuttavia, tornare ad Haiti non rientra fra i suoi piani; lo dice in maniera netta: «La situazione là è molto difficile, c'è tantissima miseria e i governanti sono tutti ladroni e per noi sarebbe un fallimento... Ma Dio non ci abbandonerà».
E anche di fronte all'ipotesi di restare in Costa Rica, piccolo Paese del quale mai aveva sentito parlare e che ora le consente di riprendere le forze, si mostra decisa, per niente intimorita dai pericoli che potrebbe affrontare nel suo tragitto attraverso Centroamerica e México. Nemmeno il fatto di essere incinta di tre mesi sembra fermarla: «È che neanche qui abbiamo niente e sappiamo che in Canada staremo meglio. Parlare la stessa loro lingua (il francese; evidentemente si riferisce alla regione del Québec, ndr) potrà aiutarci a far sì che non ci rubino troppo sul lavoro».

Difficoltà soverchianti

Nonostante l'incertezza sui dati della migrazione irregolare femminile tutti convengono che le vicissitudini che le donne affrontano lungo il cammino sono terribili.
Nel 2006, una ricerca di Gabriela Díaz Prieto e Gretchen Kuhner dimostrava come le donne affrontassero difficoltà in proporzione assai superiore agli uomini, rispetto ad arresti arbitrari ed estorsioni compiuti dalle autorità messicane; violenza fisica e verbale di autorità, gruppi criminali organizzati, civili e, persino, di altri migranti uomini; furti, sequestri a fini estorsivi, sfruttamento lavorativo o sessuale; assenza di un giusto processo; senza contare una “specificità” tutta femminile: le gravidanze dovute a violazioni sessuali.
Sono passati alcuni anni da quella ricerca, ma non è ragionevole pensare che tali fenomeni siano diminuiti. Al contrario, tutte quelle forme di violenza hanno acquisito probabilmente dimensioni gigantesche, non solo perché sempre più donne e uomini intraprendono ogni anno la rotta verso Nord, ma perché le strategie criminali per lucrare sulla tragedia umanitaria rappresentata dalla massiccia migrazione forzata e clandestina in circostanze così prive di protezione è aumentata vertiginosamente di anno in anno.

Per bambine e ragazze sole il maggior pericolo

I movimenti migratori forzati non solo segnano la vita degli adulti, ma anche quella di minori ed adolescenti che intraprendono il viaggio con i loro familiari, con persone che li hanno in carico o con i coyotes (sono così detti i trafficanti di esseri umani che in cambio di denaro aiutano ad attraversare la frontiera, ndr), nonché quella di quanti, e non sono pochi nonostante la tenera età, si mettono in viaggio da soli.
Il numero di minori che partono da soli è aumentato considerevolmente negli ultimi anni, sia di quanti cercano di entrare negli Stati Uniti passando per il México, sia di bambine e ragazze guatemalteche dirette verso le zone meridionali del México, secondo un rapporto dell'Istituto Autonomo messicano del 2014.
Secondo ACNUR, fra il 2008 e il 2013, le autorità migratorie messicane hanno rispedito indietro ai loro Paesi di origine circa 22 mila minori provenienti dai Paesi del cosiddetto Triangolo Nord. Soltanto nel 2013, 5.653 bambini che viaggiavano da soli per il Paese: il 19,5% di essi era salvadoregno, il 39,2% guatemalteco, il 39,7% honduregno.
Come tendenza, si può segnalare che la quantità di bambine e adolescenti che migrano da sole è relativamente minore di quella dei bambini. Circa l'età, si può dire che migrano bambine e ragazze di tutte le età, essendo quelle di età compresa fra 14 e 17 anni le più numerose. Sono aumentate anche le richieste di asilo di minori negli Stati Uniti, Belize, Costa Rica, Nicaragua e Panamá. Secondo la Direzione Generale di Migrazione del Guatemala negli anni 2005/2011 sono state respinte 607 bambine: il numero maggiore di bambine si è registrato nel 2005, quando hanno superato del 15,56% quello dei bambini.
Il numero maggiore di minori che viaggiano da soli si riscontra in Honduras. Si stima che un 25% dei migranti honduregni abbia meno di 18 anni, composto per un 60% maschi e 40% femmine. Nel caso honduregno, una delle realtà documentate è quello delle madri adolescenti che viaggiano con le loro creature verso gli Stati Uniti, essendo specialmente vulnerabili lungo il cammino.
Secondo ACNUR, le bambine e adolescenti che viaggiano da sole affrontano rischi maggiori, dal momento che genere, età, mancanza di legami sicuri durante il tragitto, costituiscono una combinazione perversa che le espone a tutte le forme di violenza possibile.
Le bambine e ragazze che, invece, viaggiano accompagnate devono comunque affrontare la separazione dai propri familiari quando i gruppi di cui fanno parte vengono detenuti dalle autorità migratorie, sia in México che negli Stati Uniti.

Quante sono le donne deportate

L'indurimento della legislazione migratoria negli Stati Uniti ha provocato una crescita importante delle deportazioni di centroamericani. Nel 2014, secondo dati dell'autorità di frontiera (U.S. Immigration and Customs Enforcement) i centroamericani rimandati in patria – compresi quelli respinti, deportati in quanto privi di documenti o perché macchiatesi di qualche reato – è aumentato rispetto al numero di messicani rimandati nel loro Paese. In quell'anno, sono stati deportati 27.180 salvadoregni, 54.423 guatemaltechi e 40.695 honduregni; in tutti i casi, alta era la percentuale di donne rimpatriate.
Secondo l'Istituto Nazionale di Migrazione del México, sommando i casi di rimpatrio assistito, espulsione e ritorno di minori di età, nel 2011/2012 sono stati rimpatriati nei loro Paesi 62.494 guatemaltechi, 45.909 honduregni e 20.358 salvadoregni. Si stima che la percentuale di donne di questi tre Paesi oscillasse fra il 12 e il 23%.
Secondo altri dati forniti dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) riguardo il Guatemala e riferiti al quinquennio 2007/2012, le cifre sono sempre più preoccupanti: in quegli anni, gli Stati Uniti hanno rimpatriato forzosamente 174.864 guatemaltechi, di cui 15.893 donne. Nello stesso periodo, i guatemaltechi rimpatriati dal México sono stati 221.864.
Dati più recenti (2015 e 2016) relativi alle deportazioni in Honduras evidenziano una tendenza in aumento. Secondo il Centro di Assistenza al Migrante Rimpatriato (CAMR) e la Direzione Nazionale di Infanzia e Adolescenza (DINAF), in tutto il 2015 i rimpatriati sono stati 34.164. Nel 2016, nei soli primi quattro mesi dell'anno, sono stati 21.824, il che fa ragionevolmente pensare che i dati consolidati del 2016 saranno senz'altro superiori a quelli del 2015. Secondo un rappresentante del CAMR, le donne rimpatriate erano circa il 20% del totale.

Ricominciare?

È difficile documentare con certezza la quantità di donne vittime di deportazione o rimpatrio volontario. Le donne centroamericane che sono obbligate a tornare affrontano serie difficoltà per reinserirsi nella vita che avevano lasciato, data la scarsa probabilità di ottenere un lavoro giustamente remunerato, necessità diventata ancor più imperiosa che prima di partire, dal momento che spesso devono ancora saldare i debiti contratti con i coyotes che le hanno aiutate ad entrare negli Stati Uniti.
Ancora meno esse possono contare su un accompagnamento psicologico e su meccanismi di protezione nel caso debbano stabilirsi nuovamente nei villaggi di origine, da dove erano dovute fuggire a causa di violenze sessuali o fisiche, minacce e ricatti. In breve, il loro ritorno le espone ad una maggiore vulnerabilità.

Migliaia di donne indigene migranti

La migrazione di donne indigene è segnata da molteplici dinamiche di violenza e specificità. Vi sono quelle che si spostano all'interno del proprio Paese, quelle che migrano verso altri Paesi centroamericani e quelle che optano per avventurarsi in un viaggio verso gli Stati Uniti, via México.
Uno dei casi più significativi del Sudamerica è quello delle donne indigene che partono dalla zona Ngäbe-Buglé di Panamá dirette in Costa Rica. In minor numero, vi sono donne e uomini di etnia mískita, provenienti dall'Honduras e dal Nicaragua che si sono stabiliti principalmente nelle zone urbane di San José. Nel Nord del Centroamerica si segnala l'emigrazione di donne indigene del Guatemala, che scelgono di andare in México e Stati Uniti.
Il Paese che in America Latina conosce una maggiore migrazione interna di donne indigene è Panamá: 7%; seguito da Uruguay (6%), Costa Rica (4,6%) e Ecuador (4%). A Panamá le zone di maggiore partenza corrispondono ai territori appartenenti ai popoli originari.
Il 13% delle donne indigene di Kuna Yala e il 5% di Ngäbe-Buglé (entrambe, zone dell'attuale Panamá, ndr) sono emigrate, dirette in Costa Rica per partecipare alla raccolta del caffè o lavori simili.
Nei ultimi decenni, la migrazione di donne ngäbe e buglé verso il Costa Rica ha acquisito un peso simile a quello degli uomini; nei fatti, la tendenza è intraprendere il viaggio con tutta la famiglia in cerca di opportunità lavorative nei settori agricolo ed informale, di migliori condizioni di vita e accesso ai servizi di base.
In Costa Rica, inteso come Paese di destino, la popolazione ngäbe e buglé rappresenta il 23,4% della popolazione indigena migrante esterna, secondo le autorità migratorie. Il censimento demografico del 2011 indica un totale di 6.139 donne migranti che si considerano appartenenti ad un gruppo originario: le più numerose sono le donne mískite nicaraguensi (3.150), seguite dalle panamegne (2.072). In Costa Rica esse devono fare i conti non solo con l'ostacolo della lingua, ma anche con le difficoltà per regolarizzare la propria posizione, con le discriminazioni e pregiudizi xenofobi presenti negli spazi istituzionali e lavorativi, e con il difficile accesso ai servizi pubblici, specialmente nel campo della sanità e dell'istruzione.
In Guatemala, la migrazione indigena si è intensificata durante il conflitto armato negli anni '70 e '80, che provocò un massiccio sfollamento interno e la partenza in cerca di un rifugio all'estero, soprattutto in México. In seguito, dagli anni '90 al 2005 circa, i programmi di aggiustamento strutturale hanno avuto la conseguenza di favorire un aumento della migrazione verso gli Stati Uniti, in particolare delle popolazioni mam, kiché e kanjobal, le più colpite dalla repressione. I dipartimenti guatemaltechi che registrano più migranti sono, infatti, quelli indigeni: San Marcos, Huehuetenango, Quetzaltenango, El Quiché e Totonicapán.
Dal momento che gli indigeni in generale ed in particolare le donne, in molti casi, non possiedono certificati di nascita o altri documenti di identità, essi sono esposti ad abusi fisici, sessuali e patrimoniali da parte delle autorità messicane nel loro transito verso gli Stati Uniti. Le autorità migratorie messicane non mettono a loro disposizione alcun interprete e nemmeno esiste alcuna forma di protezione per le donne indigene che attraversano il Paese o che decidono di rimanervi.
Il censimento guatemalteco del 2002 registra un aumento dei nuclei familiari guidati da una donna sola, passati dal 18% del 1994 al 23% nel 2002. Ciò suggerisce, fra l'altro, che le donne stiano assumendo la responsabilità di mantenere la famiglia a fronte dell'incremento dell'emigrazione maschile.
Si stima che il 6% della popolazione guatemalteca abbia almeno un familiare all'estero e un 30,5% di questi nuclei familiari vive nei dipartimenti con maggiore popolazione indigena.
La migrazione interna verso le città capoluogo è un'esperienza abituale per le donne indigene guatemalteche. Le giovani indigene migrano più delle adulte. Partono da sole, in coppia o con tutta la famiglia. In México vanno a lavorare nelle piantagioni di caffè. Molte giovani migrano anche verso le zone turistiche del Golfo del México.
Altra caratteristica della migrazione di donne indigene guatemalteche è la frequenza della riunificazione familiare all'estero dopo che gli uomini vi si sono insediati e hanno trovato lavoro. Spesso cercano di fare in modo che le loro mogli li raggiungano. Ad esempio, nello Stato del Rhode Island vivono ormai 20 mila persone originarie del Quiché.
Le donne indigene i cui mariti sono emigrati restano soggette alla cultura in cui sono nate. Le famiglie degli uomini assenti e la stessa comunità impediscono lo sviluppo autonomo delle donne rimaste alla guida del nucleo familiare, dal momento che esse non hanno la proprietà della casa, né della terra, né di altre proprietà. Nemmeno amministrano le rimesse inviate loro dai mariti, compito che resta affidato ai familiari dello sposo.

Donne mutilate sul treno cosiddetto “la Bestia”

Uno dei peggiori rischi di chi affronta il viaggio verso gli Stati Uniti è quello di riportare lesioni fisiche e psichiche, che in molti casi diventano permanenti.
Fra le varie tragedie che possono capitare c'è quella di cadere e restare travolti dal treno su cui viaggiano clandestinamente attraversando il México da Sud verso Nord (noto como “la Bestia”, ndr). Trattandosi di treni merci, le persone viaggiano sui tetti dei vagoni, dove salgono anche gruppi criminali organizzati che li attaccano e le stesse autorità messicane che li cercano. In qualche caso, sono i guardiani dei treni a minacciarli. E se le donne oppongono resistenza ad una violenza sessuale, vengono gettate giù dal treno, provocandone la morte o mutilazioni. Per le donne che viaggiano con bambini piccoli il dover salire sui treni in marcia e l'enorme fatica di viaggiare sul tetto dei vagoni, superando timori e stanchezza, è particolarmente stressante.
Secondo dati recenti, il numero di honduregni rimasti mutilati in questo rischiosissimo viaggio supera le 700 persone, tanto che in Honduras è sorta un'associazione dei migranti rientrati rimasti invalidi, che difende i loro diritti. In molti casi, essi tornano alle loro comunità, dove le difficoltà socioeconomiche che affrontano sono superiori a quelle che sperimentavano prima di partire.
Non è noto il numero esatto di donne centroamericane che hanno patito lesioni in questo esodo, anche se si suppone sia minore di quello degli uomini, dal momento che le donne sono solite evitare la rotta del treno e cercare tragitti meno visibili. La maggior parte delle donne che hanno perso un arto durante il viaggio sono originarie di El Salvador e Honduras.

In conclusione

In breve, ciò che spinge le donne centroamericane ad emigrare va oltre le ragioni meramente economiche. Esse fuggono da un sistema che le esclude e nega loro opportunità per vivere dignitosamente. Scappano, inoltre, per salvare la vita loro e dei loro figli dalla violenza maschilista che le affligge.
La molteplicità di cause è una costante nelle storie che raccontano. Quando si sentono testimonianze di tante donne honduregne che prima di partire per gli Stati Uniti iniziano a prendere contraccettivi, dal momento che suppongono con rassegnata cautela che saranno vittime di violenza sessuale lungo il cammino, è difficile negare la durezza di tale realtà.
Il fatto che la violenza sessuale o altri abusi, quando non la morte, siano realtà irrimediabilmente presenti nel cammino verso “una vita migliore” fuori dalla propria terra, è solo una delle tragedie mascherate dalla resistenza che angoscia migliaia di donne centroamericane, tragedie di cui non si parla molto e nei confronti delle quali meno ancora si agisce.