«Abbiamo fatto germinare le nostre idee per imparare a sopravvivere in mezzo a tanta fame, per difenderci da tanto scandalo e dagli attacchi, per organizzarci in mezzo a tanta confusione, per rincuorarci nonostante la profonda tristezza.
E per sognare oltre tanta disperazione.»


Da un calendario inca degli inizi della Conquista dell'America.
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HONDURAS / Quando i narcos “cantano”, politici e imprenditori tremano...

Mentre il Paese si incammina verso le elezioni presidenziali del Novembre 2017 e il presidente in carica prepara la sua rielezione, negli USA, dove sono stati estradati, vari capi del cartello di narcotrafficanti noti come Los Cachiros raccontano alle autorità federali di come erano riusciti a fare dell'Honduras un narco-Stato. Quanto influiranno le loro rivelazioni sul prossimo voto?

Di Ismael Moreno. Traduzione e redazione di Marco Cantarelli.

A metà Marzo scorso, il presidente Juan Orlando Hernández ha realizzato un improvviso viaggio a Washington. Si erano appena svolte le elezioni primarie dei partiti honduregni, nelle quali Hernández si è imposto con il doppio dei voti dei candidati oppositori del Partito Liberale e del partito Libertà e Rifondazione (LIBRE).

Il viaggio non è stato certo fortuito. Esso aveva almeno due propositi. In primo luogo, rassicurare le autorità statunitensi della sua volontà di non interferire e tanto meno ostacolare la serie di catture ed estradizioni di honduregni accusati di reati legati al narcotraffico, oggi sotto processo negli Stati Uniti, nemmeno quando si tratti di personalità politiche o di suoi stessi familiari. Il riferimento specifico è all'ex presidente Porfirio Lobo Sosa e a suo fratello, Antonio Hernández, accusati di legami con il narcotraffico da quelli che fino a ieri erano i principali capi del narcotraffico in Honduras, Los Cachiros (per approfondimenti, qui), nelle udienze del processo che li vede sul banco degli imputati a New York.

In secondo luogo, Hernández ha voluto reiterare il suo impegno che già nel primo trimestre del suo secondo mandato – che, evidentemente, dà per scontato – sarà regolamentata la legislazione honduregna in materia di rielezione alla presidenza della Repubblica. In base a tale impegno, Hernández avrebbe accettato la condizione posta dagli Stati Uniti: l'avallo per la sua rielezione vale soltanto per la prossima volta. In altri termini, Washington non vuole in America Centrale un altro Daniel Ortega (il presidente nicaraguense, ndr), rieletto indefinitamente.

Chi è senza macchia?

Contando, dunque, con la “benedizione” di Washington, dei Paesi europei, dell'ONU e dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Hernández e la sua nutrita squadra di collaboratori nei prossimi mesi si dedicheranno a rimuovere dal cammino verso la rielezione ogni ostacolo interno che possa rovinare loro la festa.
Disarticolare l'alleanza dei partiti di opposizione è il primo obiettivo. Tale compito è iniziato lo stesso giorno delle primarie, il 12 Marzo scorso. Hernández necessita di un'opposizione che abbia due caratteristiche: che non rappresenti alcun pericolo per la sua rielezione ma che, tuttavia, appaia in grado di esercitare una reale concorrenza. In altri termini, un'opposizione anche rumorosa che critichi la sua rielezione, ma che non sia capace di impedirla.
In questo senso, uno degli obiettivi è indebolire le possibili candidature presidenziali dell'alleanza oppositrice. Per esempio, quella di Salvador Nasralla, leader del Partito Anticorruzione (PAC), che può attrarre un ampio settore di popolazione non di sinistra. Nasralla potrebbe, inoltre, stimolare una massiccia partecipazione di elettori che si oppongono alla rielezione di Hernández e sono sempre più scontenti della critica situazione in cui versa il Paese.
A tal fine, la squadra del presidente ha intrapreso una campagna “sporca” tesa a far apparire come colpevoli di reati legati al narcotraffico non siano solo figure del Partito Nazionale, quello di Hernández, e di altri gruppi politici tradizionali, ma anche leaders sociali, che sarebbero anch'essi coinvolti nel riciclaggio dei proventi del narcotraffico. In questo senso, il messaggio che si vuol dare è che, in Honduras, nessuno che si vanti di avere qualche ruolo dirigente sul piano socio-politico sfugge a quella macchia...
Per almeno vent'anni, Hernández si è servito di esperti nella gestione dei media. Ora, la sua squadra sta affinando il compito, vuole evitare imprevisti, non vuole distrazioni. Necessita che tutti i tasselli del mosaico vadano a posto e, pure, che tutti gli attori “stiano al loro posto”, senza creare problemi in dirittura finale. Lo scenario deve essere sgombro fin da ora, per non dover correre ai ripari nelle settimane che precedono l'ultima Domenica di Novembre.

Il pretesto dell'aborto terapeutico

E, quale tema poteva essere più efficace per “intrattenere” l'opinione pubblica, di tutte le ideologie, in snervanti dibattiti? L'aborto. Pur essendo un tema importantissimo, la manipolazione che ne è stata fatta ha intrappolato per settimane tutta la società in accesi confronti, fra uomini e donne, femministe e gruppi di estrema destra, sinistra e destra, settori religiosi fondamentalisti di diverse confessioni e settori religiosi più aperti... Fino a quando tale “distrazione di massa” andrà avanti, la squadra del presidente avrà buon gioco nell'eliminare o ridurre gli ostacoli che si presentino sulla strada della rielezione presidenziale.
L'occasione per “uscirsene con il tema dell'aborto” è stata fornita dal dibattito parlamentare sulla riforma del Codice Penale. Fra le modifiche, un'iniziativa preparata da esperti penalisti proponeva di consentire l'interruzione di gravidanza per tre cause: quando la madre corre un comprovato pericolo di morte; quando sono comprovate malformazioni congenite del feto; quando la gravidanza è risultato di una violenza sessuale; in questi casi, l'aborto era definito “terapeutico”.
Com'era prevedibile, il tema ha suscitato un forte dibattito nell'opinione pubblica facendo sparire, da un giorno all'altro, dai media le notizie provenienti da New York sui processi ai capi del cartello de Los Cachiros, i quali stanno parlando del coinvolgimento nei loro narco-affari di dirigenti politici e imprenditoriali, quasi tutti esponenti del partito al governo e, in particolare, del circolo più strettamente vicino al presidente. Ma sono sparite dai media anche le notizie relative alle denunce di frodi elettorali occorse nelle primarie del 12 Marzo scorso. Come pure usciti dalla scena mediatica sono stati i processi per corruzione, in riferimento al saccheggio delle risorse dell'istituto di previdenza sociale denunciato dalla Missione di Appoggio contro la Corruzione e l'Impunità in Honduras. Infine, anche il processo di epurazione avviato nella Polizia è sparito dai radar.
In breve, tutta l'attenzione si è concentrata sull'aborto: fra chi difende l'aborto terapeutico per salvare vite umane e chi rifiuta ad oltranza qualsiasi tipo di interruzione della gravidanza, e persino qualsiasi discussione sul tema, considerando l'aborto un grave peccato contro la legge di Dio; idea intorno alla quale hanno serrato le fila i pastori delle chiese evangeliche e la gerarchia cattolica.
Dal canto suo, il presidente Hernández si è pronunciato contro la proposta di depenalizzare l'aborto, almeno nei tre casi suddetti: «Solo Dio dà la vita e solo Lui la può togliere», ha dichiarato, annunciando di essere pronto a porre il veto alla proposta nel caso venisse approvata dal Congresso Nazionale. Mentre il cardinale Rodríguez Maradiaga ha esortato tutti a pregare «perché i politici non cedano alla tentazione del cosiddetto “costo politico” (da pagare nei confronti dell'opinione pubblica favorevole a quelle norme, ndr), approvando l'abominevole crimine di uccidere innocenti che non possono difendersi».
I politici honduregni, specialmente quelli attualmente al governo, hanno evidenziato la loro perversione nel manipolare un tema importantissimo per tutta la società, che richiederebbe un dibattito sereno, nel quale le prime voci da ascoltare sarebbero quelle delle donne. È, tuttavia, parso evidente come ad essi non interessi la difesa della vita, ma solo sviare l'attenzione da altri temi che minacciano i loro meschini calcoli.

Sono in molti a “cantare”...

Ciononostante, le confessioni dei capi narcos nei tribunali di NewYork pendono come una spada di Damocle su politici e imprenditori honduregni e sullo stesso presidente della Repubblica.
Qualunque sia lo scenario elettorale, le confessioni di questi conclamati criminali possono mandare tutto all'aria. Al punto che politici come Nasralla arrivano a mettere in dubbio che si svolgano le elezioni di Novembre.
Già dalle sue prime deposizioni, Leonel Rivera Maradiaga, capo della banda de Los Cachiros, ha coinvolto esponenti del Partito Nazionale. Ed è probabile che nelle prossime udienze altri nomi di personaggi politici verranno fuori.
Si attendono, inoltre, le dichiarazioni di altri narcos, come i fratelli Valle, catturati in Honduras ed estradati negli Stati Uniti dopo che i capi dei Cachiros si erano consegnati agli Stati Uniti per salvarsi la pelle.
I Cachiros controllavano il traffico di droga nell'occidente dell'Honduras e, secondo diverse e assai credibili fonti, potrebbero fare i nomi di alti dirigenti politici, non solo del Partito Nazionale, ma anche di quello Liberale.
In breve, le confessioni di tutti i narcos estradati negli USA e in attesa di giudizio potrebbero svelare come gran parte dei dirigenti dei due tradizionali partiti avessero trasformato l'Honduras in un narco-Stato. Ovviamente, gli Stati Uniti erano al corrente di ciò da anni; ragion per la quale, hanno mantenuto una presenza permanente sul territorio honduregno, controllato le istituzioni nazionali o agito parallelamente ad stesse al fine di scoprire le trame criminali.

I dilemmi di Washington

Negli ultimi anni, il governo statunitense ha perso fiducia nei tradizionali alleati honduregni e, dopo il colpo di Stato contro Manuel Zelaya nel 2009, non è ancora riuscito a costruire una nuova generazione di politici credibili con cui stringere alleanze. In attesa che ciò avvenga, Washington non ha altra strada che continuare ad appoggiare gli alleati di sempre. Ma, data la crescente sfiducia nei loro confronti, si moltiplicano le pressioni perché questi collaborino ai programmi di prevenzione della violenza e ad altre iniziative di rafforzamento delle istituzioni di polizia, esercito, giustizia e fisco.
Su queste sabbie mobili di alleanze inaffidabili, gli Stati Uniti si trovano a dover gestire le confessioni dei criminali nei tribunali di New York. Se tali dichiarazioni avranno lo stesso peso di quelle del primo cachiro che ha iniziato a “cantare”, le elezioni di Novembre saranno in forse, dal momento che gli Stati Uniti si vedranno obbligati a catturare ed eventualmente estradare molti dei dirigenti dei partiti tradizionali che aspirano ad essere eletti e, inoltre, non pochi di quelli territoriali. E per quanto Washington vada ripetendo che le elezioni sono una garanzia di democrazia, il suo appoggio al voto di Novembre in un contesto di delazioni dei capi narcos honduregni implicherebbe un sostegno a dei narcopolitici.

Una “Banana Republic” sempre utile

Per questo, Washington deve dosare le dichiarazioni dei narcos – che le fanno per ottenere sconti di pena – a seconda dei suoi interessi, non solo in Honduras, ma in tutta la regione centroamericana.
Come Paese, l'Honduras non ha molta importanza per gli Stati Uniti. In pieno XXI secolo, l'Honduras continua ad essere la tipica “banana republic”, come la definì lo scrittore Williams Sidney Porter nel suo romanzo scritto fra le bananeras e il porto di Trujillo (sui Caraibi, ndr) agli inizi del secolo XX (oggi come ieri, la terra viene “regalata” alle compagnie straniere, per insediarvi le cosiddette Città Modello, miniere e basi militari).
Il Paese non conta. Dell'Honduras interessa la biodiversità che ancora conserva e, soprattutto, la sua privilegiata posizione geografica, fra i due oceani e a metà del continente americano, da sfruttare come “portaerei” o testa di ponte. Per ragioni geopolitiche, Honduras ha una rilevanza speciale nella politica di sicurezza degli Stati Uniti. Una volta ripulito di corrotti e reso più decente lo Stato, Washington punta ad un maggiore controllo territoriale, politico e militare del Paese.
Per questo, agli Stati Uniti interessa molto che l'Honduras continui ad essere una “banana republic”: uno Stato le cui istituzioni siano sempre “disponibili”, con politici e imprenditori sottomessi e servili, e con una popolazione rassegnata che aspetta solo che le vengano offerte briciole per sopravvivere, convinta da quelli che stanno in alto che solo dall'alto e dall'estero possano arrivare soluzioni a tutti i problemi.

Una “democrazia autoritaria sotto controllo”

Che un gruppo di politici, quale quello guidato dall'attuale presidente, consideri lo Stato un lucrativo affare in combutta con la criminalità organizzata, non è per gli Stati Uniti una ragione decisiva per negargli sostegno. Per quanto corrotti essi siano o per quanto pieghino a loro favore le leggi, ciò che conta per gli Stati Uniti e per le multinazionali è che tali politici obbediscano loro. E, in questo senso, i politici e gli imprenditori che sostengono Juan Orlando Hernández sono stati finora fedeli sudditi.
Per gli Stati Uniti, politici come quelli che proliferano oggi in Honduras sono “amici” per convenienza: per questo, li trattano bene e persino si complimentano con loro quando rendono un buon servizio agli interessi del Nord. Tuttavia, siccome sanno che questi “amici” sono dei delinquenti o protettori di delinquenti coinvolti in affari sporchi che nuocciono alla sicurezza degli Stati Uniti, anche tali “amici” saranno scartati prima o poi.
Tuttavia, nonostante la sfiducia nei loro confronti, per il momento Washington ha bisogno dei suoi alleati tradizionali, perché non vuole un governo in cui il partito LIBRE di Manuel Zelaya abbia influenza. E sebbene (in Venezuela, ndr) non ci sia più Chávez e Maduro sia sempre più debole, e i governi progressisti sudamericani non siano più quelli di otto anni fa, agli occhi di Washington Mel Zelaya continua ad rappresentare un elemento pericoloso in un contesto incerto. Questa è una delle ragioni per cui gli Stati Uniti hanno finito per avallare la rielezione di Juan Orlando Hernández, che secondo i loro calcoli, può contribuire a rafforzare il Partito Liberale, elevando il profilo di Luis Zelaya, con ogni probabilità suo prossimo candidato presidenziale. Questi, infatti, si presenta come un leader nuovo, un accademico non corrotto, ma è anch'egli sotto forti pressioni perché collabori alla politica di sicurezza e di rispetto dei diritti umani richiesti dalla comunità internazionale, e sia in sintonia con la lotta contro la corruzione portata avanti dalla MACCIH. In breve, perché si integri a quella che gli Stati Uniti considerano la loro scommessa per una “democrazia autoritaria sotto controllo”.

Primo scenario: Juan Orlando Hernández viene rieletto

Sono quattro gli scenari che si possono attualmente immaginare in questo contesto di instabilità.
Il primo vedrebbe la vittoria elettorale e, quindi, la continuità alla presidenza di Juan Orlando Hernández, che supererebbe Luis Zelaya del Partito Liberale, che diverrebbe però la seconda forza politica del Paese. In questo scenario, l'alleanza di opposizione guidata da LIBRE sarebbe relegata al terzo posto, non riuscendo a contrastare il risorto bipartitismo tradizionale.
Tale scenario, che appare il più realistico, sarebbe il peggiore per il futuro dei settori più poveri del Paese. Giacché significherebbe il consolidamento del processo di concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani delle élites imprenditoriali, soci di minoranza delle multinazionali che operano nel Paese. Del resto, sarebbe lo scenario che più converrebbe alle nuove politiche anti-migranti del presidente Trump e quello che darebbe continuità al processo iniziato nel Giugno 2009, data del colpo di Stato, che ha fatto dell'Honduras un mega-affare per una mafia politica ed imprenditoriale basata sulla corruzione e l'impunità.
In questo scenario si consoliderebbero: un modello di governo che rappresenta la gente più potente del Paese, quella che, purtroppo, ha insegnato alla gente più povera a difendere e applaudire ai potenti; l'alleanza pubblico-privata; la subordinazione dei poteri dello Stato alle decisioni della presidenza attraverso il cosiddetto Consiglio Nazionale di Difesa e Sicurezza, creato da Hernández, il che significherebbe nuove importanti risorse di bilancio destinate alle spese militari ed a programmi assistenziali che alimentino il clientelismo.
Una variante di questo primo scenario sarebbe che il Partito Nazionale non riuscisse a forgiare un'alleanza di un certo peso, che restasse formata soltanto da cinque piccoli partiti, talmente minuscoli da non mettere insieme 10 mila voti, ma comunque utili per coprire tutti i seggi e garantire a Juan Orlando Hernández una vittoria ancora più piena.

Secondo scenario: vince Luis Zelaya

Il secondo scenario è quello che si profilerebbe se prendesse forma un'alleanza contraria a Hernández guidata da Luis Zelaya, sulla base di accordi con quella che finora è stata l'alleanza di opposizione formata da LIBRE, dal PAC di Salvador Nasralla e dal Partito Innovazione e Unità Social Democratica (PINU), all'insegna del “tutti contro Hernández”. A tal fine, però, l'alleanza LIBRE-PINU-PAC dovrebbe rinunciare alla candidatura presidenziale di Nasralla e accettare quella di Luis Zelaya.
Questo scenario sarebbe ideale per la destra contraria a Hernández e al Partito Nazionale, che vuole rendere più decente lo Stato; obiettivo coltivato dagli Stati Uniti, che però non farebbe venir meno la loro sfiducia nei confronti di un'alleanza controllata, di fatto, da Mel Zelaya.
Tale alleanza sarebbe vista di buon occhio dall'ambasciata statunitense e rappresenterebbe una minaccia reale alla rielezione di Hernández.
Tuttavia, sebbene in politica, e in quella honduregna ancora di più, tutto è sempre mutevole, almeno per il momento LIBRE, PINU e PAC sembrano fermamente decisi a non allearsi con Luis Zelaya, perché ciò significherebbe una loro subordinazione al Partito Liberale.
In ciò portando acqua al mulino di Hernández che intende favorire il Partito Liberale ed il suo leader perché rappresentino quell'opposizione sotto controllo di cui il presidente ha bisogno, senza che essa arrivi a costituirsi in minaccia per la sua rielezione.
Certamente, Luis Zelaya proviene da circoli non macchiati dalla corruzione che, invece, caratterizza il Partito Liberale. Tuttavia, Luis Zelaya non può che circondarsi di prominenti dirigenti liberali, tutti coinvolti nella corruzione. Secondo fonti politiche assai credibili, l'immensa maggioranza dei dirigenti del Partito Liberale nei dipartimenti (province, ndr) ha legami con il narcotraffico; senza dimenticare che essi sono stati direttamente coinvolti nel colpo di Stato del 2009.
Un'alleanza con questa mescolanza politica significherebbe un ritorno al modello bipartitico tradizionale. Ma per l'ambasciata degli Stati Uniti ciò comporterebbe dare un avallo gruppi politici corrotti, impuni e membri della criminalità organizzata; il che rende poco credibile tale opzione.

Terzo scenario: saltano le elezioni

Il terzo scenario scaturirebbe dalle evidenze raccolte dalla squadra del presidente che dovessero convincere Hernández della sua probabile sconfitta elettorale o della necessità di forzare una vittoria attraverso una frode elettorale, di fronte alla crescita dell'alleanza di opposizione che riuscisse a capitalizzare il malcontento popolare.
In tale scenario, Hernández potrebbe convocare un'Assemblea Costituente a seguito di una trattativa con settori liberali e con l'alleanza politica di opposizione guidata da LIBRE. Sarebbe uno scenario di emergenza, che conterebbe sull'avallo degli Stati Uniti e, di conseguenza, con quello dei Paesi europei, dell'ONU e dell'OSA.
In tale scenario verrebbe definito il percorso di consolidamento del tradizionale bipartitismo attraverso un patto per l'avvio di un processo costituente. Che sarebbe guidato, senza dubbio, da Hernández e aprirebbe una congiuntura ricca di confronti e scontri fra i settori dell'opposizione, che si dividerebbero fra quanti appoggiano il processo costituente e quanti lo avversano, considerandolo una sorta di uscita d'emergenza in funzione degli interessi politici di Hernández.
Quest'ultimo non è interessato a tale scenario di emergenza. Lo accetterebbe solo e lo farebbe suo qualora si convincesse del pericolo di perdere le elezioni di fronte ad una consolidata alleanza di opposizione. O qualora le dichiarazioni dei narcos honduregni che stanno “cantando” a New York mandassero all'aria i suoi calcoli e diventassero una reale minaccia per la sua rielezione.

Quarto scenario: vittoria dell'opposizione

Il quarto scenario vedrebbe un successo elettorale dell'attuale alleanza di opposizione dei partiti LIBRE, PAC e PINU, vittoria che significherebbe la nascita di un'opposizione civica all'attuale dittatura. Sarebbe uno scenario ideale per un'opposizione che volesse saldare gli aspetti politici, elettorali e civici.
Così ideale e auspicabile che tutto porta a ritenerla impossibile. Per tre fattori: per la ferrea decisione di Hernández di impedire qualsiasi alleanza che metta in pericolo la sua rielezione; per le ridotte capacità dei leaders dei partiti di opposizione; per la frammentazione in cui si trovano i diversi settori sociali.

Chi tira le fila

Ciò che evidenziano questi quattro scenari è il potere della “macchina elettorale” già montata da Hernández per la sua rielezione in un contesto di instabilità sociale ed istituzionale, e di fronte alla minaccia rappresentata dai processi contro i narcos honduregni negli USA.
Il presidente punta a vincere in tutti gli scenari. Per questo, sta gestendo direttamente l'informazione, non solo grazie ad accordi stipulati con i proprietari dei mezzi di informazione, ma persino con i direttori dei notiziari. Per quest'ultimi, a fine Aprile, ha organizzato un fine-settimana di relax in un'isola caraibica honduregna, al quale pare nessuno di essi sia voluto mancare...
Tutto è gestito dalla Casa Presidenziale. E questa è controllata dall'ambasciata statunitense. Tutto il processo elettorale e qualsiasi scenario dipendono dai tasselli che con abilità Juan Orlando Hernández saprà ricomporre e dalla gestione che, con maggiore astuzia e potere, saprà fare Washington delle rivelazioni dei narcos honduregni a New York.
Juan Orlando Hernández tira molti fili. Ma non tutti, né quelli che potrebbero frustrare le sue aspirazioni. Per questo non ha altra scelta che ubbidire a chi tira quest'ultimi.

 

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